mar 05

Torno sul mio bilinguismo, di cui ho parlato lunedì scorso, per precisare il concetto dal momento che temo di non essere stato sufficientemente chiaro.

In primo luogo capisco che le lingue sono sempre argomenti delicati, perché entra in gioco l’identità della persona. In più, credo che l’etichetta di “piemontese” abbia per molti un’accezione negativa, perché da un lato fa venire in mente il contadino e le montagne, dall’altra ricorda pagine controverse della storia d’Italia.

Ebbene, il mio piemontese è semplicemente un altro paio di occhiali per guardare il mondo. Se fossi nato da un’altra parte avrei un’altra lingua a dare forma ai miei pensieri. Non ho nessuna pretesa di superiorità, nessun desiderio di rivalsa di nessun genere, niente da insegnare a chicchessia.

E poi credo che questa lingua, come tutte le lingue del mondo, sia un’apertura verso l’esterno, certamente non un chiudersi a riccio in un castello dorato dove le persone parlano solo la mia lingua. Il mio bilinguismo insomma mi aiuta a cercare di capire chi è diverso da me; e mi fa apprezzare lingue – e dunque culture – distanti e diverse.

Tutto qui. In maniera molto semplice e tranquilla.

feb 27

Mi sono interrogato su che cosa significhi, per me, il mio bilinguismo. (Forse è un pensiero che mi torna spesso, ma non credo in maniera molto conscia.) L’occasione mi è venuta da un commento casuale sulla mia pagina Facebook. Io avevo citato qualche brano di una splendida traduzione del Piccolo principe, e mi si è fatto notare che i piemontesi sono “proprio convinti”, dal momento che abbiamo due diverse traduzioni di quel libro.

Ora, la storia di quella doppia traduzione non è importante qui. Ma il mio bilinguismo è qualcosa che non serve a nessuno se non alla mia identità, a vivere una vita mentale più ricca. Apparentemente, non farebbe nessuna differenza se non parlassi e scrivessi piemontese: questa lingua non serve a nulla, per così dire. Ma il pericolo – parlo per me – è di trovarmi senza lingua materna e non voglio che accada, tutto qui. Il pericolo è per esempio di colui che è emigrato e ha perso la sua lingua senza trovare davvero la lingua del paese che l’ha accolto, e ad un certo punto si è trovato senza identità.

(Prescindo qui da tutte le opportunità che mi provengono dal conoscere altre lingue oltre alla prima e alla seconda, parlo solo delle mie lingue materne.)

Chi sei tu, veramente, senza una lingua tua, quale che sia? Una lingua ti definisce, è il tuo paese, sei tu. Quando penso alle parole che vivranno almeno fino a che vivrò io mi sembra un bel posto, il mondo. E mi sovviene GianRenzo Clivio:

Mia part i l’hai fala, ij mè cit a parlo piemontèis e fin ch’i vivo i l’avrai da parleje piemontèis a quaidun.

Parole, parole, parole. Parole inutili, parole incantevoli. Pavese:

Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro.

Queste due lingue in cui mi sono rimescolato e mi sono conosciuto mi definiscono, qualunque cosa accada; sono una compagnia e una difesa, una consolazione e un mezzo. Le parole.

dic 24

foto di Cesare Matta

‘L piemontèis a l’é mè pais.
Tuta la resta a l’é mach d’anviron.
(Tavo Burat, Piemontèis che mi i son)

Pochi giorni fa, in una mattina freddissima nella sua Biella, è scomparso Tavo Burat, i cui pensieri, opere e soprattutto azioni hanno avuto un impatto profondo sulle vite di tante persone.

Il collegamento con Brainfood è molteplice. Innanzitutto era un mio amico, anche se tremo un pochino a pronunciare questa parola, per il fatto che sto parlando di un mito di spessore assoluto nel panorama linguistico e non solo, e non certamente solo italiano.

Poi è stato un difensore delle lingue minacciate, e questo non da oggi, ma a partire da tempi non sospetti: negli anni Cinquanta – aveva venti e pochi anni – andava con la sua Lambretta valle per valle a cercare di risvegliare nei montanari la coscienza della loro identità, e questo ben prima che “occitano” fosse una parola di moda.

(Ricordo un giorno, qualche anno fa, in cui, intorno a Draguignan, in piena Provenza, mi ero perso e cercavo informazioni sulla strada da prendere. Incontrai un vecchio, una persona che sembrava un tutt’uno con le rocce bianche di quella zona, e che pareva essere lì da sempre. Iniziai a chiedergli indicazioni in francese, ma faceva fatica a capirmi. Proseguii in piemontese, lui mi rispose in provenzale e la conversazione andò avanti per qualche minuto liscia e fluente.)

Poi (dove “poi” significa qualcosa come “da ultimo ma non per ultimo”) il legame con Tavo è dato dalla lingua piemontese, che è anche stata l’occasione scatenante della nostra conoscenza. Ho ricevuto talmente tanto da quest’uomo, e con me un numero impressionante di persone, come ho avuto modo di vedere al suo funerale, che oggi mi sento una persona più completa grazie a lui. E dunque – in maniera scontata, ma autentica – dirò: grazie, Tavo.

Un anno fa c’era stata alla Provincia di Torino la presentazione di Poesie, volume edito dal Centro Studi Piemontesi che raccoglie la sua produzione poetica. Ebbene, in quell’occasione Tavo Burat non pronunciò molte parole, ma tutte molto significative. Disse che non si considerava un poeta nel senso che diamo normalmente al termine, ma solo (“solo”? “mach“?) un poeta nel senso dell’umanità che era dentro a lui come a ciascuno di noi. Ecco, anche se sono troppe le cose che non capisco, troppe le volte in cui devo dire “non so”, credo che in una parola il suo insegnamento sia qui, nella poesia che è la vita dentro ciascuno di noi.

Già, perché una delle mille qualità di Tavo era la sua umiltà, ma alla famiglia ha lasciato precise indicazioni su ciò che avrebbero dovuto scrivere sulla tomba:

Tavo Burat – poeta an piemontèis.

(Un invito, insomma, a guardare dentro noi stessi, a meditare in silenzio. Grazie, Tavo.)

dic 10

L’ultimo numero di Multilingual pubblica un mio articolo sullo stato della lingua piemontese oggi.

Piedmontese, an endangered language è una breve storia della lingua piemontese; e parla di grammatica, musica, letteratura e soprattutto di quello che ritengo essere il punto essenziale per la conservazione di questa e altre lingue minacciate dalla globalizzazione: ovvero il fatto che le si parli ai propri figli.

In GoPiedmont, il mio blog dedicato all’argomento, il discorso è ovviamente più articolato. (Anche la foto mi sembra più naturale.)

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