Feb 10


Ho conosciuto Lorenzo Guanti, giovane golfista di sicuro avvenire, durante la prova campo della gara federale di Sanremo di un paio di settimane fa che ho avuto l’onore di fare con lui. Gara che poi – ma forse è un dettaglio – ha vinto con un giro in 65, contestualmente vedendo scendere il suo handicap da +0,9 a +1,6 [sic]. Mi hanno impressionato la sua mente precisa e analitica, la maniera in cui ha affrontato un percorso che non vedeva da due anni (e in due anni la sua lunghezza è cambiata totalmente, per cui era di fatto un percorso nuovo per lui), le doti di team leader che ha dimostrato verso i suoi compagni (altri giovani golfisti della Margherita, anch’essi di sicuro avvenire – e campioni d’Italia, tra le altre cose).

Due parole sui risultati ottenuti fino ad ora (certamente inferiori rispetto al suo potenziale): secondo posto al Trofeo Umberto Agnelli al Royal Park nel 2010, anno in cui ha anche partecipato ai campionati europei a squadre Boys (secondi classificati), e vittoria lo scorso ottobre al Trofeo Glauco Lolli Ghetti a Margara. Da non dimenticare che, con i compagni Edoardo Aloi, Luigi Botta, Alessandro Catto e Ludovico Righetto ha vinto nel 2011 i campionati assoluti a squadre per circoli.

Ho anche apprezzato la semplicità di un ragazzo come tanti. Gli ho chiesto un’intervista, la cui trascrizione è qui a seguire.

Cominciamo da Sanremo. Io sono rimasto colpito dalla precisione con cui disegnavi le buche sulla mappa, prendevi le distanze, misuravi i green: mi parli di come affronti i percorsi che non conosci durante la prova campo?
Sanremo era una gara per me importante: intanto perché era la prima dell’anno, e poi perché volevo ritornare a giocare con una voglia che avevo un po’ perso l’anno precedente. Quindi volevo affrontarla bene.
Mappare il campo è un’abitudine che abbiamo appreso con la Nazionale, abbiamo capito quant’è importante preparare bene il campo, sapere dove puoi sbagliare, dove non devi andare, le pendenze eccetera, perché questo ti permette di risparmiare anche quei 4-5 colpi che ti possono cambiare un giro. Soprattutto conoscere i green è essenziale, e in particolare in un campo tecnico come Sanremo.
Io caratterialmente sono molto metodico, quando voglio fare una cosa e voglio farla bene ci metto tutto me stesso, lo faccio con passione, mi diverto anche se è faticoso.

Mi racconti invece il 65 del giorno dopo?
È stato un giro molto divertente. Sono partito in maniera drammatica dalla 4 con par – doppio – bogey. Poi mi sono risvegliato un pochino con la 7, il par 4 corto; ma è stato strano perché ho tirato un legno al green – non un drive perché non è una buca lunga – e sono finito alla destra del green, nel boschetto. Da lì ho giocato un colpo contro la sponda a saltare il bunker: l’ho messa a un metro e ho fatto birdie. Da quel momento è iniziata una fase in cui mi sembrava di poter fare qualunque cosa: ho fatto par alla buca dopo (il par 4 lungo), birdie alla 9, alla 10 e alla 11 (imbucando l’approccio da dietro al green). Poi par alla 12, birdie alla 13 tirando un ferro 6 dal tee (il drive era fuori questione perché pioveva e non si sarebbe potuto raggiungere). Alla 14 ho tirato un colpaccio e sono finito a sinistra in mezzo agli ulivi, l’ho tirata fuori col secondo e ho fatto bogey (ed è andata bene così); poi birdie alla 15 e alle 16 (imbucando un putt da inizio green che mi ha regalato sensazioni quasi magiche), par alla 17 e alla 18 (con 3 putt), alla 1 e alla 2. La 3, l’ultima buca, è stata la più strana: ero -3 sul tee e ho pensato ‘tiro al green col drive’, perché pioveva (col drive normalmente andrei lungo perché sono 230 metri a inizio green). Non ho tenuto conto del fatto che avevo le mani fradice… e appena ho toccato la palla mi si è chiuso il bastone: ho preso la prima pianta sulla sinistra e la palla mi è finita nel TR davanti ai battitori, quindi avrò fatto 10 metri. Ho droppato nella zona di droppaggio, e da lì con un legno ho preso le piante a difesa del green per finire nei battitori delle donne della 4, che è a 40 metri alla sinistra dei green; Maccario, che giocava con me, da 80 metri ha fatto 2. È andato lì, ha tolto la palla e io da 40 metri ho imbucato!
È stata una giornata divertente, ho imbucato tanto. Ho preso 11 green su 18, che non sono tanti, ma ho fatto 24 putt – quelli che cambiano un giro.

Mi hai detto che passare professionista non è tra i tuoi piani attuali. Perché?
Finché non sono entrato in Nazionale diventare professionista era il mio sogno, perché la scuola non era la mia passione e giocare a golf mi divertiva un sacco. Dopo di che ho perso un anno scolastico, in quarta liceo, perché sono entrato in Nazionale e ho fatto qualunque gara possibile ci fosse in giro – all’estero soprattutto. Inoltre da quel momento in poi è subentrata un po’ di pressione, mi sono creato delle aspettative che non sono riuscito a mantenere e che mi hanno portato ad un crollo psicologico, nel senso che mi allenavo tanto, giocavo bene ma non riuscivo a dimostrarlo: quando andavo a fare le prove campo avevo una media score che era sempre di -3/-4 e in gara però non riuscivo a rendere. In più mi immaginavo professionista e non mi sentivo tanto a mio agio. Allora ho perso parecchia voglia di giocare; ma poi mi sono tolto alcune paure e sensazioni negative che avevo avuto durante l’anno, il quadro complessivo è migliorato.
Adesso non so: è possibile che a settembre/ottobre decida di andare a fare i giri, però è una cosa che valuterò sul momento perché vorrei andare all’università e magari fare un anno da dilettante però giocando qualche gara all’estero e qualche tappa italiana dell’Alps tour… fare un po’ di gavetta insomma. Ma è tutto da valutare sul momento, perché se hai un buon gioco in un dato momento conviene lanciarsi, non perdere l’attimo, altrimenti ad aspettare si rischia che quell’attimo svanisca. Un passo alla volta quindi.

Hai iniziato ai Ciliegi. Come ti sei avvicinato al golf?
È abbastanza ironico: ho cominciato in giardino con palline da ping pong grazie al socio di mio padre che è un appassionato di golf. Ho fatto poi qualche lezione con Luzi ai Ciliegi: alla seconda lezione tiravo già il legno – quello proprio di legno come si usavano un tempo – a 130 metri. Da lì ho fatto qualche lezione alla Margherita e poi mi sono iscritto a Grugliasco, per vedere se questa cosa poteva avere un seguito. C’è stata un’estate in cui io mi facevo portare da mio padre alle 8.30, quando il circolo doveva ancora aprire, e uscivo quando faceva buio; tranne il martedì in cui il campo pratica era illuminato fino alle 11, e io passavo 15 ore al golf. C’è stata un giorno in cui ho tirato 21 gettoni [567 palline] e ho fatto 9 buche. Se lo penso adesso impazzisco perché non riuscirei a giocare così tanto; ma all’epoca semplicemente andavo lì e praticavo – anche da solo.

E come sono gli allenamenti oggi?
Quando ho iniziato a giocare a golf ho passato tantissimo tempo in palestra, e questo mi ha permesso di formare il mio fisico in maniera ottima: devo a questo la mia caratteristica di tirare colpi decisamente lunghi.
Quando il mio gioco ha cominciato ad essere regolare il mio problema era dai cento metri in giù: in quel settore di gioco facevo delle cose terribili e perdevo una quantità incredibile di colpi. Allora ho dedicato tanto tempo ad allenarmi sul gioco corto, cercare non solo di migliorare ma anche di togliermi le paure che avevo dentro di me. Ora non ho più paura di tirare un colpo da 100 metri e qualche volta faccio birdie: questo cambia completamente lo scenario.

Be’, ad esempio una cosa che mi ha colpito durante la nostra prova campo è successa alla 9, dove tu hai portato su le braccia nel backswing dicendo “questo è un colpo da 85 metri”, e poi portandole leggermente più in su hai detto “questo è un colpo da 90”. Per te sarà normale…
No, non è normale: nel senso che io mi sono sempre affidato al feeling, cercando di avere sempre la stessa velocità di attraversamento e cambiando solo la lunghezza per variare la distanza. Ma questo non bastava, e l’anno scorso ho fatto un grosso lavoro col mio maestro Elena Polloni, che mi ha permesso di memorizzare le varie distanze fatte con un dato wedge portato ad una determinata altezza, ancorando una determinata posizione ad una precisa sensazione. Risultato: tra gli 80 e i 100 metri la mia palla picchia sempre nello stesso posto, e soprattutto questo mi evita di fare scatti col corpo, perché quando arrivo nel punto desiderato so che posso girarmi sapendo già dove va la pallina.
Questo colpo ti fa fare birdie ai par 5, ti fa recuperare il par ad un par 4 dove sei andato storto col tee shot… può fare la differenza. E poi in me era un punto debole; oggi faccio fatica ogni tanto perché ho ancora un po’ di paura, però gli errori sono relativamente minimi; mentre io da 90 metri mancavo anche i green, il che ti demoralizza e ti fa arrabbiare.

Questo lavoro è stato fatto soprattutto in campo o in campo pratica?
In campo, assolutamente. Intanto perché devi usare delle palline buone, per vedere la reazione quando atterrano, e poi soprattutto perché i colpi devono essere variati. Quindi devi allenarli tanto in campo quando sei tranquillo, e poi portarli in gara: e questa è la cosa più difficile, perché la testa quando sei in gara recupera quelle sensazioni – gli ancoraggi – relative a colpi magari sbagliati fatti in passato. E quindi l’obiettivo è di togliere quelle sensazioni negative e sostituirle con quelle su cui hai lavorato. È per questo motivo che tirare 50 palline da 50 metri in campo pratica non serve a molto: perché poi magari vai in campo e fai lo stesso colpo che facevi prima. Invece quel che è utile è andare a 40 metri e tirare un palla, poi a 75 e tirarne un’altra, poi a 50 un’altra e così via. Così hai una sensazione pulita e ogni volta alleni la mente a memorizzare e fare i calcoli. Sono metodi di allenamento più noiosi forse, però rendono molto di più: perché uno quando è in campo pratica e vede che un colpo non funziona tende a ripeterlo all’infinito, ma non necessariamente questo porta risultati in campo; mentre bisogna staccare dopo ogni colpo, variare. E quando non si può andare in campo un buon metodo è giocare un percorso nella propria mente: tiri un drive come se fossi ad un determinata buca di un campo che conosci, col fade, col draw, con ciò che è richiesto da quel colpo, poi immagini dove è andata la palla, fairway, rough eccetera, da lì tiri il secondo e così via: anche in questa maniera puoi allenare le distanze. E poi passare la maggior parte del tempo agli approcci: quello fa la differenza.

Come si svolgono, in pratica, i tuoi allenamenti alla Margherita? Con che frequenza ti alleni, per quanto tempo? Col maestro o senza? Hai una sequenza particolare di bastoni?
I miei allenamenti non sono molto frequenti. Dedico il giovedì pomeriggio alla lezione con il mio maestro anche perché uscendo alle 14 da scuola il tempo di luce rimanente è quel che è! Quindi faccio un ora di lezione in base alle necessità del momento, dedicandomi in genere in piccolissima parte alla tecnica e ormai sempre più concentrandomi sull’aspetto mentale; dopodiché quando riesco vado a fare qualche buca in campo. Se invece la lezione è stata più impegnativa del solito mi fermo in campo pratica per cercare di fare mie le sensazioni appena trovate.
Oltre al giovedì mi alleno il sabato e la domenica, cercando di fare entrambi i giorni almeno 9 buche la mattina con gli altri ragazzi e poi suddividendo il lavoro al pomeriggio in base a ciò che occorre tra putting green, zona approcci, campo pratica e campo. Ci sono diversi esercizi che si possono fare nella zona dedicata al gioco corto e reputo questa parte veramente necessaria se si vogliono ottenere dei risultati significativi. Il consiglio che posso dare è di praticare ogni genere di colpo rendendo la pratica varia e divertente con tutti i bastoni, tirando colpi particolari piuttosto che la solita pratica monotona dove il corpo ormai si muove in automatico e la mente va in pausa.

Come si svolge un tipico ritiro della Nazionale?
Ne facciamo uno al mese nel periodo invernale, quando come adesso c’è la neve e in tante regioni non si riesce a giocare. L’ultimo è stato al San Domenico a inizio anno ed è durato cinque giorni. Tipicamente ci svegliamo presto (6.30-7) e facciamo riscaldamento in campo pratica al mattino – a volte prima di colazione e a volte dopo. Questi due diversi tipi di riscaldamento dipendono dall’orario di partenza in una giornata di gara: quando si ha una partenza al mattino presto diventa difficile fare un lungo riscaldamento, allora si fanno esercizi leggermente differenti da quelli che si farebbero nel caso in cui ci si possa svegliare per tempo, fare riscaldamento, doccia, colazione e poi campo pratica. Una cosa è comunque sicura: senza riscaldamento si rischiano infortuni muscolari e diventa difficile esprimere al meglio il proprio gioco. Per questo motivo durante i ritiri ci abituiamo a effettuarli entrambi: anche perché un lungo allenamento è necessario per interiorizzare qualunque movimento.
Nei primi giorni ci si divide in gruppi e si fa un’ora in putting green, un’ora agli approcci e un’ora in campo pratica: girando passa tutta la mattina. Al pomeriggio si fanno 18 buche e poi si torna in campo pratica. Negli ultimi giorni, dato che questi ritiri servono anche a vedere chi mandare alle gare all’estero, facciamo 2/3 giri di 18 buche in cui il riscaldamento è lasciato a noi in base alla nostra routine: quindi si va in campo alle 8.30, si fanno 18 buche con lo score (uno dei giorni si dedica a fare la mappetta se il campo è sconosciuto, e senza i laser proprio per questo motivo); al pomeriggio si lavora in campo pratica.
Poi ci sono vari test, come il SAM PuttLab, che è una’analisi sul putt per vedere la ripetitività del colpo, la velocità, il ritmo eccetera. Sempre in questo periodo facciamo anche il fitting per i bastoni.
Ogni fine giornata c’è il defaticamento con il preparatore atletico; ci sono poi test fisici per vedere il miglioramento; abbiamo vari dottori, il fisioterapista, il dietologo. Da quest’anno abbiamo iniziato a fare anche mental coaching, utilizzando la PNL e altre tecniche per la mente che ti possono aiutare in gara – ciò che per me ha fatto la differenza e mi ha cambiato il livello di gioco, perché tecnicamente non avevo grandi problemi ma avevo la pressione del dover ottenere risultati, e a quel punto ovviamente entra in gioco la testa.

Fatto 100 il totale, come divideresti l’importanza della parte tecnica, di quella atletica e di quella mentale nel golf?
Raggiunto il livello scratch la tecnica conta solo fino ad un certo punto, e lo si vede anche dai professionisti che giocano sul tour: non tutti hanno uno swing perfetto, se non in determinate posizioni come al momento dell’attraversamento della palla. Secondo me il fisico conta per il 40%: la resistenza è importantissima, anche perché influisce sulla mente. La testa conta per il 35-40%, e ciò che resta è dato dalla tecnica.


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