Dic 21

RM
Ho l’età in cui si cominciano a tirare i remi in barca, in cui si fanno almeno tanti bilanci quanti progetti. Cioè, in realtà la questione è un momento più complicata di così. Direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

In questi giorni sono stato a visitare la tomba del mio professore di tesi, Riccardo Massano. (Ne avevo parlato qui, solo che ero nel posto sbagliato.) La prima cosa che ho pensato, o meglio che mi è venuta alla testa ancor prima del pensiero, è stato quell’esame – credo il primo per me con lui – in quell’afosissimo giorno di luglio del 1991 o dintorni immediati, lui sudatissimo con una polo a maniche corte color celeste pallido e il fazzoletto a togliersi i sudori dalla fronte (ce l’ho davanti agli occhi limpidissima la scena, ricordo che pensai che non mi sembrava tanto degno di un professore universitario farsi vedere sul luogo di lavoro, nel “tempio del sapere”, con una maglietta e un fazzoletto sulla fronte), che mandava via gli studenti uno a uno perché non conoscevano l’etimologia della parola “formidabile”. (Io l’ho imparata quel giorno.) (Cioè, tu studi mesi e mesi e poi se non conosci una singola etimologia tutto il tuo studio va a farsi benedire. Ancora oggi ciò mi sembra vagamente ingiusto, e molto casuale.)

Ebbene in quell’esame quell’uomo incuteva terrore – come ho appreso faceva tanti anni prima, giovane professore in un istituto tecnico di Vercelli – ai suoi studenti. E ora quella figura (“figura” è un’altra parola che ho imparato da lui, nel senso adoperato da Auerbach in Studi su Dante) non era che un nome in una tomba e due date, nulla più. Professor!, gli ho detto. Gliel’ho detto in piemontese; perché anche se non ho mai parlato in piemontese con lui sarebbe stata questa la nostra lingua veicolare più corretta da adoperare. (Lui che traduceva i poeti latini nella mia linguamadre, o meglio lingua-padre.)

E come ho già detto Riccardo Massano è uno tra i miei quattro maestri per quanto riguarda la scrittura, insieme a Luca Goldoni, Ugo Foscolo e Italo Lana.

Ma insomma in quel cimitero c’eravamo lui e io, da soli. Due persone di poche parole. Per tanti anni – tanti invero – dopo la laurea ho pensato di andarlo a cercare in quella “casa del grande cipresso”, come amava chiamare il suo buen retiro sulla collina torinese, un luogo dove potrei agevolmente andare a piedi. Mille volte ci sono passato davanti, mai l’ho fatto.

Allora davanti alla sua tomba soprattutto a questo ho pensato, a quello che non ho fatto. I miei rimpianti più grandi sono proprio questi: ora che sono nell’età dei bilanci e non solo dei progetti vedo proprio chiaramente – proprio chiaramente – che ciò di cui mi pento di più sono le parole non dette e i gesti non fatti, non certo gli errori.


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