Set 05

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Oggi è un giorno di confine.

Oggi è il giorno del ritorno dalla montagna in mezzo in mare, da quel luogo di incantagione che amo in maniera sconsiderata, una partenza che spera – di più, confida – in un ritorno.

Se il momento dello sbarco al porto di Bastia è un momento pieno di luce, di sole e di colori, di attese e di promesse (che poi puntualmente si avvereranno), il momento dello stacco dal medesimo porto – che accadrà da qui a poche ore – è un momento non triste, no, triste non di può dire, ma certo carico di pathos, di sentimenti pieni.

In più, come ormai tradizione negli ultimi anni, quando ritorno dalla Corsica ho anche per l’anagrafe un anno in più (ciò aggiungendosi a questo preciso momento dell’anno in cui, soprattutto con la ripresa della scuola dei figli, più chiaro che a Capodanno si avverte che un altro anno è passato; e se per avventura sei nato proprio in questo periodo le cose si sommano). In sostanza sono partito che avevo IIL anni e torno avendone IL. Ma un tempo tenevo maniacalmente al compleanno, ora invece mi sembra qualcosa che accade come tante altre cose, che non richiede grande considerazione. (Però accade, e questa tradizione familiare la trovo ormai molto mia, mi appartiene.)
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Invece più importanti – estremamente più importanti – sono le sensazioni di questo soggiorno, quelle provate camminando soprattutto. Di quando me ne stavo seduto a guardare le montagne. Di quando entravo in un paesino come in punta di piedi, per non disturbare l’armonia del luogo. Dei grandi silenzi, immensi, come quello della piazza di Serra di Scopamene all’imbrunire, interrotto solo dal gorgogliare della fontana; e poco più in là una signora che raccoglieva le foglie secche. Della vista dal faro di Senetosa, luogo un tempo abbandonato e ora riportato a nuova vita nell’accogliere viandanti. Di Marmuntagnja, ovviamente.

il faro di Senetosa

il faro di Senetosa


La Corsica. Il mal di Corsica. Lascio questa terra già pensando al ritorno prossimo, e comunque con gli occhi e la mente pieni di gioia.


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