Dic 16

Questa mattina c’erano tre gradi, e io ero alla Marghe a fare lezione. Temperatura al limite, ma notavo dentro di me come sia interessante lavorare sullo swing, perché tratti qualcosa di assolutamente vivo e cangiante nel tempo, sia per i pensieri che per la pratica che per il tempo che passa, oltre che per altri aspetti minori come il tempo atmosferico, ad esempio; e altri ancora meno visibili ma fondamentali come le sensazioni.

Oggi, comunque, non voglio parlare di me: questo è un breve racconto di sensazioni. Ho trovato che il luogo fosse discretamente popolato, per essere una fredda e grigia mattina di dicembre. Ed è così che un campo pratica dovrebbe essere sempre: popolato di persone seriamente interessate a migliorarsi.

È questo, comunque, un bel periodo per il golf. Dicembre e gennaio, che apparentemente sono mesi in netto contrasto con il golf, sono di fatto il periodo in cui si possono sperimentare cambiamenti che daranno i loro frutti nell’estate a venire; la pratica procede tranquilla perché non necessita di risultati immediati ma è sostenuta da una visione di respiro ampio.

Magari poi non si concluderà nulla, o magari sì; ma questo, in fondo, non è importante. Perché anche il golf, in sé considerato, non è importante; invece è importante, è fondamentale la tua idea di golf, il tempo e la passione che tu hai messo, metti e metterai nella pratica golfistica. Alla fine l’handicap è una stelletta che ti rende fiero ma di cui agli altri non importa nulla. E comunque avere il tempo di “scolpire” il movimento, di provare e riprovare è il bello, il vero bello, del golf decembrino.

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Dic 09

Un breve post, oggi, solo per dire che sto lavorando tranquillo ai cambiamenti di swing per essere pronto per il Trofeo Sanremo (per me, come ben sa chi legge questo blog, senza dubbio per atmosfera la gara più bella dell’anno) e poi per la stagione. Ho quindi davanti a me tre mesi di golf rilassato e concentrato nello stesso tempo, ovvero senza lo stress da risultato ma con obiettivi chiari in mente.

Nel dettaglio:

– piedi larghezza spalle (io tendo a tenerli più larghi), sensazione di solidità nelle gambe;

– punte dei piedi aperte. Io ho sempre pensato, anche sulla scia di Ben Hogan, che il piede destro dovesse guardare in avanti; invece ora so che deve essere aperto di 10-20°, qualcosa del genere, per favorire il backswing. E su questo punto ho avuto anche la conferma, sostanzialmente casuale, non richiesta e graditissima, da parte di Baldovino Dassù (grazie Roberto!);

– fianco sinistro in alto;

– linea delle spalle diritta, comunque non aperta (mio vecchio difetto; e se parti in posizione chiusa è fisicamente impossibile fare draw);

– testa sempre dietro rispetto all’asse centrale dello swing;

– mantenere le gambe stabili lungo tutto il movimento.

Insomma due o tre cose su cui lavorare ci sono. E riflettere sul movimento, lavorarci su l’ho sempre fatto, in questo nulla cambia; ma in questo momento ho anche una guida che corregge i miei macro-errori. Bene, questo equivale a uno strong finish di una gara, poi quel che sarà sarà.

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Dic 02

Sono stanchissimo.

Oggi ho provato sensazioni sopite da anni (non dico da qui, ma forse da qui o da qui, qualcosa del genere). Ho fatto lezione con Stefano Soffietti. Lezione programmata da un paio di settimane ma desiderata da tempo (sono stato abbastanza confuso, dal punto di vista dello swing, negli ultimi tempi). E per la lezione mi sono preparato per bene, e oggi mi sentivo bene.

Iniziamo, e i miei macrodifetti sono lì, evidentissimi: un maestro li sgama subito (mentre un dilettante può pensarci sei mesi e non arrivare a conclusioni valide). E poi il FlightScope a misurare le mie prestazioni, io che nei primi colpi arrivavo un chilometro dall’esterno (ma questo lo sapevo già, da tempo immemore voglio imparare a fare draw riuscendoci solo a volte per caso) e poi, quasi per magia, con un aggiustamento nel set up i numeri che cambiano immediatamente, la palla che vola più lunga, lo slice quasi un ricordo del passato.

Non è così semplice naturalmente, c’è tanto lavoro da fare; ma son soddisfazioni. Perché il golf è per me innanzitutto lavoro e sudore e impegno e risultati che arrivano col tempo. Questo è, è questo il succo del discorso per me. È la rosa del Piccolo principe:

È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.

Avere una rosa è importante, cosa importa se non importa a nessuno? Importa a me, a me importa superare i miei limiti, capire, andare oltre. Dove arriverò non è importante adesso, adesso è importante sapere che certi difetti si possono sistemare, non diventerò mai un professionista ma questo non è importante, lo swing si può sistemare. Costa tempo e denaro e impegno ma si può fare, si può fare.

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Nov 25

bounce
Desidero raccontare di un momento di perfetto, ancorché breve, flow che ho avuto ieri mattina in campo pratica alla Margherita.

Ieri è stato un giorno di pioggia battente e continua, ma questo naturalmente non ferma la pratica di chi è veramente intenzionato a diventare il golfista migliore che può diventare. Ebbene, ieri mattina verso le 10:30 sono arrivato alla Marghe, e – cosa che non mi stupisce punto – ero da solo in campo pratica. (Era magnifico.) Ho tirato un gettone (32 palline), poi sono andato agli approcci con il fido 60° per un’oretta sotto una pioggia super-battente, a inventarmi colpi e immaginarmi situazioni. (L’immaginazione era regina, là in quel pantano. E oggi ho mal di schiena da umido ma non importa – vivere non necesse, navigare necesse.)

Infine sono tornato in campo pratica (va detto che mi ero messo nell’ultima postazione, quella riservata a Stefano Soffietti: cosa che da un certo punto di vista può far sorridere, ma da un altro rientra nel concetto di dare slancio alla pratica), e ho cominciato il secondo gettone. (A latere dico che poco dopo è stato il nostro fido e bravissimo caddie master a dirmi – con ampi gesti da lontano – di smettere, che poteva bastare, che avevano chiuso tutto, insomma che dovevo andarmene a casa.)

In pochi minuti, praticamente senza rendermene conto, sono entrato in uno stato di perfetto flow. Questo è successo quando ho scoperto una variabile dello swing: chiudere di più la mano destra, cosa che accoppiata alla maggior chiusura della mano sinistra rende il grip potente, solido, e ottimo il controllo del colpo. Avevo in mano l’ibrido 19°, e il rumore all’impatto era qualcosa di diverso rispetto ai colpi che conoscevo prima. È stata una sensazione ottima, diversa, inedita. È forse solo un punto di partenza, o forse anche una strada senza via d’uscita; ma la sensazione del momento è stata fantastica, e la pratica è terminata in una sensazione di flow assoluto.

(Nel mio diario di bordo, più tardi, ho annotato:

24 novembre, in cp alla Marghe in solitaria in una mattina di pioggia estrema
mano dx più verso il centro: questo fatto, unito alla medesima cosa della mano sx, crea un grip solido e ha come risultato un impatto pieno con la palla presa nel centro della faccia)

Ciò, tra l’altro, rientra perfettamente nel flusso (appunto) del libro che sto leggendo, che tratta esattamente di questi temi. (Ne dirò diffusamente più avanti.) E mi incoraggia verso il mio obiettivo difficile da sostenere ma affascinante di diventare il golfista migliore che io possa diventare.

Fatta la somma, si sta da soli sotto la pioggia soprattutto per momenti come questo.

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Nov 18

ogsh
L’autunno è, in questo momento, la stagione che meglio si adatta al mio golf di questo periodo.

In primo luogo c’è il gioco che pare scivolarmi dalle mani: a parte qualche colpo d’orgoglio (o di fortuna, o del caso), mediamente non è quello che mi aspetterei, quello che vorrei che fosse.

C’è un movimento che non mi soddisfa: avambracci che ruotano troppo poco nell backswing, faccia chiusissima all’apice (stesso, identico difetto di tanti anni fa), impatto decisamente dall’esterno. Prova e riprova, prova e riprova mi sembra che “conquistare” il mio proprio swing sia una montagna troppo difficile da scalare, qualcosa di improbo, di assolutamente inadatto alle mie forze. (A meno di fare lezione, chessò, una volta ogni quindici giorni in maniera regolare come facevo un tempo: ma in questo momento non so quale potrebbe essere la persona adatta a guidarmi in questa strada stretta, in salita e piena di dirupi laterali.)

Ci sono poi – è il nodo centrale – le motivazioni, che vanno a giorni alterni, ma in generale sono difficili da tenere alte.

Sto leggendo questo libro, fatto sostanzialmente di ricordi, di guardarsi indietro, di nostalgia. Il tempo dell’autunno è questo, dopotutto.

(Non è un caso, certamente, che tutto questo coincida col mio ingresso nella mezza età. Il che no, non è di per sé una cosa negativa, è solo che richiede tempo per essere metabolizzata – e nello specifico tanto tempo per me, essendo io lento in tutto).

Poi verranno altri obiettivi, verrà il tempo di Sanremo, la primavera e altre sfide; ma il mio golf è autunnale e crepuscolare, adesso.

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Nov 11

gp
Terminata la stagione, terminate le gare, posso rilassarmi un momento per quanto riguarda il golf. Ne approfitto per qualche considerazione sull’anno appena trascorso. (Qui il riassunto delle puntate precedenti.)

L’handicap è rimasto sostanzialmente stabile (3,9 a inizio anno, 4,1 il dato attuale), con piccole variazioni (handicap minimo di 3,3 ad aprile, massimo di 4,6 ad ottobre). Continua a mancare la zampata!

Ecco il dettaglio dei 45 giri completi registrati (tra parentesi i dati per il 2015 e, a seguire, per gli anni precedenti):
– colpi: 79,9 (79,8 – 80,4 – 81,2 – 81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
[ho mantenuto la media complessiva sotto gli 80, che comunque la si guardi non è male]

– fairway: 69% (67% – 63% – 64% – 61% – 54% – 53% – 48%)
[tenendo conto del fatto che arrivo un chilometro dall’esterno, direi molto bene]

– green: 40% (41% – 39% – 40% – 40% – 37% – 38% – 32%)
[ancora troppa poca precisione]

– up and down: 43% (41% nel 2015)
[decisamente migliorabile, soprattutto tenendo conto del fatto che il gioco corto mi dà sicurezza]

– putt: 30,60 (31,20 – 30,95 – 30,88 – 31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
[non benissimo ma comunque bene]

– di cui 3-putt: 0,8 (1,0 – 1,1 – 0,9 – 1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)
[bene, anche se in quei 3-putt c’è anche un 4-putt – sic! –, che per fortuna non ricordo assolutamente]

Come anticipavo l’anno scorso, oltre alle statistiche classiche (troppo generiche) ho sempre utilizzato il foglio Excel di Andrea Zanardelli, modificato in base alle mie esigenze, che mi dà indicazioni precise sui punti sui quali occorre lavorare di più (in generale tenendo presente un fatto: ha molto più senso migliorare i propri punti di forza che non cercare di limare i difetti – Tim Ferriss docet).

Obiettivi 2017:

– handicap 2 virgola stabile
La mia balena bianca da tempo immemore.

– mantenere l’ordine di merito
384 al momento. L’ODM serve di fatto per partecipare alle gare della Federazione, che sono quelle che mi appassionano di più (36 buche medal è il minimo sindacale).

– fairway sopra il 70%, green sopra il 45%, up and down sopra il 50% e putt sotto i 30
Questi sono prerequisiti affiché l’handicap scenda in maniera decisa e non solo oscilli tra il 3 e il 4.

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Nov 04

gavi
Dopo giovedì, anche sabato scorso è stata una fantastica giornata di golf: 74 colpi, ottenuti con un gioco molto diverso (diversi birdie ma molti più bogey e 27 putt: insomma il contrario rispetto a due giorni prima. Strano il golf).

Soprattutto mi hanno colpito le sensazioni positive che ho provato lungo il giro, mi sembrava da un lato di essere tornato a qualche anno fa e dall’altro di andare oltre – perché lo swing è una cosa viva, che evolve coi tuoi pensieri e col tuo corpo che continuamente si trasforma.

Poi domenica ho fatto un giro orribile in 82 colpi senza pathos, ma non è un dramma. Il risultato finale delle tre gare – nel golf you are your numbers, si sa – è un handicap pari a 4.0, che non è nulla di speciale ma insomma è accettabile e soprattutto sostanzialmente rispecchiante il mio gioco attuale.

Ora quindi svanisce la tensione, l’autunno inoltrato porta giocoforza a sotterrare l’ascia di guerra e cambiano gli obiettivi: l’handicap è messo via (sperabilmente per il Trofeo Sanremo), da questa settimana il lavoro è mirato sul lungo termine in direzioni specifiche:

– cercare quelle sensazioni;
– qualche aspetto tecnico dello swing (al momento l’idea è di uno stacco esterno, lento e con le mani che ruotano e della controrotazione all’impatto);
– i putt lunghi (8-10 metri) e i putt da un metro, il colpo più difficile in assoluto.

Mercoledì ero in campo pratica all’imbrunire, ho finito l’allenamento con mezz’oretta di chip col pitch. Credo che quello sia il colpo che in assoluto mi dà più soddisfazione, perché sento di averne il controllo quasi totale – o, per meglio dire, è un colpo che si crea quasi da solo. Ebbene, sono queste sensazioni di controllo senza controllo, di pace e solitudine, di gioia virgiliana che voglio inseguire nei mesi a venire.

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Ott 28

coccinelle
Era da qualche settimana che sentivo di giocare discretamente, e ieri finalmente i fattori si sono allineati e io ho portato a casa un bel giro. Una garetta del giovedì alla Margherita, quindi nulla di eclatante; comunque questi sono i dati:

– colpi: 75
– fairway: 86% (12 su 14)
– GIR: 61% (11)
– up and down: 71% (5 su 7)
– putt: 31
– putt per GIR: 2,00

È stato un giro molto regolare, con una quantità spropositata di par (16), “sporcata” da un bogey (comprensibile) e da un doppio sciocco (d’altra parte se possono esistere bogey intelligenti, lo stesso non può dirsi per i doppi).

Le statistiche sono molto chiare: il gioco lungo, i ferri e il gioco corto sono stati ottimi, mentre – forse stranamente, ma è questione da approfondire – il putt è stato al di sotto di livelli accettabili: prendere 11 green e fare 11 volte due putt non è certo quella che può considerarsi una prestazione spettacolare. E anche andando ad analizzare i singoli casi mi rendo conto di aver avuto cinque possibilità reali di birdie, di cui una ghiottissima (un metro e mezzo in salita, e non è stata una bella sensazione il vedere la palla staccarsi dal putt con un rotolo orribile).

Ma il putt è la parte di gioco che storicamente mi preoccupa meno, e del resto i green lenti non sono certo di aiuto; mentre il fatto di aver messo insieme, per un giro intero, dal primo all’ultimo colpo, una sequenza di drive, ferri lunghi e medi, approcci e chip con pochissime sbavature (rispetto al mio livello di gioco) mi dà un’ottima carica per il tempo a venire.

Il colpo che ho apprezzato di più è stato il secondo alla 18: dopo un tee shot orribile (un ibrido toppato che ha fatto poco più di 100 metri), ho visualizzato un secondo ibrido in fade che passasse sopra le piante e curvasse verso il green. Quando ho effettuato proprio il colpo che avevo in mente, be’, quella è stata una soddisfazione! Si gioca anche per momenti come quello.

Ieri c’era un bellissimo sole senza nuvole, c’erano mille coccinelle ad accompagnarmi, è stata una magnifica giornata di golf.

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Ott 21

practice
Il post della settimana scorsa mi era stato “dettato”, a mo’ di “sfida”, da un amico che desidera perdere qualche colpo. Allora ho cercato di identificarmi in lui e ho scritto un programma dedicato al gioco corto e al putt per cominciare ad andare in quella direzione. Se poi l’amico si impegnerà in quel senso, o se qualcun altro lo chiederà, passeremo alla “fase 2”.

Nello stesso giorno Fabio dice:

Ti chiederei di fare un programmino simile anche sulla pratica del gioco lungo.

Allora, per non farlo aspettare ad kalendas (perché mesi fa ho fatto un’altra promessa non ancora mantenuta), ecco qui una lista imperfetta e parziale quanto si vuole ma comunque reale per la pratica del gioco lungo.

Con due premesse: innanzitutto, ovviamente non sono un pro, ma – diciamo – un dilettante curioso, e dunque i miei suggerimenti vanno presi come parole di un amico e poco più; secondariamente, se il gioco corto e il putt sono territori per me molto familiari, di cui conosco asperità e sotterfugi, segreti e promesse, lo swing completo è per me un “luogo” col quale ho minor confidenza, dove mi muovo con meno sicurezza. (E del resto, come dice Massimo Scarpa, se lui e io dovessimo fare una gara di swing, mille volte su mille vincerebbe lui; mentre in una gara di putt o di gioco corto è possibile che ogni tanto potrei dire la mia.)
Con questi presupposti via, si va! (L’ordine è casuale.)

1. Cambiare spesso bastone
Questo è importante: a meno che non si stia sperimentando un cambiamento specifico del movimento, non ha alcun senso tirare, chessò?, cinquanta ferri 7 di fila, sia perché è una situazione del tutto teorica, sia perché la curva di apprendimento avrebbe una discesa verticale dopo il quarto o quinto colpo. Quindi suggerisco di cambiare bastone dopo 4-6 colpi, qualcosa del genere.

2. Non farsi prendere dall’ossessione della lunghezza
Questo vale soprattutto per i ferri, che sono strumenti di precisione e non di distanza. È dunque molto più importante sapere che, per dire, col ferro 7 faccio da 138 a 145 metri piuttosto che tirane uno a 160 e l’altro a 130 – col risultato che in campo non saprei più che bastone usare per un dato colpo.

3. Il driver c’entra molto con l’ego, ma deve essere utilizzato con bel deuit
È giusto e comprensibile e divertente tirarla lunga, ma a meno che non si sia davvero lunghi nell’economia del gioco ha più senso tirarla diritta.

4. Il ritmo!
Ritmo è una parola che può suonare ambigua, e certamente è una sensazione difficile da descrivere. Ma nello stesso tempo credo che sia la parola più importante legata allo swing pieno. Uno swing ritmato, cadenzato, senza fretta è certamente quello che può dare i risultati migliori.

5. L’importante è poco e spesso
Non serve passare un pomeriggio intero in campo pratica allo ricerca del Santo Graal. Se nel putt ho sperimentato che dopo quaranta minuti la pratica non mi serve più a nulla, perché le forze mentali sono drenate, con lo swing pieno direi che dopo un’ora di pratica l’utilità diminuisce molto. Meglio, per dire, un’ora tre volte la settimana che quattro ore di seguito una volta la settimana. Decisamente molto meglio.

6. Tirare palle all’impazzata, una dopo l’altra senza riflettere, non serve a nulla
Magari è divertente, ma dal punto di vista dell’apprendimento vale zero. Ogni colpo deve essere riflettuto e pensato prima dell’esecuzione, ed esaminato e sviscerato dopo. Quindi in un’ora di pratica possiamo tirare qualcosa come cinquanta palline, forse qualcuna (ma non tante) di più. Di sicuro dopo la centesima l’attenzione non può essere molto alta, e di conseguenza è poco ciò che si può apprendere.

7. Obiettivi specifici
Ogni volta che tiriamo una pallina dobbiamo mirare a un obiettivo il più specifico possibile. “Somewhere down in the middle” non ha alcun senso. Un green (a seconda della conformazione del campo pratica) è già un poco meglio. Un albero va bene. Un ramo di albero però è meglio. La foglia del ramo di un albero, o lo 0 centrale del cartello dei 100, è l’ideale.

8. La strada verso il circolo
Io trovo che la mia pratica è molto più redditizia se nei venti minuti che mi portano al circolo penso a quel che voglio fare, a come lo voglio fare, a quali sono gli obiettivi di quel giorno; e poi nei venti che mi riportano a casa penso a quel che ho fatto, a che cosa ho imparato, a quel che voglio fare ancora.

9. Tenere un diario
Questo punto è assolutamente fondamentale. Dico tutto qui.

10. I training aid sono utili…
… ma non facciamone una malattia. Negli anni ho imparato molto di più da attrezzi semplici che mi sono costruito da solo senza spesa che non da strumenti comprati apposta perché soddisfacevano sì il mio ego, ma portavano poca sostanza.

Ecco fatto. Ora attendo i feedback!

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Ott 14

putt
Allora, le cose stanno così: un golfista che conosco, e anche lettore di questo blog, ha il problema tipico di tanti golfisti: che gira a destra anziché a sinistra. Ovvero: se andiamo con la mente alla struttura dei Ciliegi (luogo dove per me è naturale immaginare la pratica), arrivando in fondo alla discesa anziché proseguire diritto, cosa che lo porterebbe al campo pratica, gira a destra per il tee della uno.

È una situazione assolutamente tipica, propria di tantissimi golfisti. E, intendiamoci: non c’è nulla di male in questo. Non sei sempre alle Olimpiadi, puoi scegliere benissimo di giocare solo per divertirti, stare con gli amici in un bel luogo eccetera senza voler arrivare a diventare il golfista migliore che tu possa diventare.

Ma lui vuole andare oltre. Mi ha chiesto di dargli una mano, di preparargli una scheda.

Allora, mio caro Beppe, facciamo un patto: tu ti impegni a fare quello che è scritto qui sotto e quel che ti dirò nelle settimane a venire, senza riserve e senza scuse, e io ti garantisco che l’obiettivo che dà il titolo a questo post verrà raggiunto.

Prima cosa (questo l’abbiamo già detto a voce, ma lo ripeto qui per beneficio di chi legge): ci concentriamo sul gioco corto e sul putt. Solo sul gioco corto e sul putt, di fatto dimenticando (o quasi) il gioco lungo. Questo perché se un handicap medio desidera perdere velocemente qualche colpo bisogna che si concentri sul gioco dai cento metri in giù, mentre il gioco lungo farà solo una differenza assolutamente marginale. Quindi anche se tu nei prossimi mesi non andrai mai a praticare lo swing pieno non infrangerai il nostro patto.

Visto che tu puoi dedicare una certa quantità di tempo al golf, stabiliamo tre sessioni di pratica la settimana da un’ora e mezza: 30 minuti di putt e un’ora di gioco corto. Ecco come per ora le strutturiamo.

Putt
Dopo 2-3 minuti di riscaldamento sui putt medi e lunghi, solo per acquisire il feeling del giorno, iniziamo a lavorare sui putt da 8-10 metri. Dieci minuti, con l’obiettivo di mettere il putt in un cerchio da 60 centimetri (anche se il pensiero deve essere sempre quello di imbucare – l’accosto è il nemico di chi vuole scendere di handicap).
Poi facciamo dieci minuti di putt da 2-4 metri, con l’obiettivo di imbucarne il più possibile.
Finiamo con cinque minuti di putt da un metro, colpo che è in assoluto il più difficile – per chiunque – nel golf: l’obiettivo qui è imbucarne un certo numero di fila, e poi migliorare quel numero ricominciando ogni volta daccapo. (Phil Mickelson docet.)
Fai questo tre volte la settimana per almeno tre settimane. Dopo di che passeremo agli esercizi strutturati, ai giochi, alle competizioni (no, non con gli amici, con te stesso – il tempo passato in campo pratica con gli amici non conta come pratica). Ma prima bisogna che tu passi questo scalino.
gioco-corto
Gioco corto
In questo settore di gioco si possono applicare e inventare tantissimi giochi (li vedremo), ma per ora cominciamo così:
– mezz’ora di approcci, cominciando dai 100 metri per scendere fino ai 15-20. Esempio: 10 colpi da 100 metri, e ti annoti quanti green prendi. Idem da 80, 60, 40 e 20. L’obiettivo della sessione di allenamento successiva sarà di migliorare quella percentuale;
– un quarto d’ora di chip, sperimentando diverse lunghezze e diversi bastoni. (Io un tempo adoravo il ferro 9 per questo colpo, ora preferisco il pitch; ma è tutta questione di feeling e di pratica.) Suggerimento: prova dei colpi “assurdi”, colpi che non farai mai in campo ma che ti possono aiutare a sviluppare sensibilità. Esempio: chip di 5 metri col ferro 5;
– un quarto d’ora di uscite dal bunker, variando spessissimo i colpi (uscita corta, media, lunga; sponda alta e bassa; palla infossata eccetera).

Tra un esercizio e l’altro prenditi un paio di minuti di relax: questo ti serve sia per interiorizzare quello che stai imparando, sia per non sovraccaricare la mente.

Tieni un diario.

E se piove? Se piove si pratica lo stesso. E anche se fa freddo; e anche se fa molto freddo. Se nevica sei scusato (ma puoi praticare sul tappeto del salotto).

Ora per un po’ hai da lavorare, mio caro Beppe… E ricorda che monitoriamo i risultati. Fino alla prossima puntata!

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