Ott 28

coccinelle
Era da qualche settimana che sentivo di giocare discretamente, e ieri finalmente i fattori si sono allineati e io ho portato a casa un bel giro. Una garetta del giovedì alla Margherita, quindi nulla di eclatante; comunque questi sono i dati:

– colpi: 75
– fairway: 86% (12 su 14)
– GIR: 61% (11)
– up and down: 71% (5 su 7)
– putt: 31
– putt per GIR: 2,00

È stato un giro molto regolare, con una quantità spropositata di par (16), “sporcata” da un bogey (comprensibile) e da un doppio sciocco (d’altra parte se possono esistere bogey intelligenti, lo stesso non può dirsi per i doppi).

Le statistiche sono molto chiare: il gioco lungo, i ferri e il gioco corto sono stati ottimi, mentre – forse stranamente, ma è questione da approfondire – il putt è stato al di sotto di livelli accettabili: prendere 11 green e fare 11 volte due putt non è certo quella che può considerarsi una prestazione spettacolare. E anche andando ad analizzare i singoli casi mi rendo conto di aver avuto cinque possibilità reali di birdie, di cui una ghiottissima (un metro e mezzo in salita, e non è stata una bella sensazione il vedere la palla staccarsi dal putt con un rotolo orribile).

Ma il putt è la parte di gioco che storicamente mi preoccupa meno, e del resto i green lenti non sono certo di aiuto; mentre il fatto di aver messo insieme, per un giro intero, dal primo all’ultimo colpo, una sequenza di drive, ferri lunghi e medi, approcci e chip con pochissime sbavature (rispetto al mio livello di gioco) mi dà un’ottima carica per il tempo a venire.

Il colpo che ho apprezzato di più è stato il secondo alla 18: dopo un tee shot orribile (un ibrido toppato che ha fatto poco più di 100 metri), ho visualizzato un secondo ibrido in fade che passasse sopra le piante e curvasse verso il green. Quando ho effettuato proprio il colpo che avevo in mente, be’, quella è stata una soddisfazione! Si gioca anche per momenti come quello.

Ieri c’era un bellissimo sole senza nuvole, c’erano mille coccinelle ad accompagnarmi, è stata una magnifica giornata di golf.

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Ott 21

practice
Il post della settimana scorsa mi era stato “dettato”, a mo’ di “sfida”, da un amico che desidera perdere qualche colpo. Allora ho cercato di identificarmi in lui e ho scritto un programma dedicato al gioco corto e al putt per cominciare ad andare in quella direzione. Se poi l’amico si impegnerà in quel senso, o se qualcun altro lo chiederà, passeremo alla “fase 2”.

Nello stesso giorno Fabio dice:

Ti chiederei di fare un programmino simile anche sulla pratica del gioco lungo.

Allora, per non farlo aspettare ad kalendas (perché mesi fa ho fatto un’altra promessa non ancora mantenuta), ecco qui una lista imperfetta e parziale quanto si vuole ma comunque reale per la pratica del gioco lungo.

Con due premesse: innanzitutto, ovviamente non sono un pro, ma – diciamo – un dilettante curioso, e dunque i miei suggerimenti vanno presi come parole di un amico e poco più; secondariamente, se il gioco corto e il putt sono territori per me molto familiari, di cui conosco asperità e sotterfugi, segreti e promesse, lo swing completo è per me un “luogo” col quale ho minor confidenza, dove mi muovo con meno sicurezza. (E del resto, come dice Massimo Scarpa, se lui e io dovessimo fare una gara di swing, mille volte su mille vincerebbe lui; mentre in una gara di putt o di gioco corto è possibile che ogni tanto potrei dire la mia.)
Con questi presupposti via, si va! (L’ordine è casuale.)

1. Cambiare spesso bastone
Questo è importante: a meno che non si stia sperimentando un cambiamento specifico del movimento, non ha alcun senso tirare, chessò?, cinquanta ferri 7 di fila, sia perché è una situazione del tutto teorica, sia perché la curva di apprendimento avrebbe una discesa verticale dopo il quarto o quinto colpo. Quindi suggerisco di cambiare bastone dopo 4-6 colpi, qualcosa del genere.

2. Non farsi prendere dall’ossessione della lunghezza
Questo vale soprattutto per i ferri, che sono strumenti di precisione e non di distanza. È dunque molto più importante sapere che, per dire, col ferro 7 faccio da 138 a 145 metri piuttosto che tirane uno a 160 e l’altro a 130 – col risultato che in campo non saprei più che bastone usare per un dato colpo.

3. Il driver c’entra molto con l’ego, ma deve essere utilizzato con bel deuit
È giusto e comprensibile e divertente tirarla lunga, ma a meno che non si sia davvero lunghi nell’economia del gioco ha più senso tirarla diritta.

4. Il ritmo!
Ritmo è una parola che può suonare ambigua, e certamente è una sensazione difficile da descrivere. Ma nello stesso tempo credo che sia la parola più importante legata allo swing pieno. Uno swing ritmato, cadenzato, senza fretta è certamente quello che può dare i risultati migliori.

5. L’importante è poco e spesso
Non serve passare un pomeriggio intero in campo pratica allo ricerca del Santo Graal. Se nel putt ho sperimentato che dopo quaranta minuti la pratica non mi serve più a nulla, perché le forze mentali sono drenate, con lo swing pieno direi che dopo un’ora di pratica l’utilità diminuisce molto. Meglio, per dire, un’ora tre volte la settimana che quattro ore di seguito una volta la settimana. Decisamente molto meglio.

6. Tirare palle all’impazzata, una dopo l’altra senza riflettere, non serve a nulla
Magari è divertente, ma dal punto di vista dell’apprendimento vale zero. Ogni colpo deve essere riflettuto e pensato prima dell’esecuzione, ed esaminato e sviscerato dopo. Quindi in un’ora di pratica possiamo tirare qualcosa come cinquanta palline, forse qualcuna (ma non tante) di più. Di sicuro dopo la centesima l’attenzione non può essere molto alta, e di conseguenza è poco ciò che si può apprendere.

7. Obiettivi specifici
Ogni volta che tiriamo una pallina dobbiamo mirare a un obiettivo il più specifico possibile. “Somewhere down in the middle” non ha alcun senso. Un green (a seconda della conformazione del campo pratica) è già un poco meglio. Un albero va bene. Un ramo di albero però è meglio. La foglia del ramo di un albero, o lo 0 centrale del cartello dei 100, è l’ideale.

8. La strada verso il circolo
Io trovo che la mia pratica è molto più redditizia se nei venti minuti che mi portano al circolo penso a quel che voglio fare, a come lo voglio fare, a quali sono gli obiettivi di quel giorno; e poi nei venti che mi riportano a casa penso a quel che ho fatto, a che cosa ho imparato, a quel che voglio fare ancora.

9. Tenere un diario
Questo punto è assolutamente fondamentale. Dico tutto qui.

10. I training aid sono utili…
… ma non facciamone una malattia. Negli anni ho imparato molto di più da attrezzi semplici che mi sono costruito da solo senza spesa che non da strumenti comprati apposta perché soddisfacevano sì il mio ego, ma portavano poca sostanza.

Ecco fatto. Ora attendo i feedback!

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Ott 14

putt
Allora, le cose stanno così: un golfista che conosco, e anche lettore di questo blog, ha il problema tipico di tanti golfisti: che gira a destra anziché a sinistra. Ovvero: se andiamo con la mente alla struttura dei Ciliegi (luogo dove per me è naturale immaginare la pratica), arrivando in fondo alla discesa anziché proseguire diritto, cosa che lo porterebbe al campo pratica, gira a destra per il tee della uno.

È una situazione assolutamente tipica, propria di tantissimi golfisti. E, intendiamoci: non c’è nulla di male in questo. Non sei sempre alle Olimpiadi, puoi scegliere benissimo di giocare solo per divertirti, stare con gli amici in un bel luogo eccetera senza voler arrivare a diventare il golfista migliore che tu possa diventare.

Ma lui vuole andare oltre. Mi ha chiesto di dargli una mano, di preparargli una scheda.

Allora, mio caro Beppe, facciamo un patto: tu ti impegni a fare quello che è scritto qui sotto e quel che ti dirò nelle settimane a venire, senza riserve e senza scuse, e io ti garantisco che l’obiettivo che dà il titolo a questo post verrà raggiunto.

Prima cosa (questo l’abbiamo già detto a voce, ma lo ripeto qui per beneficio di chi legge): ci concentriamo sul gioco corto e sul putt. Solo sul gioco corto e sul putt, di fatto dimenticando (o quasi) il gioco lungo. Questo perché se un handicap medio desidera perdere velocemente qualche colpo bisogna che si concentri sul gioco dai cento metri in giù, mentre il gioco lungo farà solo una differenza assolutamente marginale. Quindi anche se tu nei prossimi mesi non andrai mai a praticare lo swing pieno non infrangerai il nostro patto.

Visto che tu puoi dedicare una certa quantità di tempo al golf, stabiliamo tre sessioni di pratica la settimana da un’ora e mezza: 30 minuti di putt e un’ora di gioco corto. Ecco come per ora le strutturiamo.

Putt
Dopo 2-3 minuti di riscaldamento sui putt medi e lunghi, solo per acquisire il feeling del giorno, iniziamo a lavorare sui putt da 8-10 metri. Dieci minuti, con l’obiettivo di mettere il putt in un cerchio da 60 centimetri (anche se il pensiero deve essere sempre quello di imbucare – l’accosto è il nemico di chi vuole scendere di handicap).
Poi facciamo dieci minuti di putt da 2-4 metri, con l’obiettivo di imbucarne il più possibile.
Finiamo con cinque minuti di putt da un metro, colpo che è in assoluto il più difficile – per chiunque – nel golf: l’obiettivo qui è imbucarne un certo numero di fila, e poi migliorare quel numero ricominciando ogni volta daccapo. (Phil Mickelson docet.)
Fai questo tre volte la settimana per almeno tre settimane. Dopo di che passeremo agli esercizi strutturati, ai giochi, alle competizioni (no, non con gli amici, con te stesso – il tempo passato in campo pratica con gli amici non conta come pratica). Ma prima bisogna che tu passi questo scalino.
gioco-corto
Gioco corto
In questo settore di gioco si possono applicare e inventare tantissimi giochi (li vedremo), ma per ora cominciamo così:
– mezz’ora di approcci, cominciando dai 100 metri per scendere fino ai 15-20. Esempio: 10 colpi da 100 metri, e ti annoti quanti green prendi. Idem da 80, 60, 40 e 20. L’obiettivo della sessione di allenamento successiva sarà di migliorare quella percentuale;
– un quarto d’ora di chip, sperimentando diverse lunghezze e diversi bastoni. (Io un tempo adoravo il ferro 9 per questo colpo, ora preferisco il pitch; ma è tutta questione di feeling e di pratica.) Suggerimento: prova dei colpi “assurdi”, colpi che non farai mai in campo ma che ti possono aiutare a sviluppare sensibilità. Esempio: chip di 5 metri col ferro 5;
– un quarto d’ora di uscite dal bunker, variando spessissimo i colpi (uscita corta, media, lunga; sponda alta e bassa; palla infossata eccetera).

Tra un esercizio e l’altro prenditi un paio di minuti di relax: questo ti serve sia per interiorizzare quello che stai imparando, sia per non sovraccaricare la mente.

Tieni un diario.

E se piove? Se piove si pratica lo stesso. E anche se fa freddo; e anche se fa molto freddo. Se nevica sei scusato (ma puoi praticare sul tappeto del salotto).

Ora per un po’ hai da lavorare, mio caro Beppe… E ricorda che monitoriamo i risultati. Fino alla prossima puntata!

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Ott 07

foto©claudio scaccini - http://www.openditaliagolf.eu/2016/09/18/day-4/73open-ditaliafotoscaccini-176/

foto©claudio scaccini – http://www.openditaliagolf.eu/2016/09/18/day-4/73open-ditaliafotoscaccini-176/


A distanza di due anni dal suo ultimo articolo, ecco a seguire un altro bel pezzo di Isabella Data sul recente Open d’Italia: che è sia un resoconto da persona esperta del settore sia un’analisi valida per il futuro del movimento golfistico italiano.

Il tempo
Il Comitato di Gara ombra (quello Celeste) si deve essere riunito lassù e ha stabilito: “Quest’anno, l’Italian Open, famolo strano”. Fino al giorno prima, abbiamo avuto giorni estivi di monocorde continuità: caldosecco-caldosecco-caldosecco. Il primo giorno di Open si è affacciato l’autunno. Due interruzioni con pioggia abbondante e pericolo lampi, nel primo pomeriggio dovevano ancora finire di giocare quelli del turno mattutino. Così è stata, sin da subito, una rincorsa contro il tempo. Venerdì siamo andati tranquilli per poco: alle 14 in allarme, poco dopo inizia una pioggia violenta, tropicale. Sospensione, due tentativi di ripresa, abbandono. Orario partenze nuovamente sballato, round due insegue round uno. Meno male che l’European Tour ha un uomo meteo come quelli della Formula Uno. Sarà perché siamo a Monza, a un passo dall’autodromo, qui c’è un canale diretto con l’Onnipotente. Uomo-meteo e Comitato di Gara Celeste vengono a patti. Si riusciranno a giocare tutti i quattro giri programmati, con un sabato meraviglioso attira-famiglie e una domenica a tratti imbronciata ma con un gran finale soleggiato.
Ehi, lassù, grazie!!!

L’organizzazione
Dai, ci siamo! Siamo sulla strada giusta. Quella di trasformare il golf, sport in Italia ancora da happy few, aristocratico, in uno sport popolare come nei paesi anglosassoni ( e non solo). Grazie a Barbara (Zonchello) e Alessandro (Rogato), donna e uomo simbolo della trasformazione in atto (hanno ricevuto per questo la Pallina d’Oro dei giornalisti AIGG), e naturalmente a tutti quanti, FIG, Sponsor, Coni, Circolo, enti eccetera ci hanno creduto, partecipato, lavorato duramente. Street food popolarissimo (kilometriche le code) con ottimo fish&chips, pizze, hamburger, gelati, ma anche sana frutta. Cuscinoni da svacco giovanile e non solo (sì, ci si poteva stravaccare per terra sul tappeto green con cuscinone morbidone, davanti al megaschermo). Villaggio olimpico, mega-parco attira bambini e famiglie. Soprattutto, una meravigliosa presenza PGAI, i professionisti del golf italiano, pronti a dare lezione a tutti grandi e piccini, a far gustare cos’è il golf.
Cosa manca? Beh, c’è ancora molto da fare, sulla strada del marketing e della popolarizzazione del golf. La Federazione stessa deve farsi “più popolo tra il popolo”, se vuole attirare neofiti. Al posto dello stand del Comitato Organizzatore, nevralgico sì, al fine della perfetta organizzazione, ma non per il marketing del golf, lì, nello stesso posto, nel cuore centrale dell’Open, dove passa il pubblico e s’incrociano i flussi più imponenti di persone, lì ci deve essere un mega-stand della Federazione. Dentro, tutti. La Federazione, i Maestri, i Professionisti, gli Arbitri, i Tecnici, i Greenkeeper, i Circoli, i Campi pratica. Tutti insieme a rappresentare il mondo del golf. Tanti pannelli esplicativi, tante persone pronte a spiegare e dialogare. La Federazione poi, anticipi il tesseramento dell’anno successivo con uno sconto-Open!

Il Campione
Francesco is back! Dopo dieci anni, riacciuffa l’Open italiano. Si vede, da come sbatte il berretto sul green, che in lui si è sciolta una tensione maturata non solo nell’ultimo giro, non solo negli ultimi quattro giorni, non solo negli ultimi quattro anni. Quando è seduto alla conferenza stampa post premiazione, si vede che Francesco ha sulle spalle un bel peso. Oddio, direte voi, nel peso ci stanno anche i 500.000 euro guadagnati in quattro giorni. Un bel lavoro, pensano in tanti. A me piace guardare al di là. Pensare che Francesco non è più il ragazzo ventitreenne che ha vinto la prima volta, nel 2006, a Tolcinasco. Ora è un uomo maturo, ha una famiglia, è un campione. È un campione Ryder. Ha vinto gare importantissime, soprattutto nella prospettiva del golf italiano, gracile e ancora misconosciuto. Francesco non è più un astro nascente, è un Campione consolidato. La folla che l’ha seguito oggi è, per lui, una folla diversa. È una folla che sa che lui, se ci crede e fa il duro, è un Campione. Questo è il peso che Francesco ha ora sulle spalle. Restare, fin che può, fedele a quell’Assoluto che ha raggiunto: Essere un Campione.

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Set 30

Arnold Palmer, US Open 1960, Cherry Hills

Arnold Palmer, US Open 1960, Cherry Hills


Domenica notte vai a dormire con gli occhi pieni delle immagini dell’atto finale della FedEx Cup, e lunedì ti svegli con una notizia che era di certo attesa e scontata, ma che a sentirla ti colpisce.

Ha detto Tim Finchem:

There would be no modern day PGA TOUR without Arnold Palmer. There would be no PGA TOUR Champions without Arnold Palmer. There would be no Golf Channel without Arnold Palmer. No one has had a greater impact on those who play our great sport or who are touched by it. It has been said many times over in so many ways, but beyond his immense talent, Arnold transcended our sport with an extraordinarily appealing personality and genuineness that connected with millions, truly making him a champion of the people.

E non c’è molto aggiungere. La sua vita golfistica è stata straordinaria, e allo stesso tempo la persona Arnold Palmer è stata – è – assolutamente eccezionale, lui così umile e gentile e riconoscente e nello stesso tempo intelligente e pratico.

A me colpisce tantissimo, quando penso a lui, lo scorrere del tempo: a guardare le immagini degli anni Cinquanta e Sessanta sembrava invincibile, immortale, e aver visto la sua fragilità all’ultimo Masters commuove, emoziona, scuote, appassiona e tocca nel profondo.

È facile diventare mielosi nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, ma insomma è pacifico che un Re è per sempre.

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Set 23

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Allora, la settimana scorsa sono stato un paio di volte all’Open (non ci volevo nemmeno andare, ma poi quando sei lì ti rendi conto di quanto è bello quello spettacolo, e di quanto ti serva stare in campo pratica a guardare e sentire gli swing).

E il mio pensiero relativo allo swing della settimana è stato questo: ho capito il mio errore nel grip della mano destra. Ovvero, ho capito che per il mio swing (a proposito: ieri mi sono fatto un paio di video e lascia stare, lavora sui difetti uno per volta nella consapevolezza che tanto non sarà mai uno swing elegante – efficace però, questo penso di sì, e alla fine è questo che conta) la V deve puntare alla spalla destra, o anche un po’ più a destra. In questa maniera le due mani sono in sintonia e lavorano insieme in sincronia e accordo. (Ho già messo sul comodino la mia bibbia del golf, proprio per rileggere il capitolo sul grip.) Io pensavo di doverla chiudere verso il centro, chissà perché. In ogni caso ora funziona tutto: le palle partono sostanzialmente dritte, lo slice è sostanzialmente dimenticato. (Poi lo swing è una cosa viva, domani sorgeranno altri difetti ma va bene così.) Ho tirato un centinaio di palle per giorno negli ultimi giorni, e anche oggi credo lo farò. Ho visto che arriva addirittura l’agognato draw, una sorta di Santo Graal per me.

Questo fatto è una conseguenza forse casuale ma diretta della lezione della settimana scorsa. Che nella mia mente è legata all’Open proprio perché ci sono andato su invito specifico di Andrea. E poi lì sono rimasto affascinato, sabato soprattutto, dal riscaldamento metodico di Willett, e in generale dal ritmo che questi fenomeni riescono ad acquisire e poi a portare in campo.

In sostanza: tutto è casuale ma tutto è collegato. Noi si lavora, e tanto, su qualcosa che per il mondo non vale nulla ma che per noi è paragonabile al mondo intero. Oggi la mia palla parte diritta, e soprattutto sono felice di andare in campo pratica e in campo – e onestamente non mi pare cosa da poco.

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Set 16

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Ieri è stata una giornata dedicata quasi completamente a vari aspetti del golf. Più d’uno è ancora da digerire – che io sia lento lo so dalla notte dei tempi –, e questo post serve anche a mettere ordine nei pensieri.

Dopo tanto tempo sono ritornato a fare lezione col mio maestro “di sempre”, colui che è per me un amico prima ancora che un insegnante, colui che mi ha preso intorno al 9 e portato intorno al 3-4 (bravo a lui!). Le cose che ho sperimentato e sentito ieri le devo ancora digerire, ma insomma intanto sedimentano dentro di me.

Il giorno prima avevo preso in prova i nuovi ferri. Sono fuori produzione, perché il marketing ha le sue leggi ferree, ma la realtà è che non necessariamente serve il bastone di quest’anno (in tanti casi è l’indiano, più che la freccia). Comunque li trovo adatti a me, mi piacciono e soprattutto la palla parte almeno diritta quanto con i precedenti (che adoravo, ma erano consumati da cinque anni di pratica e giri). Visti, piaciuti, comprati. Il ferro 5 è la prova del budino, per me: e riesco a tirare questo ferro 5 con sufficiente precisione. Da lì in poi, appunto, tocca all’indiano – la freccia ha fatto tutto quel che poteva e doveva.

Più tardi sono stato all’Open, e lì è sempre un’emozione. Prima di tutto perché ti immergi in un’atmosfera quasi ovattata, dove impari anche solo respirando (è il consiglio numero 1 di questo bel libretto: “Osservate chi volete diventare”).

Il rumore, poi! Il suono dell’impatto del bastone di un giocatore del tour con la palla (dei ferri soprattutto) è di un’altra categoria, qualcosa che per noi mortali comuni è lontana anni luce dalla quotidianità. Chiudi gli occhi, apri le orecchie e sei già ispirato.
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Ho seguito per due buche Edoardo Molinari, l’ho visto fare birdie alla prima e recuperare il par alla seconda, ho ammirato la sua calma olimpica, la sua tranquillità.

A vedere giocatori bravi davvero la voglia di fare bene ti torna per forza!

Tornando verso l’auto sono passato, in una sorta di serendipity favorita anche dalla luce declinante e splendida del momento, davanti allo stand della “mia” rivista, dove ho incontrato il “mio” direttore; salutatolo, mi sono sentito dire “ormai sei dei nostri”, il che mi riempie di orgoglio e di gioia allo stesso tempo – perché io adoro scrivere di golf, esaminare le sfaccettature infinite di questo sport. E avere la possibilità di farlo sulla prima rivista in Italia non è cosa da poco.

Tante cose mi sono successe ieri, e tante le devo come detto elaborare. Ma la gioia del golf rimane.

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Set 09

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Come dicevo venerdì scorso, infine sono tornato sul “luogo del delitto”.

Mercoledì ho ripreso la pratica, ieri ho fatto un giro con un agevole 77 (ho ripreso dove avevo lasciato un mese fa, insomma). Sono soddisfatto, le pause sono comunque utili e non è che dodici anni di gioco e di pratica possano sparire nel giro di qualche settimana.

Ora mi sembra di essere a un bivio: o proseguo col mio swing brutto e raccogliticcio, senza ovviamente poter pretendere di fare grandi progressi, ma sostanzialmente mirando a mantenere l’esistente, oppure ritorno alle basi dello swing, imparo infine a fare draw e così allora, magari, se sarò molto fortunato potrò anche arrivare all’agognato 0 entro i miei 55 anni.

(Che poi che cosa sarà mai, questo famigerato zero? La coda dell’arcobaleno? La balena bianca? Sono sempre io, coi miei capelli grigi e il mal di schiena ricorrente.)

Sono indeciso. (Perché come vado dicendo da tempo tenere alte e vive le motivazioni è la cosa più difficile che ci sia.) Ma intanto la settimana prossima tornerò a far lezione con Andrea, anche con la malcelata speranza che questo mi aiuti a riprendere vecchi sensazioni smarrite.

In ogni caso ho capito che non sono sempre alle Olimpiadi. Gli anni passano, qualunque cosa succeda va bene così.

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Set 02

Un breve aggiornamento oggi, solo per dire che sta terminando la mia lontananza fisica dal golf – mercoledì tornerò in campo pratica. Credo questo sia il periodo mio più lungo di assenza da che ho preso in mano in bastone, tanti anni fa.

Ma questa pausa mi è servita. A livello mentale certamente, perché ero scorato e deluso e continuavo a girare intorno ai medesimi errori, e negli ultimi tempi non era stato poi così divertente (quando un’attività che dovrebbe essere tra le più piacevoli al mondo non ti fa emozionare alla sola idea di poterla compiere, allora è un segno sicuro che bisogna passare oltre, almeno per un po’). A livello fisico anche, perché in queste settimane ho corso e camminato tantissimo, e la preparazione fisica per l’autunno è dunque a posto. A livello tecnico, com’è logico attendersi, meno; ma vedremo settembre che cosa porterà. In ogni caso ritornare freschi e rilassati a giocare a golf è una cosa positiva.

In più, nel frattempo sono arrivato ai miei quarantanove anni, il che significa che dal prossimo primo gennaio entrerò nella categoria senior. Il che è cosa buona (perché mi permette di competere coi miei pari) e meno buona (perché è la conferma di ciò che sento tutti i giorni, ovvero che il corpo si trasforma e non certo in maniera positiva) allo stesso tempo. Ma tant’è; il tempo passa e possiamo fermarlo solo cercando di viverlo intensamente.

Mi rimane in testa (ovviamente!) il mio progetto di lungo periodo di diventare il golfista migliore che possa diventare. Dato che quest’anno è stato fino ad ora abbastanza altalenante per quanto riguarda i risultati, anche gli obiettivi sono diventati un poco meno saldi nella mia mente; ma a breve giungerà il momento di riprendere il discorso, e sono curioso di ascoltare le mie sensazioni. Del resto la vida es sueño, y los sueños, sueños son, per dirla con Pedro Calderón de la Barca; e se anche quel sogno rimarrà per sempre la mia balena bianca, alla fine della strada per me sarà andato bene così.

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Ago 26


In questi giorni mi sembra che lo scrivere di un’attività (in apparenza) frivola come il golf possa parere irriverente e quasi blasfemo. Tuttavia ho letto tutto quel che potevo sul disastro che colpisce ciascuno di noi; e poi ho pensato che la vita va avanti, e che la cosa migliore che potessi fare era scrivere un post leggero ma attento.

Riporto dunque qui a seguire un passo tratto da questo splendido, ancorché datato, libro, la cui recensione apparirà sul numero di ottobre di “Il Mondo del Golf Today”. Protagonista è il colonnello Bob Jones, padre del famoso golfista, durante il primo giro che fece all’Augusta National nel 1932 in compagnia del figlio e di Clifford Roberts. La traduzione a seguire è mia.

A small pot bunker was originally positioned in the center of the eleventh fairway at roughly the distance of a reasonable drive. The bunker, which could not be seen from the tee, was Jones’s idea. He had wanted the course to have an hazard that could be avoided only with good luck or local knowledge – the sort of seemingly arbitrary booby trap that is plentiful on the Old Course. Jones’s father, Colonel Bob Jones, drove into the hidden hazard during his first round on the course, in 1932. When the Colonel found his ball in the sand, he shouted, “What goddamned fool put a goddamned bunker right in the goddamned center of the goddamned fairway?” or words to that effect. His son, who was playing with him (along with Roberts), had to answer, “I did.” The bunker was eventually filled in, though not till many years later.

Un piccolo pot bunker era in origine stato posizionato nel centro del fairway della undici, grossomodo alla distanza di un drive medio. Il bunker, che non si poteva vedere dal tee, era stata un’idea di Jones. Aveva voluto che il percorso avesse un ostacolo evitabile solo con una buona dose di fortuna oppure conoscendo il campo – il tipo di ostacolo, apparentemente arbitrario, che abbonda sull’Old Course. Il padre di Jones, il colonnello Bob Jones, spedì il suo drive in quell’ostacolo nascosto durante il suo primo giro nel nuovo campo, nel 1932. Quando il colonnello trovò la sua palla nella sabbia gridò: “Chi è quel tale maledettamente stupido che ha messo un maledetto bunker nel maledetto centro del maledetto fairway?”, o parole simili. Il figlio, che stava giocando con lui (insieme a Roberts), dovette rispondere: “Sono stato io”. Il bunker è stato poi eliminato, anche se solo dopo molti anni.

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