feb 20

Ad aprile 2005 partecipai a Milano ad una conferenza della divisione europea della STC, il TransAlpine Chapter che non mi risulta più esistere (e anche questo è un segno dei tempi). La ricordo comunque con molto piacere: molto ben organizzata, molto interessante, molto informativa.

Scrissi per “TransAlpiner”, la newsletter del gruppo, un articolo che ricordava i benefici derivanti dalla partecipazione a conferenze simili e che ripubblico volentieri qui.

The STC-TAC Milan Conference: Impressions of a First-time Attendee

Faced with these three days of conference, as a first-time attendee I was like a child that sees a new city for the first time, with all its bright lights and colors. So I had a sort of clear-minded view, which allowed me to gather the impressions that I would now like to express in this short article.

What, where and when. The Transalpine Chapter organizes a two-day general conference twice a year (in April and October). This year for the first time, the Milan conference was preceded by a meeting of the Italian Chapter.
“What’s in it for me?” I hear you ask. What does all this specifically mean for you and for your business? Well, there are at least three benefits:
- Technical knowledge;
- Knowledge of the market, of its problems and of its opportunities;
- Networking with your colleagues (and competitors – why not?).
Obviously, each point intertwines with the others. Let us examine each one in detail.

Technical Knowledge. The Italian Chapter day involved five presentations, plus a final panel discussion about the future of technical writing as a profession. The conference itself involved nine speeches plus a final panel discussion about usability in documentation. A broad range of topics was discussed, and it was in this variety that I found the real value for the attendees: the opportunity to leave the conference with a wealth of inspiring ideas to reflect further on. From the program of professional speakers, I particularly enjoyed the speeches by Umberto Santucci, Bill Gribbons and Erik van Huisstede.

Umberto Santucci (Strategic Problem Solving and Technical Writing) gave an interesting talk explaining how the documentation of a good or service can and must be tailored to the target user. Bill Gribbons (The Migration from Information Design to User Experience Design) helped us to appreciate how the user’s experience in using a good – or a service, for that matter – needs to lie at the heart of a business strategy in order for a company to succeed. Erik van Huisstede showed us that, in designing and writing manuals and instructions for users, a multitude of approaches is possible, though whatever the approach, what is fundamental is to be creative, to pay attention to style and – perhaps most importantly, yet often neglected – to make the user happy.

Knowledge of the market. Even in this age of the Internet, in this world where information is, at least apparently, anything but a scarce resource, existing in copious amounts and readily accessible to all and sundry, the importance of market knowledge should not be underestimated. Participation in industry events of this kind allows attendees to learn and better understand their own strengths and weaknesses as well as those of the market in which they are engaged. Of course, a conference can in no way substitute books and journals, or other information channels, however talks such as that given by Piero Margutti about the challenges faced by Siemens in documentation management constitute an invaluable source of information on the issues facing our clients, and hence the opportunities available for those involved in technical writing. (Siemens was our kind and gracious host in Milan, and Piero the perfect master of ceremonies.)

Networking. The conference was particularly well-structured, especially as it gave considerable space to socializing. The organizers themselves encouraged the public to interact and exchange their thoughts and business cards during the conference, rather than wait and send an email once they were back in the office. Speaking to strangers, of course, is not always an easy thing to do, however you cannot simply wait for the people to whom you are interested in talking to come up and introduce themselves. We ourselves have to take the initiative. The benefits are many, and of undeniable importance in these fast changing times – the opportunity to meet new people, to win new jobs or simply establish a working relationship, discuss different points of view on a common problem, etc.

It is somewhat similar to what in the corporate world Tom Peters has been preaching to entrepreneurs for years: Managing By Wandering Around (MBWA), namely, the greater effectiveness of a boss who wanders around the office and speaks directly to employees, rather than lock himself away behind a desk, drawing up unrealistic strategies. Last but not least, when it comes down to it, networking is itself just plain fun! An element reflected in the traditional closing ceremony of the conference – the chocolate raffle, offering chocolates from all over Europe. Here I can directly testify to the joy of this event, having won two blocks of Slovenian chocolate which delighted my young daughter for several days on end.

Finally, a word about my impressions. With friend and foe alike present, the overwhelming sense of fearlessness and the willingness to see others as potential project allies was definitely a strength of the participants. I must say that I found the European environment incredibly positive over the three days. By ‘European environment’, I mean the ability to overcome the barrier of an “us and them” mentality, to consider ourselves citizens of the world rather than vehemently defend our own little bundles of clients.
The atmosphere was indeed very friendly and professional at the same time, with an excellent trattoria enlivening the atmosphere on Thursday night.
To sum up in a single word, the organization of the event was simply perfect. (Thanks Jang and Vilma!)

See you at the next conference!

feb 13

photo courtesy of Lorenzo Enriques via Andrea Tuveri


Ancora su David, uno scritto di Cristina Caimotto, collega ma prima di tutto amica alla quale va il mio ringraziamento sincero per aver espresso il suo sentire. Sono cose molto personali, si sa, ma insomma David è stato un maestro e un amico per tanti tra di noi, e ricordarlo è una maniera per averlo ancora qui.

Eccomi con immenso ritardo a rimediare in qualche modo per la mia assenza al funerale. Leggo sul blog di Gianni del corteo che per un momento ha seguito la bara sbagliata: humor inglese, sì, humor che a David sarebbe piaciuto di certo. Allo stesso modo, voglio pensare, avrebbe riso del mio ritardo, anch’esso marchiato da una bella dose di ironia: io che son sempre online e io che ho scattato la foto scelta da Gianni per la pagina dedicata a lui, così che tutti han dato per scontato che sapessi tutto e la notizia a me non è arrivata.

Come ho già scritto, David è stato per me un insegnante, un maestro e un amico. E non posso far altro che tenerlo in vita raccontando un po’ delle cose che l’hanno reso speciale. Per prima cosa come insegnante, quando al master (2002-03) ha fregato tutti noi, sedici italiani che eravamo, presentandoci un testo che parlava della Chiesa di San Salvario in via Nizza, altezza largo Marconi. Dai torinesi, pensateci un attimo: dove sta la chiesa in largo Marconi?

Il master che frequentavamo era in via Saluzzo e la maggior parte di noi passava davanti a quella chiesa in tram ogni mattina. Di tutti noi, nessuno sapeva dire dove fosse sta benedetta chiesa (è proprio il caso di dirlo). Così David ci spiegò, e ci confessò che quel testo lo aveva tradotto lui anni prima e che per un momento aveva pensato si trattasse di un errore del testo sorgente. Subito dopo era partito da casa, aveva passeggiato per il suo quartiere che amava tanto ed era andato a verificare che, in effetti sì, c’era proprio una chiesa lì, solo che ha una facciata che si confonde con quella di una casa, se non si alza lo sguardo. E al mattino, addormentati sul tram, lo sguardo si alza poco.

Ecco la prima lezione: un traduttore deve essere sempre attento a tutte le cose che gli altri non notano, i presunti errori nel testo sorgente spesso sono errori nostri ed è bene verificare meglio prima di arrivare a conclusioni sbagliate; e infine, quando si traducono testi turistici, è bene poter vedere di persona il posto di cui si sta parlando perché, tutti ne eravamo la dimostrazione evidente, a volte anche i particolari del tuo quartiere possono sfuggirti.

E poi la sua battuta, che ogni mio studente si è sentito ripetere negli anni. Un giorno girando tra i banchi, mette il dito su un mio errore e mi dice che quel “the”, lì, non andava messo. Ancora una volta, sempre il solito errore, quello che non riuscivo a sradicare nonostante, per il resto, il mio inglese avesse ormai raggiunto un buon livello. O mettevo l’articolo dove non andava messo o non lo mettevo dove andava messo. Sbuffo: “Ma uffa, ma insomma, ma non c’è una regola?!” David mi guarda un attimo e poi fa “WHAT?! In English? Rules?!” E scoppiamo entrambi in una bella risata. Già… che razza di domanda!

Ed ecco, da quel momento è garantita la mia autostima ogni volta che cado in un errore di quel genere ed ecco pronto un bell’aneddoto per i miei studenti quando non hai nessun altro modo di spiegare perché, in inglese, certe cose non si possono proprio spiegare, non con una regola, almeno. Di certo, fin quando non smetterò di insegnare, David avrà numerose occasioni di rivivere nelle mie parole!

E poi c’è David collega, che mi ha passato molti dei più interessanti lavori EN>IT che io abbia svolto, consigliandomi, aiutandomi e infondendomi fiducia quando ero alle prime armi. E poi c’è il piccolo raduno che aveva organizzato a casa sua, il raduno a Casa Scaparone e la cena al ristorante indiano quando lui e Paola hanno raccontato di come avevano tenuto per un sacco di anni un letto poco adatto per entrambi (forse era una piazza e mezza?) perché David “si sarebbe fermato solo temporaneamente”. E giù a ridere.

E invece ci si è fermato tanto in quella casa. Perché, mi spiegò un giorno parlandomi delle difficoltà di un ipotetico trasferimento, un traduttore passa la giornata da solo e durante il giorno ha bisogno di contatti umani stabili, oltre a quelli con la sua famiglia. Conosceva tutti lì, quelli dei “suoi” banchi al mercato, l’edicolante, il barista. Non avrebbe potuto vivere in un altro quartiere e nemmeno sarebbe stato bene in un altro isolato. Altra lezione, consiglio prezioso che mi aiutò poco tempo dopo a scegliere la casa in cui ora sto benissimo e dalla quale, proprio come lui, non vorrei allontanarmi per gli stessi motivi.

Ecco qui, alcuni dei tesori che conservo nella memoria e che spero possano essere un giorno un po’ di conforto per Paola e per tutte le persone che sentono la mancanza di David. Lasciamo sedimentare il dolore e, appena ce la sentiamo, facciamo un buon pranzo e beviamo un buon bicchiere in suo onore. Anch’io penso che avrebbe voluto vederci così, a ricordarlo con un sorriso.

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photo courtesy of Andrea Tuveri

Per l’esperienza che ho io, i funerali sono affari da sbrigare in fretta: si piange, certo, ma molto privatamente, si chiude la bara e ciascuno va per la sua strada. Ma con David Henderson no, era buono e giusto fermarsi un momento di più.

Giovedì ho assistito ad una lezione di civiltà proveniente da oltremanica. È vero, certo, che ritardare di tanti giorni un funerale vuole dire stress che si accumula per le persone che volevano bene a chi se ne è andato; ma è altrettanto vero che il dolore composto è sfumato poi nei toni verso una pacata allegria, in ricordo, in memoria e in onore dell’amico scomparso.

In pieno stile davidiano, come mi ha fatto notare il ragazzo che viene dall’isola, c’è stato un attimo in cui dalla camera ardente è uscita una bara – non era quella giusta – e il piccolo corteo si è incamminato sui suoi passi. Humour inglese…

Il tempio della cremazione, poi, era stracolmo. Persone e familiari che gli hanno voluto bene hanno commemorato in maniera magistrale il compagno, il fratello, l’amico. Non posso non ricordare il discorso di Simon Turner, che commosso fino alle lacrime ha espresso immensa riconoscenza per l’amico che lo aveva avviato alla carriera di traduttore, e poi ha ricordato le sue (sue di David) stesse parole, scritte in occasione della morte di un caro amico:

[cito a memoria] Oggi farò un buon pranzo e berrò un buon bicchiere in onore dell’amico scomparso. Forse potrò anche ubriacarmi, perché così lui avrebbe voluto.

Dopo la cerimonia c’è stato un lungo brindisi per David in un caffè della zona, dove persone sconosciute tra di loro hanno avuto maniera di familiarizzare e ricordare l’amico. Ed è stata anche l’occasione per un “mini-raduno Langit” del tutto estemporaneo, in cui ho provato la sensazione di trovarmi in mezzo a molti tra i senatori – David era certamente tra questi, ben presente in mezzo a noi – della lista.

Ho scorso velocemente dentro di me i miei quindici anni di Langit. In quindici anni ci si sposa, nascono dei figli, ci si separa, si muore, si fanno tante cose, alcune significative e la maggior parte senza importanza. Ma la vita scorre e guardare indietro, vedere quelle persone che sono amici cari – alcuni tra i quali mai visti prima, stranezze del mondo digitale – è stato bello. David certamente avrebbe dato la sua approvazione. Senza tante parole, senza voler apparire.

Qui un ricordo di Giulio Pianese, “Zu” per gli amici.

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foto di Cristina Caimotto


Be’, io sabato mattina avevo preparato il post per oggi, era un post normale, come tanti, dove dico le mie opinioni e il mondo continua.

Ma alle due del pomeriggio il ragazzo che viene dall’isola mi dà la ferale notizia: David Henderson è mancato ieri sera.

Ecco, questa cosa è proprio grossa, ci lascia senza fiato e parole. Io… io conoscevo David anche se non troppo bene, l’ho incontrato alcune volte e abbiamo lungamente scambiato pareri ma le cose si sono fermate a quel punto, alla conoscenza cordiale che precede l’amicizia. Succede, niente di male in questo; ora però sapere che questo grande traduttore, amico di tantissimi traduttori, persona onesta, retta, di cultura eccelsa, intelligentissima e soprattutto ironica e autoironica non è più qui, sapere questo è un fatto difficile da digerire.

Allora ho pensato ai momenti belli passati insieme, al raduno Langit a Casa Scaparone per esempio, e ho dato un senso minimo ad un fatto che non ha spiegazioni: conoscerlo è stato un raro privilegio.

Tutto ciò significa probabilmente che dobbiamo dare valore, molto valore, assoluto valore, ad ogni singolo momento che ci è concesso, perché domani potremmo non essere più qui a raccontarlo. O forse non significa nulla, chi sa.

E che il sonno, David, ti sia leggero.

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nov 14

A  luglio dell’anno scorso avevo preparato un intervento per il LanguageCamp della Luspio, che poi per motivi di tempo non era stato possibile esporre: ecco qui a seguire la traccia per quel contributo.

Grazie, innanzitutto, ad Anna Fellet e Valeria Cannavina per l’organizzazione di questa unconference: trovo che la formula sostanzialmente nuova – almeno per l’Italia – sia un buon viatico per il futuro.

Questo fatto – l’uso della tecnologia per semplificare la nostra vita lavorativa – mi fa venire in mente quel che Renato Beninatto ha detto questa mattina, ovvero che la machine translation è di fatto un alleato e non un nemico del traduttore.

Non ho potuto seguire tutti gli interventi, ma un’idea della giornata me la sono fatta. Così come ho un’idea abbastanza precisa di questo nostro mercato, che cercherò ora di illustrare.

Ho scritto qualche appunto, ma sostanzialmente vedo questo breve intervento come una chiacchierata a braccio. Questo anche perché ho preparato quest’intervento in pochissimo tempo, seguendo la legge di Parkinson esposta da Tim Ferriss, secondo la quale il lavoro si espande fino a riempire tutto il tempo disponibile per il suo completamento: e quindi minor tempo non vuol dire minor risultati, ma gli stessi risultati ottenuti in maniera più concentrata.

Quindi non sarò preciso come vorrei, ma sono comunque disponibile – molto disponibile – per scambi di pareri alla fine del discorso.

Dal mio ingresso in questo settore – 1996, in maniera assolutamente casuale (un Cigno nero – e vorrei invitare chi non abbia letto il libro di Nassim Taleb a farlo, magari come lettura sotto l’ombrellone – potrebbe aprire più di un occhio) – ho fatto tutti gli errori possibili e immaginabili, ma quel che ho capito subito è stato che il marketing era la chiave di tutto.

Il marketing, ovvero il mercato; e per me il mercato è una visione molto limpida. È uno dei miei primi ricordi a colori, una piazzetta della mia cittadina, le voci di chi comprava e vendeva, i colori e i suoni di quel mattino, il profumo degli aranci, il sole.

Il marketing, ovvero come rapportarsi come i clienti, i clienti potenziali, i concorrenti, le associazioni, i colleghi e così via: qualcosa di molto semplice, a ben vedere.

Ecco, il punto dolente dall’ottica del traduttore (e qui mi rivolgo soprattutto ai giovani) – quello che mi ha indotto al titolo di questo intervento – è proprio la considerazione che troppo spesso troppi traduttori dimenticano chi si trovano di fronte, si dimenticano di se stessi e del valore che possono offrire al cliente, dimenticano che vendere a poco non è conveniente, che è un atteggiamento che non ha futuro.

È chiaro che la tentazione a vendere a poco, a concedere sconti, è forte, perché magari ci si ritrova con tanto tempo, ottimi studi e nessun cliente “vero”: ma è un percorso suicida.

Non dico che sia facile, però chiedo scusa a chi mi ascolta e cito qui la mia esperienza. Vendetti le mie prime traduzioni a 14mila lire la cartella, ma in realtà solo perché spinto da un amico: io volevo chiederne 7mila – o almeno a questo mi spingeva il mio carattere umile, oltre che l’ignoranza – nel senso etimologico del termine – verso qualunque meccanica e conoscenza del settore.

Ma presto mi fu chiaro come stavano le cose, che le aziende pretendevano ma pagavano, che determinate lingue non le potevo pagare poco – semplicemente non c’erano traduttori disposti a lavorare a determinate cifre. Cito l’esempio del polacco: una traduttrice, che conobbi allora e con cui lavoro ancor oggi, che si rifiutava (giustamente, dico ora; ma allora non lo sapevo) di lavorare alle cifre che le avevo proposto.

Quindi da una parte potevo andare verso i prezzi bassi, ma mi è stato subito chiaro che non era una strategia valida sul lungo periodo.

Insomma le cose erano – e sono – semplici. Anche perché – rammento un’indagine citata da Renato Beninatto qualche anno fa e ricordata anche questa mattina – il prezzo è solo il terzo o il quarto fattore di decisione nel nostro settore, mentre fattori più critici sono il tempo, per esempio, il rispetto delle scadenze, il fatto che si offra una determinata lingua e così via.

Ma di più: se i prezzi sono alti, di solito il tuo servizio è percepito come eccellente – siamo umani, dopotutto. Non è bello da dire, ma spesso giudichiamo il vino dall’etichetta. Questo, però, vale solo alla condizione che il servizio offerto sia eccellente – altrimenti cade tutta la costruzione.

Tuttavia, un paio di settimane fa ho ricevuto una proposta di traduzioni a 2,5 – due virgola cinque – centesimi, da una persona che ha due lauree. Mi ha colpito talmente tanto che ne ho parlato nel mio blog. Io mi sento dispiaciuto per queste persone, che sicuramente sono preparatissime da un punto di vista tecnico ma non si rendono conto del danno che fanno a sé e ai colleghi.

Questo è un messaggio rivolto soprattutto a chi ha cominciato da poco, a chi comincia, a chi sta per cominciare: non svendetevi, sarebbe il vostro suicidio professionale. Un sistema può essere quello di lavorare in tandem con un traduttore professionista, cui lasciare buona parte – o anche l’intero – dei propri profitti iniziali, in cambio però di una revisione puntuale dei proprio lavori e di suggerimenti di mercato. È la classica win-win situation.

E mi sembra che non ci sia soluzione a questo problema. Insomma, chi si svenderà ci sarà sempre. Ma per vivere – bene – del proprio lavoro occorrono tra le altre cose, almeno queste due caratteristiche:

1. prezzi adeguati: e prezzi adeguati dall’inizio;

2. servizio eccellente: e con servizio non intendo la “semplice” traduzione, ma tutta l’assistenza di cui il cliente può avere bisogno: sia da una punto di vista informatico, che di fatture e così via.

E il risultato sarà un rapporto da pari a pari e non come questo:

È un disegnino – elementare ma assolutamente esplicativo, come le immutabili leggi del marketing – fatto da Renato Beninatto ad una presentazione alla conferenza ATA 2007 a San Francisco, dove l’uomo più grande (e sorridente) è il nostro cliente e l’omino piccolo (e triste) è ovviamente il traduttore.

Le cose sono semplici, non è il caso di farle molto complicate. Secondo me è più o meno tutto qui.

nov 07

Tre anni fa scrissi una recensione del libro di Daniel Gouadec per Language International, sito che aveva lo scopo di far rivivere i fasti dell’omonima rivista, punto di incontro nel nostro settore tra il 1988 e il 2002; ma purtroppo ebbe vita breve. Ripubblico allora qui quel pezzo.

Daniel Gouadec is a professor at the Université de Rennes 2 and a well-known author in our field (a list of his publications can be found here). His latest feat is Translation as a profession, an excellent overview of the translator’s job in the XXI century. Generally speaking, the perception of the translation profession in the eyes of the general public is that of a sort of Saint Jerome with a dusty dictionary (obviously on paper) in his/her hands. But nothing is more far from the truth, now that translation and IT have become more and more intertwined; and this book contributes to clearing up that misunderstanding.

The book is divided into six sections. The first analyzes the translation process, while the second describes the translation profession and the market. The third section is devoted to how to become a translator, and at which conditions this career is worth the effort. The fourth can be seen as the result of the previous section, looking at issues such as rates, productivity, quality, deadlines, certifications and so on. The fifth section describes the impact that IT has had on the profession. The final section concerns the training of translators.

The main merit of the book lies in its completeness. Professor Gouadec gives an in-depth view of the profession that is very useful for aspiring translators as a guide, and for actual translators to revisit and rethink their job. In some passages, the book may come across as too theoretical, but must be said that it is anything but simple to give precise data and indications in this field. Also, there are too many pointed and numbered lists that do not really make for a fluent read: there is for example a numbered list that describes the translation process (pages 57-83) 156 points long! Another flaw that, quite frankly, surprises the reader is the lack of a bibliography: the author quotes some sites, but the information would have been more complete and accurate with annotated references to books and articles on the subject.

Some specific concepts are worth noting. For example that “the translating profession has long been dominated by women. The reasons were economic (the relatively low rates were acceptable as a second income) and social (translation offered part-time opportunities and flexibility)” (p. 88): a good and plain explanation for a phenomenon that is the same everywhere you go. Or that “salaried employment in the translation industry tends to focus more and more on such activities as project management and language engineering” (p. 89): this is precisely what is happening in the industry today.

Rather theoretical but interesting is the difference between a broker and an agency: the first “simply buys and sells translations”, whereas the second “usually takes care of at least part of the translation process” (p. 96).

There is also the unfailing point that regards the prices that translators apply to their clients: “When it comes to tariff levels, translators all too often appear to be willing to dig their own graves” (p. 199).

There are some other concepts that are perhaps more arguable. For example:

- “Translation graduates are expected to be able to translate from two foreign languages into their mother tongue” (p. 89; emphasis is in the original); why two and not only one, or more than two, as may be the case for Nordic languages?

- “It must also be remembered that a translation company’s rates will always be higher than those of a freelance translator” (p. 123): this is not always true, in some cases a freelancer may charge higher than an agency for a specialized service;

- “Need it be said that the choice of premises and their location are all-important [...]. Also be wary that many clients (more especially those that bring in the major contracts) will, soon or late, drop by [...] and that major clients will be dismayed at the sight of substandard premises” (p. 184): this may have been true in the past, but in the current market rules have changed dramatically;

- “A good rule of thumb is that the normal pattern for freelancers is to aim to cut down their reliance on agency work from 50% the first year, to around 20% by the third year” (p. 190): it may be useful advice as a general rule, but the numbers depend on many factors. Just to name one, translators may want to concentrate on their translation duties, letting the agencies do the marketing efforts for them and be compensated for this.

All in all, this is an excellent overview of the translation profession, recommended especially for translators who are still new to the profession; however the price may be an obstacle to the circulation of the book.

Daniel Gouadec, Translation as a Profession, “Benjamins Translation Library”, volume 73, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, 2007, pages 396, ISBN 9789027216816, price EUR 110.00 (hardbound – ebook), EUR 36.00 (paperback), available here.

ott 31

Da tempo ho l’idea che ciò che scrivo sia, per quanto possibile, riunito in questo mio sito, perché ciò che è altrove può per vari motivi andare “disperso”. Inizio allora con oggi la ripubblicazione di miei vari interventi e articoli sul mondo della traduzione.

Il primo, Milwaukee non è Carrapipi, è un pezzo che scrissi nel 2006 per il blog di Nicola Poeta, inserito ovviamente col suo permesso e solo lievemente aggiornato per via dei link che nel frattempo sono cambiati, e che racconta di una delle tante esperienze che ho avuto a conferenze sul nostro mondo (il collegamento con l’attualità è dato dalla conferenza ATA testé terminata), esperienze che ricordo con piacere e gratitudine immensi e che conto di riprendere presto.

Come dice il giornalista Bobby Tanzilo, americano di quarta generazione che ha riscoperto l’Italia e l’italiano, lingua dei padri che nemmeno i genitori parlavano più (e, tra parentesi: curioso e denso di sviluppi l’incontro di un piemontese innamorato dell’America con un americano innamorato del Piemonte), Milwaukee viene spesso considerata dagli americani come la città di Happy Days, delle breweries e di poco altro ancora. Ma, forse – ho detto forse! – non è tutto qui.

Per pochi ma densi giorni (21-24 giugno 2006) questa città del Midwest ha infatti ospitato la quarta conferenza annuale della ALC, la Association of Language Companies di cui la nostra società fa parte, non a caso intitolata (autoironicamente?) Brewing Up a New Vision. In America esistono diverse associazioni che tutelano gli interessi delle aziende operanti nel settore dei servizi linguistici. Tra queste, la ALC è quella che più si addice a chi ha come obiettivo principale la crescita della propria azienda, perché se non bisogna mai perdere di vista l’oggetto del nostro lavoro – la parola scritta –, occorre allo stesso tempo essere consapevoli del fatto che qualunque azienda senza utili non ha futuro.

Tra gli interventi mi ha colpito (in negativo) quello – tipicamente yankee – di Walter Bond, un ex giocatore della NBA ora convertito a motivational speaker, che ha intrattenuto per oltre un’ora i partecipanti con un discorso che potremmo definire di carattere religioso ma senza la religione. Tra le attività richieste ai presenti: andare a stringere la mano, sorridendo, a tre perfetti sconosciuti dicendo loro: “No one can stop you but you!” Now figure this.

Ma non sono mancate le sessioni concrete e dense di significato: una presentazione di Teresa Marshall, Localization Manager di Google, ha messo in luce i criteri usati da questo motore di ricerca per la localizzazione dei suoi servizi, e le implicazioni che ciò può avere per chi opera nel nostro settore. Si è poi parlato di stato dell’arte nella tecnologia applicata alle traduzioni (tema che per noi riveste un’importanza strategica almeno pari all’aspetto linguistico – e allora come mai continuiamo a dirci che dovremmo diventare più esperti nell’uso di questo o quel programma, salvo poi rimandare e sperare che gli stessi comportamenti portino a risultati differenti?). Un seminario interessante è stato condotto sul family business: numerose aziende tra le presenti alla conferenza sono infatti gestite da membri della seconda generazione, e in alcuni casi anche dalla terza. A chiudere il cerchio il fatto che la relatrice, Donna Gray (be’, la foto ricorda un po’ troppo da vicino Mrs. Doubtfire), è di origine italiana.

Tutti i giorni della conferenza sono stati naturalmente accompagnati dall’attività tipica di questo genere di eventi: il networking. È molto interessante, e fruttuoso, conoscere colleghi nuovi o incontrarne dei vecchi, scambiare pareri sul settore e sull’attività, anche semplicemente bere una birra in compagnia. Ma il tema caldo per eccellenza di questo periodo è l’M&A, le fusioni e le acquisizioni. È in atto infatti un consolidamento nel settore delle traduzioni, per cui i grandi attori cercano di diventare ancora più grandi per non farsi raggiungere dai player medi. È pensabile che questo movimento continui ancora per un paio di anni almeno, fino a quando l’industria della traduzione non raggiungerà la stabilità (data, credo, dal fatto che non ci sarà più posto per new entries tra i big del settore).

L’ultima attività della conferenza non poteva essere che un MicroBrewery Tour – come dire che i luoghi comuni nascono pur sempre da un fondamento di realtà. O magari sarebbe il caso di chiedere a Luca Goldoni, autore di un magnifico (e purtroppo esauritissimo) Viaggio in provincia, spiegazioni su che cosa significa vivere in un luogo comune. Lui chiederebbe agli abitanti di Canicattì quale effetto fa vivere in un modo dire. E loro risponderebbero: “Ma che modo di dire, qui è un modo di esistere: mica siamo a Carrapipi”.

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