mag 06

pecoranera
Avevo preso in biblioteca il suo libro – un approccio soft, come dire –, poi ho iniziato a leggerlo mi è piaciuto talmente tanto che mi sono vergognato: sono andato in libreria con un’amica, l’ho comprato e gliel’ho regalato seduta stante. (Da autore sono sicuro nell’affermare che i libri vanno comprati. Fine.)

Perché niente, io prima di morire voglio andare a conoscere Devis Bonanni, alias pecoranera. E voglio farlo perché scrive bene, perché è tosto, perché sa che cosa sta facendo e perché, perché ha dei dubbi ma anche dei punti saldi (quella capanna che liberò dai rovi, tanto per dire).

Voglio parlare con lui, spiegarmi, capire. Voglio sentirlo parlare, vederlo lavorare. Perché quella è una strada percorribile; ed è vero che io sono fortunato, lassù in montagna ho praticamente tutto pronto, ma chiunque può fare una cosa del genere. E “chiunque”, via tutte le balle, vuol dire chiunque.

Per me una recensione – e questa è una recensione, sia pure sui generis – non è tale senza almeno una citazione. Vorrei citare il libro intero, ma dovendo scegliere un passo opterei per questo:

Quando si inizia a essere la propria idea non c’è più necessità di parlarne, di farne propaganda, di urlarla addosso al mondo. Eccomi, sono qua a coltivare i miei pomodori, era questo che aveva sostituito le infinite discussioni sui massimi sistemi. Quel che avrei da dirvi lo sto facendo (p. 176).

La pagina Facebook parla del libro in questa maniera:

Tra le montagne della Carnia, la straordinaria storia di un ventenne e della sua scelta di vita coraggiosa e controcorrente, a mezza strada fra i libri di Mauro Corona e “Adesso Basta” di Simone Perotti.

E questo sì, è vero, ma c’è di più: nel senso che lui è lui e basta, non assomiglia a nessuno se non a se stesso. Non lo voglio mitizzare perché non lo conosco (ancora) ma insomma voglio dirti bravo Denis, sei in gamba.

Poche parole, via tutte le balle, si fanno i fatti: i fatti parlano per noi.

mar 25

Conobbi Kevin Hendzel in una delle tante conferenze nel settore della traduzione cui ho partecipato negli Stati Uniti tra il 2003 e il 2008 – una conoscenza occasionale, ma ricordo che rimasi colpito dal suo modo tranquillo di parlare e dall’aura di calmevolezza (sì, lo so che il termine non esiste sul dizionario; ma inventare le parole è un bel modo per sviscerare, rimescolare e conoscere la propria lingua) che emanava la persona.

Ho da poco scoperto, e volentieri segnalo, il suo blog, Word Prisms, un laboratorio di idee sul mondo della traduzione.

(La cosa bella dei blog americani, anzi degli americani in genere, a riguardo del nostro settore è che si parla – anche – di denaro senza troppi giri di parole come invece faremmo noi.)

(Da un po’ tempo rifletto anche sul fatto che il concetto stesso di “blog” è obsoleto: certo, io non faccio male a nessuno con le mie parole in libertà, e anzi c’è pure chi le apprezza; ma uno strumento che qualche anno fa mi appariva futuristico oggi mi sembra superato dagli eventi, ovvero dall’informazione che si sbriciola e frammenta.)

Tutto il blog si fa leggere con piacere. Tra gli articoli, mi hanno colpito soprattutto questo (dedicato a come i traduttori dovrebbero usare le conferenze per trovare nuovi clienti) e questo dedicato alla MT (“If you think translators feel threatened by the encroaching wave of next-generation MT software, consider the case of poor commercial airline pilots”).

Un blog molto recente – l’articolo più datato ha sei mesi –, ma dati i contenuti è facile immaginare che diverrà molto seguito. Mi piace.

gen 14

Flow
Oggi non parlo io, parla un libro fondamentale per capire meglio il concetto di flusso (flow), ovvero la condizione in cui ci troviamo quando siamo in situazioni nelle quali ricaviamo talmente tanto piacere da quel che stiamo facendo che ci dimentichiamo quasi di noi stessi, che il mondo esterno non ha più alcuna importanza, che non siamo più nemmeno consapevoli dello scorrere del tempo.

Flow. The Psychology of Optimal Experience di Mihaly Csikszentmihalyi (d’accordo, il cognome potrebbe porre qualche problema) è un’opera straordinaria, un luogo dove filosofia, psicologia e vita quotidiana si incontrano. La parola al libro. (Io ho semplicemente tradotto i passaggi.)

Sulla differenza tra piacere e gioia
Le esperienze che danno piacere possono anche dare gioia, ma le due sensazioni sono molto diverse. Per esempio, tutti provano piacere a mangiare. Godere del cibo, tuttavia, è più difficile. [...] Una persona può provare piacere senza sforzo alcuno, se i giusti centri nel suo cervello sono stimolati elettricamente, o come conseguenza della stimolazione chimica dei farmaci. Ma è impossibile godere di una partita di tennis, di un libro o di una conversazione a meno che l’attenzione sia pienamente concentrata sull’attività (p. 46).

Sulla felicità
Le persone che imparano a controllare l’esperienza interna saranno in grado di determinare la qualità della loro vita: il che rappresenta la minor distanza possibile che ciascuno di noi può avere rispetto alla felicità (p. 2).

Sulla vita armoniosa
Invece di preoccuparsi di come guadagnare un milione di dollari o del modo di avere nuovi amici e influenzare le persone, sembra più giovevole scoprire come la vita quotidiana possa essere resa più armoniosa e più soddisfacente, e ottenere così in maniera diretta ciò che non può essere raggiunto attraverso il perseguimento di obiettivi simbolici (p. 45).

Sul valore di una comunità
Una comunità non dovrebbe essere giudicata in maniera positiva perché è tecnologicamente avanzata, o perché gode di ricchezze materiali; ma va giudicata positivamente se offre alle persone la possibilità di godere di quanti più aspetti possibile della loro vita, al contempo permettendo loro di sviluppare il proprio potenziale nella ricerca di sfide sempre più grandi (p. 191).

Una virtù essenziale
Di tutte le virtù che possiamo imparare, nessuna è più utile, più essenziale per la sopravvivenza e più promettente per migliorare la qualità della vita che la capacità di trasformare le avversità in una sfida avvincente (p. 200).

L’intero capitolo Cheating Chaos (pp. 192-213) è illuminante sul tema. Ecco le tre caratteristiche che secondo l’autore accomunano le persone che riescono comunque a uscire bene da situazioni drammatiche, imparando cose nuove e minimizzando le negatività:

- naturale sicurezza di sé (unselfconscious self-assurance, pp. 203-204), ovvero la ferrea convinzione che il nostro destino è nelle nostre proprie mani;

- attenzione rivolta al mondo (focusing attention on the world, pp. 204-207) e non a se stessi: in un momento di pericolo o difficoltà è naturale guardare all’interno di noi stessi, ma è solo prestando attenzione all’esterno che si possono risolvere in maniera brillante situazioni difficili;

- scoperta di soluzioni nuove (the discovery of new solutions, pp. 207-208), ovvero la capacità di andare oltre la normalità e i percorsi scontati per arrivare a conclusioni efficaci di livello superiore.

ott 29


C’è un problema che, sporadicamente ma puntualmente, si è presentato nella mia carriera di PM: come tradurre i file di Autocad in maniera rapida ed economica. Poiché penso alle quantità di tempo e di denaro che abbiamo investito in passato per trovare una soluzione, mi piace oggi segnalare questo software, ZTrad.

L’applicativo serve a estrarre i testi di disegni Autocad in maniera che possano essere tradotti (in Word, per esempio), e poi re-importati nel disegno stesso. Il tutto in pochi e semplici passaggi.

Questo software dà un aiuto molto specifico e probabilmente piccolo nel contesto della traduzione tecnica, ma – come chiunque abbia dovuto tradurre decine di file Autocad sa – si tratta di una questione che quando sorge ha bisogno di una soluzione veloce: è un prodotto che accogliamo dunque volentieri nel ventaglio delle nostre possibilità.

ago 13

Questo è un libro bellissimo, che merita pienamente il successo che sta avendo.

Conoscevo Gramellini solo molto tangenzialmente e distrattamente, ma il consiglio di un’amica mi ha spinto verso questo romanzo – questa storia, come la definisce l’autore – e l’ho trovato meraviglioso.

È un libro che parla dell’importanza del perdono, del lasciare andare le colpe come mezzo verso il crescere, verso il diventare tutto quello che possiamo diventare. Il tutto con una scrittura ariosa e leggera.

Una citazione:

Se alzi il velo sui tuoi tormenti più intimi, ti esponi alle critiche di chi trova insopportabile la sincerità perché ne teme il contagio.

E poi ce ne sarebbero tante altre, ma il libro mi ha rapito e ho preferito arrivare al fondo della storia anziché soffermarmi sui dettagli. Ora lo rileggerò con calma, cercherò di digerirlo. Ci vorrà tempo. Ma il succo, in due parole, è chiaro già da ora: perdona e passa oltre. A Gramellini sono occorsi quarant’anni ma ci è arrivato, questo è importante. Lo dice anche Antonio Albanese in Un uomo d’acqua dolce:

C’era una crepa sul muro vicino alla mia lavagna. Io stringevo l’occhio e guardavo il fiore del grano. Notte e giorno, giorno e notte col naso incollato al muro. Poi ho deciso di entrarci, dalla crepa, perché bisogna capire nella vita! Perché bisogna capire nella vita, Tonina! Bisogna capire nella vita.

Capire e perdonare. Gramellini qui mescola ironia e delicatezza, intelligenza e sensibilità. Il risultato è ottimo.

Mi permetterò anche un appunto: bambin e Madamin non vogliono l’accento! Posso capirne la logica, ma la grafia della lingua piemontese ha, com’è giusto che sia, regole precise e non sopporta d’essere bistrattata (peraltro sono gli unici refusi, e di categoria molto particolare invero, che ho trovato nel libro).

Ma è un peccato veniale, e lo si perdona (appunto!) volentieri. Questa è un’opera magistrale, una gran prova di scrittura e di pensiero. Chapeau, monsù Gramellini.

Taggato:
nov 07

Tre anni fa scrissi una recensione del libro di Daniel Gouadec per Language International, sito che aveva lo scopo di far rivivere i fasti dell’omonima rivista, punto di incontro nel nostro settore tra il 1988 e il 2002; ma purtroppo ebbe vita breve. Ripubblico allora qui quel pezzo.

Daniel Gouadec is a professor at the Université de Rennes 2 and a well-known author in our field (a list of his publications can be found here). His latest feat is Translation as a profession, an excellent overview of the translator’s job in the XXI century. Generally speaking, the perception of the translation profession in the eyes of the general public is that of a sort of Saint Jerome with a dusty dictionary (obviously on paper) in his/her hands. But nothing is more far from the truth, now that translation and IT have become more and more intertwined; and this book contributes to clearing up that misunderstanding.

The book is divided into six sections. The first analyzes the translation process, while the second describes the translation profession and the market. The third section is devoted to how to become a translator, and at which conditions this career is worth the effort. The fourth can be seen as the result of the previous section, looking at issues such as rates, productivity, quality, deadlines, certifications and so on. The fifth section describes the impact that IT has had on the profession. The final section concerns the training of translators.

The main merit of the book lies in its completeness. Professor Gouadec gives an in-depth view of the profession that is very useful for aspiring translators as a guide, and for actual translators to revisit and rethink their job. In some passages, the book may come across as too theoretical, but must be said that it is anything but simple to give precise data and indications in this field. Also, there are too many pointed and numbered lists that do not really make for a fluent read: there is for example a numbered list that describes the translation process (pages 57-83) 156 points long! Another flaw that, quite frankly, surprises the reader is the lack of a bibliography: the author quotes some sites, but the information would have been more complete and accurate with annotated references to books and articles on the subject.

Some specific concepts are worth noting. For example that “the translating profession has long been dominated by women. The reasons were economic (the relatively low rates were acceptable as a second income) and social (translation offered part-time opportunities and flexibility)” (p. 88): a good and plain explanation for a phenomenon that is the same everywhere you go. Or that “salaried employment in the translation industry tends to focus more and more on such activities as project management and language engineering” (p. 89): this is precisely what is happening in the industry today.

Rather theoretical but interesting is the difference between a broker and an agency: the first “simply buys and sells translations”, whereas the second “usually takes care of at least part of the translation process” (p. 96).

There is also the unfailing point that regards the prices that translators apply to their clients: “When it comes to tariff levels, translators all too often appear to be willing to dig their own graves” (p. 199).

There are some other concepts that are perhaps more arguable. For example:

- “Translation graduates are expected to be able to translate from two foreign languages into their mother tongue” (p. 89; emphasis is in the original); why two and not only one, or more than two, as may be the case for Nordic languages?

- “It must also be remembered that a translation company’s rates will always be higher than those of a freelance translator” (p. 123): this is not always true, in some cases a freelancer may charge higher than an agency for a specialized service;

- “Need it be said that the choice of premises and their location are all-important [...]. Also be wary that many clients (more especially those that bring in the major contracts) will, soon or late, drop by [...] and that major clients will be dismayed at the sight of substandard premises” (p. 184): this may have been true in the past, but in the current market rules have changed dramatically;

- “A good rule of thumb is that the normal pattern for freelancers is to aim to cut down their reliance on agency work from 50% the first year, to around 20% by the third year” (p. 190): it may be useful advice as a general rule, but the numbers depend on many factors. Just to name one, translators may want to concentrate on their translation duties, letting the agencies do the marketing efforts for them and be compensated for this.

All in all, this is an excellent overview of the translation profession, recommended especially for translators who are still new to the profession; however the price may be an obstacle to the circulation of the book.

Daniel Gouadec, Translation as a Profession, “Benjamins Translation Library”, volume 73, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, 2007, pages 396, ISBN 9789027216816, price EUR 110.00 (hardbound – ebook), EUR 36.00 (paperback), available here.

apr 18


Ecco un libro che fornisce degli spunti di riflessione interessanti sul successo e sull’eccellenza.

Si chiede Malcolm Gladwell: in che cosa consiste esattamente il successo? C’è il talento, ovvio; ma il mito del self made man è solo una mezza verità. C’è infatti dell’altro:

Le spiegazioni del successo in termini prettamente individuali non reggono. Le persone non vengono dal nulla. Dobbiamo sempre qualcosa ai nostri genitori e a chi ci ha favorito. [...] La cultura a cui apparteniamo e l’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati plasmano i risultati che sapremo conseguire come neppure immaginiamo. In poche parole, non basta chiedersi come sono fatte le persone di successo. Per chiarire quale sia la logica per cui ottengono il successo che sfugge ad altri, dobbiamo chiederci da dove vengono (p. 16).

Gli esempi si sprecano. Per citarne uno solo: Bill Gates possedeva talento e ambizione sconfinati, ma se nel 1968 – quando lui era in seconda media – l’associazione delle mamme non avesse investito tremila dollari nel terminale di un computer (in un periodo in cui molte università non ne disponevano nemmeno), lui non avrebbe potuto cominciare a programmare in maniera intensiva, né avrebbe potuto proseguire poi, quando il caso gli offrì altre opportunità (nel 1971 Gates e il suo gruppo accumularono 1575 ore di programmazione in soli sette mesi).

Questo punto allarga il discorso ad un concetto che trovo affascinante. Per dirla con le parole del neurologo Daniel Levitin, citato nel libro:

Ci vogliono diecimila ore di esercizio per raggiungere il livello di padronanza associato all’essere un esperto di caratura mondiale, in qualsiasi campo (pp. 32-33).

Diecimila ore, oltre che essere una sorta di numero magico, sono un tempo enorme:

È assolutamente impossibile diventare adulti ed essersi esercitati per tutto quel tempo contando solo sulle proprie forze. I tuoi genitori devono averti incoraggiato e mantenuto. Non puoi essere povero, perché se devi tenerti un lavoro part time per contribuire a far quadrare il bilancio familiare, durante il giorno non ti rimarrà il tempo per esercitarti a sufficienza (p. 34).

Questa non è ovviamente una giustificazione per chi non arriva ai massimi livelli in un determinato campo, ma solo una spiegazione del fatto che per arrivarci devono allinearsi un numero di fattori non indifferenti. È, insomma, il classico Cigno nero: al punto che trovo assolutamente strano il fatto che il libro di Taleb non si citato nemmeno una volta in questo volume.

Altro argomento rilevante: l’intelligenza analitica. Gladwell dimostra come, superata una certa soglia di QI (intorno a 120), l’aggiunta di altri punti non porta ad alcun vantaggio misurabile nel mondo reale. E qui vedo un chiaro parallelo possibile con la ricchezza: oltre un dato livello, il denaro non porta più felicità e benessere (inteso come stato positivo della persona). Mentre l’intelligenza pratica, quella sì, può fare la differenza – ma qui il parallelo è decisamente da scoprire.

Taggato:
mar 21


No, dico, non è cosa da poco. Il concetto di lettura sta cambiando, e cambiando in maniera assai rapida. Da tempo rimando l’acquisto di un lettore di ebook, ma so che non potrò farlo indefinitamente. E allora penso a tutti i libri della mia libreria, fatti di pensieri di pensatori e autori con cui sono cresciuto, che hanno formato il Gianni di oggi, e li immagino da domani cedere tutti insieme mestamente il passo a un aggeggio dal peso di trecento grammi.

Non solo: ma penso anche che non leggerò mai più libri come La storia di Elsa Morante, ottocento pagine in corpo dieci che presero un paio di giorni del Gianni venticinquenne, in un’incantagione piena di fascino e con un senso intenso di letteratura che mi circondava. Ora mi spaventa la mole, l’ho portato da casa alla Piatta (la mia isola felice in mezzo ai boschi) ma anche là credo che rimarrà chiuso, una sorta di messaggio in bottiglia che nessuno leggerà più. Ahimè.

E per estensione mi viene in mente anche quanto scrisse Umberto Eco in Come si fa una tesi di laurea:

Sovente le fotocopie agiscono da alibi. Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l’azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l’impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. [...] Difendetevi dalla fotocopia: appena avutala, leggetela e annotatela subito.

Ho finito da poco di leggere un bel libro sul tema, Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, di Nicholas Carr. L’autore non dà giudizi, ma cerca di presentare la situazione che abbiamo dinnanzi a noi nella maniera il più possibile obiettiva. E mi è venuto in mente un altro paio di libri letti anni fa su temi molto simili: Giuliano da Empoli, Overdose. La società dell’informazione eccessiva e Gabriel Zaid, So Many Books. Reading and Publishing in an Age of Abundance. Evidentemente è un problema che sento da tempo. Ed evidentemente non sono solo in questo disagio.

Ho sottolineato anche (cosa sarebbe leggere un libro senza la compagnia di un evidenziatore?) un passo del libro di Carr che mi ricorda Il Cigno nero:

Il flusso pressoché continuo di informazione che si riversa dal Web fa leva anche sulla nostra tendenza naturale a “sopravvalutare largamente quello che ci succede proprio adesso“, come spiega lo psicologo dello Union College Christopher Chabris. Desideriamo ardentemente il nuovo anche quando sappiamo che “il nuovo è molto più spesso banale che essenziale”.

Adoro la tecnologia e i benefici che porta – anche se credo, con Fabian Kruse, di non aver bisogno di un iPhone per essere felice –, ma sono un poco confuso. Non dico né credo che la situazione di oggi sia peggio di quella di ieri relativamente alla lettura e all’articolazione del pensiero, solo che sono un po’ confuso.

Taggato:
dic 27


Ho conosciuto Claudio Maffei diversi anni fa, per caso, in uno dei suoi tanti interventi. Mi affascinarono subito la capacità affabulatoria di quest’uomo, la sua sicurezza, le storie che racconta, il suo credere in quello che fa senza prendersi troppo sul serio.

Mi considero un suo “fan”. Mi piacciono le cose che dice, i pensieri che esprime, la forza che ci mette. E il sorriso.

Non posso essere obiettivo, quindi, nel parlare di Stai come vuoi, il suo ultimo libro. Lo farò, comunque, tramite qualche citazione di passi che mi hanno colpito.

Puoi stare come vuoi tu, piuttosto che come vogliono gli altri o come sembra ti sia imposto dalle tue vicende personali (p. 10).

Puoi stare come vuoi tu. Non è meraviglioso e semplicissimo?

Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili (p. 71).

Il mondo, dopotutto, probabilmente non ce l’ha con noi. Probabilmente le cose vanno avanti lo stesso. (Ecco perché possiamo stare come vogliamo.)

Perfino un dolore, se opportunamente ristrutturato, a distanza di tempo, potrà offrire un’opportunità di crescita (p. 29).

E

Quasi sempre [...] i cambiamenti importanti sono preceduti da una crisi (p. 166).

Ecco perché le crisi, in sé considerate, semplicemente non esistono. Ecco perché non dovremmo dimenticare mai che il mondo è il nostro parco giochi – gigante e gratuito.

Bravo Claudio, bien joué.

ott 18


Chi mi segue anche distrattamente sa che Simone Perotti è uno dei miei miti per quanto riguarda la crescita personale, il nostro contributo al mondo, lo stare bene con se stessi e così via. Per essere più precisi, è il miglior “acquisto” che io abbia fatto quest’anno.

Ricordo perfettamente la posizione del suo Adesso basta, che mi guardava dritto in faccia alla Feltrinelli di Torino, le sensazioni provate durante la lettura e i benefici avutine dopo (e che proseguono oggi).

Il mese scorso è uscito il nuovo romanzo di Simone, Uomini senza vento. Ed è una prova impegnativa per l’autore, perché – anche se è stato scritto prima di Adesso basta – segue il successo clamoroso del suo saggio sul downshifting: è normale che si guardi con un po’ di sospetto il volume.

Né io facevo eccezione: mi sono avvicinato al libro con diffidenza. Ma a lettura conclusa devo dire che, a mio parere, l’esame è superato a pieni voti: sia quanto a incastro narrativo, sia per stile di scrittura. Parlare di un romanzo qui potrebbe apparire fuori luogo (l’ho fatto una volta sola prima d’oggi), ma in realtà i temi sono quelli di cui mi occupo da tempo. In questo video Simone stesso illustra il libro in poche parole. Per conto mio, dirò soltanto che mi ha appassionato la metamorfosi di Renato col dipanarsi della vicenda, il suo rendersi conto dello stare male nella inettitudine che gli aveva fatto da corazza per tanto, troppo tempo al punto da prendere finalmente una decisione epocale per la sua propria vita. Anche Renato insomma a un certo punto dice adesso basta.

In più, sono onorato che Simone abbia accettato di rispondere ad alcune mie domande. Ho parlato con lui del libro, ovviamente, ma il discorso si è poi allargato in maniera naturale ai temi che sono cari a lui come sono cari a me. Spunti interessanti, che gettano un pochino di luce in più sopra ad una persona che ha tanto da dire. Ecco a seguire la nostra conversazione.

Gianni: Tu hai detto che Renato, il protagonista, non è una tua proiezione. Ma erro nel lo scorgere in lui nella prima parte del libro e nell’ultima il Simone di prima e il Simone di adesso?

Simone: Renato, il protagonista della storia, è costruito con materiali reali, miei se vogliamo, cioè mattoni che sono stati assemblati col fango della mia vita precedente, cotti sotto quel sole nero. Dunque è fatto della mia materia, ma non sono io. È ipocondriaco, attendista, pauroso, labile nella mente e nel corpo, ha paura, si fa trascinare, è incerto nelle scelte, non vuole problemi (neanche io, in effetti, ma poi in pratica…). Dunque è il prototipo dell’uomo senza vento, ovvero la più vasta popolazione dell’epoca. Io e Renato ci assomigliamo poco prima e assai più dopo.

G: Renato nel corso della storia prende in mano la sua vita, mentre noi troppo spesso rimaniamo incagliati in relazioni che non hanno futuro, in lavori che non ci soddisfano e così via. Il tuo messaggio di speranza per il lettore è quindi implicito. Ma se dovessi sintetizzarlo – o anche ampliarlo, perché no? – a beneficio di chi legge questa intervista, che cosa diresti?

S: Un romanzo non ha un messaggio sintetizzabile, altrimenti sarebbe un saggio. Diciamo che la sua vicenda potrà far specchiare qualcuno di noi, potrà darci il senso di come la vita potrebbe essere, potrà farci assaporare l’enorme mondo fuori dai tracciati ripetitivi dei nostri percorsi urbani. Spero che questo avvenga, perché in tal caso il romanzo sarebbe riuscito.

G: Che cosa hai imparato dallo scrivere questo romanzo?

S: Ho goduto, soprattutto, del gusto di scrivere in modo diverso. Avevo appena fatto la mia scelta di andare e cambiare vita. Mi ritrovavo nel mio fienile da solo, nel silenzio, e potevo scrivere. È stato naturale specchiarmi un poco in questa tematica. Ma era la prima volta che la vivevo davvero. È stato splendido, una prova ulteriore che la scelta era stata corretta.

G: Un giorno scrivesti, a me ignorante di tutte le cose del mare, che “buon vento” è l’augurio di rito che ci si fa tra marinai quando si prende il mare. Ora che, per dirla con Pavese, “sei consacrato dai grandi cerimonieri”, che cosa ti aspetti dai tuoi libri in termini di successo, di rapporto col pubblico, di opportunità per te? Dove ti porterà secondo te il tuo vento?

S: Guarda, ora sarebbe legittimo aspettarsi grandi cose, perché i lettori sono tanti, i libri vendono, e essere ambiziosi è più che possibile. Ma come sempre a me viene sotto il palato un sapore dolce e amaro, una sensazione ben chiara, che mi spinge ad augurarmi qualcos’altro. Io spero che ogni mio libro venga acquistato da 10mila persone, cioè da pochissime rispetto a quanto fatto con Adesso Basta, e pochissime rispetto a quanto sarebbe legittimo attendersi dal futuro. E sai perché? Perché questo significa 10-15mila euro di guadagni, cioè denari utilissimi per me che non lavoro più, che posso investire in cose utili. Di più non me ne servono. Ma soprattutto vorrebbe dire poter continuare sempre a scrivere e a pubblicare, che invece è la mia vita profonda. Dunque vorrei il minimo possibile, per dirla così. Certamente non mi auguro di vendere alla Faletti, perché quello significa fin troppa notorietà, fin troppo clamore, e io, che pure so difendermi benissimo da questo, preferisco altro.

G: Prendo spunto da una domanda che ti ha fatto Alessandra Muglia sul Corriere (“Ma il successo non ti sta portando a ringranare la marcia dopo che avevi deciso di ‘scalarla’?”) per ampliare il discorso. Ora che sei famoso e che il tuo talento è conosciuto, è inevitabile che ti si chieda di fare questo, di fare quello eccetera; cosa che, evidentemente, va a cozzare con l’idea di downshifting. Vedi questo cambiamento come uno squilibrio? E se sì, come pensi di affrontarlo?

S: Lo affronto come un periodo di impegno necessario, perché, torno a dire, io ora ci vivo con i libri, anzi, ci campo. Dunque costruire una base di attenzione (io che ero quasi sconosciuto fino a poco tempo fa) è essenziale per poter andare avanti. Devo dirti che se domani qualcuno mi confermasse che questa base c’è e dunque da ora in avanti ogni libro può essere preso in considerazione da un piccolo zoccolo duro di critici e di lettori (che vorrebbe dire non essere più un outsider ma uno scrittore normale), io smetterei all’istante qualunque attività di promozione riservandomi il gusto di presentare il libro nei posti che più mi piacciono, se e quando voglio. Non scomparirei alla Salinger, ma certamente ridurrei molto gli impegni. Detto ciò, ti assicuro, gli impegni di oggi sono niente rispetto al lavoro precedente, sono sempre piacevoli, sono agevoli in termini di tempo. Dunque, tutto bene.

G: Sai rintuzzare bene le inevitabili critiche che ti giungono. Però come ti senti a dover spiegare sempre le stesse cose?

S: Un po’ mi annoia. Lo faccio sulle questioni fondamentali, perché tengo maledettamente che quel che scrivo venga preso per vero e alcune mie idee vengano rispettate come autentiche. Su alcune di queste idee risponderò sempre, una volta in più dell’ultimo tentativo dell’ultimo critico. Ci sono cose su cui occorre combattere, e io lo farò sempre. Fa parte della mia natura.

G: Mi stupisco che tu non citi mai (a quanto ne so) Tim Ferriss, che pure esprime concetti simili ai tuoi. Cosa pensi in generale di quel che in questo campo proviene dall’America?

S: Non conosco Tim Ferriss, se è interessante lo leggerò. Sul tema dei sogni e di come lavorare duro per realizzarli non ho chiesto molte opinioni ai libri. Sono il mio tema fisso, il tarlo, da anni, e sento di avere diritto alle mie opinioni. Io credo che molti di noi potrebbero scriverli molti dei saggi che leggiamo. È quello che mi hanno detto in tanti circa i miei libri e trovo che sia uno splendido complimento. Per loro naturalmente.

G: Infine: che cosa succederà a Renato dopo la fine della storia?

S: Renato è un personaggio che prende una via ben precisa, che fa un salto decisivo. Nasce con lui un personaggio che, chissà, potrebbe anche avere altre vite…

preload preload preload