Giu 03

Dan
Tramite questo articolo ho avuto in questi giorni la conferma che il Dan Plan è giunto al capolinea, e non con l’esito sperato. Dato che in questi anni ho considerato Dan McLaughlin come la mia “controparte” americana, e dato che ho preso tanti spunti da lui e dal suo progetto (ne ho parlato, per esempio qui, qui e qui), è questo il momento per proporre alcune mie considerazioni finali.

Per prima cosa, il massimo rispetto va a questa persona e al suo progetto. Certo, sarebbe facile dire adesso – il Cigno nero ce lo ricorda – che l’obiettivo era troppo al di sopra della sua portata, ma il fatto di averlo pensato, sognato, visualizzato e poi cercato è un grande merito di Dan.

Del resto anch’io qualche anno fa avevo l’idea di diventare un professionista (all’epoca ciò era consentito, poi il limite è stato riportato a quarant’anni di età: cosa che se da un punto di vista sportivo trovo corretta, non posso certamente dire lo stesso da un punto di vista per così dire costituzionale, ovvero di eguaglianza, ovvero di pari opportunità). Quando mi è stato chiaro, circa tre anni fa, che ciò non sarebbe stato possibile ho elaborato il mio piano B, che è quello di arrivare nei dintorni dello 0 entro i miei 55 anni di età. (Poi qui ovviamente si inseriscono considerazioni relative all’invecchiamento e alle motivazioni di cui ho parlato tante volte e che non ribadirò ora.)

Del resto la teoria delle 10mila ore – a proposito: sto leggendo proprio in questi giorni l’ultimo libro di Anders Ericsson, di cui dirò senz’altro nelle prossime settimane (ed è tra l’altro ironico che proprio questo libro ricordi in maniera ampia la storia di Dan) – dice “semplicemente” che con tale numero di ore di deliberate practice puoi raggiungere un livello professionale, ovvero di esperto, in qualunque disciplina umana (semplifico, perché la teoria è più complicata di così; e comunque si tratta di qualcosa oggetto di dibattito nella comunità scientifica, non certo di assiomi). Però da “esperto” a “giocatore del tour maggiore” ci sono almeno un paio di salti di categoria. E comunque non esistono allo stato prove che sia possibile partire da zero a trent’anni e arrivare a competere con i migliori. Perché in effetti è vero quel che dice Silvio Grappasonni quando Ernie Els esce dalla sabbia: che si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale. Al contrario le mie uscite dal bunker, come immagino quelle di Dan, per quanto praticate e raffinate col tempo saranno sempre “costruite”, avranno sempre e comunque un che di posticcio, di appiccicato che le rende di una categoria inferiore.

Sarebbe certamente interessante che Dan facesse un’analisi di questi anni, una sorta di bilancio di questa esperienza che è assolutamente eccellente. (È molto facile per noi, “della razza / di chi rimane a terra”, guardare che cosa fanno gli altri e criticare; ma essere nell’occhio del ciclone, ovvero buttare il cuore al di là dell’ostacolo è un atto che merita la massima considerazione e il massimo rispetto.) Questo sarebbe utile a noi golfisti “normali”, per cercare di capire qualcosa di più dell’apprendimento.

Lo dice anche l’autore dell’articolo succitato:

But if Dan leaves his “Plan” like it is now, we’ve gained nothing. We don’t know anything more about the ten-thousand-hour theory than we did before. I doubt Dan will do any kind of post-mortem as it really isn’t his style. He will say that he wants to focus on the positive and to keep looking forward. But, in failing, I believe that Dan has brought one of the major problems facing golf to the forefront. How people learn to play the game is broken and it needs to be fixed.

In ogni caso il punto centrale non cambia: è solo la pratica concentrata e focalizzata che ti farà diventare il golfista migliore che tu possa diventare. E questo Dan l’aveva capito da tempo. Non sei arrivato in fondo ma te la sei giocata bene, hai il mio massimo rispetto per questi anni che hai dedicato a questa avventura. Well played, dear Dan.

Mar 11

che-fidel-golf1
Oggi segnalo questo articolo di Emmanuele Macaluso, esperto di marketing, per gli aspetti positivi che può avere nella rinascita del golf italiano. E lo faccio commentando alcune tra le soluzioni che propone.

(Io, incidentalmente, alcuni spunti li avevo già espressi qui.)

La prima soluzione che Macaluso suggerisce è quella di “inserire il circolo all’interno di un contesto turistico di incoming attivo (marketing turistico)”.

Questo lo condivido pienamente. Già nel 2012 scrivevo:

Pensiamo allo sviluppo che regioni come la Calabria, la Puglia e la Sicilia potrebbero avere quando il golf fosse inserito in un programma organico di crescita, basato innanzitutto sul turismo. Ci sono in quelle terre ricchezze che il mondo intero ci invidia.

Futuregolfersmr
Altro punto interessante sottolineato da Macaluso:

Bisogna rendere il socio fiero di far parte del proprio circolo e del suo brand.

E questo lo sposo in pieno, in primis da un punto di vista personale: io sono assolutamente fiero di fare parte del mio circolo, così come – esattamente come – sono fiero oggi di aver fatto parte per dieci anni del mio vecchio circolo.

Inoltre: il management, ovvero la gestione economica del circolo, ovvero il considerare un golf club alla stregua di qualunque attività economica; con tutte le attenzioni agli stakeholder che ne conseguono.

Insomma c’è tanto da riflettere e tanto da lavorare. Ma anche opportunità immense, pronte per essere colte. Mi sovvengono – capitano a fagiolo, diciamo – le parole di Jeff Tarde nell’editoriale di “Golf Digest” di maggio 2009:
Obama-Golf

Private enterprise has been involved in golf sponsorship and entertainment for 100 years, not because the boss plays but because it’s good for business. Bank of America officials told the Sports Business Journal that for every $1 spent on sponsorships, $10 in revenue and $3 in earnings is brought in. […]

When we come out of this cycle, and we will, the allure of our sport based on its values and ethos will still prove good for business. The best stimulus package is a robust golf economy, because nobody out-travels, outspends or out-contributes a golfer.

Set 11

10yards
Ogni tanto, puntuale, mi ritorna il pallino delle statistiche. Il fatto è che siamo ai confini tra arte e scienza, e una soluzione definitiva non può esistere, anche se probabilmente l’app di Mark Broadie (se mai vedrà la luce) potrebbe dare un aiuto notevole.

Lo spunto attuale mi viene dal sempre ottimo Andrea Zanardelli, che qualche giorno fa ha pubblicato le sue considerazioni, insieme a un foglio Excel che ha elaborato proprio per cercare di aumentare la validità dello strumento, posto che le statistiche classiche danno qualche indicazione ma a volte sono fuorvianti.

Anch’io un anno fa circa, con la lettura del libro di Mark Broadie, avevo immaginato di trovare una strada più efficace. Rendendomi conto che le statistiche classiche possono essere molto bugiarde, avevo iniziato a elaborare delle mie statistiche, che seguivano sì i dettami di Broadie ma avrebbero di fatto richiesto un caddie sempre con me a prendere le misure per ogni singola distanza di ogni colpo. (L’ho fatto qualche volta in campo, ma con due controindicazioni evidenti: il ritmo di gioco ne risultava spezzato, e quando non ero solo i compagni si spazientivano parecchio). Ho lasciato perdere.

Ora Andrea con suo file Excel fa delle considerazioni interessanti, e soprattutto rende la cosa fattibile. Sì, perché lui fa leva su qualcosa che a me viene naturale da anni:

Alla fine di ogni gara, dopo aver bevuto qualcosa ed essermi rilassato, rivivo mentalmente il giro prendendo nota di tutti i colpi che avrei voluto rigiocare. Ossia tutti i colpi che mi hanno veramente messo in difficoltà e che spesso mi sono costati un colpo o più.

Rivivere il “film” della gara è utile e molto naturale, per me. Ma ovviamente non basta rivedere i colpi e trarre delle indicazioni su cui lavorare, occorre andare più in profondità, più nello specifico (sempre tenendo ben presente il limite di questa operazione, che è quello detto sopra – e non superabile – del confine tra arte e scienza).

Io ho iniziato a utilizzarlo. Certo occorrerà un numero congruo di giri per notare delle tendenze; ma alcune (slice col drive, per esempio) sono evidenti anche dopo un giro solo. Ovvero, nello specifico questo è un punto che sarebbe chiaro anche senza fogli Excel: semplicemente il foglio Excel rimarca una realtà che a volte può essere più o meno sfumata (nel mio caso, la distanza coi mezzi colpi e i ferri medi che sono rimasti corti in un paio di casi).

In due parole: statistiche come queste non sono sostituto di nulla, né posso essere considerate panacea di qualcosa. Semplicemente possono essere uno strumento utile per capire le proprie debolezze e capire dove è più conveniente (o necessario) lavorare.

Feb 20

voli
Io ho un debito di riconoscenza.

Con Andrea Zanardelli.

Premessa: capire lo swing in sé mi interessa quanto giocare bene. Voglio dire, vedo papà che con i suoi 86 anni deambula a fatica e quando sono a golf sono felice perché sono in movimento, faccio delle cose divertenti e così via; ma capire quel che faccio, sapermi spiegare per esempio perché una palla parte a destra e poi curva a sinistra (non solo poterlo fare, ma potermelo spiegare) è importante per me. Fa parte del mio obiettivo più generale, che è quello di diventare il golfista migliore che posso.

Ebbene, nelle ultime settimane mi sono agitato un po’ per il D-Plane. Ho capito che negli ultimi anni c’è stata una rivoluzione copernicana nella teoria, e che ora strumenti quali il Trackman e il Flighscope ci spiegano il perché di determinati fenomeni. Abbiamo capito che alcune teorie erano in realtà credenze, di fatto sbagliate al 100%.

Io non riuscivo a cogliere bene le sottigliezze del D-Plane, pur arrovellandomi qua e là. Il libro di Massimo Scarpa (ne parlerò presto) ha iniziato a farmi capire qualcosa, anche citando questo libro (che bisognerà leggere); ma non mi bastava. Sono ora arrivato ad un punto soddisfacente grazie a questo ebook (gratuito, tra l’altro) di Andrea Zanardelli, e oggi appunto con questo post intendo porgergli un sentito grazie.

Perché averlo letto e riletto mi ha aperto gli occhi (e mi ha anche tranquillizzato: il mio fade non è un errore come avevo temuto, ad esempio). Tanti concetti non li ho ancora capiti; e tra l’altro credo che ciò sia un sentire comune, dovuto al fatto che è obiettivamente difficile rappresentarci nella mente un movimento tridimensionale, né è possibile farlo a video: manca sempre una dimensione (e mi sovviene Flatlandia, dove il problema occorre quando alle due dimensioni consuete ne viene aggiunta una terza).
Leitz
Ma insomma quell’ebook ha gettato delle basi solide dentro di me. E poi mi ha fatto giungere a questo video (ne esistono diverse versioni, ma questa è quella ufficiale e presente sul sito di James Leitz), che avevo già visto più volte ma capendoci poco e che dopo quella lettura mi è stato possibile interiorizzare. Come ho capito, ad esempio, il fatto che lo swing per i legni e per i ferri è differente: in estrema sintesi, il primo deve venire dall’interno, mentre per il secondo accade il contrario.

La strada è ancora lunga, si capisce. Ma di pari passo va il godimento del capire. Grazie Andrea!

Feb 13

Hyderabad
Quando hai i piedi gelati e sei in campo pratica puoi andare nello spogliatoio e spararti il phon diretto nei piedi; ma non basta il calore, occorre tempo.

Quando mi rendo conto di un difetto nel mio swing (facile… ne ho trecento – and counting) faccio i passi che ritengo opportuni per correggerlo. Ma non posso correre, perché so che ci vorrà tempo perché la variazione diventi automatica.

Il tempo. Non ci sono scorciatoie. Vale il concetto di spaced practice magistralmente espresso da Mark Guadagnoli nel suo libro. E sul tema vedi anche la nostra conversazione:

La cosa più semplice che si può fare in campo pratica è quella di guardare la palla il più a lungo possibile prima di prendere una seconda palla da colpire. I dilettanti colpiscono quasi sempre la palla troppo velocemente: ciò dà vita a cattive abitudini e limita l’apprendimento. L’apprendimento è un cambiamento nella biologia del cervello e questo richiede tempo. Forse pochi secondi o pochi minuti o poche ore, ma comunque ci vuole tempo. Colpire una palla dopo l’altra manda fuori ritmo e non dà il tempo al cervello di elaborare le informazioni.

E sempre parlando di tempo, avremmo dovuto forse cominciare da piccoli? Per quanto mi riguarda, anche ammesso ne avessi avuto la possibilità (probabilità decisamente più pari che vicina allo zero) non penso avrei continuato: mi sarei stufato prima, non avrei avuto la forza mentale necessaria che ora ho.

Quindi niente: golf is a game of patience, potremmo dire parafrasando Bob Rotella. Permetti al tempo di fare il suo lavoro, applica concentrazione e pensiero su ogni singolo colpo, e se tutto va bene col tempo diventerai il golfista migliore che puoi diventare.

Dic 26

Santa
Non ho mai fatto su questo blog gli auguri di Natale e buon anno ai miei lettori, perché credo che gli auguri abbiano senso solo se fatti ad personam: certo un generico augurio non si nega a nessuno, ma a che pro?

Eppure questa settimana l’ho dedicata a questo, sia su Brainfood che su GoPiedmont, e dunque la chiudo facendo la stessa cosa anche qui (il mio antico desiderio di simmetria colpisce ancora!). Perché col tempo sento che qui si è creata una comunità, per quanto piccola, di golfisti interessati a migliorare il proprio gioco, ad andare oltre la solita sfida con gli amici (non che non sia piacevole, per carità! solo che il golf è un’attività ben più larga e profonda), a scoprire temi nuovi, siti, libri eccetera. E io condivido volentieri quel che so.

“Fairways and greens” è il classico augurio americano che si fa a chi si appresta al proprio giro, e per estensione diventa il mio augurio ai miei venticinque lettori per il loro anno golfistico che è alle porte.

Anche se, va detto, il progresso tecnologico degli ultimi anni rende un poco obsoleto questo sintagma, che probabilmente dovrebbe essere accorciato in “Greens”: risulta ad esempio evidente dalla lettura di questo libro che i ferri sono di gran lunga il colpo più importante nel golf, ovvero che prendere i green è fondamentale per vincere.

Ma va bene, ciascuno declinerà l’augurio secondo il proprio gusto e dandogli la propria interpretazione. Un altro anno di gioie ci attende. Fairways and greens.

Dic 12

finish
Premessa: in questi anni il mio rapporto con lo swing è stato soprattutto di feeling, sostenuto da una conoscenza che col tempo si è approfondita; mi sono avvalso del supporto video solo molto di rado e solo su indicazione del maestro. In più, negli ultimi sei mesi non ho più fatto nessuna lezione e ho sempre lavorato per conto mio.

Poi è successo un fatto interessante.

La settimana scorsa avevo scritto una breve recensione relativa al lavoro di Geoff Greig. Ci siamo scambiati alcune mail, e ci sono poi i suoi libri (che ho in parte letto e in parte ordinato, quindi c’è ancora molto materiale da digerire); in più, lui si è gentilmente offerto di farmi una lezione video gratuita.

Quindi ci sono capitato dentro per caso. Ma detto fatto (erano settimane che avevo in animo di farmi riprendere per esaminare i miei principali difetti nello swing), ho seguito le sue istruzioni tecniche (molto semplici), ho scaricato questa app (EUR 4,49) e ho fatto i video.

Poi glieli ho mandati. Prima però, allo scopo di vedere se capivo qualcosa di quel che avevo visto, mi sono fatto una sorta di autolezione dove ho messo in luce quelli secondo me erano i quattro (di trecento) difetti più evidenti. Questo per poter verificare se ci avrei azzeccato almeno un po’!

Il giorno dopo ricevo da lui la lezione, che è un video di mezz’ora in cui lui ha messo a fianco il mio swing con quelli di illustri professionisti (Stuart Appleby e Sean Foley soprattutto) per farmi vedere quali sono i principali punti su cui dovrei lavorare. E mi ha fatto notare in parte alcuni punti che avevo visto, e in parte altri fatti cui non avevo badato. (Il punto fondamentale è che devo tenere le mani mooolto più avanti all’impatto, in maniera che la linea braccio-shaft sia diritta *dopo* l’impatto; mi ha dato anche dei suggerimenti per lavorarci.)
V1
Al di là delle notazioni tecniche, mi interessano due cose: il beneficio che posso ricavarne e il beneficio che penso possano ricavarne i miei venticinque lettori.

Quanto a me, sono convinto che il vantaggio è elevato. Ho già iniziato a mettere in pratica quanto visto e sentito, e anche se so che (naturalmente!) il percorso è lungo mi rendo conto che è una strada foriera di sviluppi interessanti.

Quanto ai miei venticinque lettori, credo che il discorso possa essere simile ma con una parola di cautela: la condizione di partenza è che si conosca abbastanza bene il proprio swing e che si sappiano applicare anche a distanza i dettami tecnici. Ovvero: un conto è essere fisicamente a lezione col proprio maestro, e tu fai quello che lui ti suggerisce (sposta il peso a destra, apri la faccia del bastone e via dicendo); trarre giovamento da una lezione a distanza è invece un filo più complicato. Ma anche decisamente molto interessante.

Insomma la tecnologia è a nostra disposizione anche per quanto riguarda le lezioni di golf, e credo sia uno strumento da considerare con attenzione. Bisogna però anche mettere in conto la barriera linguistica (per me non fa differenza, ma non è così per tutti): per l’Italia vale l’esempio del sempre ottimo Andrea Zanardelli.

Nov 28

Oggi vorrei suggerire uno spunto sul quale sto meditando da tempo, qualcosa che non credo abbia un vera e propria soluzione (quantomeno in parole). Lo farò mettendo insieme due citazioni su Ben Hogan.

Dice Curt Sampson:

From a performance standpoint, Hogan understood himself better than any athlete ever. That was Hogan’s Secret. It didn’t become a book or a magazine series because mental toughness, self-control, focus, and the connection between mood and performance couldn’t be photographed.

Gli fa eco Andy Brumer:

They said Ben Hogan refused to tell his supposed secret of his superior ball striking because he didn’t want to give his competitors the same advantage it gave him. […] I think he didn’t tell anyone his secret because he couldn’t, since he didn’t experience it in words.

Sono completamente d’accordo. E me ne rendo conto per esempio in campo pratica, quando cerco di fissare sulla carta le sensazioni ricavate dalla pratica stessa, in maniera da comporre una sorta di “manuale di auto-aiuto” a mio uso e consumo futuri. In parte funziona, ma troppo di quel che vorrei eternare sulla pagina va in realtà perso, perché capisco di non avere gli strumenti adatti. Il movimento corretto e ripetuto serve a interiorizzare quel feeling, a farlo diventare parte di me; ma certamente la parola scritta è ahimè troppo rudimentale per essere davvero utile in ciò.

E lo dico io che penso che se una cosa non è scritta non esiste! Però questa consapevolezza mi agevola: sapere che le parole non potranno mai descrivere in maniera compiuta quel che vorrei mi aiuta a fare il meglio che posso con ciò che ho a disposizione. Far passare dei concetti è estremamente difficile – credo sia per questo che non si può insegnare, si può solo imparare –, ma questo strano rapporto maestro-allievo (dove io sono entrambi) mediato dalla carta ha una sua logica.

Ott 24

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione di “medio” può non essere condivisibile, ma prendiamola cum grano salis, o meglio letteralmente – ovvero come qualcosa che sta in mezzo ad altre cose), l’importanza relativa scende, perché in pista la metti già e hai un numero di colpi sufficiente per provare altre strade. Infatti per scendere a una cifra il gioco corto è fondamentale e imprescindibile.

Quando scendi ancora più in basso (single digit basso), allora ritorna importante, perché senza un gioco lungo lungo per davvero non vai molto lontano. (In effetti mi rendo conto che io ho due prossime aree di miglioramento: 15 metri in più col drive e più green presi coi ferri 5, 6 e 7.)

Mette conto anche notare quanto Dave Pelz, guru riconosciuto del gioco corto, ha detto a John Paul Newport che lo intervistava per questo articolo (la citazione è inserita nei commenti perché per questioni di spazio non potè entrare nel testo):

If you could improve any one aspect of your game to pro level, what would you choose? It would be the long game, absolutely. The problem is, you can’t. It would take forever and you still couldn’t get there.
[Se potessi portare qualunque parte del tuo gioco a livello professionale, quale sceglieresti? Il gioco lungo, assolutamente. Il problema però è che non puoi: ci vorrebbe un’eternità e non basterebbe ancora.]

Insomma se il tuo handicap è davvero basso (diciamo intorno ai miei livelli attuali), ciò significa che il tuo gioco corto e il tuo putt sono generalmente molto più che buoni. Ma per arrivare a 0 o a un handicap positivo devi migliorare il gioco lungo, ovvero devi dedicare altri anni a fare quello che hai fatto finora sul putt e negli approcci, che costituiscono la parte di gioco dove hai maggiori possibilità di intervenire.

E questo è il commento di Newport:

Pelz and Broadie agree that for almost everyone, the best and surest way to lower your score is to work on the short game, because rapid improvement is possible there, quickly. Making substantial improvements in the long game takes months and years of hard work.
[Pelz e Broadie concordano sul fatto che per quasi tutti il modo migliore e più sicuro per abbassare lo score è quello di lavorare sul gioco corto, perché è un’area in cui un miglioramento rapido è possibile. Effettuare miglioramenti sostanziali nel gioco lungo richiede mesi e anni di duro lavoro.]

(Gianni, forza e coraggio.)

Set 12

deliberate-practice
L’ultimo giorno in cui sono andato in campo, a tutt’oggi, è stato il 3 agosto (avevo vinto, by the way), mentre l’ultimo giorno di pratica prima della pausa estiva è stato il 16 agosto. Da lì sono seguiti 22 giorni interi senza che prendessi in mano un bastone. L’ho fatto per scelta, perché volevo fare altre cose interessanti (le vacanze, ovviamente; ma anche la corsa, le lunghe camminate, la canoa, lo yoga) e soprattutto perché ormai so che un paio di pause lunghe l’anno sono beneficiali per il mio golf.

Anche questa volta è stato così. Lunedì scorso sono tornato in campo pratica e, al di là del fatto che ho imbucato i primi due putt (da 7 metri, ma può essere stata una combinazione) le sensazioni sono subito state positive.

Anche perché il segreto dello staccare non sta nel mettere il soffitta il golf, ma nel guardarlo da una prospettiva diversa: io per i primi giorni l’ho semplicemente lasciato a se stesso, perché sentivo la necessità di “depurarmi” dalle scorie che la ricerca del risultato porta con sé, ma poi l’ho ripreso (con cautela) dal punto di vista mentale, innanzitutto grazie a letture, che a loro volta hanno portato riflessioni eccetera. Poi negli ultimi giorni prima del ritorno ho cominciato ogni tanto a provare lo swing (senza attrezzatura), prima in maniera leggera e poi sempre più concentrata.

Mercoledì agli approcci ho imbucato di fila due uscite dal bunker. Coincidenze, si dirà; ma di quelle pesanti, perlomeno.

Poi c’è un concetto che mi ritorna periodicamente, ovvero quello della pratica concentrata. Sempre mercoledì ho fatto l’esercizio del putt e dopo dieci serie, ovvero cinquanta putt, ero drenato nelle energie. Questo significa due cose:

1) che la pratica concentrata richiede molte energie (soprattutto mentali, si capisce);
2) che per conseguenza non può essere esercitata per tante ore di seguito ma, nell’ottica del diventare il golfista migliore che si possa diventare, occorre farla possibilmente tutti i giorni (sei su sette, via).
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Su questo tipo di pratica ritornerò senz’altro presto, perché è un concetto troppo importante nel golf. Mi limito per ora a rimandare a due miei post, che a loro volta riprendono due ottimi – ottimi davvero – libri sull’argomento, qui e qui. Nonché a segnalare un libro che sto leggendo e di cui certamente dirò nei prossimi mesi, perché fa cardine su un concetto fondamentale non solo nel golf, sebbene non sia ancora del tutto chiaro: ovvero il fatto che il duro lavoro può più del talento, ovvero è molto più significativo, rispetto a quel che c’è scritto nei nostri geni, nel diventare un’eccellenza in qualunque campo umano; e devo dire grazie a Dan McLaughlin, dal cui libro mi proviene lo spunto.

(Per Fabio e tutti coloro che fanno fatica a leggere in inglese: esiste anche la traduzione italiana, vedo che non è disponibile ma certamente il libro si trova usato oppure nelle biblioteche, chi è interessato non ha scuse! :-))

Per riassumere:

staccare periodicamente dal golf fa bene e produce risultati;
la pratica concentrata produce risultati.

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