mar 03

Bla_Bla_Bla
Io ho sempre adorato preparare preventivi. A chi mi chiedesse suggerimenti ricorderei due punti fondamentali:

Primo: la qualità non è un argomento di vendita.

Già: si ottengono risultati molto superiori semplicemente non menzionandola. Quello che noi facciamo parla molto più forte di quello che diciamo; e il concetto di qualità è un argomento del tutto soggettivo.

Secondo: la stringatezza nelle comunicazioni scritte ha un valore inestimabile.

Il nostro cliente non ha tempo di sentire tutta la pappardella su quanto siamo bravi eccetera, ma vuole sapere quanto gli costa il progetto, e vuole essere sicuro che il lavoro sarà fatto a regola d’arte. Quando sei un professionista non servono tante parole.

E poi c’è un altro punto che ho scoperto di recente (almeno nella sua formulazione scritta) e che trovo fondamentale:

in un preventivo, ti è permesso di usare una sola volta lo 0. Una sola. Fine.

Lo spunto viene da questo interessante articolo (sito da tenere d’occhio, quello), segnalato qualche settimana fa su ATA Business Practices.

 

L’idea è semplice ma profondissima allo stesso tempo: 1.680 euro appare un prezzo “ragionato” (comunque sia stato ricavato), mentre 1.500 è un arrotondamento (ovvero, nelle parole dell’autore: “Heck, I want a grand for this”).

If you’re tempted to charge $300, charge $320 instead. If your real hourly rate is $100, make it $115. More rational to the client, more coin for you.

Per me funziona. Idee?

lug 01

sito
Tutti i grandi progetti che sono usciti da Tesi & testi – i miei libri e le grosse traduzioni sono i primi casi che mi sovvengono – sono per me come dei figlioletti. Il sito di Tesi & testi nacque per combinazione nello stesso periodo della mia primogenita.

Ora, guardare la prima versione, oltre tredici anni dopo, mi produce un misto di tenerezza e nostalgia, con una punta di orgoglio.

La seconda versione, del 2001, era sempre brochureware, ma aveva fatto un passo in avanti.

Nel 2004 volevo il sito 3.0 (sono sempre stato stregato dalla magia dei numeri), e venne fuori un bel lavoro. Fu un progetto complesso, che durò mesi e richiese diverse competenze, ma la soddisfazione finale ripagò di tutte le fatiche.

Poi gli anni sono passati, io un po’ mi sono allontanato dall’attività, ho fatto nel corso del tempo degli aggiustamenti e dei ritocchi ma senza rivoluzioni.

Quest’anno mi è stato chiaro che dovevo fare qualcosa. Avere un sito completamente nuovo non mi pareva necessario (il flusso di lavoro è sostanzialmente costante, e non sarà una brochure elettronica che dice quanto siamo bravi a convincere qualcuno), però determinate modifiche erano necessarie: abbiamo creato una pagina Facebook, l’abbiamo rimodernato un pochino (e sto continuando a farlo, è sempre un work in progress).

A me piace; le opinioni altrui, comunque, saranno apprezzate e utili.

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dic 10


Questo post è dedicato a coloro che hanno in animo di intraprendere la professione di traduttore. È un suggerimento operativo che può avere valenza anche più estesa, nel senso che le considerazioni che farò valgono per tutte le professioni (i fondamenti sono sempre gli stessi).

Mi arrivano, ogni tanto (ma puntualmente), mail da studenti che mi chiedono informazioni di vario genere sul settore: prospettive sul mercato, informazioni sulla tal opera, domande sui CAT e compagnia cantando.

Sono di persone che stanno compiendo degli studi universitari, e che lavoreranno con la parola scritta. Dunque io mi aspetto alcune cose semplici: che il tono sia appropriato, che tutte (ho detto tutte, non quelle più elementari) ricerche siano state fatte e così via.

Ad esempio una mail indirizzata a me ma mandata all’indirizzo info e non al mio non va bene: il mio indirizzo si trova dappertutto sul web, non ci sono attenuanti.

Ad esempio che mi si chiami “signor Davico” non mi piace: o sono Gianni o sono dottore. (E so bene che occorre guardarsi dagli asini specie se dottori, ma lo dico nonostante.)

Lo so, lo so che lamentarsi vuol dire ammettere di essere vecchi, ma se sei in gamba certe domande non le fai, e se sei in gamba si vede subito. Bastano poche, pochissime frasi. (Il contrario è vero, ma non sempre.)

Quindi ragazzi, attenzione: dato che lavorate con le parole scritte, ogni virgola si conta e si pesa, ogni singola virgola può fare la differenza.

Detto questo, quel che so lo condivido volentieri, lo faccio con piacere – lo faccio qui e altrove da tempo immemore, per dire –, ma chiare devono essere le regole del gioco.

Anch’io certe volte ho consegnato lavori non perfetti e me ne pento. Anch’io certe volte non sono al massimo delle possibilità. Io sono bravo sul lavoro, molto bravo (absit iniuria verbis): voglio dare il 100%, sempre. E tu puoi fare lo stesso. Questo, in sintesi, è il mio invito per te, che potresti essere il “me stesso ragazzo”, per dirla con Franco Ferrucci (Lettera a me stesso ragazzo è un libro bellissimo, ed è un peccato che non si trovi più in giro).

Del resto che cos’è, veramente, il talento, ovvero ciò che – in questo specificio caso – ti fa adoperare le parole giuste? Da una parte rimando a Fuoriclasse, il libro di Malcolm Gladwell di cui ho parlato qui; e dall’altro lo si può dire con le parole di Bob Rotella:

In most of life’s endeavors, characteristics like persistence and self-discipline are much more important that the kind of talent measured by standardized tests.

Che aggiunge:

That’s why success in life correlates so weakly with success in high school.

Per riassumere: il talento è impegnarti al massimo, non è avere talento naturale. E quindi: le coordinate le hai. Ora tocca a te.

dic 03


Quando persone che hanno investito del denaro e del tempo per venire ad ascoltare le cose che hai da dire vanno via soddisfatte dopo una giornata di seminario, posso ragionevolmente affermare che l’obiettivo è stato raggiunto.

Certo, sabato è stato facile: da un lato Beppe Bonavia ha parlato per un paio d’ore di problematiche fiscali, di IRPEF e di INPS, di ricevute e di conteggi (non l’avevo mai sentito prima, ma ha indubbiamente il gran pregio di rendere interessante una materia che di per sé non avrebbe molto per catturare l’attenzione di un uditorio); dall’altro Sabrina Tursi è intervenuta spesso a offrire una prospettiva differente, competente e più ampia sugli argomenti di cui abbiamo parlato.

Insomma del valore s’è dato (e questa è la mia preoccupazione prima, e sostanzialmente l’unica). Certo, il tutto nell’ottica di un ambito lavorativo difficile, di un mondo della traduzione che cambia in fretta e così via. Ma il quadro generale è chiaro a tutti: il punto è offrire delle informazioni pratiche, dei suggerimenti, dei “trucchi del mestiere” che aiutino a costruire una carriera.

Il mio personale rammarico – ma ha a che fare più con i miei capelli che ingrigiscono rapidamente che con il marketing delle traduzioni – è che non riesco ad abituarmi al fatto che troppe volte mi si dia del lei, addirittura chiamandomi “professore”. Ma tant’è; io mi sento un ragazzo, e questo mi basta. Abbiamo fatto un bel lavoro, andiamo avanti.

nov 12


Sto preparando l’ormai prossimo seminario sul marketing per i traduttori che si stanno avviando a questa carriera, e questo per me significa prima di tutto studio e ripasso, per offrire a chi ci sarà contenuti freschi, aggiornati, di peso.

E lo studio, va da sé, si basa innanzitutto su articoli pescati in rete. Ecco qui a seguire un florilegio commentato di articoli in tema di marketing per i freelance: chi sarà presente può prepararsi anche partendo da qui, e chi non ci sarà potrà comunque trovare degli spunti interessanti per il mestiere.

Sono semplici suggerimenti sul come entrare nel mercato (da una porticina laterale, perché quella principale è quasi sempre chiusa).

Full disclosure: nelle mie ricerche ho un pusher di fiducia, cui va il mio grazie – sto parlando, ovviamente, di Sabrina Tursi, le cui imbeccate sono state preziose per arrivare a materiali come questi.

Questo articolo è, come tutti gli articoli utili in tema, prima di tutto buon senso applicato. Studia gli aspetti psicologici coinvolti nell’acquisto di beni e servizi, e spiega perché occorre rendere semplici le cose ai clienti, attuali e potenziali. Concetti molto simili si ritrovano qui, e fanno ricordare che

i mercati sono conversazioni,

come da tanti anni sappiamo grazie al Cluetrain Manifesto.

Qui uno stimolante podcast sul mercato del lavoro di oggi: lungo e a tratti comprensibilmente dispersivo, ma ne vale la pena.

E qui alcuni spunti significativi sul networking (ma tutto il blog è almeno da scorrere).

Altro punto: se è pacifico da anni che tecnologia e traduzione sono due aspetti della stessa faccenda, questo post mette in chiaro il fatto che anche il marketing fa ormai parte di diritto del gioco, quasi a formare un sodalizio uno e trino.

Infine: se non è stato previsto un budget, una sana risata – piena, rotonda e liberatoria – è la miglior cura, per fortuna. Il mondo è un posto bellissimo.

ott 22

Fino a che qualcuno non muove un passo, nulla nel mondo cambia.

Se io lavoro per conto mio non devo solo essere bravo (no, bravissimo) a tradurre, ma anche bravo (no, più che bravissimo) a promuovere i miei servizi, a vendere, a far di conto, a fare le fatture, a usare i social e così via.

Di questo, in poche parole, parleremo a Pisa il 1 dicembre. Non dimenticando che il traduttore non è un dipendente, quindi deve assumersi i suoi rischi (come ciascuno nel mondo del lavoro di oggi e di domani). Alla fine trovare il proprio posto nel mondo non è complicato, ma ha le sue regole. Regole che vanno seguite e applicate.

Già, perché aveva ragione Gramsci, quando nelle Lettere dal carcere parlava del concetto di difficile (o, ciò che è lo stesso, di facile): difficile rispetto a che cosa? È l’impegno che fa la differenza. Sono le regole del gioco.

La prima edizione milanese di questo workshop è stata un successo. Questo a testimonianza del fatto che il problema è sentito, che c’è necessità di sapere che cosa fare.

Ma un punto dev’essere chiaro. Anzi due.

Primo punto: io non dirò che cosa fare, daremo “semplicemente” degli strumenti su cui lavorare. Nessuno potrà mai insegnare nulla a chicchessia (si può solo, al limite, imparare), ma questo workshop – pratico e diretto – intende essere uno sprone per coloro che decideranno di investire del tempo e del denaro nel loro progetto di carriera. (Io non sono l’esperto: sono l’esploratore e la guida.)

Secondo punto: do per scontato che chi deciderà di partecipare si considera professionista, ritiene di offrire un servizio non meno che eccellente. (Sarà dunque la relazione, il tocco personale, quel qualcosa in più che solo il professionista può offrire, a fare la differenza.)

Cambiare si può, imparare si può, migliorare si può – a patto che la decisione provenga da noi, dal nostro interno.

Qui tutti i dettagli.

ott 08

Bell’articolo, questo, perché collega il lato destro del cervello a quello sinistro, cosa che troppo spesso manca alle analisi (anche mie, alas!).

Da leggere con attenzione, e soprattutto da applicare. Perché i clienti scelgono noi? Perché noi scegliamo un servizio piuttosto che un altro? Spesso non lo sappiamo dire esattamente. O meglio, non c’è un preciso motivo razionale:

Because their decisions are largely subconscious, intuitive, purely from the gut. Sometimes emotional. Maybe even irrational in some way. Instantaneous.

Claudio Maffei dice che l’unico motivo per cui compriamo una macchina – l’unico – è perché ci fa sentire fighi quando siamo sopra (parole sue). Ma lo dice anche Walt Kania:

Clients decide at gut level first. They only use the goodies in your CV to justify their choice afterward. Emotion first, facts later.

Interessante anche il paragone con il corteggiamento, perché la vendita è seduzione.

Quindi: dimentichiamo tutti i nostri titoli di studio, la lista dei clienti eccetera. La presunzione. (Se sei un professionista si vede subito, non c’è bisogno di molte parole.) Dimentichiamo tutto il resto e uniamo il lato destro del cervello con quello sinistro:

From what I’ve seen, your enviable credentials and hard-won qualifications may get you a phone call. But they don’t necessarily get you the job, or a long-term relationship.

Infine: regalare le proprie idee (what goes around comes around). È un investimento, paga.

mag 14

Fatto: i traduttori in Italia sono troppi. (Sono troppi rispetto ai bisogni anche i notai, i panettieri e le auto, ma non divaghiamo.)

Fatto: ho pubblicato una richiesta – una RFP, per dirla in gergo tecnico – qualche giorno fa su Langit. Una ricerca specifica per un progetto specifico con dei requisiti precisi.

Fatto: la maggioranza delle offerte ricevute non ha potuto essere presa in considerazione. O per mancanza dei requisiti, o perché scritta in fretta, non accurata eccetera.

Redigere una proposta di lavoro, ovvero rispondere a un’offerta, è un lavoro preciso. Volumi interi sono stati scritti sull’argomento. (Tanti anni fa mi incantavano e affascinavano libri come questo, attraverso i quali è passata tanta parte della mia formazione relativa al marketing e alle vendite, e mi intimoriva un poco l’idea di quanto lavoro fosse necessario fare per conquistare il proprio pezzetto di mondo.)

Come spunto di riflessione, ecco qualche passo da non compiere.

1. Non mettersi nei panni dell’interlocutore. “Basta che vada sul mio sito, che scarichi questo e quello” eccetera.

2. Non fare ricerche prima di spedire. Chi è il mio interlocutore, quali esigenze ha? (Nello specifico: in rete c’è tutto del mio lavoro, bastano dieci minuti per capire qualcosa di più.)

3. Mandare proposte a casaccio. “Tanto spedire una mail costa poco”.

I miei venticinque lettori sono invitati a dire la loro e a continuare la lista.

apr 16


Dopo Milano, a corso terminato, la mia domanda a me stesso è stata: “Avrò consegnato abbastanza valore a chi ha speso dei soldi e del tempo per venirmi a sentire?” A giudicare dai feedback la risposta è positiva, ma rimane sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio, qualche dettaglio da aggiustare eccetera.

Qualche giorno fa ho sentito, non ricordo più da chi, un concetto del tipo “chi insegna ad un bravo allievo impara due volte”. Sì, alla fine l’essenza del trasmettere la conoscenza sta tutta nella conoscenza che di rimando se ne deriva.

Abbiamo parlato di marketing, naturalmente, di CAT, di fatture e quant’altro. Ho cercato di fare una panoramica il più possibile completa sulla professione. Già, perché l’idea fondante non è che il traduttore è bravissimo a tradurre e basta: no, il traduttore è bravissimo a tradurre e (almeno) bravo – molto bravo è meglio – a fare le fatture, negoziare, vendere e così via.

Un professionista è un professionista a tutto tondo, insomma. Questo è il concetto che abbiamo cercato di far passare.

Ma, come ha giustamente fatto notare una partecipante sabato, “perché io devo spendere dei soldi per dei concetti che, con la laurea che ho, dovrebbero essere dati per saputi?” Già, perché? Anch’io preferirei che non ci fosse il bisogno di seminari come il nostro: ma a giudicare dalla risposta del pubblico il bisogno c’è, e come!

Tanto abbiamo già fatto, tanto e ancora di più rimane ancora da fare. Infatti non è certamente finita qui. E lo dico con le parole di Chris Guillebeau:

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

mar 26

Ho finito di preparare – fatica e gioia si intrecciano, in questo mettere insieme parole e immagini – la giornata milanese del 14 aprile, in cui parleremo delle basi per la professione di traduttore: come entrare sul mercato, come farsi conoscere, come stabilire i propri prezzi e così via.

In più, parteciperanno anche Giuseppe Bonavia, commercialista esperto in materia di problematiche fiscali per traduttori, e Sandra Bertolini, presidentessa AITI. Personalmente adoro questi incontri in cui si condivide la conoscenza per ricavare delle indicazioni pratiche su che cosa fare, a partire dal momento preciso in cui l’incontro finisce, per lavorare non tanto dentro la propria attività ma sopra, nel senso di fare le mosse di marketing giuste, impiegare gli strumenti più utili ai propri scopi e così via.

Certo, poi ciascuno il lavoro proprio dovrà farlo da sé, e questa è la parte più difficile di tutte; ma capire bene prima che cosa occorre fare è meglio per risparmiare tanto tempo dopo.

Motivare, spingere all’azione è il mio compito principale in questi casi (“io non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida”, per dirla con Tim Ferriss). Dopo tanti anni mi sembra di aver fatto tutto, e che quindi tutto sia ancora da fare. Sento dentro di me tanta forza ed energia da trasmettere a chi mi ascolterà.

Obiettivo principale: contribuire a colmare quella grossa lacuna che esiste tra il mestiere e il mercato. Tantissimo resta ancora da fare, ma la direzione è questa.

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