Dic 19

Mentre entravo per la solita lezione settimanale di pilates ai Ciliegi oggi, come tutti i lunedì del mondo, davanti a me camminava un signore distinto, di mezza età, i capelli brizzolati, vestito di tutto punto nel suo bel cappotto blu, le scarpe lucide, e sotto il braccio un fascicolo di un certo spessore, che ho immaginato essere un catalogo con un listino prezzi o simile. Evidentemente era diretto all’hotel per un incontro di lavoro.

È stato un attimo. Ho visto in lui il me che avrei potuto essere, che potrei benissimo essere oggi, un executive con lo stipendio a tanti zeri, tante responsabilità, tanto potere e tanto rispetto da parte dei propri pari e dei sottoposti. Immodestamente dico che ne avrei avute le doti.

Invece nel fotogramma successivo lui è andato diritto all’albergo e io ho girato per il golf, e riflesso nel vetro della porta ho visto Gianni Davico con un berretto comprato al Decathlon per pochi euro, con la tuta e le scarpe da ginnastica come ho quasi sempre durante un giorno normale. Insomma un me stesso mite, semplice, fors’anche dimesso, come in effetti sono io.

È stato spontaneo fare un raffronto: là un uomo di successo e qui un ragazzo semplice. Ma non ho dovuto pensare: non cambierei mai e poi mai e poi mai la mia posizione magari instabile con la carriera e le responsabilità di quell’uomo. Preferisco la mia tuta e le mie fide Adidas, preferisco essere semplice e lineare.

Mi sono venute in mente le parole di Jakob Burak:

La decisione più difficile per un uomo di successo è rinunciare alla propria strepitosa capacità di accumulare denaro per fare spazio a una vita più equilibrata, più umile, nella quale avere il tempo per dedicarsi a cause che con gli affari non hanno niente a che vedere.

Mi tengo le mie scarpe da ginnastica, non ho nessuna invidia, va benissimo così.


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