Nov 14

l'andata

l’andata


Sono stato qualche giorno con mia figlia piccola a Venezia.

Papà e figlia, figlia e papà in un dialogo fitto e continuo, lungo quattro giorni. Io tutto preso dalla meraviglia delle sue scoperte, come gli occhi dilatati dalla sorpresa quando si è resa conto che il ponte di Rialto è così alto; o una lunghissima passeggiata nel sestiere Castello, dove i turisti sono rarissimi, e Michela che mi dice che per lei quella è la zona più bella di Venezia, pareggiata forse solo dai canali dietro l’isola di Torcello, oltre la chiesa, in un luogo dove ci arrivi solo andandoci apposta e/o molto per caso.

La magia è negli occhi di chi guarda, insomma. E penso a Venezia come città in piena difficoltà, perché è di fatto un albergo gigante, un luogo dove vivere è complicato, è resistenza, è un atto d’amore.

E penso a me stesso, anche, a come sono cambiato in questi anni (questo diario è uno specchio abbastanza fedele di questa trasformazione): pubblico e ingessato un tempo, intimista e lieve oggi. E con tanti capelli grigi, è vero; ma che mi paiono quasi medaglie al valore.

il ritorno

il ritorno


Ma soprattutto penso a che cosa significa essere genitore, che in poche parole mi sembra l’essenza della vita stessa. E ritorno a un punto centrale, qualcosa che capisco col cuore ma non ho mai inteso bene con la mente:

This bus ride was it.[…] This was life itself.

Il viaggio in treno, il gatto dentro il negozio, il Canal Grande attraversato di sera, la pioggia e la notte che scendevano, il tramonto visto dalla Giudecca. Questo era. Questo è.


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