apr 16


Dopo Milano, a corso terminato, la mia domanda a me stesso è stata: “Avrò consegnato abbastanza valore a chi ha speso dei soldi e del tempo per venirmi a sentire?” A giudicare dai feedback la risposta è positiva, ma rimane sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio, qualche dettaglio da aggiustare eccetera.

Qualche giorno fa ho sentito, non ricordo più da chi, un concetto del tipo “chi insegna ad un bravo allievo impara due volte”. Sì, alla fine l’essenza del trasmettere la conoscenza sta tutta nella conoscenza che di rimando se ne deriva.

Abbiamo parlato di marketing, naturalmente, di CAT, di fatture e quant’altro. Ho cercato di fare una panoramica il più possibile completa sulla professione. Già, perché l’idea fondante non è che il traduttore è bravissimo a tradurre e basta: no, il traduttore è bravissimo a tradurre e (almeno) bravo – molto bravo è meglio – a fare le fatture, negoziare, vendere e così via.

Un professionista è un professionista a tutto tondo, insomma. Questo è il concetto che abbiamo cercato di far passare.

Ma, come ha giustamente fatto notare una partecipante sabato, “perché io devo spendere dei soldi per dei concetti che, con la laurea che ho, dovrebbero essere dati per saputi?” Già, perché? Anch’io preferirei che non ci fosse il bisogno di seminari come il nostro: ma a giudicare dalla risposta del pubblico il bisogno c’è, e come!

Tanto abbiamo già fatto, tanto e ancora di più rimane ancora da fare. Infatti non è certamente finita qui. E lo dico con le parole di Chris Guillebeau:

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

mar 26

Ho finito di preparare – fatica e gioia si intrecciano, in questo mettere insieme parole e immagini – la giornata milanese del 14 aprile, in cui parleremo delle basi per la professione di traduttore: come entrare sul mercato, come farsi conoscere, come stabilire i propri prezzi e così via.

In più, parteciperanno anche Giuseppe Bonavia, commercialista esperto in materia di problematiche fiscali per traduttori, e Sandra Bertolini, presidentessa AITI. Personalmente adoro questi incontri in cui si condivide la conoscenza per ricavare delle indicazioni pratiche su che cosa fare, a partire dal momento preciso in cui l’incontro finisce, per lavorare non tanto dentro la propria attività ma sopra, nel senso di fare le mosse di marketing giuste, impiegare gli strumenti più utili ai propri scopi e così via.

Certo, poi ciascuno il lavoro proprio dovrà farlo da sé, e questa è la parte più difficile di tutte; ma capire bene prima che cosa occorre fare è meglio per risparmiare tanto tempo dopo.

Motivare, spingere all’azione è il mio compito principale in questi casi (“io non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida”, per dirla con Tim Ferriss). Dopo tanti anni mi sembra di aver fatto tutto, e che quindi tutto sia ancora da fare. Sento dentro di me tanta forza ed energia da trasmettere a chi mi ascolterà.

Obiettivo principale: contribuire a colmare quella grossa lacuna che esiste tra il mestiere e il mercato. Tantissimo resta ancora da fare, ma la direzione è questa.

mar 12

Sono nel settore delle traduzioni per aziende da quasi vent’anni ormai. Ho partecipato a conferenze, ho avuto a che fare con migliaia [sic] di traduttori e di clienti, ho scritto libri e articoli, tengo questo blog da anni eccetera. Ciò significa che due o tre cose dell’industria della traduzione – non sarà superfluo ricordare qui che sono stato io, di pirsona pirsonalmente, a introdurre questo sintagma nella lingua italiana – le conosco; e allo stesso modo sono conosciuto in questo ambiente.

Lunedì scorso esce questo post non firmato, che attacca il workshop del 14 aprile prossimo in cui parleremo di marketing per traduttori agli esordi della professione. L’ignoto autore dice in sostanza che la formazione è fuffa, sono trucchi per spillare soldi ai traduttori, mentre “il futuro invece è qui: Da traduttori per traduttori”.

Un tempo attacchi del genere, che sfiorano il personale pur essendo di fatto anonimi, mi facevano arrabbiare (gli archivi di Langit sono pieni delle mie filippiche); ora mi fanno al più sorridere.

Ho inserito un commento, in cui dicevo che la critica è legittima, ma la critica non informata è semplice arroganza. Il commento non è stato approvato.

Sulla pochezza delle argomentazioni non dirò nulla – il Web è assolutamente trasparente in questo senso. Dirò solo che l’accenno all’onestà, da parte di qualcuno che non si firma con nome e cognome né approva i messaggi delle persone citate, con questo chiudendo di fatto la porta alla comunicazione, è un atto vile.

Ovviamente ciascuno è libero di partecipare o meno, di investire in formazione o meno eccetera. Ma mi auguro soltanto che non si prendano davvero sul serio queste “lezioni di metodo”.

feb 06


E via, si riparte.

A Milano il 14 aprile parleremo di marketing per i traduttori. “Di nuovo?” Sì, e con qualcosa in più: questo incontro è dedicato ai traduttori che hanno da poco iniziato il mestiere e agli studenti degli ultimi due anni delle scuole di traduzione che hanno in animo di intraprendere questa carriera.

(Con l’immodesto proposito di contribuire a colmare una grossa lacuna che ho sempre visto nelle scuole di traduzione: il collegamento tra il mestiere e il mercato.)

Gli argomenti non mancano. Il marketing in primis, ovviamente: il marketing è la chiave di tutto. (Finché qualcuno non fa una proposta nulla accade nel mondo.) E il marketing vuol dire avere un sito ben fatto, scrivere un résumé efficace, sapersi presentare nei vari social network (e di persona ai clienti potenziali, si capisce) eccetera.

Ma oltre a questo parleremo anche di contabilità: come compilare una fattura, come tenere la contabilità e così via. “Parleremo” è un plurale maiestatis: è più esatto dire che ne parlerà Giuseppe Bonavia, commercialista e revisore contabile, esperto in materia di adempimenti contabili e problematiche fiscali per traduttori e interpreti professionisti.

Parleremo dei CAT, parleremo di come stabilire i propri prezzi, parleremo dell’importanza delle associazioni di categoria.

Una giornata di parole forse terra terra – se fossero poesia sarebbero Saba e non Montale –, ma fondamentali per avere successo nel nostro settore. “Il re è nudo”, insomma, per dirla con Andersen: ed è importante che chi è entrato da poco nel mercato, vi sta entrando oppure ha in animo di entrarvi a breve sappia che cosa occorre fare.

dic 26


Il titolo di questo post riprende il mio intervento di martedì scorso presso l’agenzia formativa Tuttoeuropa. Qui voglio fare qualche considerazione a margine.

Il pubblico, ragazzi che – ahimè – potrebbero quasi essere miei figli (note to self: Gianni, senti per caso il peso del tempo che passa?), era molto attento. L’impressione è che si siano trovati un po’ spiazzati a sentire parlare di marketing e informatica e non di lingua o traduzione. Ho cercato di instillare più volte in loro l’idea della vendita di un prodotto o servizio, del fatto che il marketing è alla base di tutto nel mondo del lavoro, del fatto che “qualità” è una parola vuota di significato eccetera.

Perché la vostra, ragazzi, è la generazione del troppo di tutto: ma voi avete i mezzi per farvi valere. Fatevi valere.

Come sempre, conto di aver parlato per i felici pochi; ma credo che qualcuno tra i presenti abbia colto i problemi che ci sono, e soprattutto le opportunità che si nascondono dietro di essi.

Personalmente mi sono divertito – se così si può dire –, mi sentivo perfettamente a mio agio, perfettamente in the flow e questo ha certamente giovato allo scorrere dei concetti.

I ragazzi, stando al feedback che ho ricevuto, hanno apprezzato. Ora non resta (a chi è seriamente intenzionato ad avere successo) che proseguire sul percorso iniziato. It’s a tough world, out there; ma bando alle scuse, chi vuole arrivare lontano è bene che parta per tempo.

dic 12

L’8% del mio fatturato di quest’anno è andato in crediti che non verranno mai più riscossi. (Requiescant in pace.) Qualche altro punto percentuale è di clienti che ci marciano.

(Per me non sono perdite, preferisco considerarli soldi spesi nella mia formazione.)

Dicono le agenzie.

Un traduttore un giorno mi ha detto che avrei dovuto fare un fido per pagare le fatture in sospeso. Dal punto di vista etico-morale il ragionamento non fa una grinza. Allora io però dovrei dire la stessa cosa al mio cliente. E lui che fa? Ride. (Vallo a contattare, chi ci marcia: è in perenne riunione, un dinosauro nell’era digitale.) E io che faccio? (Certo, ho già abbandonato quel cliente ma intanto la fiducia c’era, il lavoro è stato fatto eccetera.)

Agenzie maledette.

Se le agenzie non avessero senso economico non esisterebbero. Ho superato i quindici anni di questo mestiere, mi sento quasi un veterano e sento sempre gli stessi discorsi. Ma alla fine mi sembra che tutto si risolva in poche parole: se sei un traduttore hai un’impresa, per quanto piccola, dunque accetti il rischio e il fatto che a volte le cose possano non andare come pianificato.

Puoi cambiare il mondo partendo dal tuo piccolo, ovvero non lavorando con chi non ti ispira fiducia. A volte sono scelte difficili, ma pagano (appunto) sul lungo periodo.

(Insomma: non sono le agenzie, sei tu. Fine.)

dic 05

Photo courtesy of Doina Coman


Sabato a fine pomeriggio, dopo una giornata trascorsa a parlare del marketing per i traduttori, ero esausto. Prosciugato. Ho dato tutto me stesso, ho cercato di trasmettere quello che so.

A chi era presente vorrei aggiungere questo: benissimo. Ora che avete ascoltato e riflettuto passate all’azione! È importante che la teoria diventi pratica, che le parole che si sono dette diventino realtà, sforzi di marketing e infine ordini. Questo conta.

Ci sono difficoltà oggettive. Troppa offerta rispetto alla domanda, pochi soldi in circolazione. Non è facile. Non è facile per nessuno. Ma il marketing, se fatto bene, è una grossa opportunità. Ed è anche divertente!

Il sito, un blog, Twitter, l’emailing… solo la fantasia può essere il limite. E le visite dirette ai clienti. Vedere un cliente di persona, piantare nella sua mente il seme della vostra esistenza professionale.

Mille cose si possono fare. Mille opportunità davanti a noi. La passione.

Tutto qui.

nov 28

Sto terminando di preparare il workshop che terrò questo sabato a Torino sul marketing per il traduttore. È anche un’occasione per riflettere su tanti temi che riguardano il mestiere del traduttore. Uno di questi è una brutta, famigerata parola: qualità.

Che cos’è, esattamente, la qualità?, mi chiedo – e non so rispondermi. Parto allora da quello che so.

Un tempo tutti i miei preventivi facevano leva sulla qualità (del servizio, della traduzione eccetera). Ma col passare degli anni e col feedback che via via ricevevo, crescendo quella che io soggettivamente considero la qualità complessiva del servizio che la mia azienda offre, mi sono reso conto che ottenevo risultati molto superiori semplicemente non menzionandola.

Insomma non lo considero un argomento di vendita o di discussione. In sé la parola “qualità” non significa molto: è un argomento soggettivo, ciascuno di noi ha una sua idea di qualità. Anche le varie certificazioni non fanno altro che garantire un processo, non che una traduzione sia di “qualità”.

Non serve dire che le nostre traduzioni sono di qualità. Tutti lo dicono e lo diranno, dunque non è un differenziatore.

E poi la stringatezza nelle comunicazioni scritte ha un valore inestimabile. Il tuo cliente non ha tempo di sentire tutta la pappardella su quanto sei professionale eccetera, ma vuole sapere quanto gli costa e vuole essere sicuro che il lavoro sarà fatto a regola d’arte.

Sei in grado di garantire questo?

nov 21

Il mio post della settimana scorsa ha suscitato molti commenti, sia qui che sulla mia pagina Facebook che sul gruppo STL di Sabrina Tursi. Già, come stabilire il prezzo per i propri servizi – insieme un’arte e una scienza – è un punto cruciale per qualunque professionista, e dunque il tema è molto sentito. E probabilmente ho scritto anche delle ovvietà, come mi ha fatto notare Aurelia Peressini (invitandomi però a continuare a scriverle). (Personalmente mi pare il commento più sensato e lo condivido pure; ma se il re è nudo bisogna prima accorgersi che lo è per vedere che cosa fare dopo.)

Orbene, un filone di commenti riguardava i giovani, e in particolare i neolaureati che entrano sul mercato del lavoro e hanno scarse prospettive. Chi ha venticinque anni oggi fa parte di una generazione che non sta certo bene; e in più è inserito in una crisi epocale, peggiore di quella del 1929, fatta per durare anni.

Ma le crisi, di qualunque natura siano, hanno questo di buono: che fanno pulizia. Ti costringono a svegliarti la mattina presto, a pensare a soluzioni creative. Tutti i cambiamenti possibili del mondo non nascono che da un nostro, semplicissimo, banale primo passo.

E ancora: ogni minaccia nasconde per sua natura un’opportunità dentro di sé. Quella stessa informatica che mette in pericolo il nostro lavoro ci dà delle possibilità inedite fino a ieri. (La mia vita 2.0 sarebbe stata impensabile anche solo cinque anni fa.)

Io non ho soluzioni preconfezionate, ma ribadisco il concetto espresso sette giorni fa: tenere i prezzi troppo bassi è un suicidio professionale. Lasciamo stare l’etica, lasciamo stare i colleghi, lasciamo stare i grandi discorsi: ma cedere alla tentazione – comprensibilissima – di abbassare i prezzi è un danno a se stessi. Fine.

Un’alternativa sensata è fare team con un traduttore esperto. Andare a bottega, con l’umiltà di chi apprende un mestiere e tutti i vantaggi che la tecnologia offre.

Personalmente ho perso (e perderò, lo so) molti progetti per insistere su un prezzo relativamente alto. Ma un prezzo corretto è condizione necessaria (non sufficiente) affinché il proprio servizio sia professionale, affinché il cliente abbia quel che chiede, affinché il traduttore ricavi il giusto compenso dalla propria prestazione. È il circolo virtuoso della qualità di cui ho parlato qui.

nov 14

A  luglio dell’anno scorso avevo preparato un intervento per il LanguageCamp della Luspio, che poi per motivi di tempo non era stato possibile esporre: ecco qui a seguire la traccia per quel contributo.

Grazie, innanzitutto, ad Anna Fellet e Valeria Cannavina per l’organizzazione di questa unconference: trovo che la formula sostanzialmente nuova – almeno per l’Italia – sia un buon viatico per il futuro.

Questo fatto – l’uso della tecnologia per semplificare la nostra vita lavorativa – mi fa venire in mente quel che Renato Beninatto ha detto questa mattina, ovvero che la machine translation è di fatto un alleato e non un nemico del traduttore.

Non ho potuto seguire tutti gli interventi, ma un’idea della giornata me la sono fatta. Così come ho un’idea abbastanza precisa di questo nostro mercato, che cercherò ora di illustrare.

Ho scritto qualche appunto, ma sostanzialmente vedo questo breve intervento come una chiacchierata a braccio. Questo anche perché ho preparato quest’intervento in pochissimo tempo, seguendo la legge di Parkinson esposta da Tim Ferriss, secondo la quale il lavoro si espande fino a riempire tutto il tempo disponibile per il suo completamento: e quindi minor tempo non vuol dire minor risultati, ma gli stessi risultati ottenuti in maniera più concentrata.

Quindi non sarò preciso come vorrei, ma sono comunque disponibile – molto disponibile – per scambi di pareri alla fine del discorso.

Dal mio ingresso in questo settore – 1996, in maniera assolutamente casuale (un Cigno nero – e vorrei invitare chi non abbia letto il libro di Nassim Taleb a farlo, magari come lettura sotto l’ombrellone – potrebbe aprire più di un occhio) – ho fatto tutti gli errori possibili e immaginabili, ma quel che ho capito subito è stato che il marketing era la chiave di tutto.

Il marketing, ovvero il mercato; e per me il mercato è una visione molto limpida. È uno dei miei primi ricordi a colori, una piazzetta della mia cittadina, le voci di chi comprava e vendeva, i colori e i suoni di quel mattino, il profumo degli aranci, il sole.

Il marketing, ovvero come rapportarsi come i clienti, i clienti potenziali, i concorrenti, le associazioni, i colleghi e così via: qualcosa di molto semplice, a ben vedere.

Ecco, il punto dolente dall’ottica del traduttore (e qui mi rivolgo soprattutto ai giovani) – quello che mi ha indotto al titolo di questo intervento – è proprio la considerazione che troppo spesso troppi traduttori dimenticano chi si trovano di fronte, si dimenticano di se stessi e del valore che possono offrire al cliente, dimenticano che vendere a poco non è conveniente, che è un atteggiamento che non ha futuro.

È chiaro che la tentazione a vendere a poco, a concedere sconti, è forte, perché magari ci si ritrova con tanto tempo, ottimi studi e nessun cliente “vero”: ma è un percorso suicida.

Non dico che sia facile, però chiedo scusa a chi mi ascolta e cito qui la mia esperienza. Vendetti le mie prime traduzioni a 14mila lire la cartella, ma in realtà solo perché spinto da un amico: io volevo chiederne 7mila – o almeno a questo mi spingeva il mio carattere umile, oltre che l’ignoranza – nel senso etimologico del termine – verso qualunque meccanica e conoscenza del settore.

Ma presto mi fu chiaro come stavano le cose, che le aziende pretendevano ma pagavano, che determinate lingue non le potevo pagare poco – semplicemente non c’erano traduttori disposti a lavorare a determinate cifre. Cito l’esempio del polacco: una traduttrice, che conobbi allora e con cui lavoro ancor oggi, che si rifiutava (giustamente, dico ora; ma allora non lo sapevo) di lavorare alle cifre che le avevo proposto.

Quindi da una parte potevo andare verso i prezzi bassi, ma mi è stato subito chiaro che non era una strategia valida sul lungo periodo.

Insomma le cose erano – e sono – semplici. Anche perché – rammento un’indagine citata da Renato Beninatto qualche anno fa e ricordata anche questa mattina – il prezzo è solo il terzo o il quarto fattore di decisione nel nostro settore, mentre fattori più critici sono il tempo, per esempio, il rispetto delle scadenze, il fatto che si offra una determinata lingua e così via.

Ma di più: se i prezzi sono alti, di solito il tuo servizio è percepito come eccellente – siamo umani, dopotutto. Non è bello da dire, ma spesso giudichiamo il vino dall’etichetta. Questo, però, vale solo alla condizione che il servizio offerto sia eccellente – altrimenti cade tutta la costruzione.

Tuttavia, un paio di settimane fa ho ricevuto una proposta di traduzioni a 2,5 – due virgola cinque – centesimi, da una persona che ha due lauree. Mi ha colpito talmente tanto che ne ho parlato nel mio blog. Io mi sento dispiaciuto per queste persone, che sicuramente sono preparatissime da un punto di vista tecnico ma non si rendono conto del danno che fanno a sé e ai colleghi.

Questo è un messaggio rivolto soprattutto a chi ha cominciato da poco, a chi comincia, a chi sta per cominciare: non svendetevi, sarebbe il vostro suicidio professionale. Un sistema può essere quello di lavorare in tandem con un traduttore professionista, cui lasciare buona parte – o anche l’intero – dei propri profitti iniziali, in cambio però di una revisione puntuale dei proprio lavori e di suggerimenti di mercato. È la classica win-win situation.

E mi sembra che non ci sia soluzione a questo problema. Insomma, chi si svenderà ci sarà sempre. Ma per vivere – bene – del proprio lavoro occorrono tra le altre cose, almeno queste due caratteristiche:

1. prezzi adeguati: e prezzi adeguati dall’inizio;

2. servizio eccellente: e con servizio non intendo la “semplice” traduzione, ma tutta l’assistenza di cui il cliente può avere bisogno: sia da una punto di vista informatico, che di fatture e così via.

E il risultato sarà un rapporto da pari a pari e non come questo:

È un disegnino – elementare ma assolutamente esplicativo, come le immutabili leggi del marketing – fatto da Renato Beninatto ad una presentazione alla conferenza ATA 2007 a San Francisco, dove l’uomo più grande (e sorridente) è il nostro cliente e l’omino piccolo (e triste) è ovviamente il traduttore.

Le cose sono semplici, non è il caso di farle molto complicate. Secondo me è più o meno tutto qui.

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