gen 22

Il mio primo incontro “virtuale” con Luigi Muzii risale a ben oltre dieci anni fa, quando comprai e lessi avidamente il suo La redazione dei documenti tecnici, uno dei primissimi – e tutt’ora pochi – volumi in italiano dedicati alla redazione tecnica.

Poi lessi altro di lui, fino all’incontro avvenuto di persona a Bologna, all’ultimo congresso AITI: ho conosciuto un conversatore brillante e nello stesso tempo scettico, che si interroga sul senso del proprio lavoro e dell’industria in cui è immerso.

Alcuni giorni fa gli ho chiesto se voleva rispondere a qualche domanda. “A tuo rischio e pericolo…”, è stata la risposta: col sorriso e in pieno stile muziano. Pensate, fatte e mandate. Ecco qui il primo guest blogger di Brainfood.

nov 21

Oggi parlo di me. Il mio libro è arrivato a 8.185 parole, entro settembre 2010 sarà terminato, entro fine anno sarà (auto)pubblicato.

È diverso rispetto al progetto originario: più ampio e più circoscritto al tempo stesso. Parla di felicità (questo concetto che teniamo sempre così nascosto, di cui troppo spesso parliamo con circospezione e vergogna), fortuna, ricchezza, dell’autenticità come valore-guida per il secondo decennio del secolo, di come la tecnologia può facilitare il nostro lavoro e così via.

Sono i temi che conosco, quelli dove mi sento preparato e – soprattutto – sento di poter portare valore a chi si prenderà la briga di leggerlo. Un Brainfood molto ampliato, insomma; con un tocco di Campo pratica e uno spruzzo lieve di GoPiedmont; e anche un po’ di Twitter, perché no?

Non insegnerò nulla, ma faciliterò il compito di chi vorrà imparare da sé. Per fare questo, per fare di questo mio terzo libro il lavoro più grande e bello di cui sarò capace, mi occorre il tuo aiuto. Sì, per individuare libri e siti che non conosco sui temi che ho elencato prima e su altri quali:

- perché i blog cambieranno il mondo;
- l’importanza della felicità, anche quando applicata al lavoro;
- la ricchezza, intesa come tempo a disposizione per fare le cose che adoriamo;
- i disastri che diventano fortuna.

Taglio pratico, mi raccomando!
Scrivimi! (Per favore.)

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set 14

Renato Beninatto, da poco tornato dalla parte degli LSP (bem-vindo!), scrive un articolo degno di nota sull’ultimo numero di MultiLingual. L’impressione che ha, dice, è che c’è molta poca innovazione nell’industria della traduzione. (Come dargli torto? Personalmente avverto netta l’esigenza di sfide intellettuali nuove, soprattutto per via della ripetitività degli incarichi che incontro.)

Tre, secondo lui, sono i dogmi che hanno finora impedito il progresso nel nostro settore:
- le memorie di traduzione sono un asset;
- la revisione migliora la qualità;
- meno traduttori danno un risultato più omogeneo.

Concordo anche sul primo (argomento creato per vendere CAT, i quali però hanno valore solo quando la memoria esiste già e solo nella misura in cui un traduttore li sa usare) e sul terzo (con una buona automatizzazione dei processi – cosa che oggi è alla portata di qualunque budget – è preferibile usare diversi traduttori bravi piuttosto che un solo superesperto per ottenere traduzioni più veloci e, tutto considerato, meno care), ma è il secondo di questi punti quello che credo più interessante per l’industria della traduzione nel suo complesso.

È un tema di cui si occupa da un paio di anni almeno; e ricordo il suo affollatissimo seminario alla conferenza ATA del 2007. In sostanza, dice Renato, più passaggi in una traduzione aumentano, non diminuiscono, la probabilità di errore. La soluzione consiste nel trovare le risorse migliori che facciano il lavoro giusto da subito. O, per usare le sue parole,

Focusing on doing things right the first time, companies can eliminate the editing stage. Total quality is knowing what needs to be done, having the means to do it, then doing it right the first time, every time.

Da segnalare anche questa intervista in cui espande i medesimi temi.

lug 06

In breve: parliamo troppo di denaro, ma le esperienze che facciamo hanno un valore di molto superiore.

L’intera storia: il denaro è presente in troppi momenti delle nostre vite. Chiedere uno sconto è facile, è automatico, quasi obbligatorio; mentre saper valutare un lavoro è praticamente impossibile in un numero grandissimo di casi (un indizio: traduzioni incluse).

La conoscenza. Gli errori. Il cambiamento. A mio modo è questa la vera ricchezza, solo questa: il tempo per fare le cose che adoriamo e per stare con le persone che amiamo. Il denaro ha un senso molto relativo.

Quanto denaro ci serve davvero per vivere, e quanto invece per soddisfare il nostro ego, per suscitare l’invidia dei vicini, e soprattutto per colmare il vuoto che abbiamo dentro?

Claudio Maffei dice che l’unico motivo per cui compriamo una macchina – l’unico – è perché ci fa sentire fighi quando siamo sopra (parole sue). Leo Babauta sostiene che non occorrono molte cose (materiali) per vivere bene. E che dire di Blaise Pascal e del suo concetto di divertimento?

Diamo troppa importanza al denaro. Eh già.

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mag 19

Chiedi a qualunque collega americano che conosci in maniera superficiale come vanno gli affari e ti risponderà, invariabilmente, “They are great!” Poi però apri il giornale e leggi che Chrysler sta mandando una lettera a 789 dei suoi 3200 concessionari negli Stati Uniti in cui notifica che non intende rinnovare il contratto di franchising che li lega, e che la procedura di bancarotta cui si è sottoposta glielo permette – così come, tra l’altro, le permetterà di non pagare miliardi di dollari di debiti contratti.

Io questa cosa qui non l’ho mai capita bene. Possibile che tutto vada sempre per il meglio, nel migliore dei mondi possibili?

Una risposta involontaria mi è arrivata però da Chris Lytle, keynote speaker – nonché oratore eccellente con parole piene di sostanza, senza alcun dubbio – alla conferenza ALC. Ha raccontato di come un giorno uno dei suoi venditori fosse tornato in ufficio e lui gli avesse chiesto come fosse andato l’incontro con il potenziale cliente. “Great!”, è stata la risposta. “And you got the order?” “No, but we agreed that I would call him next spring!”

Infatti quando vai un po’ più in profondità nelle conversazioni ti accorgi che, direbbe Renato Beninatto, “in Italia non è diverso” – anche loro hanno i loro problemi non da poco, sebbene non sia prudente dirlo di fronte ai colleghi.

feb 04

Segnalo un veloce e bell’articolo apparso sul sito dell’Harvard Business School, “Five Missteps to Avoid in Volatile Times”, di David Stauffer.

In mezzo agli errori che non bisognerebbe commettere in tempi turbolenti, mi ha colpito soprattutto un suggerimento che, credo, valga per qualunque azienda di qualunque dimensione in qualunque tempo:

Cherish the customers who stayed with you through this slump. Chances are they’ll be your best buyers in good times, too.

gen 29

Egregio dottor Mondo (anche se l’appellativo “dottore” mi sembra assurdamente riduttivo per rivolgermi a lei),

questa sera, appena entrato all’Archivio di Stato di Torino alla presentazione coordinata dalla professoressa Masoero di Officina Einaudi, il volume dedicato alle lettere editoriali di Pavese, la prima persona che ho incontrato è stata lei, lei che mi aveva aiutato tantissimo mettendomi a disposizione l’archivio de “La Stampa” allorché tra il 1993 e il 1994 stavo preparando la mia tesi su Pavese; quell’archivio dove avevo passato un pomeriggio appassionante di letture di articoli e avevo ricavato tanto materiale utile per la mia tesi.

Ebbene, lei mi ha domandato se avevo seguitato ad occuparmi di Pavese. Io, confusamente, ho balbettato di no.

Ho scordato, però, di menzionare gli articoli che ho pubblicato su una rivista di primo piano nell’editoria subalpina, “Studi Piemontesi”.

E non le ho detto che Giulio Einaudi per lettera e Norberto Bobbio per telefono mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Pavese, una volta che – fresco di laurea – cercavo il mio posticino nel mondo.

Poi le cose sono andate diversamente e oggi sono soddisfatto di ciò che faccio. Ma è altrettanto vero che ogni volta che vengo in contatto con Pavese – e questa sera tra il pubblico c’era anche Cesarina Sini, la nipote: dunque il contatto non era solo accademico, ma umano, troppo umano – ho, per dirla con Pavese, l’”effetto di toccare un filo di corrente”; e ritorno con la mente a quei momenti di un Gianni Davico acerbo che avrebbe voluto dedicare tutte le sue energie allo studio di Pavese, ma non ne ha avuto la possibilità/sorte/abilità.

E in questo senso vedevo in Silvia Savioli, la giovane studiosa che ha curato il volume, il me stesso di tanti anni prima, un futuro passato possibile.

E quindi la ringrazio per aver dato la stura con questa sua domanda semplice e innocente a un fiume di ricordi e di studi di anni ahimè lontani. Mi spiace che tutto ciò sia venuto fuori solo dopo, ma confesso di non avere la prontezza di risposta che sarebbe necessaria nelle conversazioni pubbliche. Direbbe Giovanni Giudici:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

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gen 13


Il poster qui a fianco ha accompagnato tutti i traslochi di Tesi & testi. (Nella prima, minuscola sede era proprio sopra il fax.) È un regalo di Daniele di Gennaro, fondatore con Marco Cassini di minimum fax; me lo diede al primo Salone del libro cui parteciparono, nel 1994, e l’ho sempre tenuto caro perché le persone mi furono di primo acchito simpatiche.

Ora quei ragazzi si sono fatti uomini, e Marco Cassini ha pubblicato le sue memorie, ovvero il racconto dei primi quindici anni della casa editrice. L’ho letto d’un fiato, e poi riletto a cercare le similitudini tra una casa editrice e una “casa di traduzioni”; e, anche, tra le sue e le mie passioni.

Le “tre fasi della vita della casa editrice: l’età dell’innocenza, l’età della ragione, e il ritorno all’età dell’innocenza” (p. 69). Me ne sono reso conto leggendo le sue parole, ma per Tesi & testi – dunque per me – è stato lo stesso. L’innocenza e la spensieratezza di oggi sono figlie legittime della ragione di ieri, da cui non prescindono; però permettono di guardare al lavoro con leggerezza nel senso calviniano del termine. Con vantaggi per tutti quindi, a partire dai clienti: non devo seguitare a ripetere che siamo bravi, che facciamo questo e quello, perché i progetti che affrontiamo parlano per noi.

I libri che cita. Impressionante il numero dei libri citati nel corso del volume e in Bibliografia che ho letto in quegli anni.

New York. A New York nel 2003 sono arrivato con la mia valigia di cartone, in un viaggio avventuroso fatto di appuntamenti con colleghi per cercare di capire come si affrontasse il mestiere di là dall’oceano. E la decisione di scrivere un libro sull’industria della traduzione l’ho presa lì.

I refusi. Già dal titolo del libro ho capito il tipo di persona. E in effetti nel volume non ho trovato un singolo refuso, cosa che rallegra il mio spirito di indefesso redattore.

Il fatturato. Lui afferma che il fatturato della sua casa editrice rappresenta lo 0,04-0,05% del settore; percentuale che – non è un caso – è paragonabile al fatturato di Tesi & testi rispetto al totale italiano. Il che ci ricorda che ogni cosa è relativa.

Il suo doppio ruolo di operatore culturale e imprenditore, che è stata anche dall’inizio la mia sfida nel mondo delle traduzioni: ovvero di guadagnarmi da vivere con dignità con un lavoro che avesse in qualche misura un che di “culturale”. Senza prendermi troppo sul serio, ovviamente.

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