Ott 03

Talent Is Overrated
Ho fatto qualche conto.

Undici stagioni di golf, circa 500 giri completi, soprattutto circa 4mila ore di pratica concentrata e focalizzata.

Ci ho messo sei anni e qualcosa per girare in par nel mio campo; da allora ho fatto diversi +1 in campi diversi, ma non sono più arrivato a quel punto (per meglio dire: non ci sono ancora arrivato, perché so che lo rifarò e so anche che andrò sotto par).

Ho pensato soprattutto al concetto di pratica, del diventare il golfista migliore che io possa diventare, alla teoria delle 10mila ore (attenzione, al proposito! Sul Web si trova di tutto sul punto, ma prima di giudicare occorre documentarsi, non fermarsi agli articoli giornalistici ma andare direttamente alla fonte, che è il professor K. Anders Ericsson).

Ora, questo punto – la deliberate practice – è fondamentale, e un po’ per caso un po’ per scelta io mi trovo in una posizione ottima per valutare l’efficacia della teoria. Certo, mi piacerebbe preparare un progetto più “scientifico”, con tutti i crismi delle misurazioni eccetera. Un po’ come fa il mio “omologo” americano Dan McLaughlin – anzi, devo ringraziarlo perché aver preso contatto con lui in queste settimane e aver letto il suo ebook sono stati stimoli prima per affrontare letture nuove (Talent Is Overrated innanzitutto, ma altre seguiranno in questi mesi) e anche riletture. Il che, di conseguenza, porta rinnovato vigore al mio progetto, per quanto ruspante e casalingo esso sia. Per riassumere:

– il mio progetto di diventare un “virtuoso” del golf è nato per caso;

– ha preso corpo per cause molteplici: la mia testardaggine, la vergogna di farmi vedere in campo a giocare all’army golf, il desiderio di dimostrare a me stesso che sono bravo, la passione;

– la teoria delle 10mila ore, incontrata dopo anni di pratica, è stata linfa vitale per il progetto: sapere che la volontà ha il suo peso, nelle cose, ovvero che non è solo questione di talento innato (e di gioventù, ça va sans dire – ma sul punto si veda anche qui) mi ha fatto pensare che quel che stavo facendo aveva, dopotutto, un senso (né dimentico il Piccolo principe: “È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”).

Questa teoria è importante. Intuitivamente – dopo tutti questi anni di sforzi e prove e riprove e di asticella messa sempre un po’ più in su – capisco che è sensata e fondata. Scrive per esempio Gianluca Vialli, uno che di sport due o tre cose le sa (e nondimeno mio ultimo “idolo” calcistico, per quella sua cocciutaggine di buttarla dentro, soprattutto a fine carriera), nella rubrica che tiene su Golf Today, numero di settembre:

Il talento conta, ma la pratica e il carattere ancora di più.

E della pratica dice che deve essere

di qualità (dipende dagli insegnanti/allenatori) e in quantità (dipende dalla passione e dalle motivazioni che ti spingono a provare e riprovare per diventare migliore).

Insomma non posso sapere precisamente dove mi porterà questa strada. Certo, per fare le cose ben fatte – ovvero misurabili, ovvero utili come possibile percorso futuro per altri che volessero intraprendere una strada come la mia, anche in campi diversi dell’attività umana – occorrerebbe trovare degli sponsor, rendere il tutto più scientifico e così via. Ma non importa: faccio il meglio che ho con le risorse che ho a disposizione. Il tempo che passa è un limite importante, certo, ma non una limitazione al mio desiderio. Stimo che intorno ai 55 anni di età avrò completato quel numero di ore. Da lì in poi si vedrà.


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