Nov 28

nebbia
Ora che non ho più il mio rifugio tra i monti (la storia della cui terminazione racconterò più avanti, quando l’avrò capita – perché se oggi dovessi spiegare il perché e il percome veramente non saprei che cosa dire – e interiorizzata meglio), mi sento più libero di spaziare nei miei peregrinari montani.

Venerdì, dopo una settimana di piogge continue, e nonostante il meteo incerto, ho scelto comunque di andare a percorrere questo sentiero. (“The timing is never right”, come dice Tim Ferriss.)

Era un luogo che, per quanto vicino ai percorsi soliti, non conoscevo; o meglio nel mio tempo adolescenziale affondavano vaghissimi ricordi di questo santuario, ma niente di più. (Quante volte passiamo accanto a cose e scegliamo di ignorarle!)
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Coi miei fidi scarponcini sono partito, ho camminato, ho liberato i pensieri. I contorni erano a tratti nebbiosi, a tratti più chiari. Ho apprezzato particolarmente il fatto di aver attraversato il crinale che divide la valle Maira dalla val Varaita, perché mi è sembrata un buona metafora dell’andare oltre. Oltrepassare le barriere mentali. Nel primo pomeriggio ero perso, volutamente perso in quelle montagne.

Niente, camminare mi definisce tanto, mi aiuta, mi libera. Conoscere davvero queste montagne, parlare con le persone, capire la differenza tra un pino, un larice e un abete, sentire il pietrisco sotto le scarpe: queste sono le cose che soprattutto voglio fare.

Ott 10

Venerdì mattina sono partito alla volta dell’alta valle Grana con l’idea di camminare tantissimo, allo scopo ultimo di pulire i pensieri. La giornata era discreta ma non limpidissima. Arrivato su, però, superato il santuario di Castelmagno, intorno al rifugio Trofarello (che, a proposito, grazie a progetti regionali avrà nuova vita a partire dall’estate 2018) trovo la prima sorpresa:

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Insomma la giornata lassù, sopra i 2.500, si preannunciava molto tersa. Lascio l’auto nei pressi del colle d’Ancoccia, là dove molti resti di fortificazioni militari abbozzano una storia minore che prima o poi dovrebbe essere raccontata, poco prima della lapide della Meja dove come in un brevissimo flash mi sembra di capire qualcosa, e inizio il mio giro. Il primo passo è facile: il colle del Mulo, che per me è un nome evocativo della mia infanzia: almeno una volta l’anno era “obbligatoria” una gita colà.

Poi il percorso prosegue per il passo della Valletta, da cui inizia una lunghissima discesa che fiancheggia l’imponente Rocca La Meja, che è il maestoso simbolo di questa valle e dell’attigua val Maira. Risalgo poi al lago Nero, e dopo un paio di chilometri mi capita una cosa che è immancabile nei miei girovagari: perdere il sentiero. Non c’è nulla da fare, tosto o tardi so che mi capita, so che comunque prenderò una strada laterale, non battuta, più scoscesa, probabilmente più affascinante (per me almeno).

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Una conseguenza è che intorno al gias della Margherina prendo uno scivolone epico sulla roccia, batto la gamba sulla pietra e sento immediato un dolore lancinante. Niente di grave, solo la botta; ma è bello lamentarsi, sia pure in un luogo dove potresti gridare a perdifiato e nessuno ti sentirebbe. Dopo qualche minuto di intontimento riprendo il cammino. Seguita ad accompagnarmi uno splendido sole, ora con qualche filo di nuvole. Arrivo al lago della Meja, passo il colle d’Ancoccia, la camminata volge al termine. Il panorama del momento è questo:

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Ritorno all’auto nell’ultimo sole del giorno. Sei ore abbondanti di camminata, 20 chilometri stimati. Penso che da domani riprenderanno le ansie e le difficoltà eccetera, ma per oggi i pensieri si sono puliti del tutto. E poi era bella oggi la valle Grana vista dall’alto.

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Ott 03

Madonna della Neve, Narbona

Madonna della Neve, Narbona


Col presupposto che tante volte questo mio diario pubblico è anche il mio diario personale, sono andato a riprendere alcuni vecchi post che riguardano il mio rifugio tra i monti. Ho riletto, pensato, provato dei sentimenti. Nei giorni scorsi, soprattutto grazie alle parole di Batista, l’amico mio più caro, e di Gyorgyi, una traduttrice che mi è ugualmente molto cara anche se non l’ho mai incontrata de visu, ho capito che dopotutto posso fare a meno di quel luogo. A molto malincuore, si capisce: ma il fatto è che io amo quella valle, quella cultura, quei silenzi (i silenzi sopra tutto, questo non è prescindibile), e in parallelo che non ho più l’età per fare tanti compromessi.

(Di quel che è successo di preciso dirò quando l’avrò metabolizzato per intero.)

Per quel che si può, però: perché noi pensiamo di fare delle cose e trighiamo e brighiamo eccetera ma poi ciò che succede, i risultati delle nostre azioni, è una combinazione di fatti quasi assolutamente casuali e quasi del tutto slegati tra di loro. Quindi io penso di non volere fare compromessi ma poi fatalmente ciò accade. E pazienza; ma per quel che posso controllare il mio pensiero è semplice e lineare: io voglio andare diritto alle radici dell’essenza delle cose. Posso non riuscirci, o non riuscirci sempre, o riuscirci solo qualche volta, ma questo è l’obiettivo.

E quindi voglio finire di preparare la lista delle cento cose da fare. E poi farle. (Domani, ad esempio, con un amico – idea sua e lode quindi a lui – porto papà in un luogo di montagna dove lui soggiornò da piccolo e di cui conserva tante belle memorie. Questo è un fatto forse minimo ma molto importante.) Questo è fondamentale. Mi sto applicando proprio per quello, anche perché non c’è più tempo da perdere: ho bighellonato anche troppo.

E poi, tornando alla montagna, questo ancora voglio dire: quando faccio delle cose che mi danno soddisfazione intrinseca ed estrema – cose autoteliche, diciamo – sono spesso da solo. (Camminare per le montagne è appunto la prima attività che, chiudendo gli occhi, mi viene in mente.) Questo da una parte mi dispiace, ma dall’altra mi dice che gli accadimenti importanti e significativi, veramente importanti e significativi della nostra vita non vanno nella direzione consueta, non vanno nel senso comune, non vanno nel senso delle cose che fanno tutti.

Lug 18

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Avevo un problema grosso. Per tutta la settimana scorsa avevo continuato a pensare a quello che era successo la domenica precedente, a casa mia nel mio rifugio tra i monti. È qualcosa che sono riuscito ad elaborare solo l’altro ieri, sabato, salendo al bivacco Rousset, che è un luogo che mi dà pace e tranquillità.

Sì, un fatto molto simile mi era successo l’anno scorso, quando salendo lassù avevo avuto la sensazione magnifica di liberarmi completamente dei problemi avuti con l’INPS che mi avevano tolto il sonno per un paio di anni: fu proprio come togliermi un peso, una splendida metafora della leggerezza dopo il tormento.

Questa volta è stato un po’ diverso, nel senso che sono salito lassù magari un po’ inconsciamente ma di fatto con l’idea di pensare, di riflettere, di sistemare le cose dentro di me. E quando sono arrivato in cima a quelle montagne sono stato in grado di capire quello che non riuscivo a razionalizzare.

(Non era #ER16, come hanno paventato alcuni amici! I bambini non hanno fatto alcun disastro, e nessuno si è lamentato!)

Ho capito che il nostro padrone di casa ha compiuto un atto sbagliato. (Non interessano qui i dettagli, basterà dire che ha avuto un atteggiamento che colpisce e offende una famiglia – la mia – che dalla notte dei tempi anima quel luogo.) Mi sono messo il cuore in pace, ho capito che posso anche rischiare di “perdere” il mio rifugio e pazienza, però devo dire a lui come stanno le cose e come la vedo io, perché quello che ha fatto non è giusto.

E insomma una volta che ho capito questo semplice fatto sono stato molto più tranquillo. Ho capito veramente perché ero salito fin lassù: in effetti era proprio per quel motivo lì.
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E allora il discorso generale, al di là di quello che è successo a me, che può essere importante o meno, è che camminare chiarifica i pensieri. Camminare in montagna li chiarifica ancora di più, li pulisce veramente.

E quindi l’andare nel mio rifugio tra i monti mi sembra già un’ottima occasione per sistemare le cose; ma a volte può non bastare, e allora devo salire un po’ più in alto, per esempio ai 2300 e rotti del monte Grum, e sedermi lassù in perfetto silenzio. E così certamente le cose – almeno dentro di me, e senza fare alcunché di particolare – si risolvono.

Giu 20

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Abbiamo fatto la pazzia, e la responsabilità è innanzitutto mia.

Tutto trae origine da un pensiero: vedere mia figlia piccola così spensieratamente bambina, innocente e felice nei suoi giochi (“La vita è fatta solo di giochi”, ha detto alla mamma non più tardi di un mese fa), e capire, sapere che è al limitare dell’infanzia, che questa sarà forse l’ultima sua estate di bambina; e allora cercare di fermare il tempo, e fermarlo io so che si può solo mirando a viverlo nella sua pienezza intera, nel suo andare, nel suo flusso naturale, con l’idea (forse infantile, e certamente ingenua) che tutto questo contribuirà a rinforzare i miei ricordi di lei quando bambina non sarà più.

Allora abbiamo invitato nel nostro rifugio tra i monti la sua classe intera, per una settimana che è quasi qui. Ed è stato un successone di adesioni: nella prima settimana di luglio saremo in compagnia di ventidue diconsi ventidue bambini scorrazzanti, urlanti, ridenti, felici intorno a noi.

Bambini felici.

Ecco, alla fine delle fini mi sembra che essere genitore sia questo. Cioè mi sembra che in accadimenti come questi sia nascosta una risposta – provvisoria e parziale, per carità – al motivo per cui esistiamo.

(Già, quella notte in cui nacque Roberta capii – intuii, forse, è più preciso – che attraverso quell’angelo di respiro e sangue sarei diventato immortale.)

Sarà una settimana superimpegnativa, ma dove c’è gusto non c’è perdenza. Ne parlerò ancora più di una volta, è sicuro. Ma insomma oggi volevo fissare in questo diario questa idea, rendere chiaro anche a me stesso che fare delle pazzie, a volte, vuol dire esser vivi.

Mag 30

In poche parole, sabato è andata così:
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A mezzogiorno ero al santuario, che è di fatto il punto di partenza per tante mie camminate, e ho iniziato la salita verso il monte Tibert, dove sono arrivato due ore più tardi. Su c’era la nebbia ma non mi importava: i pensieri erano puri, puliti, leggeri. E poi si cammina per camminare, mica per altro o per giungere a un punto preciso: si cammina per mettere un passo dopo l’altro, salire, scendere o quel che comunque ti presenta la strada. Si va, si va e basta.

Ho poi seguito il crinale fino al monte Crosetta, anche piangendo per la commozione di quello spettacolo immenso e assoluto. Già, non ho ancora metabolizzato il fatto che al mondo esista tanta bellezza.

A un certo punto ho scorto Narbona (L’Arbouna):
Narbona
E in quel momento mi è stato chiaro perché ero arrivato fino a lì: per vedere quel luogo, pieno di fascino e di mistero, che non conoscevo. Non ho pensato, ho scarpinato giù per la montagna per cercare di arrivare in quel luogo lontanissimo. I piedi mi dolevano ma la passione è fatta così, non è fatta di pensieri.

Ragionandoci dopo ho capito che l’attrazione derivava dal fatto che lì si concentravano non una ma due mie passioni, le nostre montagne e i luoghi antropizzati abbandonati (perché cerco sempre di immaginarmi com’era la vita in un luogo quand’esso era animato e, appunto, vivente). Quando ad esempio grazie ad Alberto ho scoperto questo luogo ho subito pensato di volerci andare: cosa che feci dopo breve tempo con mia figlia piccola, per poi tornarci poco tempo fa in bici. Mi immaginavo le voci, la folla, il rumore, l’atmosfera.
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Ma dopo mezz’ora abbondante di passi posticci mi sono reso conto che non ci sarei arrivato, non per questa volta almeno. E il cruccio di non poterci arrivare mi ha fatto venire in mente il cugino di Pavese (I mari del Sud):

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.

Ecco, Narbona è quel cetaceo, l’andare del prossimo viaggio.

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