apr 30

La vita scorre a rivoli. Ciascuno insegue i propri sogni, le proprie leopardiane fòle, fa quel che può e le ricette universali non esistono.

Ma c’è il sistema per battere il sistema? O il banco vince sempre?

Io parlo per me, dal cuore del miracolo per così dire; e anche se so perfettamente che quel che ho fatto e faccio io non serve a nessuno se non a me, lo dirò ugualmente. “Perché ci sei tu a leggermi”, per dirla alla Zu. È un messaggio in bottiglia: se arriverà, ignoro. (Ma scrivo comunque per i felici pochi di morantiana memoria.)

Simone Perotti è andato ben oltre il downshifting che l’ha reso famoso:

In gioco non c’è il denaro, il lavoro, la casa, i luoghi. [...] E’ vivere fuori dal contesto, fuori da molte delle regole, fuori dal quel peso sul cuore, quello là che senti stasera addosso, fuori dalle convenzioni, da dialoghi senza senso.

Siamo coetanei, apparteniamo alla generazione fortunata dei quarantenni di oggi. Non sono mai stato così pieno di vita dentro di me, i progetti di lavoro le bambine il golf il piemontese eccetera ad libitum. Sono fortunato e lo so, lo dico ad ogni pie’ sospinto.

Ma tutto questo non basta. Io voglio andare oltre, mangiarmi una collina, questa generazione e quella dopo di me, voglio lasciare traccia del mio passaggio nel mondo.

Nel mio mondo, almeno. (Lascio perdere tutto ciò su cui non posso influire, il mondo andrà avanti lo stesso. E chissenefrega.) E qui entra il gioco il cambiamento.

Il cambiamento, lo scorrere del tempo e delle cose intorno a me. Tutto cambia, io cambio. Io cambio e in questo cambiamento batto il sistema. Il banco non ha vinto, non con me.

apr 09

Eh.

Questi giorni di vacanza sono stati un momento di immersione nelle mie montagne, queste montagne scabre che han fatto il mio corpo.

Qui perdi i riferimenti, le abitudini: la natura è l’universo mondo, fine. Il mondo è qualcosa di lontano, scrivere non sembra nemmeno più necessario. Ho lasciato che le sensazioni e non i pensieri dominassero – in maniera naturale, appunto – le giornate.

La colazione, uno dei momenti più gioiosi e pieni di significato – i cibi qui hanno un sapore differente, non c’è dubbio.

Le passeggiate, naturalmente, la scoperta di luoghi abbandonati, borgate intere e poi – nel bel mezzo del bosco – un signore che, seduto di fronte a casa sua, legge il giornale. Solitario, tranquillo, soddisfatto.

(Quand’è successo che tutte quelle persone, schiere di persone, sono state costrette ad abbandonare luoghi come questi?)

Le fotografie renderebbero forse meglio l’idea? Io penso a Calvino e al “Come osi paragonare un’immagine alla parola scritta” e mi sembra tutto chiaro. Le immagini non spiegherebbero le sensazioni, no.

I giochi, i compiti, la lettura, i momenti conviviali. Le notti così calme e serene, il silenzio assordante. E poi svegliarsi la mattina presto per caso e trovare solo per me uno spettacolo impressionante: il cielo limpido e la luna piena, tramontante sulle montagne innevate. Intorno a me il canto infinito degli uccelli. No, un’immagine non potrebbe spiegare queste sensazioni.

mar 19


Un mio cugino, mente scientifica e razionale, da ragazzino – quarant’anni fa circa – era frustrato perché voleva inventare delle cose ma disse che non poteva, perché tutto era già stato inventato.

E forse quando tutto è stato fatto è proprio il momento in cui tutto è da fare. E dal punto di vista della scrittura tecnica ci sono nuove frontiere da esplorare: questo sito ne è un esempio.

Interessanti anche i pensieri di Ray Kurzweil.

A me pare una strada percorribile perché spesso, quando scrivo articoli, mi rendo conto che devo fare ricerche già fatte, sto ripetendo concetti già espressi altrove eccetera. Allora l’idea che una macchina faccia il lavoro sporco al posto mio non mi sembra tanto peregrina.

Non che sostituisca il mio cervello né le sensazioni che posso esprimere, ma che prepari e faciliti il lavoro. Non diversamente da quello che può fare un programma di videoscrittura rispetto ad una macchina da scrivere, o un CAT rispetto alla memoria di un traduttore: concetti che oggi diamo per scontati e – di fatto – superati.

Insomma credo che ci sia molto da fare, e che la tecnologia – se usata bene, e questo è un punto cruciale – serva a migliorare il nostro lavoro, a renderlo più interessante e nel contempo a snellirlo, a lasciarci più tempo per ciò che conta davvero per noi.

gen 09


Quante parole servono per far vedere che sei un professionista?

Poche, molto poche, pochissime. Sto rivedendo il nostro sito e il mio compito principale non è fare il copy o l’editor, ma il taglialegna. Disboscare, sfrondare, tagliare, tagliare ancora.

Il mercato è libero, è pacifico che chi viene da me si è fatto o farà un’idea dell’offerta andando da altri fornitori. Quando sei un professionista non servono tante parole. Quello che fai parla molto più forte di quello che dici.

È come nella psicologia sportiva: lo psicologo non racconta la rava e la fava, dice semplicemente quelle pochissime (ma essenziali) parole che fanno scattare qualcosa nella mente dell’atleta e portano alla performance eccellente.

La vendita è una performance. Scrivere un preventivo è una performance. I punti di contatto sono moltissimi. Un venditore deve essere gentile, rispettoso e disponibile ma non ossequioso, non deve ignorare la realtà dei fatti. Deve andare dritto al punto. Non c’è tempo per tutto.

Poche parole. Giuste, mirate, precise e in tempo. That’s it.

gen 02

Ho ripassato
le epoche
della mia vita

(Giuseppe Ungaretti, I fiumi)

Un tempo guardavo con religioso scrupolo il passaggio d’anno. Ricordo che inorridii, avrò avuto dieci anni o che, quando una mia cugina mi disse che sarebbe andata a dormire normalmente la sera del 31 dicembre, prima di mezzanotte. Dentro la mia testa quest’idea non trovava posto.

Ora non sento necessità di fare bilanci e programmi in questo periodo (ovvero, la sento in maniera continuativa e non legata al cambio d’anno); ma parlerò comunque di questo blog.

Questo è il post numero 150 – casuale coincidenza. Cinquantadue tra questi sono stati pubblicati nel 2011, uno per ciascun lunedì dell’anno. Era un obiettivo che mi ero dato, l’ho raggiunto. Lo stesso per GoPiedmont al mercoledì e per Campo pratica al venerdì.

Dei contenuti non so giudicare, ma questo mio diario pubblico è diventato una sorta di amico per me. Non solo un luogo di confronto e discussione, ma anche un oggetto che – in quanto pubblico – non mi appartiene più. Ovvero penso che gli articoli che si trovano qui non sono miei, ma sono di tutti, perché a tante persone, a tanti blog, a tanti libri eccetera devo gli spunti che hanno composto col tempo questo luogo. Insomma considero questo work in progress un “bene pubblico”.

I temi: guardando indietro, mi rendo conto dei cambiamenti intervenuti in me. Quest’anno continuerò a parlare di traduzioni e di filosofia spicciola, gli argomenti nei quali mi sento preparato. E poi capiteranno dei fatti meravigliosi che ora ignoro, ci saranno dei problemi ma sarà un bel viaggio come fantastico è stato l’anno testé chiuso.

Ai miei venticinque lettori, i “felici pochi”, un grazie sincero per aver trovato il tempo di leggere queste note: la lettura, i commenti, le mail e le telefonate che seguono i post sono molto preziosi, mi arricchiscono e mi fanno più consapevole.

dic 19


… o forse tre. (La mia vita 2.0 era iniziata due anni prima, nel 2008, e prima con meraviglia e poi con sempre maggior decisione ho sperimentato su di me i cambiamenti.)

Esattamente un anno fa facevo qui la cronaca dell’edizione del mio ultimo libro. Oggi voglio tentare un bilancio (provvisorio), vedere come quel libro ha influito su di me e – sperabilmente – su altri.

L’idea di fondo è che tu sei l’artefice del tuo destino, e che solo tu puoi decidere che cosa è giusto oppure no per te. (Non sempre ci riusciamo, ovvio.)

Soprattutto, per cambiare – cambiare davvero – ti deve essere chiaro che vuoi cambiare. Sembra una tautologia ma non lo è: non esiste un cambiamento generico, ma solo un cambiamento preciso che nasce da una precisa volontà interna.

Ecco, questo mio entusiasmo a volte ingenuo è allo stesso tempo contagioso, qua e là. Alla fine, si semina “solo” per i felici pochi di morantiana memoria. Mi piacerebbe, ma non posso contare sul fatto che il cambiamento sia generale, dobbiamo sempre basarci sul fatto che la maggior parte delle persone si limiterà a dire qualcosa come “bello”, con un sospiro aggiungendo “beato te che te lo puoi permettere…”, e poi ritornerà alle azioni abituali, sperando che portino a risultati diversi.

(Tu non sarai tra quelli, voglio ben sperare.)

È un progetto imperfetto e migliorabile, con i suoi grossi limiti (per fortuna). Ma si va avanti, un po’ di tempo c’è ancora. E, per dirla con Chris Guillebeau,

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

ott 17

Il mio post della scorsa settimana, dove denunciavo una crisi di liquidità in cui sono passato nei mesi scorsi, ha portato ad una serie di commenti. Me lo aspettavo, sono temi su cui tutti siamo sensibili e su cui tutti abbiamo un’opinione.

Alcuni tra questi prospettavano la possibilità di cambiare mestiere, di cambiare settore, di cambiare forse anche vita. A mio modo di vedere però, in questo caso il cambiamento non è una soluzione. Voglio dire, io sono assolutamente a favore del cambiamento in sé – le nostre vite le conosciamo già, se non ci danno soddisfazione è proprio il caso che facciamo gli aggiustamenti e/o le rivoluzioni che sono necessari –, ma andiamo a scontrarci con un problema molto più ampio: il lavoro scarseggia dappertutto.

Ci sono troppi avvocati e ci sono troppi maestri di golf, proprio come ci sono troppi traduttori. La società liquida, nel bene e nel male. Possiamo forse sognare di fare il cassiere o la cassiera in un supermercato, ma anche riuscendoci non è detto che questo migliori la nostra condizione. Quante persone lavorano in un call center a 800 euro al mese?

Siamo alle soglie di un cambiamento epocale, è meglio essere preparati. Il problema è che purtroppo non sappiamo come prepararci, mi sa.

Io non ho soluzioni, però per il mio ultimo libro ho fatto molte ricerche, e quantomeno posso dire di avere un quadro della situazione, di essere informato a sufficienza su come vari pensatori e blogger immaginano delle soluzioni possibili.

(Io ho trovato la soluzione – provvisoria e imperfetta, come tutte le cose della vita: ma funziona – per me e per la mia famiglia, anche se ben pochi mi credono. “Io non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida”, per dirla con Tim Ferriss. Posso indicare una strada.)

Da un punto di vista economico possiamo agire sulle uscite e sulle entrate. Sulle uscite trovo vincente il sistema di Simone Perotti, sulle entrate quello di Tim Ferriss.

In poche parole, Simone dice che possiamo togliere tantissimo dalle nostre vite – affitti stellari, automobili di lusso, vacanze e gadget inutili e così via – ed essere ugualmente felici ma battendo il sistema, perché non avremo più bisogno di lavorare allo sfinimento per vivere come ci piace.

In poche parole, Tim dice che creandoti la tua musa libererai il tuo tempo. Una musa è un sistema che lavora per te: sfruttando automazione e informatica lavora anche quando non ci sei. Tipicamente un sito (ma è solo un esempio). Come arrivare a ciò? Naturalmente provando e riprovando, pensando e ripensando. Mettendo in conto almeno tre anni se parti da zero.

Quel che ho fatto io, nel mio modesto piccolo, è proprio questo: Tesi & testi è la mia musa, lavora anche quando non ci sono io, mi dà un reddito e così via.

Ovviamente ciascuno declinerà queste teorie nella sua pratica. Ma io dico che ciascuno può avere la sua musa, a condizione che:
1) lo voglia veramente (la parte più difficile);
2) compia i passi necessari, a partire da adesso;
3) aspetti il tempo debito.

(La ricetta per il pane non è differente, a ben vedere.)

set 12


Frauke è ormai una sorta di istituzione presso i traduttori italiani: le sue riflessioni lucide, precise e disincantate accompagnano da anni questo mondo. Ma al di là della difesa della categoria, che ho sempre apprezzato, mi piace in lei la sua vita piena, la sua visione che va al di là del lavoro. Le ho chiesto di scrivere qualcosa sul suo downshifting: ecco qui le sue considerazioni.

Verso metà estate ho avuto uno di quei malori che ti dicono: “O ti fermi, o io ti mando all’ospedale a rallentare”. L’indomani ho iniziato a rispondere a tutte le richieste di lavoro che ero in ferie fino a una data ancora da stabilire.

Ho dormito, soprattutto. E mi si sono chiarite le idee. Voglio lavorare, vivere, sentendomi in ferie, come se non avessi bisogno di soldi, pur sapendo che ne ho bisogno. Quindi, nel paradosso.

Di conseguenza, sono in ferie ad oltranza. Scrivo dei racconti per Italia Magia, un sito per chi si vuole saziare di viste microscopiche sulla realtà italiana e su quella della mia vita nell’Amiata in particolare. Credo in questo progetto, perché racconto e scrivo dopo essermi divertita a chiacchierare con la gente.

Durante l’inverno avevo ripreso a lavorare con la lana e la stoffa. Ho finito tutti i lavori a punto croce che non ero “riuscita” a finire in venti anni. Poi ho iniziato a sperimentare. Il contatto con i materiali, la vista dei colori e la fantasia per combinarli in un risultato tangibile fanno da contrappeso al lavoro mentale richiesto dai racconti e dalle traduzioni. È una vecchia passione di famiglia che ora abbino ad un’altra, quella del recupero e che, forse, tramuterò in una piccola fonte di guadagno.

Trattare con i clienti delle traduzioni come se non avessi bisogno di soldi si è rivelato uno spasso. Niente più stress. Se accettano bene, se non accettano è uguale, perché io continuo a godermi le ferie.

Mi sono resa conto che la “dipendenza” causata dal “bisogno di soldi” mi trascinava in direzioni che non erano le mie. Il bivio mi si è rivelato con i sintomi di uno stress eccessivo. Non ho avuto dubbi, vedendo la mia strada.

La mia passione per il potere comunicativo della traduzione non ha smesso di esistere, ma seguirà la mia strada, su cui lavorerò a condizioni che renderanno sereni me e il tempo che vi dedicherò. Il mio tempo, che non ha prezzo.

ago 29

Venerdì sera, arrivato alla Piatta dopo un paio di giorni di assenza, a sole tramontato mi sono reso conto che la stagione stava cambiando. “Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate”, scriveva Pavese. Insomma l’aria era frizzantina, il che mi fa pensare anche a quel che dice Luca Goldoni, che è questo il periodo dell’anno in cui ci si accorge di avere un anno in più, tra rientri dalle vacanze, inizio del lavoro, della scuola dei figli eccetera.

Ora, naturalmente le vite di oggi sono certamente meno regolate e incanalate – soprattutto per quanto riguarda il lavoro – rispetto agli anni Ottanta quando quella frase è stata scritta; ma l’intuizione è corretta. In più, poiché per accidente – essendo nato quando l’estate finisce – le due cose per me coincidono, mi sono messo a pensare a quel che voglio fare ancora. (Non a ciò che ho già fatto, perché non mi interessa molto.)

Mi godo i miei ultimi giorni da quarantatreenne e questi giorni di estate. Tornerò presto a parlare qui di traduzioni e di marketing. La vita si ristrutturerà a breve tra sveglie, bambine a scuola, ufficio eccetera. Strutturare il tempo di veglia è importante per chiunque, e vagabondare per i boschi è bello ma altrettanto interessanti ed essenziali sono i ritorni al punto di partenza, soprattutto per vederlo con occhi nuovi e più consapevoli.

Ecco, anche questo retour au bercail sarà affascinante. Lascerò dietro di me delle cose e ne ritroverò altre, ma soprattutto avrò delle esperienze e dei pensieri in più da portare con me. Arriverò ai quarantaquattro con curiosità e voglia di fare e di vedere, di capire che cosa c’è da fare ancora.

ago 22

Le tecniche si imparano. A lavorare di meno e meglio si impara (volendolo). Tim Ferriss c’è, e con pochi euro si può comprare il suo libro. Seguirlo su Twitter o sul suo blog è peraltro gratuito.

E lui è “solo” uno dei tanti “guru” – risorse del genere sono vastissime. Libere, immediate, gratuite, a disposizione di tutti.

Ma quel che non si può imparare, né tantomeno insegnare, è la passione. La passione. Passione, che parola magica! La passione, ovvero il desiderio bruciante di fare determinate cose solo perché sì, e per nessun altro motivo.

Solo perché sì, solo perché l’hai deciso. Solo per esprimere al massimo il tuo potenziale.

Non ci sarà mai una risposta esauriente e definitiva alla domanda (fondamentale) “che cosa ci faccio qui?”; ma ciononostante le nostre passioni saranno un tentativo di risposta – imperfetto, umano e bellissimo – nella maniera più ampia, precisa e accurata possibile.

La passione che ti guida verso attività autoteliche, ovvero che trovano in se stesse lo scopo del loro esistere, e per questo motivo ti danno benessere, gioia, felicità.

Quindi: quali sono le tue attività che pratichi con regolarità e che puoi definire autoteliche? Qual è la radice della tua passione? Qual è la tua passione?

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