gen 28

Lo spunto per questo post, della traduttrice Gabriella Gentile, è nato da un suo recente commento ad un mio vecchio articolo.

Ma il tema delle tariffe, si sa, è annoso e imperituro; e poi tocca ovviamente chiunque lavori per proprio conto. Ho chiesto allora a Gabriella di elaborare il suo pensiero sul tema. Il risultato è qui a seguire.

Enter Gabriella.

Lettera d’incarico, impegno, ricerche terminologiche, finalmente la consegna e la fattura: “siamo spiacenti ma il cliente ha limitato ulteriormente il budget e possiamo offrirle soltanto 0,05 centesimi a parola”.

La professione del traduttore, perché di professione si tratta, è oggi persa nell’ambiguità di un mercato in cui le agenzie cattive sono molte di più di quelle buone, in cui le tariffe da fame (inferiori rispetto agli anni precedenti) sembrano essere diventate uno standard di mercato.

Pensandoci su, come può essere possibile che negli anni le tariffe si abbassino invece di aumentare? È evidente che qualcosa non va. Medici, ingegneri e avvocati, hanno adeguato le tariffe al costo della vita così come sono aumentati i prezzi di beni e servizi e tutti pagano senza storcere il muso. Per le traduzioni però, sembra sempre che ci sia una certa difficoltà. A volte sono gli stessi traduttori (o presunti tali) che si svendono diventando pane per i denti delle agenzie a basso costo che promettono servizi accurati in 24 ore. L’agenzia ci guadagna e il presunto traduttore racimola, a fatica, un misero compenso che non garantisce nemmeno la sopravvivenza. A guardarli in cagnesco ci sono i traduttori professionisti, quelli che hanno alle spalle una solida esperienza tanto che possono rifiutare progetti low budget e conquistare la fiducia di clienti prospect.

Ebbene, più che una questione di budget è una questione di strategia. In sostanza, il mercato delle traduzioni di oggi non è né in crisi né in declino, è semplicemente in trasformazione, c’è l’esigenza del tutto e subito e dell’iper tecnologico che può risultare fastidioso al traduttore old school e del tutto normale al traduttore matricola. In questo nuovo equilibrio, vanno forte le agenzie che offrono servizi in tempo reale e traduttori cat tool muniti che grazie a basi terminologiche ben guarnite, riescono a rispettare tempistiche fino a qualche anno fa inimmaginabili. Il mercato, ormai liberissimo, è diventato teatro di guerra di traduttori che hanno l’astuzia di stare al passo con i tempi e che sanno rivendere la loro esperienza ai clienti giusti. Ma l’imperativo deve rimanere sempre quello di non praticare mai tariffe basse per vincere sugli avversari perché questo oltre ad essere una falsa vittoria è un attentato alla professione.

E il budget? Il budget è quella sottile linea rossa che separa il prodotto scadente dal prodotto di qualità. Succede sempre che una cosa pagata poco dura anche poco, quindi un cliente finale che risparmia su una traduzione non avrà un testo ben tradotto, mentre un’agenzia che paga poco non saprà tenersi né il cliente né il traduttore e non solo per una questione di prezzi ma anche per la cattiva gestione del lavoro. Un traduttore professionista si guarda bene dal farsi rappresentare da agenzie di questo tipo. Se il lavoro è accurato, pulito, e veloce, posso fare un prezzo da professionista senza paura di chiedere troppo, esiste ancora chi chiede e pretende qualità.

Per concludere, il mercato delle traduzioni benché libero, è ormai in una fase in cui andrebbero istituiti nuovi standard con l’appoggio e la garanzia di istituzioni e associazioni di categoria rinnovate. Chi vive di questa professione deve mantenere un livello qualitativo alto offrendo servizi riservati a clienti che possono permettersi di pagarli. Le agenzie e i clienti giusti che pagano il giusto esistono, ma è necessario che diventino la regola e non l’eccezione.

apr 23

Non è vero che non c’è lavoro.

Il problema principale rimane quello di aiutare le imprese a sviluppare e rendere disponibili quei posti di lavoro latenti, che per un motivo o per l’altro rimangono lì, come frutti ormai maturi su un albero, e che se non colti per tempo finiscono irrimediabilmente per andare sprecati.

Non dispongo di una formazione specifica in economia, né mi intendo in modo particolare di mercato del lavoro. Mi limito a filtrare quello che vedo e sento attraverso la mia personale sensibilità e quella briciola di esperienza che mi viene da otto anni di attività nel settore dei servizi linguistici in qualità di traduttore di testi tecnici.

E mi rendo conto di certi asfissianti colli di bottiglia, che impediscono alle piccole attività di diventare un po’ meno piccole e – magari – consentire a qualcuna di queste di assumere dimensioni di medio calibro o – addirittura – diventare grande impresa.

Dal mio punto di vista, un sistema economico sano e fertile dovrebbe consentire anche a chi non ha particolari capitali a disposizione di far nascere e far crescere un’attività imprenditoriale.

Forse altrove questo discorso è possibile, oltre che incentivato. Sempre più spesso, invece, ho l’impressione che da noi si faccia di tutto per evitare che il piccolo diventi grande; oppure che non si faccia nulla, ottenendo gli stessi effetti.

Un esempio è l’enorme disparità delle aliquote contributive, del cui innalzamento si parla in queste settimane, tra chi opera come lavoratore autonomo (33% di contributi) e chi invece riesce ad operare come società (tra il 20% e il 24%). Ripeto, non ho particolare esperienza di come funzionino questi aspetti economici in altri paesi, ma l’impressione che ho del sistema italiano è che si faccia di tutto per non promuovere la formazione e la crescita delle micro imprese o del lavoro autonomo, affinché queste quote di mercato si liberino a vantaggio degli attori economici maggiori. Non sempre, però, il salto di categoria è possibile, e anche chi ci prova non sempre riesce a svilupparsi come vorrebbe e potrebbe, ma deve accontentarsi della sopravvivenza della propria attività.

Si tratta forse di un tentativo di creare forzatamente un modello composto da un numero ridotto di grandi imprese ed eliminare il modello all’italiana caratterizzato da un enorme numero di piccole attività a conduzione singola o familiare?

A questo si aggiunge il problema del costo, di questo lavoro rimasto inutilizzato. Per esperienza diretta, sono a conoscenza di almeno tre piccole attività commerciali e una artigianale i cui titolari avrebbero bisogno di un aiutante, talvolta part-time, in altri casi a tempo pieno.

In due casi si è scelto di cercare stagisti, per i costi inferiori. Negli altri, semplicemente, non si cerca nessuno, per il fatto che, fra costi del dipendente, inasprimento dei parametri degli studi di settore eccetera, il titolare non “ci starebbe dentro”.

Se il lavoro costasse meno alle imprese, avremmo quattro occupati in più, con contratti e tutele di buon livello. Invece, così abbiamo (forse) due stagisti che si uniranno al calderone degli sfruttati e alimenteranno i discorsi sull’imprenditore profittatore, e due posti di lavoro inutilizzati con due disoccupati in più.

Discorsi che ormai non servono più a nulla, vuoti, come le parolacce ripetute in sketch e gag da cabaret, il cui canovaccio è ormai trito e ritrito. Non fanno più ridere, non suscitano emozioni. Solo abitudine, prevedibilità, rassegnazione.

Un altro modo per tarpare le ali alla voglia di crescere. Per quel che mi riguarda, serve un’inversione di rotta. Il prima possibile.

ago 08

Quel semplice atto di prendere in mano Adesso basta di Simone Perotti mi ha portato, oltre a tanti pensieri da condividere, a conoscere diverse persone con cui mi sento affine per lo spirito che hanno verso le cose della vita.

Ylenia Bellantoni è una di queste persone. Bolognese, 34 anni, si è laureata presso la Scuola per Interpreti e Traduttori di Forlì. Ha lavorato come traduttrice e interprete sia da dipendente che da freelance, e al momento lavora in un’impresa che opera nel settore editoriale. Ama leggere e viaggiare, in particolare nei paesi nordici e nei paesi anglofoni (ultimo viaggio fatto: Australia dove ha pensato più volte di emigrare).

Mi ha subito colpito la sua maniera tranquilla e nello stesso tempo sicura di affrontare la vita. Le ho chiesto allora di scrivere un post per Brainfood, per dare a chi legge qualche spunto ulteriore nel terreno del downshifting. Qui a seguire i suoi pensieri (e grazie mille, Ylenia, per averli condivisi).

Io sono downshifter per natura: mi sono presa sin da ragazza del “tempo per me”, perdendone anche di prezioso in alcuni momenti. Ad esempio a vent’anni, quando si dovrebbe seminare per il futuro, io ho rallentato e mi sono presa il tempo necessario per capire chi ero e per fare le cose che desideravo.

Non sapevo allora che questo mio rallentare dai ritmi imposti da altri sarebbe stato chiamato “downshifting” un giorno, ho sempre visto tutti trottare come dei cavallini verso le mete sociali già prefissate senza perdere tempo. Il mondo corre veloce, ti impone dei ritmi esasperati, non aspetta il tempo della maturazione personale – tempo diverso per ciascuno di noi –, ti ha già travolto prima con i suoi cambi di scenario repentini.

Chi rallenta è perduto? Chissà. Di sicuro esce dal sistema, qualcuno riuscirà a rientrarci in modo diverso, magari facendo degli aggiustamenti positivi; altri ne vengono proprio espulsi definitivamente.

È un mondo liquido, scrive Zygmunt Bauman. Quando l’ho conosciuto mi ha augurato “una vita e un amore non liquidi”, un consiglio che cerco di tenere a mente ogni giorno. Non sono mai entrata nella spirale del consumismo e del dover apparire, sono una delle rare donne a cui non piace fare shopping, consumo pochissimo in generale, non ho la macchina per scelta, ho organizzato la mia vita in modo da andare a lavorare e fare tutte le cose a piedi o in bicicletta o con i mezzi pubblici. Amo la natura e i gatti da sempre, sono abituata a soffermarmi sulla poesia delle giornate, dal guardare gli animali nella campagna dal finestrino del treno al percorrere in bicicletta le strade medievali della mia città.

Il lato negativo di questa bella filosofia che perseguo è l’isolamento, per fortuna ho anche il marito che condivide con me la filosofia di vita, però facciamo un po’ fatica a trovare altri simili a noi, la scoperta di Simone Perotti e di tutti gli altri è stata davvero piacevole!

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