mag 14

Fatto: i traduttori in Italia sono troppi. (Sono troppi rispetto ai bisogni anche i notai, i panettieri e le auto, ma non divaghiamo.)

Fatto: ho pubblicato una richiesta – una RFP, per dirla in gergo tecnico – qualche giorno fa su Langit. Una ricerca specifica per un progetto specifico con dei requisiti precisi.

Fatto: la maggioranza delle offerte ricevute non ha potuto essere presa in considerazione. O per mancanza dei requisiti, o perché scritta in fretta, non accurata eccetera.

Redigere una proposta di lavoro, ovvero rispondere a un’offerta, è un lavoro preciso. Volumi interi sono stati scritti sull’argomento. (Tanti anni fa mi incantavano e affascinavano libri come questo, attraverso i quali è passata tanta parte della mia formazione relativa al marketing e alle vendite, e mi intimoriva un poco l’idea di quanto lavoro fosse necessario fare per conquistare il proprio pezzetto di mondo.)

Come spunto di riflessione, ecco qualche passo da non compiere.

1. Non mettersi nei panni dell’interlocutore. “Basta che vada sul mio sito, che scarichi questo e quello” eccetera.

2. Non fare ricerche prima di spedire. Chi è il mio interlocutore, quali esigenze ha? (Nello specifico: in rete c’è tutto del mio lavoro, bastano dieci minuti per capire qualcosa di più.)

3. Mandare proposte a casaccio. “Tanto spedire una mail costa poco”.

I miei venticinque lettori sono invitati a dire la loro e a continuare la lista.

apr 23

Non è vero che non c’è lavoro.

Il problema principale rimane quello di aiutare le imprese a sviluppare e rendere disponibili quei posti di lavoro latenti, che per un motivo o per l’altro rimangono lì, come frutti ormai maturi su un albero, e che se non colti per tempo finiscono irrimediabilmente per andare sprecati.

Non dispongo di una formazione specifica in economia, né mi intendo in modo particolare di mercato del lavoro. Mi limito a filtrare quello che vedo e sento attraverso la mia personale sensibilità e quella briciola di esperienza che mi viene da otto anni di attività nel settore dei servizi linguistici in qualità di traduttore di testi tecnici.

E mi rendo conto di certi asfissianti colli di bottiglia, che impediscono alle piccole attività di diventare un po’ meno piccole e – magari – consentire a qualcuna di queste di assumere dimensioni di medio calibro o – addirittura – diventare grande impresa.

Dal mio punto di vista, un sistema economico sano e fertile dovrebbe consentire anche a chi non ha particolari capitali a disposizione di far nascere e far crescere un’attività imprenditoriale.

Forse altrove questo discorso è possibile, oltre che incentivato. Sempre più spesso, invece, ho l’impressione che da noi si faccia di tutto per evitare che il piccolo diventi grande; oppure che non si faccia nulla, ottenendo gli stessi effetti.

Un esempio è l’enorme disparità delle aliquote contributive, del cui innalzamento si parla in queste settimane, tra chi opera come lavoratore autonomo (33% di contributi) e chi invece riesce ad operare come società (tra il 20% e il 24%). Ripeto, non ho particolare esperienza di come funzionino questi aspetti economici in altri paesi, ma l’impressione che ho del sistema italiano è che si faccia di tutto per non promuovere la formazione e la crescita delle micro imprese o del lavoro autonomo, affinché queste quote di mercato si liberino a vantaggio degli attori economici maggiori. Non sempre, però, il salto di categoria è possibile, e anche chi ci prova non sempre riesce a svilupparsi come vorrebbe e potrebbe, ma deve accontentarsi della sopravvivenza della propria attività.

Si tratta forse di un tentativo di creare forzatamente un modello composto da un numero ridotto di grandi imprese ed eliminare il modello all’italiana caratterizzato da un enorme numero di piccole attività a conduzione singola o familiare?

A questo si aggiunge il problema del costo, di questo lavoro rimasto inutilizzato. Per esperienza diretta, sono a conoscenza di almeno tre piccole attività commerciali e una artigianale i cui titolari avrebbero bisogno di un aiutante, talvolta part-time, in altri casi a tempo pieno.

In due casi si è scelto di cercare stagisti, per i costi inferiori. Negli altri, semplicemente, non si cerca nessuno, per il fatto che, fra costi del dipendente, inasprimento dei parametri degli studi di settore eccetera, il titolare non “ci starebbe dentro”.

Se il lavoro costasse meno alle imprese, avremmo quattro occupati in più, con contratti e tutele di buon livello. Invece, così abbiamo (forse) due stagisti che si uniranno al calderone degli sfruttati e alimenteranno i discorsi sull’imprenditore profittatore, e due posti di lavoro inutilizzati con due disoccupati in più.

Discorsi che ormai non servono più a nulla, vuoti, come le parolacce ripetute in sketch e gag da cabaret, il cui canovaccio è ormai trito e ritrito. Non fanno più ridere, non suscitano emozioni. Solo abitudine, prevedibilità, rassegnazione.

Un altro modo per tarpare le ali alla voglia di crescere. Per quel che mi riguarda, serve un’inversione di rotta. Il prima possibile.

apr 16


Dopo Milano, a corso terminato, la mia domanda a me stesso è stata: “Avrò consegnato abbastanza valore a chi ha speso dei soldi e del tempo per venirmi a sentire?” A giudicare dai feedback la risposta è positiva, ma rimane sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio, qualche dettaglio da aggiustare eccetera.

Qualche giorno fa ho sentito, non ricordo più da chi, un concetto del tipo “chi insegna ad un bravo allievo impara due volte”. Sì, alla fine l’essenza del trasmettere la conoscenza sta tutta nella conoscenza che di rimando se ne deriva.

Abbiamo parlato di marketing, naturalmente, di CAT, di fatture e quant’altro. Ho cercato di fare una panoramica il più possibile completa sulla professione. Già, perché l’idea fondante non è che il traduttore è bravissimo a tradurre e basta: no, il traduttore è bravissimo a tradurre e (almeno) bravo – molto bravo è meglio – a fare le fatture, negoziare, vendere e così via.

Un professionista è un professionista a tutto tondo, insomma. Questo è il concetto che abbiamo cercato di far passare.

Ma, come ha giustamente fatto notare una partecipante sabato, “perché io devo spendere dei soldi per dei concetti che, con la laurea che ho, dovrebbero essere dati per saputi?” Già, perché? Anch’io preferirei che non ci fosse il bisogno di seminari come il nostro: ma a giudicare dalla risposta del pubblico il bisogno c’è, e come!

Tanto abbiamo già fatto, tanto e ancora di più rimane ancora da fare. Infatti non è certamente finita qui. E lo dico con le parole di Chris Guillebeau:

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

mar 26

Ho finito di preparare – fatica e gioia si intrecciano, in questo mettere insieme parole e immagini – la giornata milanese del 14 aprile, in cui parleremo delle basi per la professione di traduttore: come entrare sul mercato, come farsi conoscere, come stabilire i propri prezzi e così via.

In più, parteciperanno anche Giuseppe Bonavia, commercialista esperto in materia di problematiche fiscali per traduttori, e Sandra Bertolini, presidentessa AITI. Personalmente adoro questi incontri in cui si condivide la conoscenza per ricavare delle indicazioni pratiche su che cosa fare, a partire dal momento preciso in cui l’incontro finisce, per lavorare non tanto dentro la propria attività ma sopra, nel senso di fare le mosse di marketing giuste, impiegare gli strumenti più utili ai propri scopi e così via.

Certo, poi ciascuno il lavoro proprio dovrà farlo da sé, e questa è la parte più difficile di tutte; ma capire bene prima che cosa occorre fare è meglio per risparmiare tanto tempo dopo.

Motivare, spingere all’azione è il mio compito principale in questi casi (“io non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida”, per dirla con Tim Ferriss). Dopo tanti anni mi sembra di aver fatto tutto, e che quindi tutto sia ancora da fare. Sento dentro di me tanta forza ed energia da trasmettere a chi mi ascolterà.

Obiettivo principale: contribuire a colmare quella grossa lacuna che esiste tra il mestiere e il mercato. Tantissimo resta ancora da fare, ma la direzione è questa.

gen 16

Ho avuto a che fare nei giorni scorsi con due-tre fornitori differenti per servizi che in parte riguardavano Tesi & testi e in parte riguardavano me personalmente.

E mi sono reso conto che del divario che c’è, a volte, tra lo standard che io garantisco ai nostri clienti e lo standard che persone con esperienza limitata in un dato settore sono in grado di offrire. Mi sono reso conto di qualcosa che per me è difficile da capire perché è scontato: è scontato che io sia professionale, che consegni in tempo, che faccia dei preventivi precisi, che mandi le fatture quando è il momento e così via. Sono tutti quei piccoli aspetti che fanno una professione e che normalmente diamo per scontati.

Però quando ti accorgi che ci sono aziende, professionisti, piccoli imprenditori e così via che non hanno idea di che cosa voglia dire eccellenza nel servizio – o meglio, ne hanno un’idea molto differente rispetto a quella che potrebbe essere la nostra –, in quel momento allora ti rendi conto della differenza e del valore che ha quello che offri.

Il sugo di tutta la storia, quindi, è questo: puntiamo sempre e comunque all’eccellenza nel nostro servizio perché questa fa, fa, fa la differenza.

dic 26


Il titolo di questo post riprende il mio intervento di martedì scorso presso l’agenzia formativa Tuttoeuropa. Qui voglio fare qualche considerazione a margine.

Il pubblico, ragazzi che – ahimè – potrebbero quasi essere miei figli (note to self: Gianni, senti per caso il peso del tempo che passa?), era molto attento. L’impressione è che si siano trovati un po’ spiazzati a sentire parlare di marketing e informatica e non di lingua o traduzione. Ho cercato di instillare più volte in loro l’idea della vendita di un prodotto o servizio, del fatto che il marketing è alla base di tutto nel mondo del lavoro, del fatto che “qualità” è una parola vuota di significato eccetera.

Perché la vostra, ragazzi, è la generazione del troppo di tutto: ma voi avete i mezzi per farvi valere. Fatevi valere.

Come sempre, conto di aver parlato per i felici pochi; ma credo che qualcuno tra i presenti abbia colto i problemi che ci sono, e soprattutto le opportunità che si nascondono dietro di essi.

Personalmente mi sono divertito – se così si può dire –, mi sentivo perfettamente a mio agio, perfettamente in the flow e questo ha certamente giovato allo scorrere dei concetti.

I ragazzi, stando al feedback che ho ricevuto, hanno apprezzato. Ora non resta (a chi è seriamente intenzionato ad avere successo) che proseguire sul percorso iniziato. It’s a tough world, out there; ma bando alle scuse, chi vuole arrivare lontano è bene che parta per tempo.

dic 12

L’8% del mio fatturato di quest’anno è andato in crediti che non verranno mai più riscossi. (Requiescant in pace.) Qualche altro punto percentuale è di clienti che ci marciano.

(Per me non sono perdite, preferisco considerarli soldi spesi nella mia formazione.)

Dicono le agenzie.

Un traduttore un giorno mi ha detto che avrei dovuto fare un fido per pagare le fatture in sospeso. Dal punto di vista etico-morale il ragionamento non fa una grinza. Allora io però dovrei dire la stessa cosa al mio cliente. E lui che fa? Ride. (Vallo a contattare, chi ci marcia: è in perenne riunione, un dinosauro nell’era digitale.) E io che faccio? (Certo, ho già abbandonato quel cliente ma intanto la fiducia c’era, il lavoro è stato fatto eccetera.)

Agenzie maledette.

Se le agenzie non avessero senso economico non esisterebbero. Ho superato i quindici anni di questo mestiere, mi sento quasi un veterano e sento sempre gli stessi discorsi. Ma alla fine mi sembra che tutto si risolva in poche parole: se sei un traduttore hai un’impresa, per quanto piccola, dunque accetti il rischio e il fatto che a volte le cose possano non andare come pianificato.

Puoi cambiare il mondo partendo dal tuo piccolo, ovvero non lavorando con chi non ti ispira fiducia. A volte sono scelte difficili, ma pagano (appunto) sul lungo periodo.

(Insomma: non sono le agenzie, sei tu. Fine.)

gen 10

Ho conosciuto Sabrina Tursi per caso. Abbiamo iniziato a parlare di progetti comuni, che sperabilmente avranno sviluppi di cui darò conto a breve.

Per intanto segnalo un seminario organizzato da lei, che si terrà a Milano il 12 febbraio: Gli adempimenti fiscali del traduttore/interprete professionale. Qui c’è il programma completo.

E lo segnalo perché tradizionalmente i traduttori non hanno (in genere) un buon rapporto con i numeri. E invece essere traduttori vuol dire essere imprenditori; ed essere imprenditori vuol dire capire i numeri, amarli anche, comunque rispettarli. Allora sapere quali sono le strade che si possono percorrere per dare alla propria micro-impresa un senso (in buona sostanza, per non lasciare sul tavolo più soldi del necessario) è importante, anzi fondamentale. E questo seminario va precisamente in quella direzione.

Tra l’altro, l’educazione ai numeri parte da lontano, idealmente dai nostri figli, come ci segnala magistralmente Cameron Herold in questa presentazione al TED.

Altro punto debole, di cui non mi stancherò mai di parlare: il marketing. Il marketing (meglio, il soft marketing) non concerne i numeri ma fa parte di quei requisiti estranei alla professione in senso stretto ma assolutamente necessari per esserne dei vincenti.

E aggiungo che, soprattutto in tempi di cosiddetta crisi, investire in formazione è una delle mosse più sagge che si possano fare pensando al futuro a medio e lungo termine della propria micro-impresa – dunque di se stessi.

Quindi ben vengano opportunità come questa: più il traduttore vedrà se stesso come un professionista completo, in grado di offrire soluzioni e non “semplici” traduzioni, più il servizio fornito verrà percepito come fondamentale. Un’industria che diventa adulta è un bene prezioso per tutti.

mar 10

Ovvero: buona parte di quello che so del mio mestiere non l’ho imparato a scuola

Danielle LaPorte non ha certo bisogno di presentazioni. Mi ha colpito un suo recente post, un elenco di errori che sarebbero da evitare ma che, se commessi, sono una manna perché insegnano molto sul proprio lavoro e soprattutto su di sé.

Mi sono ritrovato in molti di essi, e in particolare nel numero 3 (Got a workspace too soon), perché in quelle righe mi è sembrato di ripercorrere l’intera storia logistica di Tesi & testi.

Il mio primo ufficio era una stanza di 15 metri quadri circa e col bagno in cortile (era il 1995 – nel 1940 non ero ancora nato): lì comunque ho posto le basi per il futuro, ho avuto intuizioni che mi piace definire brillanti e ho provato emozioni intense riguardo alla mia creaturina di allora. (Come ad esempio la gioia di possedere un vero fax.)

Poi nel 1997 capii – meglio, credetti di capire – che un imprenditore deve avere tra le altre cose molto spazio per la sua azienda e un ufficio angolare per sé. La nuova sede era elegante, spaziosissima, molto bella da vedersi e confortevole come ufficio: ma di fatto ho passato anni interi a lavorare per pagarla.

Quando ci siamo spostati le cose sono migliorate, ma sono andate veramente a posto solo 14 anni dopo (sono lento a prendere il ritmo in tutto quello che faccio, è uno dei miei 800 difetti), quando il cerchio si è chiuso e sono ritornato nell’appartamento che fu della madre superiora. Spazi piccoli, vita di provincia, soddisfazioni enormi; e la bottom line non può che beneficiarne.

Gli errori, una manna dal cielo. Grazie Danielle.

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mar 26

In un recente comunicato stampa di Transperfect si legge:

“With more than 7 years’ experience in the language services field, Flodrová is an industry veteran”.

Veteran? Con tutta l’ammirazione che ho avuto per la storia imprenditoriale di Liz Elting, soprattutto nei primi, avventurosi anni, e pur tenendo conto del fatto che tutti abbiamo bisogno di vendere qualcosa, e naturalmente senza conoscere la persona citata, credo che sette anni siano pochi per definire qualcuno “veterano” di un settore.

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