nov 25


Oggi sono qui per chiedere. Mettendo insieme articoli scritti in questi anni per questo blog e altrove, letture fatte, pensieri eccetera sto preparando un ebook, che sarà disponibile gratuitamente su questo sito entro un paio di mesi, destinato ai golfisti italiani che desiderano seriamente togliere 5 – 10 – 15 – 20 colpi (a seconda del loro livello di partenza) dal proprio handicap.

Titolo e sottotitolo: Come migliorare il proprio gioco. Diventare il golfista migliore che tu possa diventare. Sarà grossomodo un’estensione di questo articolo.

Io non sono un maestro e quindi non posso dare suggerimenti di tecnica; ma il golf lo conosco bene, conosco le mille sfaccettature del campo pratica. Conosco a memoria le pendenze del nostro putting green millimetro per millimetro, per dire; e probabilmente faccio ridere quando mi si vede lì con la bolla da carpentiere e tutti i miei strumenti di misurazione. (Ma what gets measured gets done, come si dice.) So insomma di poter scrivere un volumetto utile a chi è interessato.

Ho già in mente gli argomenti e la struttura, ma la mia domanda è questa:

Che cosa deve contenere, secondo te? Quali argomenti vorresti vedere trattati?

Oggi sono io che chiedo il tuo aiuto. E me lo aspetto.

nov 18


Lentamente. A fatica. Ma sta succedendo.

Da quest’anno il mio circolo pare aver puntato con decisione sui bambini, ragazzini e ragazzi. Lo si vede da segni piccoli, ma inequivocabili.

Per esempio, all’ultima premiazione (sabato scorso) uno scricciolino di sette anni ha vinto una sorta di coccodrillo copribastone come primo premio junior (e già il fatto che la categoria junior esista è un segno). E la sua felicità e il suo orgoglio nel ritirarlo, e nel mostrarlo il giorno dopo in campo pratica, erano tangibili. E contagiosi!

Molti pomeriggi di quest’anno sono stati segnati dal corso ragazzi. E un po’ di fastidio ai soci l’avranno dato, col loro vociare allegro e le movenze magari non compostissime, ma mi pare un prezzo basso da pagare in cambio di potenziali soci che arriveranno (e sono già arrivati).

E poi le scuole: quante classi hanno frequentato il circolo al mattino e si sono avvicinate, sia pure timidamente e tangenzialmente, al golf! Merito di professoresse e professori illuminati, della disponibilità del circolo, della politica della federazione.

Il golf in Italia sta cambiando (per fortuna). Da gioco elitario a sport per tanti (non per tutti, certo; ma per tanti), e le famiglie sono protagoniste in questo fenomeno, perché rappresentano comunque denaro che entra nelle casse dei circoli.

E poi, a ben vedere, un golfista in erba è un potenziale golfista per i settant’anni prossimi della sua vita, il notaio ottantenne ha – ahimè! – meno possibilità di contribuire alle finanze dei circoli.

Una nuova primavera, dunque. Degli altri circoli ignoro, ma ai Ciliegi son fioriti i bambini.

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nov 11


La prima volta che ho visto Marco Soffietti di persona è stato all’Open d’Italia del 2008, dove arrivò decimo (e primo tra gli italiani). Lo ricordo vicino al tabellone dei risultati, da solo. Avrei voluto avvicinarmi e dirgli bravo, ma non lo feci.

Poi lo vidi l’anno scorso al PGAI Championship di Margara, l’ultimo giorno, senza caddie, terminata la buca 10 dove lui aveva appena fatto bogey. Era un momento di difficoltà ed era da solo, soffrivo con lui ma non dissi nulla.

La terza volta è stato alla Pro-Am del mio circolo, un ragazzo gentile che si presenta e inizia a parlare con me, che ero un perfetto sconosciuto.

In questi giorni ho avuto l’onore di avere con lui una lunga conversazione di golf. Ha detto cose molto interessanti. Io gli ho fatto alcune domande, ma senza avere con me un registratore: di certo mi sono sfuggite tante cose, ma si sarebbe persa la spontaneità dei suoi discorsi.

Soprattutto, mi è stato chiaro che un campione ragiona diversamente da noi comuni mortali. “Io dico ai ragazzi: prima di scendere in campo definisci il numero di errori che ti permetti per il giro. Quando ne avrai fatto uno lascialo andare e passa al colpo successivo”. Mi aveva colpito a questo proposito un’intervista in cui il giornalista, all’Open d’Italia del 2009, gli chiedeva: “Domani allora, l’ultimo giorno, si deve fare veramente sul serio”. E lui, quasi stizzito: “Non si deve fare: quello che viene viene”. Questo è uno dei due o trecento tratti che distingue un fuoriclasse da noi golfisti dilettanti.

Marco Soffietti, ragazzo di famiglia normalissima, ha cominciato come caddie al circolo golf Torino e quando gli è stato permesso di giocare a golf aveva 14 anni. Dopo poco più di due anni era scratch – se non è segno di talento questo… (E non può non venire in mente Greg Norman, che prese in mano un bastone la prima volta a 15 anni.)

I risultati maggiori sono legati all’Open d’Italia: decimo, come detto, nel 2008, e diciassettesimo l’anno successivo. Poi probabilmente nella vita di un giocatore arriva il momento in cui fai il bilancio tra il gioco giocato e l’insegnamento e ti rendi conto che gli anni sono passati, tu sei giovane ma non più giovanissimo e continuare questa vita così vagabonda potrebbe non essere il caso – anche se il talento è indiscutibile. Allora l’insegnamento diviene lo sbocco naturale.

E anche in questo campo la bravura non gli manca: tra i suoi allievi ci sono diversi nazionali, e le sue lezioni sono prenotate con settimane d’anticipo. È molto appassionato sul tema, come si evince dalle sue parole; e poi quando hai dei giovani che ottengono risultati, vanno in nazionale e così via, ciò aumenta ancora la voglia di fare bene. Son soddisfazioni.

Quindi l’insegnamento come mestiere: e sempre al circolo golf Torino, club al quale ricorda di dovere molto e di cui parla sempre con grande stima; anche se dai suoi occhi e dalle sue parole, pur essendo lui una persona soddisfatta e realizzata, si coglie ancora questo desiderio di provare la strada del Tour maggiore. Staremo a vedere ciò che deciderà. D’altra parte, col suo talento 34 anni non sono troppi per tentare di arrivare a tempo pieno sul Tour.

Una persona molto pacata, con opinioni molto interessanti. Molto interessante vedere, ascoltare non tanto e non solo come ragiona un professionista di golf, ma come ragiona un giocatore del Tour; e chiaramente, come dice lui, “quando insegni il fatto che tu abbia giocato o giochi sullo European Tour è ben diverso rispetto al fatto che tu sia un pro e basta, perché comunque ciò che puoi trasmettere è di gran lunga superiore”.

Abbiamo parlato anche del putt. Gli ho chiesto perché a suo parere è uno degli aspetti più trascurati nell’insegnamento golfistico. “È il mercato che lo richiede, perché il golfista medio fatica ad arrivare in green e di conseguenza il putt è come un pensiero dell’ultimo momento. Il golfista vuole imparare a tirarla lunga, il più lontano possibile, e quindi di fatto chiede che gli venga insegnato lo swing e non il putt”. Chiaramente con i suoi allievi di punta dedica tantissimo tempo al gioco corto, al putt e al campo.

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nov 04


Mi scrive Renato, un lettore di questo blog:

ho 46 anni e ad aprile 2011 ho preso l’handicap. Per essere arrivato dove sei con l’handicap quanto e come ti alleni? Perché vorrei anche io arrivare dove sei tu.
In attesa di un tuo prezioso consiglio…

La mia esperienza è certamente d’aiuto a coloro che, come Renato – e sono molti più di quanti possiamo immaginare – desiderano davvero migliorare il proprio gioco. Ecco dunque la mia “ricetta”, che non ha pretese di esaustività ma vale come percorso abbastanza tipico, avendo io cominciato a giocare a golf da adulto. La prima volta che ho preso in mano un bastone era infatti il 7 febbraio 2004 (il primo giorno di apertura del mio circolo – ero tendenzialmente monomaniaco già allora, mi sa…): avevo 36 anni e mezzo.

Ci sono state delle circostanze casuali che mi hanno fatto amare la pratica. Ne segnalo un paio:

  • mi scocciava (o, più esattamente, mi vergognavo) farmi vedere in campo a tirare colpi di qua e di là (quello che gli americani chiamano army golf): è stato naturale allora passare più tempo in campo pratica che in campo;
  • nello stesso tempo, un nove buche con 350 soci ha chiaramente tempi di percorrenza abbastanza elevati (2 – 2,5 ore anche girando da soli), il che vuol dire attese infinite ai tee di partenza: meglio allora tirare come dei forsennati in campo pratica, no? :-)

C’è stata dunque una componente di casualità, ma il risultato è che il campo pratica è stato per me fin dall’inizio il ricettacolo naturale per l’esperienza golfistica.

E questo è il primo “segreto”: non esistono scorciatoie. Per diventare bravi occorre amare la pratica, praticare con disciplina e costanza. Il campo può essere più divertente, ma senza diecimila [sic] ripetizioni di un singolo movimento non lo si interiorizzerà, e il risultato dello swing sarà dunque sostanzialmente casuale.

Seconda componente: il mio handicap è sceso in maniera decisa l’anno in cui ho dedicato più tempo al gioco corto che non allo swing completo. Nel 2007 – il mio quarto anno di golf – sono sceso da 18,4 a 13,0 passando tanto tempo nell’area approcci. Non per niente si dice “drive for show, putt for dough”.

E qui arriviamo al terzo punto: il putt. Io “amo” il putt, amo la pratica del putt, e quando sono sul green tiro sempre per imbucare, da 10 centimetri come da 20 metri. Questo è un punto importante: troppi golfisti tirano il primo putt per lasciarsi un comodo tap in, il che si traduce troppo spesso in secondi putt da due o tre metri. Invece il concetto è proprio questo: tirare il putt – qualunque putt – per imbucarlo.

Corollario: in campo pratica è molto più importante allenarsi nei putt da uno, due e tre metri – quelli che fanno la differenza – che non in quelli da sei metri, dove non c’è pressione perché l’aspettativa non è di imbucarli ma semplicemente di avvicinarsi all’obiettivo.

Un paio di articoli che ho scritto sull’argomento putt si trova qui e qui.

Altro aspetto fondamentale: l’allenamento mentale. Contrariamente a quel che possiamo pensare, la mente si può allenare proprio come il corpo, e la psicologia sportiva è una disciplina scientifica che può aiutare molto, né c’entra nulla con lettini freudiani, paranoie di vario genere e così via. Il golf è essenzialmente uno sport mentale, quindi saper governare la propria mente nei momenti cruciali è fondamentale per un buon gioco. Io ho la fortuna di avere un maestro che lavora con uno psicologo sportivo, e ho trovato tantissimi benefici da questo. I miei due maestri, Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati, hanno scritto un libro sull’argomento, che consiglio caldamente a chi è interessato a questi temi (qui un estratto).

E, per finire, ancora un paio di note.

La prima: la lettura e l’ascolto. Io adoro leggere e mi rendo conto che non per tutti sarà così, ma ho trovato beneficio dalle riviste, dai libri e dagli audiolibri.

La seconda: la forma fisica. Ho tratto un grossissimo giovamento da quando, poco più di un anno fa, ho cominciato a frequentare con regolarità la palestra (pilates e corsa soprattutto). Oggi, a 44 anni, mi sento in forma fisica splendida, molto più di vent’anni fa quando sarei stato in teoria al mio zenit (ma come dice Yogi Berra, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica non è così). I miei muscoli invecchiano e non posso farci nulla, ma la resistenza, l’elasticità e il benessere che derivano dal tempo trascorso in palestra sono sensazioni meravigliose da provare.

Questi sono i miei ingredienti. Chi, tra coloro che sono ancora qui dopo questa tirata, vuole aggiungere i suoi sarà il benvenuto.

ott 28

Inizia domani la mia clinic numero sette, la seconda a Castellaro: quattro giorni di full immersion golfistica col maestro, allenatore e amico Andrea De Giorgio.

Certamente la considero una gran fortuna, e certamente sarà molto divertente.

Il campo in sé non è il massimo, perché pare incastrato nel poco spazio disponibile (la buca 2, ad esempio, appare poco sensata e comunque ben difficile da decifrare). Ma il campo pratica – cosa che soprattutto conta, in una clinic – è decisamente all’altezza: piazzole spaziose, putting green creato intorno ad un ulivo, manutenzione e cura ottime.

Il tempo si annuncia molto gradevole. Insomma ci sono tutte le condizioni per imparare.

I miei obiettivi per questi giorni sono due:
- dal punto di vista tecnico, devo perfezionare drive e legno 3;
- dal punto di vista psicologico, devo superare la credenza di essere arrivato ai miei limiti.

Rivedere vecchi amici è un’altra sana abitudine di questi appuntamenti.

Bando alle scuse, si va.

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ott 21

L’ho fatto per il 2009, l’ho ripetuto per il 2010: a stagione di fatto conclusa, questo è il momento di tirare le somme e impostare il lavoro e gli obiettivi per il 2012.

I dati

L’handicap è sceso da 4,8 a 4,2, con un massimo di 5,0 e un minimo di 3,9 che ho raggiunto un paio di volte a giugno (e mantenuto per pochissimo tempo, a dimostrazione del fatto che già solo conservare un handicap nella prima categoria reale – ovvero sotto i 4,5 – è complicato; scendere, poi, è un’altra storia ancora).

Ho registrato 43 giri completi, di cui 15 sotto gli 80 in 6 campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2010 e, a seguire, per il 2009):
- colpi: 82,2 (82,8 – 87)
- fairway: 54% (53% – 48%)
- green: 37% (38% – 32%)
- putt: 31,1, di cui 3-putt: 1,3 (30,9, di cui 3-putt: 1,1 – 32, di cui 3-putt: 1,9)
- birdie: 1,4 (1 – 1)
- par: 7,7 (8,5 – 7)
- bogey: 6,4 (5,7 – 7)
- doppi o peggio: 2,4 (2,8 – 3)

(Un paio di eagle lungo il cammino, di cui una hole in one.)

Tre volte non sono riuscito a stare sotto i 90, due delle quali alla preselezione.

L’analisi dei dati

Il giro più basso è stato un 73, nel mio campo di cui conosco ogni centimetro. Questo risultato non è però soddisfacente perché, come dice Butch Harmon,

If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.

Va detto anche che la media colpi dei 17 giri registrati sul mio campo è di 80,4, ovvero non molto distante dalla media generale: il che è la conferma di un fatto che mi è chiaro da tempo, ovvero che il mio handicap è reale e non legato al campo di casa.

Debriefing degli obiettivi 2011

Vediamo ora gli obiettivi che mi ero dato per il 2011 e come sono andato.

- Handicap 3,5 per fine maggio e 3,0 per fine settembre.
Non mi sono avvicinato neanche lontanamente. Il punto è che tra il 4,2 attuale e un 3,0 c’è una distanza notevole: in ogni gara devo fare almeno 35 punti solo per non salire, e ogni punto sopra il 36 vale solo una limata di 0,1 sull’handicap. E io, provenendo da una terra in cui i punti per non salire erano 34 e in cui ciascun punto sopra il 36 valeva 0,2, avevo semplicemente fatto una proiezione sul futuro utilizzando i dati del passato: errore mio.

- Prendere parte alla gara delle Querce a ottobre, non con l’intento di passarla (che lasciamo per il 2012) ma per fare esperienza.
Fatto. Il risultato in sé non è stato esaltante, ma l’esperienza è stata fantastica e me la sono goduta in ogni minuto. Non sono diventato professionista ma ho giocato a diventarlo per mesi interi, e questo è stato entusiasmante. Sono un ragazzo fortunato.

- Vincere almeno una patrocinata (il lordo, ovviamente).
Quasi fatto. A Valcurone sono arrivato secondo, sostanzialmente per demerito mio. In generale i risultati (lordi, ovviamente) per le patrocinate sono stati buoni:
- 13° a Sanremo;
- 2°, come detto, a Valcurone;
- 12° a Cuneo;
- 12° a Castelconturbia;
- 25° (mmm…) alla Margherita.
Mooolto meno buoni per le ufficiali: sono stato a Monticello e Villa d’Este, senza passare il taglio in nessuno dei due casi, ma anzi finendo indecorosamente verso il fondo della classifica.

- Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e, soprattutto, scratch).
Vinte entrambe. Il match play è una gara che mi diverte, mi piace l’aspetto psicologico oltre che quello tecnico.

Gli obiettivi per il 2012

L’obiettivo generale non è più quello di diventare un professionista – troppa è la distanza tra me e loro –, ma di diventare il miglior dilettante che posso diventare.

Nello specifico:
1. Media colpi sotto gli 80.
2. Media putt sotto i 30.
3. Media 3-putt sotto l’1,1.
4. Vincere una patrocinata.
5. Passare il taglio a tutte le ufficiali cui parteciperò (almeno 4).
6. Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e scratch).

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ott 14


Che cosa: un concorso a premi, a partecipazione gratuita.

Come: inviando un articolo, un post, un racconto, un saggio, una riflessione di argomento golfistico. Lunghezza fino a 700 parole.

Quando: entro il 31 dicembre 2011.

Dove: i pezzi migliori saranno pubblicati su questo blog a gennaio 2012.

I premi:
1° premio: kit Open Elite, che comprende la tessera Open Elite, un abbonamento a Golf TEE-V Italia e un guanto Antivibrazione Noene (valore complessivo: EUR 394,50)
2° premio: tessera Open Elite (valore: EUR 330)
3° premio: un abbonamento annuale a “Golf Today” (valore: EUR 50)

Chi: i pezzi saranno giudicati da me e da Maria Pia Gennaro, direttrice di “Golf Today”. (Giudizio non sindacabile, sorry!) Devo inoltre un grazie enorme a Bernard Lombard, presidente del Golf Club Cuneo, sia per l’idea che per i premi.

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ott 07


Gabriele Heinrich, handicap (ancora per poco) +2 o giù di lì, giovane promessa del golf italiano, era a Sutri il mese scorso ed è stato tra i “felici pochi” di morantiana memoria. (Un altro pianeta, per me.) Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per fargli qualche domanda.

Hai passato la preselezione alle Querce. Questo cambia qualcosa per te?
La preselezione alle Querce è stato il primo obbiettivo raggiunto tra quelli che mi sono prefissato. È stato molto importante per me passarla perché mi darà la possibilità in futuro di lavorare al fianco di grandi insegnanti e chissà, magari di crescere qualche futuro campione.

Che ricordi hai di quella settimana? Episodi, aneddoti, curiosità?
È stata una settimana piena di emozioni: la tensione del primo giorno (andato male, 79), la rimonta del secondo e del terzo in condizioni davvero difficili, e l’ultimo giro dove sapevo che se fossi stato attento (salvo impossibili rimonte degli avversari) sarei passato.

Che cosa rappresenta per te, il golf?
È un’ancora di salvezza da tutte le cose brutte che ci sono fuori: quando entro nel club mi sento in un universo parallelo che mi isola dai problemi che ho all’esterno.

Come ti sei avvicinato a questo sport?
Iniziai a 7 anni grazie a mio padre e mio zio che mi portarono a fare una passeggiata in un circolo di golf ad Asiago, dove conobbi il mio primo maestro, Antonello Ballarin, il quale mi insegnò i fondamentali del gioco. Poi, tornato a Venezia con la voglia che tutti i bambini hanno quando giocano a una cosa nuova, io, mio padre e mio zio ci iscrivemmo a Villa Condulmer dove incontrai Davide Villa, che mi fece prendere l’handicap e mi portò a buoni livelli di gioco; ma avevo bisogno di qualcuno che mi insegnasse una tecnica migliore e sapesse controllare il mio carattere molto forte. Mi affidai ad Enrico Trentin che a 11 anni mi prese sotto la sua ala e mi portò ad entrare in nazionale nel 2006 e ancora oggi mi segue e lavora con me sul mio swing, la strategia e mi dà fiducia.

Chi è il golfista cui ti ispiri maggiormente e perché?
Non ho un modello di golfista da imitare, penso che il golf sia uno sport individuale e ogni giocatore ha le sue caratteristiche tecniche, fisiche, e mentali; tuttavia tra i giocatori che mi piacciono molto ci sono Ernie Els, Louis Oosthuisen e Francesco Molinari.

Quali sono i tuoi programmi golfistici per la stagione 2012? E più a lungo termine come ti vedi? Farai il maestro?
Nel 2012 frequenterò la scuola nazionale di golf per diventare maestro e poi inizierò ad allenarmi duramente per prendere la carta del tour nei mesi successivi. Per ora insegnerò golf per mantenermi perché il mio progetto a lungo termine è quello di prendere la carta del tour e fare la carriera da giocatore di torneo.

Ti piace insegnare?
Insegnare mi piace, soprattutto ai bambini che si vogliono divertire e non vedono l’apprendimento come una cosa seria ma un gioco: ecco, a me piace inventare giochi nuovi per farli divertire.

Che cosa pensi dell’aspetto mentale nel golf?
L’aspetto mentale nel golf è il 50% del risultato finale, una buona preparazione mentale è la chiave di un buon golfista. Quando vediamo i giocatori del tour fare la routine prima del colpo non stanno solo guardando dove tirare la palla, ma stanno mettendo in pratica anni di allenamento fisico, tecnico e mentale per far sì che la palla vada esattamente dove vogliono: questa è la grande differenza tra un buon giocatore e un gran giocatore.

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set 30


No, non è perché contiene una intervista che Alessandra mi ha fatto (sebbene questo faccia assai bene al mio ego).

E nemmeno perché lei ha avuto la bontà – ma dovrei dire l’ardire – di paragonarmi a tanti altri pro che raccontano nell’ebook le loro esperienze (anche se anche ciò non mi dispiace affatto!).

No, è perché questo è un bel libro. Di valore. Un testo che aiuta a capire come i pro ragionano quando sono in difficoltà, come prendono le decisioni, come non si lasciano intimidire dal campo ma al contrario lo attaccano, ricercano la sfida e la vittoria. E nello stesso tempo sono umili, a volte.

L’ho letto nei giorni di Roma, tutto preso dal mio sogno e obiettivo di diventare pro per davvero, e ho apprezzato molte tra le storie qui incluse. Alcune mi sono piaciute più di altre, anche se non farò ora una classifica, perché trovo molto interessante il concetto in sé.

E un grande, grandissimo plauso va ad Alessandra, che ha avuto l’idea di radunare queste storie e poi ci ha messo dentro tutta la passione, il tempo e l’energia necessari per realizzare l’ebook. E poi lo ha messo a disposizione di tutti.

Scaricarlo – e leggerlo, leggerlo e meditarlo, soprattutto – è il prossimo passo.

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set 23


Forse è strano, o forse no.

Il fatto di non aver passato il taglio alla preselezione, anzi di essere stato certo già dopo il primo giro che non l’avrei passato, non mi ha irritato o deluso. Sì, ho avuto un po’ di frustrazione il primo giorno alla decima e undicesima buca (partivo dalla 10, quindi erano la 1 e la 2) in cui un triplo e un quadruplo mi hanno di fatto tagliato fuori dalla gara; ma io non faccio fatica a dimenticare gli errori, ho lasciato andare tutto con leggerezza.

Insomma ho giocato male e non ci sono scuse. Non il vento, che pure era forte; non il campo, che pure era difficile; non i green, che pure erano velocissimi. Se vuoi diventare pro devi passare da lì, non ci sono scorciatoie. Le condizioni sono chiaramente difficili ma la situazione è equa. Passano i migliori, com’è giusto che sia.

Dopo il secondo giorno, dei 131 partiti ne sono rimasti in gara 52, e di quei 52 solo 26 sono “sopravvissuti”, e oggi si contendono gli otto posti disponibili. Tra di loro c’è anche un hcp 4,3, che non potrà arrivare nei primi otto ma è la dimostrazione del fatto che comunque i giri si possono fare tutti quanti, anche con un hcp alto come il mio.

La settimana sutrese è stata in ogni caso meravigliosa per me. Ho portato via splendidi ricordi, e ho imparato molto. Da ieri ho ricominciato, da ieri si lavora per il 2012.

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