nov 07

Tre anni fa scrissi una recensione del libro di Daniel Gouadec per Language International, sito che aveva lo scopo di far rivivere i fasti dell’omonima rivista, punto di incontro nel nostro settore tra il 1988 e il 2002; ma purtroppo ebbe vita breve. Ripubblico allora qui quel pezzo.

Daniel Gouadec is a professor at the Université de Rennes 2 and a well-known author in our field (a list of his publications can be found here). His latest feat is Translation as a profession, an excellent overview of the translator’s job in the XXI century. Generally speaking, the perception of the translation profession in the eyes of the general public is that of a sort of Saint Jerome with a dusty dictionary (obviously on paper) in his/her hands. But nothing is more far from the truth, now that translation and IT have become more and more intertwined; and this book contributes to clearing up that misunderstanding.

The book is divided into six sections. The first analyzes the translation process, while the second describes the translation profession and the market. The third section is devoted to how to become a translator, and at which conditions this career is worth the effort. The fourth can be seen as the result of the previous section, looking at issues such as rates, productivity, quality, deadlines, certifications and so on. The fifth section describes the impact that IT has had on the profession. The final section concerns the training of translators.

The main merit of the book lies in its completeness. Professor Gouadec gives an in-depth view of the profession that is very useful for aspiring translators as a guide, and for actual translators to revisit and rethink their job. In some passages, the book may come across as too theoretical, but must be said that it is anything but simple to give precise data and indications in this field. Also, there are too many pointed and numbered lists that do not really make for a fluent read: there is for example a numbered list that describes the translation process (pages 57-83) 156 points long! Another flaw that, quite frankly, surprises the reader is the lack of a bibliography: the author quotes some sites, but the information would have been more complete and accurate with annotated references to books and articles on the subject.

Some specific concepts are worth noting. For example that “the translating profession has long been dominated by women. The reasons were economic (the relatively low rates were acceptable as a second income) and social (translation offered part-time opportunities and flexibility)” (p. 88): a good and plain explanation for a phenomenon that is the same everywhere you go. Or that “salaried employment in the translation industry tends to focus more and more on such activities as project management and language engineering” (p. 89): this is precisely what is happening in the industry today.

Rather theoretical but interesting is the difference between a broker and an agency: the first “simply buys and sells translations”, whereas the second “usually takes care of at least part of the translation process” (p. 96).

There is also the unfailing point that regards the prices that translators apply to their clients: “When it comes to tariff levels, translators all too often appear to be willing to dig their own graves” (p. 199).

There are some other concepts that are perhaps more arguable. For example:

- “Translation graduates are expected to be able to translate from two foreign languages into their mother tongue” (p. 89; emphasis is in the original); why two and not only one, or more than two, as may be the case for Nordic languages?

- “It must also be remembered that a translation company’s rates will always be higher than those of a freelance translator” (p. 123): this is not always true, in some cases a freelancer may charge higher than an agency for a specialized service;

- “Need it be said that the choice of premises and their location are all-important [...]. Also be wary that many clients (more especially those that bring in the major contracts) will, soon or late, drop by [...] and that major clients will be dismayed at the sight of substandard premises” (p. 184): this may have been true in the past, but in the current market rules have changed dramatically;

- “A good rule of thumb is that the normal pattern for freelancers is to aim to cut down their reliance on agency work from 50% the first year, to around 20% by the third year” (p. 190): it may be useful advice as a general rule, but the numbers depend on many factors. Just to name one, translators may want to concentrate on their translation duties, letting the agencies do the marketing efforts for them and be compensated for this.

All in all, this is an excellent overview of the translation profession, recommended especially for translators who are still new to the profession; however the price may be an obstacle to the circulation of the book.

Daniel Gouadec, Translation as a Profession, “Benjamins Translation Library”, volume 73, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, 2007, pages 396, ISBN 9789027216816, price EUR 110.00 (hardbound – ebook), EUR 36.00 (paperback), available here.

ott 31

Da tempo ho l’idea che ciò che scrivo sia, per quanto possibile, riunito in questo mio sito, perché ciò che è altrove può per vari motivi andare “disperso”. Inizio allora con oggi la ripubblicazione di miei vari interventi e articoli sul mondo della traduzione.

Il primo, Milwaukee non è Carrapipi, è un pezzo che scrissi nel 2006 per il blog di Nicola Poeta, inserito ovviamente col suo permesso e solo lievemente aggiornato per via dei link che nel frattempo sono cambiati, e che racconta di una delle tante esperienze che ho avuto a conferenze sul nostro mondo (il collegamento con l’attualità è dato dalla conferenza ATA testé terminata), esperienze che ricordo con piacere e gratitudine immensi e che conto di riprendere presto.

Come dice il giornalista Bobby Tanzilo, americano di quarta generazione che ha riscoperto l’Italia e l’italiano, lingua dei padri che nemmeno i genitori parlavano più (e, tra parentesi: curioso e denso di sviluppi l’incontro di un piemontese innamorato dell’America con un americano innamorato del Piemonte), Milwaukee viene spesso considerata dagli americani come la città di Happy Days, delle breweries e di poco altro ancora. Ma, forse – ho detto forse! – non è tutto qui.

Per pochi ma densi giorni (21-24 giugno 2006) questa città del Midwest ha infatti ospitato la quarta conferenza annuale della ALC, la Association of Language Companies di cui la nostra società fa parte, non a caso intitolata (autoironicamente?) Brewing Up a New Vision. In America esistono diverse associazioni che tutelano gli interessi delle aziende operanti nel settore dei servizi linguistici. Tra queste, la ALC è quella che più si addice a chi ha come obiettivo principale la crescita della propria azienda, perché se non bisogna mai perdere di vista l’oggetto del nostro lavoro – la parola scritta –, occorre allo stesso tempo essere consapevoli del fatto che qualunque azienda senza utili non ha futuro.

Tra gli interventi mi ha colpito (in negativo) quello – tipicamente yankee – di Walter Bond, un ex giocatore della NBA ora convertito a motivational speaker, che ha intrattenuto per oltre un’ora i partecipanti con un discorso che potremmo definire di carattere religioso ma senza la religione. Tra le attività richieste ai presenti: andare a stringere la mano, sorridendo, a tre perfetti sconosciuti dicendo loro: “No one can stop you but you!” Now figure this.

Ma non sono mancate le sessioni concrete e dense di significato: una presentazione di Teresa Marshall, Localization Manager di Google, ha messo in luce i criteri usati da questo motore di ricerca per la localizzazione dei suoi servizi, e le implicazioni che ciò può avere per chi opera nel nostro settore. Si è poi parlato di stato dell’arte nella tecnologia applicata alle traduzioni (tema che per noi riveste un’importanza strategica almeno pari all’aspetto linguistico – e allora come mai continuiamo a dirci che dovremmo diventare più esperti nell’uso di questo o quel programma, salvo poi rimandare e sperare che gli stessi comportamenti portino a risultati differenti?). Un seminario interessante è stato condotto sul family business: numerose aziende tra le presenti alla conferenza sono infatti gestite da membri della seconda generazione, e in alcuni casi anche dalla terza. A chiudere il cerchio il fatto che la relatrice, Donna Gray (be’, la foto ricorda un po’ troppo da vicino Mrs. Doubtfire), è di origine italiana.

Tutti i giorni della conferenza sono stati naturalmente accompagnati dall’attività tipica di questo genere di eventi: il networking. È molto interessante, e fruttuoso, conoscere colleghi nuovi o incontrarne dei vecchi, scambiare pareri sul settore e sull’attività, anche semplicemente bere una birra in compagnia. Ma il tema caldo per eccellenza di questo periodo è l’M&A, le fusioni e le acquisizioni. È in atto infatti un consolidamento nel settore delle traduzioni, per cui i grandi attori cercano di diventare ancora più grandi per non farsi raggiungere dai player medi. È pensabile che questo movimento continui ancora per un paio di anni almeno, fino a quando l’industria della traduzione non raggiungerà la stabilità (data, credo, dal fatto che non ci sarà più posto per new entries tra i big del settore).

L’ultima attività della conferenza non poteva essere che un MicroBrewery Tour – come dire che i luoghi comuni nascono pur sempre da un fondamento di realtà. O magari sarebbe il caso di chiedere a Luca Goldoni, autore di un magnifico (e purtroppo esauritissimo) Viaggio in provincia, spiegazioni su che cosa significa vivere in un luogo comune. Lui chiederebbe agli abitanti di Canicattì quale effetto fa vivere in un modo dire. E loro risponderebbero: “Ma che modo di dire, qui è un modo di esistere: mica siamo a Carrapipi”.

ott 24


Un anno fa l’amica e collega Ivana Karanikić mi propose di tradurre il mio libro in croato. È stata per me una piacevole sorpresa, e ho acconsentito di buon grado: se le informazioni circolano è meglio, comunque, per tutti.

Ora quel progetto è concluso, e il libro è diventato realtà. Riceverne delle copie per posta è stata un’emozione (sebbene in questo caso io non abbia fatto proprio nulla).

Ho chiesto allora ad Ivana qualche parola di commento. Dice Ivana:

Nel momento in cui in Croazia i traduttori si educano soprattutto da soli, a parte alcuni seminari in cui si possono ascoltare alcune esperienze pratiche, io considero un libro come Prevoditeljska industrija u Italiji (L’industria della traduzione), scritto da un esperto di settore, un punto di partenza per tutti coloro che si occupano di traduzioni – o vorrebbero farlo. Non avendo scuole di formazione per traduttori e interpreti, spero che in futuro avremo almeno libri su questi temi, dai quali poter apprendere concetti importanti per il nostro mestiere.

Prima di decidere di tradurre questo libro in croato, l’ho letto in italiano e ho subito capito che è una vera e propria bibbia del traduttore. Guardando le agenzie croate, non potevo non pensare che sono meno informate dei traduttori che impiegano, mentre dovrebbero saperne molto più di loro. La triste realtà è che la qualità latita, mentre il costo è l’unico fattore richiesto.

Oggi ognuno pensa di poter essere traduttore – usa un po’ di Google traduttore, qualche dizionario e ci siamo. Se è così facile imparare un mestiere (e la traduzione veramente lo è), perche nessuno decide di diventare un chirurgo usando le risorse disponibili in rete? Perché c’è una grande responsabilità. E purtroppo nel mestiere di traduttore si è persa.

Tradurre e revisionare L’industria della traduzione non è stato solo un onore, ma ci ha anche dato la possibilità di imparare molte cose che nemmeno in facoltà (Petra Longin, che ha fatto la traduzione, è laureata alla SSLMIT di Trieste) vengono insegnate. Anche Petra concorderà sul fatto che non è stato difficile tradurlo, perché è scritto con un linguaggio semplice e comprensibile.

L’industria della traduzione offre risposte ai maggiori dubbi, tra i quali anche la differenza tra insegnante di lingua straniera e traduttore che, mi auguro, sarà riconosciuta e finalmente accettata. Spero che il libro sarà interessante non solo per i traduttori ma anche per i clienti, per capire i modi di produzione di una traduzione di qualità, le fatiche e i problemi cui i traduttori si trovano di fronte.

ott 10

Dal punto di vista della liquidità, l’anno 2011 è stato complicato per Tesi & testi. Ho dovuto combattere con fatturati in calo (sia pur lieve – ma questo rientra nel panorama corrente), con un cliente che premeditatamente ha chiuso una S.r.l. per aprirne un’altra per fare la medesima attività, lasciando quindi fornitori e – cosa peggiore: ma dove avete la dignità? – dipendenti senza ciò che spettava loro di diritto, con pagamenti ritardati di mesi senza fanfara (come se fosse cosa normale).

Conseguenza: ho dovuto posticipare io stesso dei pagamenti a traduttori, cosa che mi dà oltremodo fastidio, mi spiace nel profondo; ma non avevo scelta. (Sono indietro col mio stipendio di mesi e mesi, mi pare di essere ritornato a dieci anni fa – anche questa cosa non va bene.)

Il panorama è ora mutato. L’avvenire a breve/medio termine, per come posso vederlo io, è più roseo e tranquillo. Certo che quando ti trovi nel bel mezzo di una crisi di liquidità che si prolunga per mesi non è bello, non fa piacere. Non è bello da raccontare né da vivere. Hai un problema reale e molto tangibile.

Le cose stanno cambiando in meglio appunto; e questo è anche un ringraziamento pubblico, sia pure anonimo, a tutti i traduttori che hanno avuto la pazienza – talvolta loro malgrado – di attendere quanto gli spettava. La situazione si va normalizzando e tutti i debiti saranno ripianati a breve.

Sono in questo settore da così tanti anni da ritenere di meritare un po’ di fiducia anche quando la situazione non è lì a darmi ragione. Ma tutto si aggiusta: da qui si riparte, da qui si va verso il meglio.

ott 03

Segnalo Tradurre, il blog della divisione italiana dell’ATA.

Il blog, che festeggia oggi – è assolutamente un caso – il suo primo anno di vita, è opera di professionisti che in maniera volontaria e gratuita dedicano il loro tempo ad argomenti che stanno loro a cuore.

(Mi sovvengono le parole di Federico Bavagnoli:

Se non lo facciamo oggi non lo facciamo più; se non lo facciamo noi non lo fa nessuno.)

E insomma questo blog c’è. Ed è aggiornato con regolarità. E contiene molte notizie pratiche sul mondo della traduzione.

È da seguire anche per lo sguardo che attraversa l’oceano (Atlantico, ovviamente), nel senso che riporta sia le notizie di casa nostra che attività dell’ATA di interesse per i traduttori italiani.

set 26


Il lavoro di certi uomini – calmo, paziente, preciso, ostinato, testardo, sereno – mi fa pensare che c’è ancora molta speranza. Non importa se perdiamo i riferimenti, abbiamo ancora le nostre mani che possiamo adoperare bene. Possiamo esprimere noi stessi al massimo delle nostre possibilità, possiamo lasciare un segno nel mondo.

Gabe Bokor è una tra queste persone. Un “monumento” della traduzione (sia detto con tutto il rispetto che ho per lui, come persona attiva – e come! e quanto! – nell’industria della traduzione). Oggi ne parlo perché ha pubblicato il numero di ottobre del suo “Translation Journal”.

Be’, al di là dei contenuti – sempre di tutto rispetto – la cosa meravigliosa è che questa pubblicazione è online dal 1997. È al suo quindicesimo anno (and counting).

Ho conosciuto Gabe di persona nel 2003, quando con la mia valigia di cartone mi avventurai in un viaggio di dieci giorni fatto di appuntamenti con colleghi per cercare di capire come si affrontasse il mestiere di là dall’oceano. (E la decisione di scrivere un libro sull’industria della traduzione la presi lì.) E di lui ho ben presenti la pacatezza, la cultura, la simpatia. Insomma la persona oltre al lavoro.

Il lavoro che ha fatto e che farà parla a voce molto alta: come traduttore, come imprenditore, come tesoriere per l’ATA eccetera Gabe Bokor è un’istituzione per l’industria della traduzione.

Basterà un piccolo grazie?

set 19


A volte dimentico che ho sempre amato il marketing – quello sano, quello che crea valore. Ma poi mi vengono in mente le parole di DeNiro in Prima di mezzanotte (“Eh… mi sento di nuovo sbirro”). E si ricomincia.

Io so di poter trasmettere valore. Anche se il mercato sta cambiando – ma quando mai non sta cambiando? –, anche se c’è la crisi, anche se il concetto stesso di traduzione (e, ancor più, di traduttore) muta il suo senso.

Sì, i traduttori in Italia sono troppi. È un fatto con cui dobbiamo convivere. Ma questo non significa che non ci sia lavoro per chi eccelle. E noi il 3 dicembre a Torino – qui il programma completo – parleremo di come utilizzare il marketing a proprio vantaggio.

Grazie, ovviamente, a Sabrina: è lei che rende tutto questo possibile.

Prerequisito (forse scontato, ma è bene ribadirlo): che si offra un servizio niente meno che eccellente. Il marketing non fa miracoli. Migliora le cose, ma non fa miracoli.

Per dirla con Tim Ferriss, “io non sono l’esperto. Sono l’esploratore e la guida”. Una sorta di primus inter pares, diciamo. Io parlerò delle tecniche e degli strumenti, ma soprattutto racconterò delle storie, con l’obiettivo che chi sarà presente ad ascoltare porti via dalla giornata ispirazione e idee pratiche da applicare alla sua professione.

Vuoi essere dei nostri?

set 05


Peter Eustace è per me innanzitutto un amico. No, non l’ho mai visto di persona ma lavoriamo insieme da tanti anni, e ogni singola volta in cui ero in difficoltà lui mi ha offerto aiuto e risolto un problema. È una persona generosa, serena, tranquilla. È anche poeta: qui il suo ultimo libro, e qui una recensione. E anche un traduttore da tempo immemore: ha molta esperienza, e ho pensato che la sua storia sia interessante e utile per i lettori di Brainfood. Gli ho chiesto di raccontarla. Nelle sue parole:

Ci sono molti momenti nella vita – di studio, di lavoro, di amore – quando è necessario guardare indietro per poter guardare (e andare) avanti. Da ex giocatore di scacchi, so che è più facile e più piacevole rivedere le partite vinte che studiare quelle perse, ma i veri campioni delle 64 caselle hanno sempre detto che bisogna studiare gli errori propri o i colpi di genio altrui per migliorare. Ciò vale per tutti gli sport e – soprattutto – per la vita.

Lavoro come traduttore da oltre trent’anni e ho visto dei cambiamenti nel settore delle traduzioni. Lavorando inizialmente a casa e dopo aver distrutto varie, gloriose macchine da scrivere Olivetti, il mio primo computer-elaboratore di testi – collegato alla macchina da scrivere, doppio floppy 5 ½” – era l’ETS 1010. Costava come un’ottima automobile. Poi un’altra ETS 1010 (comprata di seconda mano, molto più conveniente), tastiera dedicata e stampante daisywheel… Non mi accorgevo che stavo investendo così tanto.

Apro l’ufficio e prendo una segretaria, prendo un fax. Tutto girava ancora su carta a quei tempi e la clientela era più o meno locale. Comincio lavorare con qualche grosso cliente, anche fuori zona, e anche in altre lingue, al punto che assumo una ragazza francese, compro altri computer PC (M24 Olivetti, ora usato come base del monitor wide-screen), e AT compatibili; arriva un’altra signora per gestire il parco informatico e le traduzioni dall’inglese in italiano, poi una che segue il tedesco e una neo-laureata bilingue italiano-inglese. Arriva la prima stampante laser (che fa quasi svenire l’amico della tipografia di fronte), ma ancora non mi accorgevo che stavo investendo troppo e troppo in fretta. Ero troppo avanti rispetto ai tempi, offrivo un servizio globale di ottima qualità alle stesse tariffe della concorrenza “più indietro”.

Crac. Due clienti importanti finiscono in bancarotta fraudolenta! Zac. Finisco quasi in bancarotta anch’io. Trovo posti di lavori tra i miei altri clienti per le ragazze, che danno loro le dimissioni, e mi trovo da solo con ufficio, computer, mobili, fido in banca al limite – e anche una fidanzata, ora mia moglie. Uno di questi clienti muore, l’altro scappa all’estero e le loro aziende vengono chiuse. Nulla da fare, perdo una somma notevole. Ciliegina sulla torta: una traduttrice che avevo aiutato molto in precedenza mi ruba due clienti spettegolando su di me. L’hanno mandata via a sua volta dopo sei mesi per manifesta incapacità ma i miei clienti erano bell’è persi.

Mi metto in società con il mio miglior amico di ritorno da Torino e ci diamo una mano a vicenda – io sempre traduttore, lui consulente per l’export. Cambiamo ufficio, butto via un po’ di vecchi PC e pian piano sistemo i debiti. Erano ancora i tempi dei rimborsi fiscali in dieci anni per cui avevo accumulato dei crediti importanti. Arrivano, e finalmente chiudo il fido. Tuttavia la nuova società fa fatica a decollare e decidiamo amichevolmente di chiuderla circa dieci anni fa e dopo vent’anni mi trovo di nuovo solo.

Ora sono passati altri dieci anni. Ho ancora l’ufficio e il computer numero dodici o tredici, non ricordo. Costano relativamente poco oggi. È cambiata la tecnologia ma le basse tariffe, le urgenze di venerdì pomeriggio per lunedì mattina, i pagamenti in ritardo o addirittura mai fatti sono sempre gli stessi. Ma da datore di lavoro idealista e autolesionista sono tornato essere semplicemente un professionista, un freelance, e sono più felice. Ho imparato a dire “no”, ho imparato a rispettare di più le mie esigenze personali e familiari e mi sono accorto che avevo altri interessi e altri scopi nella vita. Il mondo lavorativo non è crollato (ma la crisi si sente e come). Ho ancora molti dei clienti di vent’anni fa e cerco sempre di fornire un ottimo servizio. Salvo qualche eccezione, passo le richieste di traduzioni in altre lingue a colleghi.

Queste righe che Gianni Davico mi ha chiesto per Brainfood prendono spunto dal fatto che, finalmente, sto cercando una casa più grande per chiudere baracca, burattini e il cerchio lavorativo, tornando al punto da dove avevo cominciato. Non vedo l’ora di disfarmi dei mobili, di buttar via i 4-5 vecchi PC che ancora arredano questo spazio bello ma senza vista e riprendere un po’ la vita che avevo trascurato. Sperando d’aver imparato qualcosa – come si dice, errare è umano, perseverare diabolico – e sperando che la mia esperienza sia interessante e utile.

Nel frattempo, ho ripreso in mano la fotografia, ho pubblicato i miei libri di poesia e gioco qualche partita di scacchi. E chissà, forse imparerò guidare la macchina e forse prenderò finalmente un cellulare.

Peter Eustace – Verona

giu 27

Non credo che, il tempo passando, le cose cambieranno.

Qualche settimana fa mi sono reiscritto a Langit, dopo un assenza di qualche mese che seguiva un periodo ininterrotto di tredici anni di frequentazione. Ho ritrovato che la maniera di rapportarsi ai clienti e in particolare ai prezzi è spessissime volte la medesima: “sentite che proposta indecente mi hanno fatto”, “quell’agenzia mi offre x centesimi a parola e io non accetterò mai” e così via.

Forse non dovrei essere stupito, ma lo sono.

Il problema – uno dei problemi, forse – è che il numero di traduttori è in aumento, l’esperienza media in diminuzione, la caccia al cliente sempre più garibaldina. Troppi traduttori non affrontano il mercato in maniera professionale.

Mi si taccerà di visione semplicistica, ma a parer mio le cose sono molto chiare: tu vedi quel che vuoi vedere. E tra l’altro ritengo che questa considerazione valga per qualunque settore.

Insomma è un mondo difficile se pensiamo che lo sia. Altrimenti è tutto lineare e limpido.

mag 16

L’altro giorno telefona un traduttore alle prime armi, molto candido per la verità. Mi dice che si è appena laureato e sta cercando di cominciare, per cui se abbiamo bisogno per traduzioni eccetera. Io gli dico che no, perché noi lavoriamo con traduttori professionisti, anche se mi rendo conto che da qualche parte bisognerà pur iniziare.

“Ma nemmeno per le revisioni?” “Eh no, le revisioni sono la stessa cosa, nel senso che vengono fatte comunque da traduttori e/o revisori professionisti”.

“Va bene, però allora se lei mi lascia un indirizzo mail nel caso in cui possa avere bisogno le mando il mio curriculum”.

Questo è l’episodio. Io questa scena l’ho già vissuta countless times e faccio qualche considerazione.

La prima è la “tenerezza” che mi fa questa persona, perché rivedo il me stesso di vent’anni fa o quasi. Quindi da questo punto di vista lo invidio.

La seconda è pratica, di lavoro: nessuno sta aspettando quella persona, o chicchessia, per aggiungere un nome al database dei traduttori. Dunque la priorità è sapersi presentare in maniera professionale e dimostrare che si può portare valore al cliente (anche parlando la sua lingua).

E in questa direzione specifica c’è molto da fare, perché troppo spesso i traduttori – e ne ho conferme continue – escono dalle scuole di traduzione ferratissimi sulla traduzione in sé ma senza la minima idea del mercato, delle persone e aziende con cui si confronteranno, a chi offriranno il loro servizio eccetera.

Non sono naturalmente obiettivo nel dirlo, ma credo che il workshop che grazie a Sabrina Tursi avevo tenuto a Pisa un paio di mesi fa sia molto utile (indipendentemente dal fatto che lo tenga io), tant’è che lo replicheremo entro fine anno a Torino e poi faremo delle altre date.

Infine grazie a questo “ragazzo” – absit iniuria verbis – per aver dato lo spunto per questa riflessione, e con l’augurio di risentirci a idee più chiare per lui e con un proposta precisa verso di me e i miei colleghi.

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