Ott 03

Madonna della Neve, Narbona

Madonna della Neve, Narbona


Col presupposto che tante volte questo mio diario pubblico è anche il mio diario personale, sono andato a riprendere alcuni vecchi post che riguardano il mio rifugio tra i monti. Ho riletto, pensato, provato dei sentimenti. Nei giorni scorsi, soprattutto grazie alle parole di Batista, l’amico mio più caro, e di Gyorgyi, una traduttrice che mi è ugualmente molto cara anche se non l’ho mai incontrata de visu, ho capito che dopotutto posso fare a meno di quel luogo. A molto malincuore, si capisce: ma il fatto è che io amo quella valle, quella cultura, quei silenzi (i silenzi sopra tutto, questo non è prescindibile), e in parallelo che non ho più l’età per fare tanti compromessi.

(Di quel che è successo di preciso dirò quando l’avrò metabolizzato per intero.)

Per quel che si può, però: perché noi pensiamo di fare delle cose e trighiamo e brighiamo eccetera ma poi ciò che succede, i risultati delle nostre azioni, è una combinazione di fatti quasi assolutamente casuali e quasi del tutto slegati tra di loro. Quindi io penso di non volere fare compromessi ma poi fatalmente ciò accade. E pazienza; ma per quel che posso controllare il mio pensiero è semplice e lineare: io voglio andare diritto alle radici dell’essenza delle cose. Posso non riuscirci, o non riuscirci sempre, o riuscirci solo qualche volta, ma questo è l’obiettivo.

E quindi voglio finire di preparare la lista delle cento cose da fare. E poi farle. (Domani, ad esempio, con un amico – idea sua e lode quindi a lui – porto papà in un luogo di montagna dove lui soggiornò da piccolo e di cui conserva tante belle memorie. Questo è un fatto forse minimo ma molto importante.) Questo è fondamentale. Mi sto applicando proprio per quello, anche perché non c’è più tempo da perdere: ho bighellonato anche troppo.

E poi, tornando alla montagna, questo ancora voglio dire: quando faccio delle cose che mi danno soddisfazione intrinseca ed estrema – cose autoteliche, diciamo – sono spesso da solo. (Camminare per le montagne è appunto la prima attività che, chiudendo gli occhi, mi viene in mente.) Questo da una parte mi dispiace, ma dall’altra mi dice che gli accadimenti importanti e significativi, veramente importanti e significativi della nostra vita non vanno nella direzione consueta, non vanno nel senso comune, non vanno nel senso delle cose che fanno tutti.

Set 05

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Oggi è un giorno di confine.

Oggi è il giorno del ritorno dalla montagna in mezzo in mare, da quel luogo di incantagione che amo in maniera sconsiderata, una partenza che spera – di più, confida – in un ritorno.

Se il momento dello sbarco al porto di Bastia è un momento pieno di luce, di sole e di colori, di attese e di promesse (che poi puntualmente si avvereranno), il momento dello stacco dal medesimo porto – che accadrà da qui a poche ore – è un momento non triste, no, triste non di può dire, ma certo carico di pathos, di sentimenti pieni.

In più, come ormai tradizione negli ultimi anni, quando ritorno dalla Corsica ho anche per l’anagrafe un anno in più (ciò aggiungendosi a questo preciso momento dell’anno in cui, soprattutto con la ripresa della scuola dei figli, più chiaro che a Capodanno si avverte che un altro anno è passato; e se per avventura sei nato proprio in questo periodo le cose si sommano). In sostanza sono partito che avevo IIL anni e torno avendone IL. Ma un tempo tenevo maniacalmente al compleanno, ora invece mi sembra qualcosa che accade come tante altre cose, che non richiede grande considerazione. (Però accade, e questa tradizione familiare la trovo ormai molto mia, mi appartiene.)
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Invece più importanti – estremamente più importanti – sono le sensazioni di questo soggiorno, quelle provate camminando soprattutto. Di quando me ne stavo seduto a guardare le montagne. Di quando entravo in un paesino come in punta di piedi, per non disturbare l’armonia del luogo. Dei grandi silenzi, immensi, come quello della piazza di Serra di Scopamene all’imbrunire, interrotto solo dal gorgogliare della fontana; e poco più in là una signora che raccoglieva le foglie secche. Della vista dal faro di Senetosa, luogo un tempo abbandonato e ora riportato a nuova vita nell’accogliere viandanti. Di Marmuntagnja, ovviamente.

il faro di Senetosa

il faro di Senetosa


La Corsica. Il mal di Corsica. Lascio questa terra già pensando al ritorno prossimo, e comunque con gli occhi e la mente pieni di gioia.

Ago 15

A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso.
Cesare Pavese, La luna e i falò

Punta Zilia

Punta Zilia

Giorni del tutto sereni, questi. Sono immerso nella natura della terra che probabilmente amo sopra tutte, la montagna in mezzo al mare che mi ha accolto la prima volta quattordici anni fa e dove ogni volta ritorno sempre come fosse la prima e nello stesso tempo l’ennesima.

Qui cammino corro respiro, passeggio lungamente, ho i pensieri svuotati. Mi sento a casa. A volte penso alle vacanze di tanti anni fa, quando la mia lettura preferita era “Il Sole 24 Ore”, e anche se tante cose non le capivo pensavo che avrei dovuto, per fare quello che volevo fare – costruire una grande azienda con tante persone a lavorarci dentro eccetera eccetera eccetera. Poi gli anni sono passati e il percorso è stato molto diverso da come me lo immaginavo all’inizio, ma assolutamente più appassionante e interessante.

Oggi penso che ora avrei la maturità per ampliare l’azienda, costruire qualcosa che potrebbe assomigliare a quello che avevo in mente tanti anni fa. E lo penso qui perché in questo luogo immerso nella serenità e quindi privo di qualunque pensiero negativo mi viene più semplice cercare di costruire e immaginare il futuro come potrebbe essere e come vorrei che fosse.

Tante cose non le posso più fare e questo mi è chiaro, gli anni sono passati e sono nelle mie seconde nove. Tuttavia, ho lavorato sempre con passione e desiderio, come sempre con passione e desiderio sono venuto e torno in questa terra.

Tradicetu

Tradicetu


Ciò che mi manca rispetto ad allora probabilmente sono le ambizioni, perché adesso non ritengo più necessario fare tutte quelle cose come costruire una grande impresa: a me interessa molto di più osservare, camminare, respirare. Credo sia per questo che in luoghi come questi, così come nella Valle Grana, mi trovo assolutamente a mio agio. E se qualcosa manca, e se quella grande azienda comunque non verrà mai costruita, non lo considero un problema: è andata in questa maniera, ho fatto un milione di errori ma non mi rammarico di nessuna decisione presa, e tutto quello che ho fatto di sbagliato è servito per portarmi fino a qui: di questo sono molto contento. Quello che succederà vedremo, ma comunque vada sono soddisfatto.

Ago 01

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Un paio di anni fa organizzai nel mio rifugio tra i monti (e dove, altrimenti? 😀 ) un raduno di Langit. Fu un incontro quasi intimo, a cui parteciparono poche persone; ma la cosa non mi stupì, soprattutto perché Cuneo è lontana da qualsiasi cosa; e tanto più questo luogo, una borgata di una frazione di un paesino abbarbicato sul crinale tra la valle Maira e la valle Grana, dove o ci vieni apposta o non sai nemmeno dell’esistenza. Ma fu piacevole, e ne conservo un bel ricordo – come credo con me i partecipanti.

In più quest’anno ricorre il ventennale dacché diedi il via all’attività di traduzioni. I miei pirmi vent’anni nell’industria della traduzione. E quindi ho pensato di unire le due cose, organizzando qui per domenica prossima, 7 agosto, un raduno rivolto in primo luogo a tutti i traduttori, le traduttrici e le loro famiglie con cui ho avuto il piacere di lavorare insieme in questo tempo che mi pare lunghissimo, e poi a tutti i traduttori di Langit indistintamente (e alle loro famiglie, ovviamente).

In vent’anni si fanno tante cose, errori conquiste gioie lacrime fatturati crescenti fatturati calanti eccetera, e quindi soprattutto si crea un senso di comunità: magari piccolo, per carità, ma il fatto che tanti traduttori sono oggi miei amici è comunque un segno che qualcosa si è fatto.

Questa giornata, poi, si inserisce in un momento molto particolare per me, per quanto riguarda il mio rapporto d’amore con questo luogo, perché come ho detto qui è ben possibile che dopo trentanove anni questo sia l’ultimo anno mio e della mia famiglia in questo luogo.

(Tante persone hanno “fatto il tifo” per me in questo periodo riguardo a questo intoppo; e le ringrazio davvero. Il punto però è che al momento non so dire che cosa preferirò fare il prossimo anno. Lo saprò nei prossimi mesi, suppongo.)

Comunque sia, la sfida è lanciata: mi impegno a fare di questa giornata una piccola e piacevole festa. E tra vent’anni si vedrà.

Lug 11

Ho messo via un po’ di legnate
i segni quelli non si può
che non è il male né la botta
ma purtroppo è il livido
(Ligabue, Ho messo via)

Il mio rifugio tra i monti, luogo che mi ha visto bambino e poi ragazzo e poi giovane uomo e poi uomo e poi ancora persona che entra nella mezza età, è da anni – circa dal 2006, quando per la prima volta avemmo come famiglia ristretta (ovvero come nucleo familiare non allargato a genitori eccetera) la nostra vera casa, una sorta di nido – un rifugio, appunto, nel vero e pieno senso della parola – dove crescere le figlie d’estate, dove pensare in pace, dormire senza pensieri, scrivere, lavorare, camminare e così via.
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Ieri, il giorno dopo la fine ufficiale di #ER16 (a proposito: è andato tutto bene, ce l’abbiamo fatta, i bambini sono stati contenti, i genitori pure, e c’è anche stato il momento di commozione con la lacrima), è successo un fatto che sapevo che doveva succedere. Non posso dirne di più, ma la conseguenza è che da ieri quel luogo non è più lo stesso per me. Io, col mio progetto di andare ad abitare là entro il 2022, di farne il centro delle mie seconde nove, della mia scrittura e della mia meditazione, ora non sono più sicuro di volerlo. Ovvero, lo voglio ma alle condizioni che dico io, ossia a condizione che la pace e l’armonia non abbandonino il luogo. E queste condizioni ora potrebbero non essere più soddisfatte.

Sto pensando. Sto pensando se il mio sogno è ancora sensato oppure se occorra dire basta – basta a una quarantina di anni di vita, è una parola – e passare oltre.

Qui viene fuori un mio limite, l’ingenuità. L’ingenuità, è vero, mi salva da tante brutture, ma a volte mi fa vedere le cose in maniera distorta, e poi la realtà mi si presenta davanti agli occhi nella sua crudezza, e rimango attonito ancora prima che offeso.

Mi viene in mente Carl Fredricksen, e il suo sogno di vedere la Cascate Paradiso.

Mi viene il dubbio che questo mio sogno possa rimanere tale.

Ma mi viene anche da pensare che le mie Cascate Paradiso esistano (se nasci ingenuo non puoi morire scafato), solo che siano un po’ più in là.

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Mag 30

In poche parole, sabato è andata così:
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A mezzogiorno ero al santuario, che è di fatto il punto di partenza per tante mie camminate, e ho iniziato la salita verso il monte Tibert, dove sono arrivato due ore più tardi. Su c’era la nebbia ma non mi importava: i pensieri erano puri, puliti, leggeri. E poi si cammina per camminare, mica per altro o per giungere a un punto preciso: si cammina per mettere un passo dopo l’altro, salire, scendere o quel che comunque ti presenta la strada. Si va, si va e basta.

Ho poi seguito il crinale fino al monte Crosetta, anche piangendo per la commozione di quello spettacolo immenso e assoluto. Già, non ho ancora metabolizzato il fatto che al mondo esista tanta bellezza.

A un certo punto ho scorto Narbona (L’Arbouna):
Narbona
E in quel momento mi è stato chiaro perché ero arrivato fino a lì: per vedere quel luogo, pieno di fascino e di mistero, che non conoscevo. Non ho pensato, ho scarpinato giù per la montagna per cercare di arrivare in quel luogo lontanissimo. I piedi mi dolevano ma la passione è fatta così, non è fatta di pensieri.

Ragionandoci dopo ho capito che l’attrazione derivava dal fatto che lì si concentravano non una ma due mie passioni, le nostre montagne e i luoghi antropizzati abbandonati (perché cerco sempre di immaginarmi com’era la vita in un luogo quand’esso era animato e, appunto, vivente). Quando ad esempio grazie ad Alberto ho scoperto questo luogo ho subito pensato di volerci andare: cosa che feci dopo breve tempo con mia figlia piccola, per poi tornarci poco tempo fa in bici. Mi immaginavo le voci, la folla, il rumore, l’atmosfera.
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Ma dopo mezz’ora abbondante di passi posticci mi sono reso conto che non ci sarei arrivato, non per questa volta almeno. E il cruccio di non poterci arrivare mi ha fatto venire in mente il cugino di Pavese (I mari del Sud):

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.

Ecco, Narbona è quel cetaceo, l’andare del prossimo viaggio.

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Mag 16

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(Questo post si è scritto da solo, per intero, mentre camminavo.)

Scioccamente, il mio cruccio più grande di venerdì mattina, quando dovevo decidere se venire qui sabato oppure domenica (per domenica le previsioni parevano migliori), è stato il meteo.

(È da un po’ che medito un post su come è cambiata, probabilmente non in meglio, la nostra percezione del tempo da che ciascuno di noi ha il meteo sempre e comunque in tasca.)

Comunque alla fine mi sono detto what the fuck (o forse era navigare necesse, vivere non necesse, che è un tantino più elegante) e ho scelto il giorno che preferivo (sabato) perché ho pensato: il tempo faccia ciò che vuole, io vado e basta.

Ho dormito nel mio rifugio tra i monti. Alle 10 ho lasciato l’auto nell’ultimo posto utile prima della neve e ho cominciato il sentiero:

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(Parvetto – Fauniera – Colle dei Morti – Rifugio Trofarello)

Salendo, via via i pensieri si pulivano. Mi sentivo più leggero, più vero, più “Gianni”. Mi accompagnavano marmotte e silenzio. E i miei monti.

Dopo il sole è venuto il nevischio. È stato bellissimo ugualmente, o forse anche un poco di più.
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Parallelamente, buona parte del percorso era innevato, da pochi centimetri a mezzo metro. Fatto cui non avevo pensato, e sì che ero stato avvertito; ma alla fine il fatto di aver camminato sulla neve e non sui prati e sulle rocce mi ha fatto apprezzare ancora di più la giornata.

Arrivato alla statua commemorativa di Pantani mi è sembrato di essere Foscolo sulla tomba del fratello. Io e lui, solo silenzio intorno.

Sono ridisceso con la pace intorno a me. Al Santuario di San Magno, ripresa l’auto, sono stato di nuovo al cimitero, e di nuovo mi ha preso un desiderio di dormire per quattro generazioni almeno.

Mag 02

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In mezzo alle mie montagne, sabato pomeriggio, mi è sembrato di capire qualcosa, anche se non sapevo né so dire che cosa.

Ero partito dal fondo della valle Grana e l’ho risalita, in auto, fino a dove è stato possibile, ovvero fino a che la strada non era bloccata dalla neve, qualche chilometro oltre il santuario di Castelmagno, fermandomi spessissimo per contemplare il paesaggio e fare brevi camminate. Faceva freddissimo, ma il pomeriggio era bello nonostante le previsioni. (Non è una metafora anche questa, forse?)

Non lo so spiegare, certe cose probabilmente non esistono nelle parole, però so che io in mezzo alle mie montagne mi sento in pace con me, mi sento sereno. Non penso che si possa parlare di felicità, perché probabilmente quello stato è al di là della felicità. È come la stanza accanto alla stanza della felicità, qualcosa del genere.

Mi accompagnavano le immagini, le immagini soprattutto, lo spettacolo meraviglioso che la natura aveva organizzato per me. E poi mi accompagnavano i suoni, principalmente due: il lieto e tranquillo scorrere dell’acqua e il canto sereno di uccelli di cui ahimè ignoro il nome.

Mi è venuto in mente un libro letto tanti anni fa, La via del Toro di Leo Buscaglia, di cui ricordo pochissimo ma so che descriveva sensazioni simili a quelle che ho provato sabato.

E mi sovveniva la squilla argentina di dantesca memoria.

La pace della mente è fatta anche di cose strane, a volte, di sensazioni che a raccontarle probabilmente perdono gran parte del loro peso specifico.

Verso l’imbrunire faceva molto freddo, un termometro che ho visto segnava quattro gradi, ma tutta l’atmosfera la temperatura l’aria la luce declinante i suoni e le cose erano magicamente assemblati in un uno tutto in cui io mi sentivo assolutamente sereno e in pace con me, come mi accade sempre quando sono nelle mie montagne.

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Apr 18

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Parlavo qualche settimana fa del fatto che nel mio paese “d’adozione”, là nel mio rifugio tra i monti, si comincino a vedere piccoli segni del cambiamento: ovvero che finiti una società e un mondo, con tutto ciò di doloroso e triste che ciò comporta, inizi una società nuova, basata su regole e condizioni e opportunità nuove. (In due parole: vivere in paesi come Montemale di Cuneo è conveniente, non soltanto piacevole, per tanti motivi che non elencherò ora.)

Ebbene, la settimana scorsa c’è stata un’altra piccola prova di questo fenomeno in atto. (È un fenomeno di lunghissimo termine, e dunque i segni non sono semplici da cogliere nel presente; ma cionondimeno esiste, e come!) L’occasione è stata una conferenza tenuta presso la Trattoria del Castello in cui si è parlato delle associazioni fondiarie (AsFo), e di come queste possano fare da volano per lo sviluppo economico delle nostre montagne.

Da fuori si potrebbe pensare: “Ma cosa vuoi che si possa organizzare, in un paesino così?” Invece…

Invece, dopo un’introduzione storica a cura di Lele Viola, che ha illustrato il concetto di bene comune in queste valli nei secoli scorsi, e che ha fatto capire che l’idea non è certamente nuova, ma è piuttosto l’ammodernamento di qualcosa che esisteva secoli fa, il professor Andrea Cavallero ci ha spiegato come funzionano, nella pratica, le associazioni fondiarie. Francesco Pastorelli ha portato la sua esperienza della prima AsFo italiana, a Carnino. Alberto Valmaggia, assessore regionale alla montagna, ha concluso i lavori, sia da politico (la politica è necessaria, per queste cose) sia da persona competente e appassionata. Il tutto introdotto dal “nostro” sindaco, Oscar Virano, e moderato con grazia, competenza ed efficacia da Fabrizio Ellena.

foto di Roberto Acchiardo

foto di Roberto Acchiardo


Ma non è tanto fare dei nomi e ringraziare delle persone che importa qui – per quanto sia cosa da fare. Mi importa soprattutto porre in luce alcuni concetti che ho portato via dalla serata.

1. Le associazione fondiarie superano il problema dei terreni incolti e abbandonati, una tra le piaghe principali di queste montagne, perché uniscono in un grande insieme tanti piccoli appezzamenti che, singolarmente presi, non hanno valore economico né sono di interesse per chicchessia.

2. Le AsFo sono un’opportunità di impiego per giovani, impedendo così un’ulteriore spopolamento delle nostre montagne e anzi favorendo esattamente il fenomeno contrario, quello che dicevo all’inizio (sarei decisamente e completamente sorpreso se tra dieci anni gli abitanti di questo paesino non saranno aumentati del 10% almeno rispetto ai 240 attuali).

3. Le AsFo possono fare da volano all’economia del luogo: io penso soprattutto all’aspetto turistico, e dunque a sentieri attrezzati e puliti, strutture ricettive e quant’altro. Questo perché so bene, e lo so per esperienza diretta di una vita (vengo in questi luoghi ininterrottamente dal 1974), il valore umano e personale ma anche economico delle risorse che si trovano qui.

Tanto volevo dire per introdurre l’argomento. Il tutto, poi, è per me stato ancora più di valore perché si è svolto “a casa mia”, e ho provato sensazioni magnifiche derivanti dal semplice fatto dell’essere lassù; ma di questo, eventualmente, dirò alla prossima puntata.

Mar 28

bosco
Ho camminato tanto per le “mie” montagne in questi giorni. Ho percorso sentieri sconosciuti e mi sono addentrato in percorsi mai visti, mi sono perso nei boschi (non è che non mi piacciano le cose lineari, è che proprio non sono capace a seguire una strada diritta).

Non ho pensato molto – pensare, almeno qui, non serve a molto –, ho soprattutto ascoltato. Ascoltato lo stropicciarsi delle foglie sotto le scarpe, ascoltato il concerto della primavera che è ormai prossima, qui; ascoltato il vento che mi riporta alla memoria i miei giovani anni, quando immemore andavo percorrendo la mia via, ascoltato il gorgoglìo dell’acqua nelle bialere e nei combaj.

Pavese, come spesso accade, mi accompagnava. Il diavolo sulle colline, soprattutto:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

E poi, anche, come cosa bella ho visto piccolissimi segni di un mondo che, dopo essere finito, rifiorisce contro ogni logica e ogni convenienza: lo vedo nelle case che vengono ristrutturate (Chi vuoi che venga da queste parti, oggi? Eppure…), nella testarda convinzione di persone di buona volontà di far vivere un rifugio. E il punto non è tanto che quel rifugio merita di vivere perché può contribuire al benessere, in senso latissimo inteso, di una comunità, no: il punto è fare delle cose perché questo dimostra a noi stessi che siamo persone di buona volontà e che sappiamo guardare oltre l’oggi, oltre noi stessi.

Insomma qui c’è una natura che mi accompagna e c’è un mondo che, a ben vedere, inizia a rifiorire, proprio come una primavera dello spirito. Non importa se domani io sarò ancora qui a registrare quel che accade in queste bande: tutto ciò è bello e magico, ed è sufficiente.

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