gen 16

Ho avuto a che fare nei giorni scorsi con due-tre fornitori differenti per servizi che in parte riguardavano Tesi & testi e in parte riguardavano me personalmente.

E mi sono reso conto che del divario che c’è, a volte, tra lo standard che io garantisco ai nostri clienti e lo standard che persone con esperienza limitata in un dato settore sono in grado di offrire. Mi sono reso conto di qualcosa che per me è difficile da capire perché è scontato: è scontato che io sia professionale, che consegni in tempo, che faccia dei preventivi precisi, che mandi le fatture quando è il momento e così via. Sono tutti quei piccoli aspetti che fanno una professione e che normalmente diamo per scontati.

Però quando ti accorgi che ci sono aziende, professionisti, piccoli imprenditori e così via che non hanno idea di che cosa voglia dire eccellenza nel servizio – o meglio, ne hanno un’idea molto differente rispetto a quella che potrebbe essere la nostra –, in quel momento allora ti rendi conto della differenza e del valore che ha quello che offri.

Il sugo di tutta la storia, quindi, è questo: puntiamo sempre e comunque all’eccellenza nel nostro servizio perché questa fa, fa, fa la differenza.

dic 12

L’8% del mio fatturato di quest’anno è andato in crediti che non verranno mai più riscossi. (Requiescant in pace.) Qualche altro punto percentuale è di clienti che ci marciano.

(Per me non sono perdite, preferisco considerarli soldi spesi nella mia formazione.)

Dicono le agenzie.

Un traduttore un giorno mi ha detto che avrei dovuto fare un fido per pagare le fatture in sospeso. Dal punto di vista etico-morale il ragionamento non fa una grinza. Allora io però dovrei dire la stessa cosa al mio cliente. E lui che fa? Ride. (Vallo a contattare, chi ci marcia: è in perenne riunione, un dinosauro nell’era digitale.) E io che faccio? (Certo, ho già abbandonato quel cliente ma intanto la fiducia c’era, il lavoro è stato fatto eccetera.)

Agenzie maledette.

Se le agenzie non avessero senso economico non esisterebbero. Ho superato i quindici anni di questo mestiere, mi sento quasi un veterano e sento sempre gli stessi discorsi. Ma alla fine mi sembra che tutto si risolva in poche parole: se sei un traduttore hai un’impresa, per quanto piccola, dunque accetti il rischio e il fatto che a volte le cose possano non andare come pianificato.

Puoi cambiare il mondo partendo dal tuo piccolo, ovvero non lavorando con chi non ti ispira fiducia. A volte sono scelte difficili, ma pagano (appunto) sul lungo periodo.

(Insomma: non sono le agenzie, sei tu. Fine.)

ago 01


Ho iniziato a usare Google+, ecco a seguire qualche mia considerazione sparsa.

1. In generale, il mondo del web sta diventando sempre più caotico. Ma forse non è nemmeno l’aggettivo giusto; diciamo che le regole fisse di prima continuano a cadere (è molto difficile, per esempio, definire un “libro”, oggi). Non so se è un bene oppure un male; propendo per la prima ipotesi, ma credo che comunque sia un dato di fatto e prima ci adeguiamo e meglio è.

2. L’interesse intorno a questo oggetto “misterioso” è molto grande. Lo deduco anche dal fatto che tanti amici hanno creato la loro pagina e messo la loro foto senza fare altro. Insomma stabiliamo la presenza, poi qualcosa succederà. Bene, secondo me; e poi il secondo logico passo sarà quello di cominciare ad utilizzarlo.

3. Utilizzarlo vuol dire necessariamente fare errori, come ho visto fare qualche giorno fa a Chris Guillebeau: e questo io lo trovo assolutamente positivo, perché fare errori significa salire nella curva dell’apprendimento e di conseguenza essere in posizione favorevole tra qualche tempo, quando altri staranno facendo i loro inevitabili errori per capire come diavolo funziona questo strumento.

4. Facebook. È curioso, ma l’avvento di Google+rende all’improvviso obsoleto e quasi superato Facebook, che fino a ieri era il social network per antonomasia. Sarà un bello scontro tra titani.

5. In conclusione non mi è ancora assolutamente chiaro come funzioni questo strumento: ma intanto ci sono, faccio le mie esperienze e così via. Il mio ovvio suggerimento è di provarlo ora per poi poter decidere con coscienza di causa se rimanervi (scommettiamo che accadrà?).

lug 25


Una chiacchierata sulla mia pagina Facebook ha portato a un commento di un amico, che mi chiedeva perché non inserisco le mie recensioni – che in effetti, negli anni, sono venute a costituire una discreta collezione – su Anobii.

La mia risposta è stata che ars longa, vita brevis. Ma poi ci ho riflettuto nei giorni seguenti e penso che la realtà sia più ampia e sfaccettata.

Il motivo fondamentale è messo bene in luce da Fabian Kruse:

As our lives extend into the digital realm, personal sovereignty becomes a question of more than just our minds and bodies. It becomes a question of data and the web, and a question of how to control it.

Il cloud computing è un’opportunità straordinaria che abbiamo, qualcosa di mai visto prima nella storia, ma i dati che in varie forme spargiamo sui vari social network, siti eccetera non sono mai davvero nostri.

A meno che non siano sui nostri siti. E FB, nonostante l’aria amichevole e invitante, non è “nostro”. Ecco perché, anche se scrivere è uno dei miei mestieri e non basta scrivere perché lo scritto viva, bisogna trovare un pubblico, preferisco controllare per quanto possibile ciò che elaboro. Ho meno lettori di quanti potrei averne, si capisce, ma questo sito è il contenitore nel bene e nel male dei miei pensieri.

E se la strategia (vincente, tanto di cappello) di FB è far fare tutto il lavoro agli utenti, e se anche non mi dispiace affatto collaborare con altri siti amici (come il Cambiamento, per fare un esempio tra tanti), considero FB come una grossa opportunità, solo da prendere con tutta la provvisorietà del caso, qualcosa che domani potrebbe benissimo non esserci più.

Al contrario, i dati che sono su questo sito – gli articoli, i commenti, i video, le foto eccetera – sono miei (possono essere copiati, certo, ma questo è un altro problema e comunque non evitabile), e mia è la responsabilità.

A parer mio questa è una strategia che chiunque sia interessato a scrivere per un pubblico, a scrivere qualcosa che rimanga nel tempo, che vada più in là dell’interesse del momento o di un giro di stagione, dovrebbe considerare.

giu 06


La scena si svolge verso le otto di sera di un venerdì qualunque, in un non-luogo come tanti della provincia italiana: un locale che vorrebbe chiamarsi ristorante in un centro commerciale, ma che mi dà più l’impressione di essere uno spazio in cui sei forzato ad entrare, pagare, consumare velocemente e uscire. Scene già viste.

Sono lì per caso (ovviamente), alla cassa davanti a me c’è una signora oltre la sessantina che ha preso un piatto di linguine alle zucchine e null’altro. Me la immagino vedova, che vive da sola, che ha problemi con i soldi e magari vorrebbe ogni tanto concedersi un piccolo extra come questo, ma aggiungere anche il costo di un acqua minerale sarebbe un problema. La capisco.

Dice alla cassiera di farle lo sconto perché ha la tessera, che però ha scordato a casa. La cassiera dice che senza tessera non è possibile. (Stiamo parlando di dodici centesimi di euro.)

“Mi chiami il direttore”, dice la signora. “Il direttore non c’è”, è la risposta, “sono io la responsabile questa sera”. Inizia una discussione vivace fatta di ego, di suppliche e di durezza. Il punto della cassiera è che deve seguire le regole. (Seguire le regole vorrebbe dire in questo caso perdere un cliente per dodici centesimi di euro – ma che razza di regola è?)

“Ma lei mi conosce”, dice la signora. “Sì, la conosco, ma non è questo”. A quel punto mi intrometto: “Ma se la conosce, allora è questo”.

Alla fine la cassiera le fa questo cacchio di sconto; ma rimane scontenta, perché pensa di non aver fatto la cosa giusta. La signora ha ottenuto quel che voleva, anche se sono sicuro che avrebbe volentieri fatto a meno di implorare uno sconto di dodici centesimi, se non fosse che la pensione eccetera.

Io penso soprattutto a chi stabilisce queste norme, e allargo il discorso. Dal punto di vista dell’efficienza la regola è corretta – non si fanno deroghe, così come non si fanno sconti nei supermercati – ma, al di là della questione “sociale”, dal punto di vista dell’efficacia questa norma è assolutamente deprecabile, perché instilla acredine nel personale e scontentezza nella clientela.

Il personale deve avere delle direttive precise cui attenersi, ma soprattutto la regola numero uno dovrebbe essere qualcosa del genere:

attieniti alle regole e fai ciò che è giusto, ma sentiti libero di derogare a qualunque direttiva quando il buonsenso ti dice di fare diversamente.

mar 21


No, dico, non è cosa da poco. Il concetto di lettura sta cambiando, e cambiando in maniera assai rapida. Da tempo rimando l’acquisto di un lettore di ebook, ma so che non potrò farlo indefinitamente. E allora penso a tutti i libri della mia libreria, fatti di pensieri di pensatori e autori con cui sono cresciuto, che hanno formato il Gianni di oggi, e li immagino da domani cedere tutti insieme mestamente il passo a un aggeggio dal peso di trecento grammi.

Non solo: ma penso anche che non leggerò mai più libri come La storia di Elsa Morante, ottocento pagine in corpo dieci che presero un paio di giorni del Gianni venticinquenne, in un’incantagione piena di fascino e con un senso intenso di letteratura che mi circondava. Ora mi spaventa la mole, l’ho portato da casa alla Piatta (la mia isola felice in mezzo ai boschi) ma anche là credo che rimarrà chiuso, una sorta di messaggio in bottiglia che nessuno leggerà più. Ahimè.

E per estensione mi viene in mente anche quanto scrisse Umberto Eco in Come si fa una tesi di laurea:

Sovente le fotocopie agiscono da alibi. Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l’azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l’impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. [...] Difendetevi dalla fotocopia: appena avutala, leggetela e annotatela subito.

Ho finito da poco di leggere un bel libro sul tema, Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, di Nicholas Carr. L’autore non dà giudizi, ma cerca di presentare la situazione che abbiamo dinnanzi a noi nella maniera il più possibile obiettiva. E mi è venuto in mente un altro paio di libri letti anni fa su temi molto simili: Giuliano da Empoli, Overdose. La società dell’informazione eccessiva e Gabriel Zaid, So Many Books. Reading and Publishing in an Age of Abundance. Evidentemente è un problema che sento da tempo. Ed evidentemente non sono solo in questo disagio.

Ho sottolineato anche (cosa sarebbe leggere un libro senza la compagnia di un evidenziatore?) un passo del libro di Carr che mi ricorda Il Cigno nero:

Il flusso pressoché continuo di informazione che si riversa dal Web fa leva anche sulla nostra tendenza naturale a “sopravvalutare largamente quello che ci succede proprio adesso“, come spiega lo psicologo dello Union College Christopher Chabris. Desideriamo ardentemente il nuovo anche quando sappiamo che “il nuovo è molto più spesso banale che essenziale”.

Adoro la tecnologia e i benefici che porta – anche se credo, con Fabian Kruse, di non aver bisogno di un iPhone per essere felice –, ma sono un poco confuso. Non dico né credo che la situazione di oggi sia peggio di quella di ieri relativamente alla lettura e all’articolazione del pensiero, solo che sono un po’ confuso.

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gen 31

Desidero condividere con i miei venticinque lettori alcuni trucchi che utilizzo da tempo e che trovo assolutamente geniali sulla strada dell’efficacia. (Rubando le parole a Tim Ferriss, vorrei comunque che fosse chiaro che io non sono l’esperto, sono solo l’esploratore e la guida.)

1. Non tenere più di due schede aperte in contemporanea nel tuo browser: ci sono mille cose che ci interessano, mille spunti di lavoro e di cazzeggio eccetera, ma non c’è tempo per tutto e non è efficace inseguire qualunque cosa.

2. Svuota completamente la tua casella di posta in arrivo ogni sera. Sì, è un’idea che può dare qualche brivido ma hai capito bene: completamente e ogni sera. Alla fine della giornata ogni mail in arrivo deve essere andata verso la sua destinazione: lavorata, archiviata (il meno possibile) o cestinata (il più possibile). E per portare questa semplificazione all’estremo suggerisco questo post di Tim Ferriss. Sono consigli pratici per delegare la gestione delle proprie caselle email non a qualcuno che ti imiti, ma che pensi come te. La logica è che più i processi sono definiti e più le cose inutili sono eliminate, più semplice sarà delegare una questione che in apparenza è delicata (in quanto connessa direttamente alla persona), ma che di fatto è un processo come tanti altri.

3. La risposta a qualunque mail più efficace che conosco è composta di due parole: “Got it”. È inutile andarsi a impegolare in salamelecchi, spiegazioni e controspiegazioni. Ho capito. That’s it.

ott 28

Grazie ad una intervista con Chris Guillebeau, il mio principale mentore di questo periodo, sono arrivato a questo post di John Unger, poliedrico artista americano.

Ci sono un paio di passaggi che mi hanno colpito. Uno dell’intervista:

It takes some faith, courage or self-confidence to walk through a fire, sure. But you decide to keep going, and then you figure out how.

(Ed è fantastico trovarsi in mezzo al fuoco e – a patto che la passione ci guidi – scoprire che non è poi la fine del mondo.)

E uno del post:

The only way you can tell the difference between disaster and opportunity is to decide to make an opportunity out of every event.

(In sostanza: sei tu che decidi dove vuoi che vada la tua vita; o qualcun altro lo farà al posto tuo. Sei tu che scegli di imparare dagli errori, di migliorare te stesso, di essere autentico e aiutare gli altri.)

Chiosa Chris:

And good luck to all of you with your next disaster.

ott 19

Non dappertutto e non comunque, ma la cosiddetta crisi (che io continuo a non capire) ha colpito duro. Uno dei risultati, nel nostro settore, è che le grandi agenzie estere – quelle la cui struttura del lavoro è parcellizzata e molto ben organizzata – ne approfittano per dettare le condizioni ai “loro” traduttori.

Il loro discorso, in sostanza, è: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Nulla di nuovo, per carità: la novità è che l’economia va periodicamente e ciclicamente su e giù (ma non tutti se ne rendono conto) e che nuove leve si affacciano alla professione (e per loro è tutto nuovo).

La sostanza dietro alla sostanza, però è:

si può rifiutare il lavoro pagato male.

Perdere un cliente che paga poco non è una vera perdita: da un punto di vista economico è un guadagno. (Senza contare il beneficio altissimo che deriva dall’essere in controllo della situazione, dal poter depennare dall’elenco clienti un cliente che non porta benefici.)

Resistere si può – è un vantaggio.

mag 25

In questi giorni ho aggiornato il mio profilo su LinkedIn. Faccio sempre del mio meglio per scrivere in inglese, ma gli errori – si capisce – occorrono. Avevo scritto di essere appena ritornato dalla conferenza ALC di Austin, “where he speaked [sic] on May 16″.

Non erano passate tre ore che un mio amico mi fa notare l’errore. Correggo, rosso per la vergogna; però poi penso a Jeff Howe e al concetto di crowdsourcing, e mi sento subito meglio.

Già, non sono obbligato a sapere tutto. E allora mi viene in mente un jingle di Yahoo! dei tempi della new economy: It’s a pretty good time to be alive.

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