Mag 02

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In mezzo alle mie montagne, sabato pomeriggio, mi è sembrato di capire qualcosa, anche se non sapevo né so dire che cosa.

Ero partito dal fondo della valle Grana e l’ho risalita, in auto, fino a dove è stato possibile, ovvero fino a che la strada non era bloccata dalla neve, qualche chilometro oltre il santuario di Castelmagno, fermandomi spessissimo per contemplare il paesaggio e fare brevi camminate. Faceva freddissimo, ma il pomeriggio era bello nonostante le previsioni. (Non è una metafora anche questa, forse?)

Non lo so spiegare, certe cose probabilmente non esistono nelle parole, però so che io in mezzo alle mie montagne mi sento in pace con me, mi sento sereno. Non penso che si possa parlare di felicità, perché probabilmente quello stato è al di là della felicità. È come la stanza accanto alla stanza della felicità, qualcosa del genere.

Mi accompagnavano le immagini, le immagini soprattutto, lo spettacolo meraviglioso che la natura aveva organizzato per me. E poi mi accompagnavano i suoni, principalmente due: il lieto e tranquillo scorrere dell’acqua e il canto sereno di uccelli di cui ahimè ignoro il nome.

Mi è venuto in mente un libro letto tanti anni fa, La via del Toro di Leo Buscaglia, di cui ricordo pochissimo ma so che descriveva sensazioni simili a quelle che ho provato sabato.

E mi sovveniva la squilla argentina di dantesca memoria.

La pace della mente è fatta anche di cose strane, a volte, di sensazioni che a raccontarle probabilmente perdono gran parte del loro peso specifico.

Verso l’imbrunire faceva molto freddo, un termometro che ho visto segnava quattro gradi, ma tutta l’atmosfera la temperatura l’aria la luce declinante i suoni e le cose erano magicamente assemblati in un uno tutto in cui io mi sentivo assolutamente sereno e in pace con me, come mi accade sempre quando sono nelle mie montagne.


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