Ott 17

brooks
Oggi parlo di un argomento che occupa in maniera piena i miei pensieri, e che certamente continuerà ad occuparli negli anni a venire. È rivolto in primo luogo a chi ha grossomodo la mia età: semplicemente perché espone sensazioni che puoi descrivere fin che vuoi, ma se non le sperimenti su di te non possono restituirti significato. (Ho tentato l’esperimento ieri sera, con una persona di una quindicina di anni più giovane di me: ma quando le narravo delle gioie dell’età di mezzo mi ha risposto – com’è comprensibilissimo che sia – “ma dai, sei ancora giovane” e tirate del genere.)

Leggendo questo libro ho capito di essere giunto alla mezza età. E la cosa fondamentale è che questo mi rende felice, mi dà sensazioni molto positive che ora cercherò di spiegare. (Cioè, non è che mi occorra un libro per sapere che ho quasi cinquant’anni, ma secondo il mio personale assioma per cui una cosa è vera quando è scritta mi è più chiaro capirlo leggendo parole, ben scritte, di altri.)

La mezza età vuol dire maturità. Il che significa che posso dimenticare tante paranoie della gioventù, o per meglio dire lasciarle andare. Letting go. Ovvero: i sogni di gioventù sono stati fondamentali, mi hanno tenuto in vita, ma ora posso passare oltre, posso essere più consapevole, posso perdonarmi se non sono riuscito a fare tante cose che avrei voluto fare.

Le preoccupazioni materiali non sono più così importanti, o quantomeno non sono più in primo piano. Trasmettere la conoscenza, passare del sapere invece, questo sì. (È per questo che si fanno dei figli, e – su un piano diverso – è per questo che si scrivono libri e articoli.)

La mezza età è insomma una sensazione molto piacevole.

Del libro dirò ancora due cose. (È possibile che ne parlerò in maniera più approfondita in futuro, ma devo rileggerlo per discuterne con maggior cognizione di causa: è un libro profondo, pieno, la maggior parte dei concetti non puoi sperare di afferrarli alla prima passata.)

La prima è una citazione, da una poesia di Matthew Arnold:

Sotto la corrente, superficiale e leggera, di ciò che diciamo di provare – sotto la corrente,
così luminosa, di ciò che pensiamo di provare – laggiù scorre
con forza silenziosa, oscura e profonda, la corrente centrale di ciò che davvero proviamo.

La seconda è la descrizione dell’ultimo giorno di vita di Harold, che è un personaggio fittizio che l’autore utilizza per illustrare le sue tesi. David Brooks ne immagina le sensazioni:

Harold aveva ormai capito che il sé cosciente – la voce che aveva in testa – era più un servitore che un padrone. Era emerso dal regno nascosto ed esisteva per nutrire, curare, contenere, accudire, affinare e rendere più profonda l’anima che c’era dentro. […]
La percezione del proprio sé stava svanendo. Gli sembrava di tornare bambino, nella sua camera, a spostare soldatini sul pavimento, immerso in chissà quale grandiosa avventura. […]
A questo punto le sue domande sul senso della vita se ne erano andate, ma avevano avuto risposta. […]
Ciò che c’era in principio c’era alla fine: un groviglio di sensazioni, percezioni, spinte e bisogni che, asetticamente, chiamiamo inconscio. Questo complesso intreccio non era la parte “inferiore” di Harold, un elemento secondario da oltrepassare. Era il suo centro assoluto, difficile da vedere, impossibile da comprendere.

Ecco perché parlo spesso – sempre più spesso – di sensazioni: so che non riuscirò a definire quella massa inconoscibile che è il mio inconscio, ma so che è il centro di tutto. E il mio ultimo giorno di vita me lo raffiguro più o meno così. Ma per intanto mi godo la mia mezza età e i regali che essa porta con sé.


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