gen 16

Ho avuto a che fare nei giorni scorsi con due-tre fornitori differenti per servizi che in parte riguardavano Tesi & testi e in parte riguardavano me personalmente.

E mi sono reso conto che del divario che c’è, a volte, tra lo standard che io garantisco ai nostri clienti e lo standard che persone con esperienza limitata in un dato settore sono in grado di offrire. Mi sono reso conto di qualcosa che per me è difficile da capire perché è scontato: è scontato che io sia professionale, che consegni in tempo, che faccia dei preventivi precisi, che mandi le fatture quando è il momento e così via. Sono tutti quei piccoli aspetti che fanno una professione e che normalmente diamo per scontati.

Però quando ti accorgi che ci sono aziende, professionisti, piccoli imprenditori e così via che non hanno idea di che cosa voglia dire eccellenza nel servizio – o meglio, ne hanno un’idea molto differente rispetto a quella che potrebbe essere la nostra –, in quel momento allora ti rendi conto della differenza e del valore che ha quello che offri.

Il sugo di tutta la storia, quindi, è questo: puntiamo sempre e comunque all’eccellenza nel nostro servizio perché questa fa, fa, fa la differenza.

dic 26


Il titolo di questo post riprende il mio intervento di martedì scorso presso l’agenzia formativa Tuttoeuropa. Qui voglio fare qualche considerazione a margine.

Il pubblico, ragazzi che – ahimè – potrebbero quasi essere miei figli (note to self: Gianni, senti per caso il peso del tempo che passa?), era molto attento. L’impressione è che si siano trovati un po’ spiazzati a sentire parlare di marketing e informatica e non di lingua o traduzione. Ho cercato di instillare più volte in loro l’idea della vendita di un prodotto o servizio, del fatto che il marketing è alla base di tutto nel mondo del lavoro, del fatto che “qualità” è una parola vuota di significato eccetera.

Perché la vostra, ragazzi, è la generazione del troppo di tutto: ma voi avete i mezzi per farvi valere. Fatevi valere.

Come sempre, conto di aver parlato per i felici pochi; ma credo che qualcuno tra i presenti abbia colto i problemi che ci sono, e soprattutto le opportunità che si nascondono dietro di essi.

Personalmente mi sono divertito – se così si può dire –, mi sentivo perfettamente a mio agio, perfettamente in the flow e questo ha certamente giovato allo scorrere dei concetti.

I ragazzi, stando al feedback che ho ricevuto, hanno apprezzato. Ora non resta (a chi è seriamente intenzionato ad avere successo) che proseguire sul percorso iniziato. It’s a tough world, out there; ma bando alle scuse, chi vuole arrivare lontano è bene che parta per tempo.

dic 12

L’8% del mio fatturato di quest’anno è andato in crediti che non verranno mai più riscossi. (Requiescant in pace.) Qualche altro punto percentuale è di clienti che ci marciano.

(Per me non sono perdite, preferisco considerarli soldi spesi nella mia formazione.)

Dicono le agenzie.

Un traduttore un giorno mi ha detto che avrei dovuto fare un fido per pagare le fatture in sospeso. Dal punto di vista etico-morale il ragionamento non fa una grinza. Allora io però dovrei dire la stessa cosa al mio cliente. E lui che fa? Ride. (Vallo a contattare, chi ci marcia: è in perenne riunione, un dinosauro nell’era digitale.) E io che faccio? (Certo, ho già abbandonato quel cliente ma intanto la fiducia c’era, il lavoro è stato fatto eccetera.)

Agenzie maledette.

Se le agenzie non avessero senso economico non esisterebbero. Ho superato i quindici anni di questo mestiere, mi sento quasi un veterano e sento sempre gli stessi discorsi. Ma alla fine mi sembra che tutto si risolva in poche parole: se sei un traduttore hai un’impresa, per quanto piccola, dunque accetti il rischio e il fatto che a volte le cose possano non andare come pianificato.

Puoi cambiare il mondo partendo dal tuo piccolo, ovvero non lavorando con chi non ti ispira fiducia. A volte sono scelte difficili, ma pagano (appunto) sul lungo periodo.

(Insomma: non sono le agenzie, sei tu. Fine.)

gen 10

Ho conosciuto Sabrina Tursi per caso. Abbiamo iniziato a parlare di progetti comuni, che sperabilmente avranno sviluppi di cui darò conto a breve.

Per intanto segnalo un seminario organizzato da lei, che si terrà a Milano il 12 febbraio: Gli adempimenti fiscali del traduttore/interprete professionale. Qui c’è il programma completo.

E lo segnalo perché tradizionalmente i traduttori non hanno (in genere) un buon rapporto con i numeri. E invece essere traduttori vuol dire essere imprenditori; ed essere imprenditori vuol dire capire i numeri, amarli anche, comunque rispettarli. Allora sapere quali sono le strade che si possono percorrere per dare alla propria micro-impresa un senso (in buona sostanza, per non lasciare sul tavolo più soldi del necessario) è importante, anzi fondamentale. E questo seminario va precisamente in quella direzione.

Tra l’altro, l’educazione ai numeri parte da lontano, idealmente dai nostri figli, come ci segnala magistralmente Cameron Herold in questa presentazione al TED.

Altro punto debole, di cui non mi stancherò mai di parlare: il marketing. Il marketing (meglio, il soft marketing) non concerne i numeri ma fa parte di quei requisiti estranei alla professione in senso stretto ma assolutamente necessari per esserne dei vincenti.

E aggiungo che, soprattutto in tempi di cosiddetta crisi, investire in formazione è una delle mosse più sagge che si possano fare pensando al futuro a medio e lungo termine della propria micro-impresa – dunque di se stessi.

Quindi ben vengano opportunità come questa: più il traduttore vedrà se stesso come un professionista completo, in grado di offrire soluzioni e non “semplici” traduzioni, più il servizio fornito verrà percepito come fondamentale. Un’industria che diventa adulta è un bene prezioso per tutti.

mar 10

Ovvero: buona parte di quello che so del mio mestiere non l’ho imparato a scuola

Danielle LaPorte non ha certo bisogno di presentazioni. Mi ha colpito un suo recente post, un elenco di errori che sarebbero da evitare ma che, se commessi, sono una manna perché insegnano molto sul proprio lavoro e soprattutto su di sé.

Mi sono ritrovato in molti di essi, e in particolare nel numero 3 (Got a workspace too soon), perché in quelle righe mi è sembrato di ripercorrere l’intera storia logistica di Tesi & testi.

Il mio primo ufficio era una stanza di 15 metri quadri circa e col bagno in cortile (era il 1995 – nel 1940 non ero ancora nato): lì comunque ho posto le basi per il futuro, ho avuto intuizioni che mi piace definire brillanti e ho provato emozioni intense riguardo alla mia creaturina di allora. (Come ad esempio la gioia di possedere un vero fax.)

Poi nel 1997 capii – meglio, credetti di capire – che un imprenditore deve avere tra le altre cose molto spazio per la sua azienda e un ufficio angolare per sé. La nuova sede era elegante, spaziosissima, molto bella da vedersi e confortevole come ufficio: ma di fatto ho passato anni interi a lavorare per pagarla.

Quando ci siamo spostati le cose sono migliorate, ma sono andate veramente a posto solo 14 anni dopo (sono lento a prendere il ritmo in tutto quello che faccio, è uno dei miei 800 difetti), quando il cerchio si è chiuso e sono ritornato nell’appartamento che fu della madre superiora. Spazi piccoli, vita di provincia, soddisfazioni enormi; e la bottom line non può che beneficiarne.

Gli errori, una manna dal cielo. Grazie Danielle.

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mar 26

In un recente comunicato stampa di Transperfect si legge:

“With more than 7 years’ experience in the language services field, Flodrová is an industry veteran”.

Veteran? Con tutta l’ammirazione che ho avuto per la storia imprenditoriale di Liz Elting, soprattutto nei primi, avventurosi anni, e pur tenendo conto del fatto che tutti abbiamo bisogno di vendere qualcosa, e naturalmente senza conoscere la persona citata, credo che sette anni siano pochi per definire qualcuno “veterano” di un settore.

mar 23

Konosuke Matsushita, uno che su economia e mercati due o tre cose le sapeva, una volta disse:

Boom is welcome. Recession is more welcome.

In un momento in cui chiunque attende gli eventi e non si azzarda a fare investimenti o anche semplicemente spese che non siano strettamente necessari, la recessione in atto ha il gran pregio di costringere a pensare a soluzioni creative. Tutte le magagne gestionali ora vengono alla luce – adesso, veramente, si vede chi è bravo. E pensare che il coraggio imprenditoriale verrà premiato è ora una facile scommessa.

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feb 04

Segnalo un veloce e bell’articolo apparso sul sito dell’Harvard Business School, “Five Missteps to Avoid in Volatile Times”, di David Stauffer.

In mezzo agli errori che non bisognerebbe commettere in tempi turbolenti, mi ha colpito soprattutto un suggerimento che, credo, valga per qualunque azienda di qualunque dimensione in qualunque tempo:

Cherish the customers who stayed with you through this slump. Chances are they’ll be your best buyers in good times, too.

feb 02

Segnalo un bell’articolo di uno dei miei miti dell’imprenditorialità, Norm Brodsky, Our Irrational Fear of Numbers, perché già nell’occhiello è presente un messaggio che vale per tutti gli imprenditori, ma che trovo molto azzeccato per i traduttori:

No, you didn’t start a company because you wanted to learn accounting. But you had better learn some – pronto – if you want to understand your business

(Per combinazione ho letto l’articolo venerdì scorso, il giorno stesso in cui su Langit impazzava la solita polemica sulle tariffe, che è un gioco al massacro in cui nessuno può essere vincitore.)

Due punti, in sintesi:

Like it or not, you need to understand the numbers of your business, and that requires knowing something about accounting.

If you’ve never taken the time to learn the basics of accounting, even experienced entrepreneurs can get tripped up. On the other hand, when you do learn the basics of accounting, you realize that the numbers aren’t as complicated as you feared and that you’re finally developing the knowledge you need to be in control of your company.

Alla fine i numeri non sono così brutti, non possono fare paura! E per chi non sa da dove cominciare, un buon punto di partenza può essere Il mago dei numeri.

gen 05

Per anni ho continuato a chiedermi perché Norm Brodsky, imprenditore con vastissima esperienza e columnist per Inc. dal 1995, non riunisse i suoi articoli – vere e proprie illuminazioni – in un libro.

Ovviamente l’ha fatto: The Knack è in libreria da qualche mese. Ai fini dell’industria della traduzione (sebbene il discorso valga – è chiaro – per tutti i settori), Brodsky cita i tre criteri che usa per decidere se vale la pena investire in un’attività (pp. 42-44). Vediamoli.

1. L’oggetto deve essere conosciuto dal pubblico. Perché educare un mercato è un affare oltremodo costoso, sia in termini di denaro che di tempo. Il parallelo con le traduzioni è lampante: non sono io che devo educare il cliente, al limite sarà lui ad istruire me sulle sue necessità. E se sono bravo ad ascoltare, farò tesoro delle sue parole.

2. L’industria deve essere un pochino indietro rispetto alle necessità dei propri clienti (“antiquated”, dice Brodsky), ovvero ci devono essere margini di miglioramento. E nell’industria della traduzione le possibilità di perfezionare sistemi e processi sono enormi.

3. Il proprio mercato deve essere di nicchia. Soprattutto quando si comincia, competere principalmente sul prezzo è un comportamento suicida, perché si va fuori mercato. Allora il fatto di scegliere un microsettore diviene un vantaggio competitivo non da poco.

E comunque questi consigli vanno presi cum grano salis. O, per dirla con le parole di Brodsky:

So those are my three criteria for starting a successful business: a one-hundred-year-old concept, an antiquated industry, and a niche. I know some people are thinking, “If everybody followed those criteria, we still wouldn’t have the wheel.” Well, they’re right. I don’t mean to discourage the visionary geniuses out there. I’m all for advances in technology and the creation of new industries. If you’re another Thomas Edison, Fred Smith, or Bill Gates, forget my criteria. Go right ahead. Change the world.

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