mag 23


Papà ha 82 anni e da un paio di settimane porta l’ossigeno, e lo porterà finché vive. Lui non è persona che fa storie, è accomodante, non si lamenta. Però, certo, la vita con un tubicino attaccato al naso e alle orecchie per 365/24/7 non è più esattamente come prima.

È vero che per papà già prima andare anche solo nell’orto era un viaggio che costava fatica.

L’orto della casa dove nacque. Casa mia. Suo padre morì a 57 anni, lui bambino piccolo. Ho sognato spesso una scena con tre generazioni di Davico in piedi, io giovane rampollo assetato di sapere, nel cortile di questa casa ex convento che è nostra dal 1920, a parlare da uomini.

(Mi sovviene Doc, da piccolo ne Il mio west, ammesso ad ascoltare la conversazione tra il padre e il nonno, ovvero i suoi miti massimi. E William Hurt che in Smoke racconta la storia di un uomo che non aveva mai conosciuto il padre per averlo perduto quando lui era nella culla in un incidente in montagna. Il corpo non fu più ritrovato, ma tanti anni dopo quell’uomo, in quella stessa montagna, se lo ritrova davanti, conservato intatto per tanti anni dal ghiaccio. E la cosa assolutamente straordinaria era che ora il padre era più giovane del figlio.)

E soprattutto sia chiaro che you’re innocent when you dream. E papà, quando dopo pranzo riposa sui divano, l’ossigeno a fasciarlo e proteggerlo come un ciupete, è innocente.

Io sono suo figlio e sono suo padre.

Se il nonno non fosse stato stroncato da un infarto nel pieno dei suoi anni, con figli piccoli e un’azienda da tirare avanti… Se, se, se. Così non è stato. Fine.

In fondo quel che mi sta dicendo papà è questo:

Fa’ tò dover e chërpa.

Giusto? Sbagliato? Non lo so, ma è la sua eredità. Anche i miei capelli ingrigiscono rapidamente.

Ruit hora. Celeriter ruit hora. Mi sta dicendo che devo darmi una mossa.


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