apr 22

Continuo ad interrogarmi sulla lettura, attività che occupa tanta parte delle nostre vite. Leggo questo articolo e trovo alcune considerazioni stimolanti sui vantaggi della lettura analogica rispetto a quella digitale.

La prima riguarda la topografia della lettura: siamo in grado di localizzare le parole e le frasi in un libro, mentre in un lettore per ebook questo non è possibile. Il lettore per ebook “vuole” prendere il controllo della situazione, mentre noi lettori vogliamo sapere dove ci troviamo. Ed è possibile anche che ciò si rifletta su quanto noi assorbiamo di quanto leggiamo: almeno per quanto riguarda i libri tecnici, probabilmente la carta ha ancora un valore intrinseco superiore.

Ovvero, i lettori digitali dovranno migliorare in futuro. Ma certamente lo faranno, perché la strada non può che essere questa. E del resto tutto ciò non mi pare dissimile da quanto accade in Flatlandia: un mondo nuovo nasce e poi cresce intorno a noi e noi facciamo fatica ad accorgercene. Anche perché usiamo questi lettori come libri e non al 100% delle loro capacità – un po’ come accadeva con le prime auto, che erano in sostanza delle carrozze potenziate.

Un altro punto migliorabile dei lettori è l’esperienza sensoriale nel suo complesso: la lettura non è infatti solo vista, ma anche udito, tatto e olfatto. È un’esperienza complessa, non sono solo segni grafici che ci restituiscono un significato.

Il terzo punto è: quanto le informazioni lette incidono nella nostra memoria a lungo termine? È collegato al primo, come si diceva; e anche qui la carta è ancora in vantaggio.

Del resto l’inchiostro elettronico ha altri vantaggi innegabili (e siamo solo all’inizio), perché, come chiosa l’autore dell’articolo,

When it comes to intensively reading long pieces of plain text, paper and ink may still have the advantage. But text is not the only way to read.

C’è una strada lunga e interessante davanti a noi.

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apr 01

biblioteca
Umberto Eco sostiene – giustamente – che la propria libreria è in realtà una biblioteca: è sciocca la domanda “ma li hai letti tutti questi libri?”

Non è importante aver letto tutti i propri libri, è importante quel che ti hanno trasmesso e ti trasmettono. (“Cesare Pavese [...], l’uomo-libro.”)

Se prendi in mano un incunabolo o una cinquecentina oggi, sono di fatto inutili. Ma anche un libro stampato cinquant’anni fa ha poche chance. Guardo i miei libri: a parte la Treccani, che possiedo per ragioni di famiglia (e che comunque viene consultata forse una volta l’anno), a parte qualche volume Einaudi degli anni Cinquanta (dovuto ai miei studi su Pavese), a parte qualche raro volume dell’Ottocento, la maggior parte dei miei libri è stata pubblicata negli ultimi vent’anni, e più della metà negli ultimi dieci.

E un ebook? Dove sarà – continuo a chiedermi – tra cinque anni l’ebook che compro oggi? Ovviamente la scelta del supporto è un compromesso – il cuore mi direbbe la carta, la praticità è senz’altro digitale –, ma raggiungere un equilibrio è difficile.

Almeno un punto fermo, però, inizia ad apparire: il libro di carta ha per me valore superiore. Lo ha perché nell’ebook mi perdo: è comodo, è più economico, il dizionario mi aiuta e così via ma mi fa perdere i riferimenti. (Certo il fatto ch’io non sia un nativo digitale ha la sua influenza, ma insomma io parlo per me.) Un paio di mesi fa mi trovai a dover decidere, per un libro che desideravo e che volevo come sorta di “bibbia” per un argomento che mi stava a cuore, se scegliere l’edizione cartacea, più cara e che ovviamente avrei dovuto attendere, oppure l’ebook pronto in pochi secondi per la lettura. Scelsi il libro su carta, e oggi non sono pentito.

I libri mi accompagnano, li accarezzo li sfoglio li pulisco, invecchiano con me.

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gen 21

biblioteca
Che cos’è un libro, oggi?

Quali sensazioni provavano i lettori allorché si introdussero sul mercato i primi incunaboli? Che cos’era la lettura per loro, a fine Quattrocento?

Che cos’è la lettura per noi, oggi?

Che cosa sarà dei miei libri adorati che ho sul Kindle anche solo tra dieci anni? Se nel 2020 vorrò andare a ripescare una citazione di un libro che ho letto ora in versione digitale sarò in grado?

Perché oggi, nel 2013, se voglio comprare un libro che mi interessa veramente, un livre de chevet, propendo piuttosto per la versione su carta nonostante il costo superiore?

Impressionerò ancora qualcuno che verrà in casa mia coi miei libri, un domani, mostrandogli tutte le opere che ho sul Kindle (od omologo che ci sarà allora)?

Perché la lettura, che è un’attività che assolutamente adoro – assolutamente, senza riserva alcuna – mi procura delle ansie? Be’, il perché lo so, è per via di questa commistione tra analogico e digitale; ma non sono – non sono ancora, perlomeno – in grado di approfondire gli aspetti negativi di questa sensazione, non riesco a capire dove mi porterà.

A questo si aggiunge l’inevitabile appiattimento dei contenuti: accorciare la filiera editoriale vuol dire anche che chiunque oggi può diventare con facilità editore di se stesso; e allora i lettori finiscono per comprare dei libri di cui non hanno bisogno e del cui acquisto si pentono appena iniziano la lettura. (Been there, done that.)

La lettura è liquida, insomma; e questo non è di per sé un fatto negativo. Forse devo imparare a distinguere tra l’oggetto libro e la conoscenza e il piacere estratti dai libri. Non lo so, non capisco bene. Vorrei capire ma non riesco a sistematizzare la questione.

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giu 04


Alla fine ho scelto un Kindle. Era inevitabile, un forte lettore come me non può più fare a meno di un ebook reader.

Intanto un pensiero sul nome della cosa. Marco Cevoli notava il fatto che non esiste ancora una lezione precisa per “ebook”, che viene anche indicato come “e-book” oppure “eBook”. Ebbene, per me – che sono minimalista fino al midollo quando si tratta della scrittura – è e sarà certamente “ebook”, senza trattini o maiuscole, perché non ne vedo la ragione. (Oltre dieci anni fa Gianfranco Livraghi spiegava perché secondo lui non fosse necessaria la maiuscola alla parola “internet”).

In ogni caso ho fatto un po’ di ricerche, i modelli sono molti, alcuni molto economici, alcuni un poco sorpassati quanto a tecnologia. Anche gli standard (sembra una contraddizione in termini) sono tanti, e orientarsi in tutto ciò provoca confusione.

Il Kindle Touch mi è sembrato un compromesso ragionevole. Mi dispiace un po’ andare con colui che è già il più forte, ma la concorrenza non mi è parsa all’altezza. (Non sono un esperto, non ho tutte le informazioni ma solo qualche opinione.)

Ma al di là di queste considerazioni mi premeva proprio arrivare lì, lì dove i libri sono fatti di bit e non più di carta.

Un anno fa riflettevo sul concetto di lettura, oggi le cose mi sembrano un po’ più chiare ma anche – credo sia inevitabile – più piatte. Ricordo una ricerca di tanti anni fa, credo quasi una decina, fatta o commissionata da un’istituzione assolutamente seria (forse il Financial Times, ma vado a memoria), che indicava nel 2047 l’ultimo anno in cui si sarebbero stampate delle riviste. Ebbene, allora questo era difficile da immaginare ma oggi, ai tempi dell’iPad, è più facile vedere come ciò inevitabilmente succederà.

Mi ci affezionerò, a questo come ad altri strumenti che verranno, perché io adoro la lettura e, con Bobbio, mi fermo a leggere anche il biglietto del tram gettato per terra.

La parte negativa in tutto ciò è il concetto stesso di libro, che tende a diventare un blocco di lettura slegato dal resto (un po’ come accade per i brani musicali rispetto ad un album), e questo lo trovo un poco difficile da digerire – io che ho la Treccani in salotto a far mostra di sé, oggetto bellissimo quanto oggi inutile acquistato dal nonno Giovanni quando uscì, nel 1929. Ma insomma i vantaggi sono innegabili e dunque sia.

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mar 21


No, dico, non è cosa da poco. Il concetto di lettura sta cambiando, e cambiando in maniera assai rapida. Da tempo rimando l’acquisto di un lettore di ebook, ma so che non potrò farlo indefinitamente. E allora penso a tutti i libri della mia libreria, fatti di pensieri di pensatori e autori con cui sono cresciuto, che hanno formato il Gianni di oggi, e li immagino da domani cedere tutti insieme mestamente il passo a un aggeggio dal peso di trecento grammi.

Non solo: ma penso anche che non leggerò mai più libri come La storia di Elsa Morante, ottocento pagine in corpo dieci che presero un paio di giorni del Gianni venticinquenne, in un’incantagione piena di fascino e con un senso intenso di letteratura che mi circondava. Ora mi spaventa la mole, l’ho portato da casa alla Piatta (la mia isola felice in mezzo ai boschi) ma anche là credo che rimarrà chiuso, una sorta di messaggio in bottiglia che nessuno leggerà più. Ahimè.

E per estensione mi viene in mente anche quanto scrisse Umberto Eco in Come si fa una tesi di laurea:

Sovente le fotocopie agiscono da alibi. Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l’azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l’impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. [...] Difendetevi dalla fotocopia: appena avutala, leggetela e annotatela subito.

Ho finito da poco di leggere un bel libro sul tema, Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, di Nicholas Carr. L’autore non dà giudizi, ma cerca di presentare la situazione che abbiamo dinnanzi a noi nella maniera il più possibile obiettiva. E mi è venuto in mente un altro paio di libri letti anni fa su temi molto simili: Giuliano da Empoli, Overdose. La società dell’informazione eccessiva e Gabriel Zaid, So Many Books. Reading and Publishing in an Age of Abundance. Evidentemente è un problema che sento da tempo. Ed evidentemente non sono solo in questo disagio.

Ho sottolineato anche (cosa sarebbe leggere un libro senza la compagnia di un evidenziatore?) un passo del libro di Carr che mi ricorda Il Cigno nero:

Il flusso pressoché continuo di informazione che si riversa dal Web fa leva anche sulla nostra tendenza naturale a “sopravvalutare largamente quello che ci succede proprio adesso“, come spiega lo psicologo dello Union College Christopher Chabris. Desideriamo ardentemente il nuovo anche quando sappiamo che “il nuovo è molto più spesso banale che essenziale”.

Adoro la tecnologia e i benefici che porta – anche se credo, con Fabian Kruse, di non aver bisogno di un iPhone per essere felice –, ma sono un poco confuso. Non dico né credo che la situazione di oggi sia peggio di quella di ieri relativamente alla lettura e all’articolazione del pensiero, solo che sono un po’ confuso.

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