nov 07

Tre anni fa scrissi una recensione del libro di Daniel Gouadec per Language International, sito che aveva lo scopo di far rivivere i fasti dell’omonima rivista, punto di incontro nel nostro settore tra il 1988 e il 2002; ma purtroppo ebbe vita breve. Ripubblico allora qui quel pezzo.

Daniel Gouadec is a professor at the Université de Rennes 2 and a well-known author in our field (a list of his publications can be found here). His latest feat is Translation as a profession, an excellent overview of the translator’s job in the XXI century. Generally speaking, the perception of the translation profession in the eyes of the general public is that of a sort of Saint Jerome with a dusty dictionary (obviously on paper) in his/her hands. But nothing is more far from the truth, now that translation and IT have become more and more intertwined; and this book contributes to clearing up that misunderstanding.

The book is divided into six sections. The first analyzes the translation process, while the second describes the translation profession and the market. The third section is devoted to how to become a translator, and at which conditions this career is worth the effort. The fourth can be seen as the result of the previous section, looking at issues such as rates, productivity, quality, deadlines, certifications and so on. The fifth section describes the impact that IT has had on the profession. The final section concerns the training of translators.

The main merit of the book lies in its completeness. Professor Gouadec gives an in-depth view of the profession that is very useful for aspiring translators as a guide, and for actual translators to revisit and rethink their job. In some passages, the book may come across as too theoretical, but must be said that it is anything but simple to give precise data and indications in this field. Also, there are too many pointed and numbered lists that do not really make for a fluent read: there is for example a numbered list that describes the translation process (pages 57-83) 156 points long! Another flaw that, quite frankly, surprises the reader is the lack of a bibliography: the author quotes some sites, but the information would have been more complete and accurate with annotated references to books and articles on the subject.

Some specific concepts are worth noting. For example that “the translating profession has long been dominated by women. The reasons were economic (the relatively low rates were acceptable as a second income) and social (translation offered part-time opportunities and flexibility)” (p. 88): a good and plain explanation for a phenomenon that is the same everywhere you go. Or that “salaried employment in the translation industry tends to focus more and more on such activities as project management and language engineering” (p. 89): this is precisely what is happening in the industry today.

Rather theoretical but interesting is the difference between a broker and an agency: the first “simply buys and sells translations”, whereas the second “usually takes care of at least part of the translation process” (p. 96).

There is also the unfailing point that regards the prices that translators apply to their clients: “When it comes to tariff levels, translators all too often appear to be willing to dig their own graves” (p. 199).

There are some other concepts that are perhaps more arguable. For example:

- “Translation graduates are expected to be able to translate from two foreign languages into their mother tongue” (p. 89; emphasis is in the original); why two and not only one, or more than two, as may be the case for Nordic languages?

- “It must also be remembered that a translation company’s rates will always be higher than those of a freelance translator” (p. 123): this is not always true, in some cases a freelancer may charge higher than an agency for a specialized service;

- “Need it be said that the choice of premises and their location are all-important [...]. Also be wary that many clients (more especially those that bring in the major contracts) will, soon or late, drop by [...] and that major clients will be dismayed at the sight of substandard premises” (p. 184): this may have been true in the past, but in the current market rules have changed dramatically;

- “A good rule of thumb is that the normal pattern for freelancers is to aim to cut down their reliance on agency work from 50% the first year, to around 20% by the third year” (p. 190): it may be useful advice as a general rule, but the numbers depend on many factors. Just to name one, translators may want to concentrate on their translation duties, letting the agencies do the marketing efforts for them and be compensated for this.

All in all, this is an excellent overview of the translation profession, recommended especially for translators who are still new to the profession; however the price may be an obstacle to the circulation of the book.

Daniel Gouadec, Translation as a Profession, “Benjamins Translation Library”, volume 73, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, 2007, pages 396, ISBN 9789027216816, price EUR 110.00 (hardbound – ebook), EUR 36.00 (paperback), available here.

apr 18


Ecco un libro che fornisce degli spunti di riflessione interessanti sul successo e sull’eccellenza.

Si chiede Malcolm Gladwell: in che cosa consiste esattamente il successo? C’è il talento, ovvio; ma il mito del self made man è solo una mezza verità. C’è infatti dell’altro:

Le spiegazioni del successo in termini prettamente individuali non reggono. Le persone non vengono dal nulla. Dobbiamo sempre qualcosa ai nostri genitori e a chi ci ha favorito. [...] La cultura a cui apparteniamo e l’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati plasmano i risultati che sapremo conseguire come neppure immaginiamo. In poche parole, non basta chiedersi come sono fatte le persone di successo. Per chiarire quale sia la logica per cui ottengono il successo che sfugge ad altri, dobbiamo chiederci da dove vengono (p. 16).

Gli esempi si sprecano. Per citarne uno solo: Bill Gates possedeva talento e ambizione sconfinati, ma se nel 1968 – quando lui era in seconda media – l’associazione delle mamme non avesse investito tremila dollari nel terminale di un computer (in un periodo in cui molte università non ne disponevano nemmeno), lui non avrebbe potuto cominciare a programmare in maniera intensiva, né avrebbe potuto proseguire poi, quando il caso gli offrì altre opportunità (nel 1971 Gates e il suo gruppo accumularono 1575 ore di programmazione in soli sette mesi).

Questo punto allarga il discorso ad un concetto che trovo affascinante. Per dirla con le parole del neurologo Daniel Levitin, citato nel libro:

Ci vogliono diecimila ore di esercizio per raggiungere il livello di padronanza associato all’essere un esperto di caratura mondiale, in qualsiasi campo (pp. 32-33).

Diecimila ore, oltre che essere una sorta di numero magico, sono un tempo enorme:

È assolutamente impossibile diventare adulti ed essersi esercitati per tutto quel tempo contando solo sulle proprie forze. I tuoi genitori devono averti incoraggiato e mantenuto. Non puoi essere povero, perché se devi tenerti un lavoro part time per contribuire a far quadrare il bilancio familiare, durante il giorno non ti rimarrà il tempo per esercitarti a sufficienza (p. 34).

Questa non è ovviamente una giustificazione per chi non arriva ai massimi livelli in un determinato campo, ma solo una spiegazione del fatto che per arrivarci devono allinearsi un numero di fattori non indifferenti. È, insomma, il classico Cigno nero: al punto che trovo assolutamente strano il fatto che il libro di Taleb non si citato nemmeno una volta in questo volume.

Altro argomento rilevante: l’intelligenza analitica. Gladwell dimostra come, superata una certa soglia di QI (intorno a 120), l’aggiunta di altri punti non porta ad alcun vantaggio misurabile nel mondo reale. E qui vedo un chiaro parallelo possibile con la ricchezza: oltre un dato livello, il denaro non porta più felicità e benessere (inteso come stato positivo della persona). Mentre l’intelligenza pratica, quella sì, può fare la differenza – ma qui il parallelo è decisamente da scoprire.

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mar 21


No, dico, non è cosa da poco. Il concetto di lettura sta cambiando, e cambiando in maniera assai rapida. Da tempo rimando l’acquisto di un lettore di ebook, ma so che non potrò farlo indefinitamente. E allora penso a tutti i libri della mia libreria, fatti di pensieri di pensatori e autori con cui sono cresciuto, che hanno formato il Gianni di oggi, e li immagino da domani cedere tutti insieme mestamente il passo a un aggeggio dal peso di trecento grammi.

Non solo: ma penso anche che non leggerò mai più libri come La storia di Elsa Morante, ottocento pagine in corpo dieci che presero un paio di giorni del Gianni venticinquenne, in un’incantagione piena di fascino e con un senso intenso di letteratura che mi circondava. Ora mi spaventa la mole, l’ho portato da casa alla Piatta (la mia isola felice in mezzo ai boschi) ma anche là credo che rimarrà chiuso, una sorta di messaggio in bottiglia che nessuno leggerà più. Ahimè.

E per estensione mi viene in mente anche quanto scrisse Umberto Eco in Come si fa una tesi di laurea:

Sovente le fotocopie agiscono da alibi. Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l’azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l’impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. [...] Difendetevi dalla fotocopia: appena avutala, leggetela e annotatela subito.

Ho finito da poco di leggere un bel libro sul tema, Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, di Nicholas Carr. L’autore non dà giudizi, ma cerca di presentare la situazione che abbiamo dinnanzi a noi nella maniera il più possibile obiettiva. E mi è venuto in mente un altro paio di libri letti anni fa su temi molto simili: Giuliano da Empoli, Overdose. La società dell’informazione eccessiva e Gabriel Zaid, So Many Books. Reading and Publishing in an Age of Abundance. Evidentemente è un problema che sento da tempo. Ed evidentemente non sono solo in questo disagio.

Ho sottolineato anche (cosa sarebbe leggere un libro senza la compagnia di un evidenziatore?) un passo del libro di Carr che mi ricorda Il Cigno nero:

Il flusso pressoché continuo di informazione che si riversa dal Web fa leva anche sulla nostra tendenza naturale a “sopravvalutare largamente quello che ci succede proprio adesso“, come spiega lo psicologo dello Union College Christopher Chabris. Desideriamo ardentemente il nuovo anche quando sappiamo che “il nuovo è molto più spesso banale che essenziale”.

Adoro la tecnologia e i benefici che porta – anche se credo, con Fabian Kruse, di non aver bisogno di un iPhone per essere felice –, ma sono un poco confuso. Non dico né credo che la situazione di oggi sia peggio di quella di ieri relativamente alla lettura e all’articolazione del pensiero, solo che sono un po’ confuso.

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dic 27


Ho conosciuto Claudio Maffei diversi anni fa, per caso, in uno dei suoi tanti interventi. Mi affascinarono subito la capacità affabulatoria di quest’uomo, la sua sicurezza, le storie che racconta, il suo credere in quello che fa senza prendersi troppo sul serio.

Mi considero un suo “fan”. Mi piacciono le cose che dice, i pensieri che esprime, la forza che ci mette. E il sorriso.

Non posso essere obiettivo, quindi, nel parlare di Stai come vuoi, il suo ultimo libro. Lo farò, comunque, tramite qualche citazione di passi che mi hanno colpito.

Puoi stare come vuoi tu, piuttosto che come vogliono gli altri o come sembra ti sia imposto dalle tue vicende personali (p. 10).

Puoi stare come vuoi tu. Non è meraviglioso e semplicissimo?

Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili (p. 71).

Il mondo, dopotutto, probabilmente non ce l’ha con noi. Probabilmente le cose vanno avanti lo stesso. (Ecco perché possiamo stare come vogliamo.)

Perfino un dolore, se opportunamente ristrutturato, a distanza di tempo, potrà offrire un’opportunità di crescita (p. 29).

E

Quasi sempre [...] i cambiamenti importanti sono preceduti da una crisi (p. 166).

Ecco perché le crisi, in sé considerate, semplicemente non esistono. Ecco perché non dovremmo dimenticare mai che il mondo è il nostro parco giochi – gigante e gratuito.

Bravo Claudio, bien joué.

ott 18


Chi mi segue anche distrattamente sa che Simone Perotti è uno dei miei miti per quanto riguarda la crescita personale, il nostro contributo al mondo, lo stare bene con se stessi e così via. Per essere più precisi, è il miglior “acquisto” che io abbia fatto quest’anno.

Ricordo perfettamente la posizione del suo Adesso basta, che mi guardava dritto in faccia alla Feltrinelli di Torino, le sensazioni provate durante la lettura e i benefici avutine dopo (e che proseguono oggi).

Il mese scorso è uscito il nuovo romanzo di Simone, Uomini senza vento. Ed è una prova impegnativa per l’autore, perché – anche se è stato scritto prima di Adesso basta – segue il successo clamoroso del suo saggio sul downshifting: è normale che si guardi con un po’ di sospetto il volume.

Né io facevo eccezione: mi sono avvicinato al libro con diffidenza. Ma a lettura conclusa devo dire che, a mio parere, l’esame è superato a pieni voti: sia quanto a incastro narrativo, sia per stile di scrittura. Parlare di un romanzo qui potrebbe apparire fuori luogo (l’ho fatto una volta sola prima d’oggi), ma in realtà i temi sono quelli di cui mi occupo da tempo. In questo video Simone stesso illustra il libro in poche parole. Per conto mio, dirò soltanto che mi ha appassionato la metamorfosi di Renato col dipanarsi della vicenda, il suo rendersi conto dello stare male nella inettitudine che gli aveva fatto da corazza per tanto, troppo tempo al punto da prendere finalmente una decisione epocale per la sua propria vita. Anche Renato insomma a un certo punto dice adesso basta.

In più, sono onorato che Simone abbia accettato di rispondere ad alcune mie domande. Ho parlato con lui del libro, ovviamente, ma il discorso si è poi allargato in maniera naturale ai temi che sono cari a lui come sono cari a me. Spunti interessanti, che gettano un pochino di luce in più sopra ad una persona che ha tanto da dire. Ecco a seguire la nostra conversazione.

Gianni: Tu hai detto che Renato, il protagonista, non è una tua proiezione. Ma erro nel lo scorgere in lui nella prima parte del libro e nell’ultima il Simone di prima e il Simone di adesso?

Simone: Renato, il protagonista della storia, è costruito con materiali reali, miei se vogliamo, cioè mattoni che sono stati assemblati col fango della mia vita precedente, cotti sotto quel sole nero. Dunque è fatto della mia materia, ma non sono io. È ipocondriaco, attendista, pauroso, labile nella mente e nel corpo, ha paura, si fa trascinare, è incerto nelle scelte, non vuole problemi (neanche io, in effetti, ma poi in pratica…). Dunque è il prototipo dell’uomo senza vento, ovvero la più vasta popolazione dell’epoca. Io e Renato ci assomigliamo poco prima e assai più dopo.

G: Renato nel corso della storia prende in mano la sua vita, mentre noi troppo spesso rimaniamo incagliati in relazioni che non hanno futuro, in lavori che non ci soddisfano e così via. Il tuo messaggio di speranza per il lettore è quindi implicito. Ma se dovessi sintetizzarlo – o anche ampliarlo, perché no? – a beneficio di chi legge questa intervista, che cosa diresti?

S: Un romanzo non ha un messaggio sintetizzabile, altrimenti sarebbe un saggio. Diciamo che la sua vicenda potrà far specchiare qualcuno di noi, potrà darci il senso di come la vita potrebbe essere, potrà farci assaporare l’enorme mondo fuori dai tracciati ripetitivi dei nostri percorsi urbani. Spero che questo avvenga, perché in tal caso il romanzo sarebbe riuscito.

G: Che cosa hai imparato dallo scrivere questo romanzo?

S: Ho goduto, soprattutto, del gusto di scrivere in modo diverso. Avevo appena fatto la mia scelta di andare e cambiare vita. Mi ritrovavo nel mio fienile da solo, nel silenzio, e potevo scrivere. È stato naturale specchiarmi un poco in questa tematica. Ma era la prima volta che la vivevo davvero. È stato splendido, una prova ulteriore che la scelta era stata corretta.

G: Un giorno scrivesti, a me ignorante di tutte le cose del mare, che “buon vento” è l’augurio di rito che ci si fa tra marinai quando si prende il mare. Ora che, per dirla con Pavese, “sei consacrato dai grandi cerimonieri”, che cosa ti aspetti dai tuoi libri in termini di successo, di rapporto col pubblico, di opportunità per te? Dove ti porterà secondo te il tuo vento?

S: Guarda, ora sarebbe legittimo aspettarsi grandi cose, perché i lettori sono tanti, i libri vendono, e essere ambiziosi è più che possibile. Ma come sempre a me viene sotto il palato un sapore dolce e amaro, una sensazione ben chiara, che mi spinge ad augurarmi qualcos’altro. Io spero che ogni mio libro venga acquistato da 10mila persone, cioè da pochissime rispetto a quanto fatto con Adesso Basta, e pochissime rispetto a quanto sarebbe legittimo attendersi dal futuro. E sai perché? Perché questo significa 10-15mila euro di guadagni, cioè denari utilissimi per me che non lavoro più, che posso investire in cose utili. Di più non me ne servono. Ma soprattutto vorrebbe dire poter continuare sempre a scrivere e a pubblicare, che invece è la mia vita profonda. Dunque vorrei il minimo possibile, per dirla così. Certamente non mi auguro di vendere alla Faletti, perché quello significa fin troppa notorietà, fin troppo clamore, e io, che pure so difendermi benissimo da questo, preferisco altro.

G: Prendo spunto da una domanda che ti ha fatto Alessandra Muglia sul Corriere (“Ma il successo non ti sta portando a ringranare la marcia dopo che avevi deciso di ‘scalarla’?”) per ampliare il discorso. Ora che sei famoso e che il tuo talento è conosciuto, è inevitabile che ti si chieda di fare questo, di fare quello eccetera; cosa che, evidentemente, va a cozzare con l’idea di downshifting. Vedi questo cambiamento come uno squilibrio? E se sì, come pensi di affrontarlo?

S: Lo affronto come un periodo di impegno necessario, perché, torno a dire, io ora ci vivo con i libri, anzi, ci campo. Dunque costruire una base di attenzione (io che ero quasi sconosciuto fino a poco tempo fa) è essenziale per poter andare avanti. Devo dirti che se domani qualcuno mi confermasse che questa base c’è e dunque da ora in avanti ogni libro può essere preso in considerazione da un piccolo zoccolo duro di critici e di lettori (che vorrebbe dire non essere più un outsider ma uno scrittore normale), io smetterei all’istante qualunque attività di promozione riservandomi il gusto di presentare il libro nei posti che più mi piacciono, se e quando voglio. Non scomparirei alla Salinger, ma certamente ridurrei molto gli impegni. Detto ciò, ti assicuro, gli impegni di oggi sono niente rispetto al lavoro precedente, sono sempre piacevoli, sono agevoli in termini di tempo. Dunque, tutto bene.

G: Sai rintuzzare bene le inevitabili critiche che ti giungono. Però come ti senti a dover spiegare sempre le stesse cose?

S: Un po’ mi annoia. Lo faccio sulle questioni fondamentali, perché tengo maledettamente che quel che scrivo venga preso per vero e alcune mie idee vengano rispettate come autentiche. Su alcune di queste idee risponderò sempre, una volta in più dell’ultimo tentativo dell’ultimo critico. Ci sono cose su cui occorre combattere, e io lo farò sempre. Fa parte della mia natura.

G: Mi stupisco che tu non citi mai (a quanto ne so) Tim Ferriss, che pure esprime concetti simili ai tuoi. Cosa pensi in generale di quel che in questo campo proviene dall’America?

S: Non conosco Tim Ferriss, se è interessante lo leggerò. Sul tema dei sogni e di come lavorare duro per realizzarli non ho chiesto molte opinioni ai libri. Sono il mio tema fisso, il tarlo, da anni, e sento di avere diritto alle mie opinioni. Io credo che molti di noi potrebbero scriverli molti dei saggi che leggiamo. È quello che mi hanno detto in tanti circa i miei libri e trovo che sia uno splendido complimento. Per loro naturalmente.

G: Infine: che cosa succederà a Renato dopo la fine della storia?

S: Renato è un personaggio che prende una via ben precisa, che fa un salto decisivo. Nasce con lui un personaggio che, chissà, potrebbe anche avere altre vite…

ott 11


Sono stato, in questi ultimi anni, un ragazzo molto fortunato: al punto, tra le altre cose, di essermi imbattuto nell’opera di autori e blogger che mi hanno aiutato tantissimo nei pensieri, nella chiarezza di obiettivi, nella ricerca della semplicità e così via. Chris Guillebeau è tra questi felici pochi.

Seguo il suo blog dal giorno in cui l’ho scoperto (fu una fulminazione: non potevo credere che i concetti che esprimeva in maniera così lineare e semplice avessero così tanta forza dirompente in me), e lo cito spesso e volentieri qui, su Twitter e altrove.

Qualche settimana fa è uscito il suo libro, The Art of Non-Conformity, naturale estensione del blog.

Il blog è una miniera di informazioni nel campo dei viaggi, dell’imprenditorialità, della filosofia spicciola, del coraggio di essere differenti, del desiderio di lasciare traccia di sé. È il primo passo quindi, e per quanto è ampio e articolato potrebbe anche essere tutto. Il libro invece va un po’ più in là, aggiunge notizie e dà al suo scrivere un senso per ora compiuto.

Ecco alcune citazioni che mi hanno colpito, prese qua e là nel libro, un mio personalissimo florilegio:

An important part of the guru-free philosophy is that no one is better than anyone else, and most of what you need to know, you already know. (p. 16).

Can you continue in your quest for 10,000 hours or more? If so, you’re on the right track. (p. 83)

Going to a place like Syria could easily be once-in-a-lifetime adventure, but for me it was just another day at the office. (p. 188)

The fun thing about setting big goals is that once we really get serious about setting them, we often find that they take less time to achieve than we initially expect. (p. 191)

One of the things that separates a goal from a dream is a deadline. (p. 192)

Mediocre travel doesn’t produce many memories. (p. 199)

Which is more important – showing up for eight hours or actually doing the work? (p. 215)

E la conclusione del volume (“It’s your turn now”) può diventare il tuo inizio. Insomma, per dirla con Ligabue, “quando tocca a te / tocca a te”.

lug 19

Per la prima volta dedico un intero post a un romanzo; ma non soltanto perché l’estate porta con sé in maniera naturale la voglia di letture più leggere, è che proprio si tratta di un libro che si sposa perfettamente con i temi di cui mi occupo da tempo.

Studio illegale, di Duchesne, a.k.a. Federico Baccomo, è il racconto – largamente autobiografico – di come la professione forense (o di “avvocato d’affari”, direbbe l’autore), così attraente dall’esterno, può essere in realtà alienante e portare l’individuo ben lontano dai suoi desideri e sogni. E questo è il collegamento con Brainfood.

Anche, mi ha colpito il sorprendente parallelismo con la vita del traduttore (e chissà di quanti altri mestieri e professioni che non conosco). A ben vedere infatti, l’avvocato (sì, il termine è probabilmente troppo generico ma rende l’idea) è motivato dalle medesime paure: di non guadagnare abbastanza, di perdere i clienti e così via. Questo lo spinge a ritmi di lavoro infernali e – visti da di fuori – senza senso alcuno.

Ma Andrea Campi, il protagonista, alla fine ne ha abbastanza e lascia lo studio, anche senza prospettive certe. Già solo questo suo coraggio gli vale una medaglia e un “bravo!” da parte mia. E quindi:

Il crepuscolo cala una cortina lucida sui palazzi mentre il vento si ferma un istante e poi riprende a soffiare, e il futuro mi sembra così banalmente bianco e bello. (p. 318)

(Alla fine, mettila come vuoi, chi decide di fare il salto poi col cavolo che si pente.)

giu 17

Ci sono libri – pochi – che non ti fanno dormire la notte, che ti fanno pensare, pensare, pensare e poi ti fanno agire. Agire. Adesso.

Ieri ho passato la mattina per bancarelle e librerie, e alla Feltrinelli di Torino c’era un libro che pareva mi guardasse, Adesso basta. Ho cercato di ignorarlo, ma cercava proprio me. L’ho comprato, portato a casa, nel pomeriggio ho cominciato a leggere le prime pagine e ho pensato: “Ehi, ma queste sono le stesse cose che dico e che faccio io, esattamente queste!”

Ho imparato, ad esempio, che quel che faccio da un paio d’anni a questa parte si chiama downshifting.

Ho evidenziato alcuni passaggi:

I prodotti, la loro accessibilità, la loro apparente convenienza sono sufficienti a spingere orde intere di persone, pure benestanti, pure acculturate, a uscire tutte le mattine da casa con la loro vettura fiammante, a percorrere a passo d’uomo strade intasate, a lavorare per dieci, dodici ore in modo sempre identico, sentendosi anche privilegiate, e poi a ritroso, e poi ancora avanti, senza che ci sia un ordine perentorio, senza che qualcuno alzi la voce. (p. 7)

Scrivere e navigare erano la mia vita, cose a cui il pensiero andava costantemente. (p. 16) [ho pensato ehi, togli navigare e metti il golf e quello sono io, sputato!]

Quando si dice “no” a qualcosa dopo si sta meglio, dopo si fa quello che si desiderava: ciò per cui il no era stato partorito. (p. 19)

Io sono un ragazzo fortunato – lo so, lo so bene –, ma leggere la storia di un ex manager di successo che oggi “si dedica interamente a scrivere e navigare” mi fa pensare che non sono da solo ad avere cambiato, che una vita migliore è possibile non solo per me ma per chiunque voglia fare il salto. Purché, volendolo, cominci adesso – adesso – a programmarlo.

Ora approfondirò la lettura, leggerò il suo blog, penserò molto. Ma il messaggio è chiaro:

una vita migliore, più ricca di significato e fatta a nostra misura, è possibile. Che cosa ne pensi?

mar 23


Quella dei dizionari è una malattia che ho contratto all’università, dopo aver capito (tardi, ovviamente) che la letteratura era ciò che veramente volevo studiare e conoscere. Ricordo che il dizionario di italiano che più amavo era il Garzanti: avevo anche iniziato a tenere un elenco di parole italiane che non vi comparivano. Poi, per mio conto, avevo compilato un dizionario di parolacce, sulla scia de La mala lingua di Augusta Forconi: molto divertente, ma è sempre rimasto nel cassetto.

Nella lingua italiana, insomma, mi sono rimescolato e mi sono conosciuto, per dirla con Ungaretti. (E tutto ciò soprattutto grazie ai grandi maestri che ho avuto la fortuna di avere allora, in primis Riccardo Massano – che mi ha insegnato davvero a scrivere – e Guido Davico Bonino – che ha tenuto per platee di studenti/spettatori lezioni che erano sostanzialmente degli show. Pavese, poi, ha completato il tutto.)

Per caso mi sono imbattuto qualche settimana fa in questo Dizionario delle Combinazioni Lessicali. Poiché sono orgoglioso del mio scrivere (forse l’unica attività in cui davvero non temo confronti), è uno strumento che mi ha subito incuriosito.

Acquistatolo e sfogliatolo, ho poi conosciuto l’autore; e gli ho fatto qualche domanda per capire più a fondo la natura di quest’opera. Ecco qui le sue riflessioni.

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gen 05

Mi sono imbattuto in questo volume per caso, nel corso delle ricerche per il mio libro sulla filosofia spicciola (18.635 parole al momento; dei contenuti non so giudicare), e ho iniziato a sfogliarlo in maniera distratta, da lettore vorace e consumato e abituato a troppi libri inutili. (Saccente, in una parola.)

Poi però arrivo a pagina 78 e trovo una frase, sui motivi per i quali in economia si parla troppo poco di felicità, che vorrei avere scritto io:

Quasi che la felicità fosse considerata un punto d’arrivo talmente alto e indefinibile da dover restare fuori dal dibattito.

Allora mi appassiono. Mi faccio attento e guardingo, trovo altri concetti che attirano la mia attenzione. Mi incuriosisco. Naturalmente arrivo al sito di Luca De Biase, che è un punto di partenza per altre riflessioni.

Adesso c’è molta carne al fuoco e, per ora, di più non so dire. Però bravo Luca, non ti conosco ma il tuo lavoro è ottimo.

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