mag 27

Ho chiesto a Guido Rolando, compagno di gioco ai Ciliegi e probabile compagno nell’avventura romana di questo autunno (un amico, insomma, con due grossi difetti: avere l’handicap di gioco mooolto più basso del mio ed essere figlio di un maestro – è chiaramente l’invidia che mi fa parlare :-) ), di scrivere un articolo sul come riparare i pitch mark. Detto, fatto. Ecco qui il primo guest blogger di Campo pratica.

Guido Rolando dixit:

Quante volte vi sarà capitato, spesso in gara, di pattare dopo aver analizzato minuziosamente la linea, il taglio dell’erba, la pendenza e a un certo punto, magari in prossimità della buca, vedere la pallina saltellare e cambiare direzione…

Ecco: se vi è successo, vuol dire che siete stati vittime di un pitch mark mal riparato.
Il pitch mark è quel segno, scavo o piccola fossetta che provoca la pallina quando atterra sul green. I giocatori più bravi e che imprimono più spin alla palla a volte fanno veri e propri buchi; i giocatori meno bravi invece lasciano dei segni più lievi, che comunque disturbano se mal riparati o addirittura lasciati così come sono.

Il pitch mark può essere sistemato utilizzando l’apposito attrezzo, l’alzapitch: sì, proprio quello che assomiglia ad una forchetta da aperitivo per prendere le olive… Questo oggettino va puntato nel terreno direttamente dietro il segno lasciato dalla pallina, piantato in modo obliquo e infine tirato verso l’erba del green in modo da far alzare la terra compressa dalla pallina… Una volta che vedremo emergere quel piccolo “vulcano”, esso andrà schiacciato con delicatezza col putter, in modo da uniformarlo col resto del green.

Ecco, così deve essere riparato un pitch mark… Occorre ricordarsi di ripararlo sempre, anche se non è sulla nostra linea (e anche se non fosse nostro): un giocatore della squadra che segue potrebbe averlo sulla sua…

Alzare i pitch mark è anche una regola basilare dell’etichetta golfistica, che purtroppo in questi ultimi anni non è molto rispettata, sia dai neogolfisti che dai giocatori di prima categoria…

mag 20

Visito più volte la settimana l’area approcci del mio circolo. Troppo spesso la trovo in condizioni del genere:


Mentre dovrei – dovremmo tutti – trovarla più o meno così:


Partiamo dalle definizioni. L’etichetta dice:

Prima di lasciare un bunker, i giocatori dovrebbero accuratamente riempire e livellare tutte le buche e le tracce dei piedi fatte da loro e quelle vicine fatte da altri. Se c’è un rastrello ad una distanza ragionevole dal bunker, lo si dovrebbe usare per questo scopo.

Vediamo allora come rastrellare un bunker.

1. La cosa più importante è trovare un punto basso da cui entrare nel bunker: è opportuno non entrare da una sponda alta perché questo vuol dire causare erosione e comunque muovere più sabbia del necessario; senza contare il fatto che rastrellare zone piatte è più semplice.

2. È possibile (è ammesso dalle regole) portare il bastone con sé nel bunker. In alternativa, va comunque avvicinato al punto di uscita (per non rallentare il gioco).

3. Una volta eseguito il colpo e preso in mano – senza troppa pressione – il rastrello, bisogna iniziare a rastrellare dal divot e poi verso il punto di entrata/uscita. Il bunker, una volta rastrellato, deve avere una superficie uniforme, senza segni di impronte o divot e minimi segni di scavo o solchi. I solchi causati dai denti del rastrello sono accettabili: non si può far nulla al riguardo.

4. Dopo aver finito, il rastrello va messo nella posizione raccomandata dal circolo (dentro oppure fuori dal bunker, non c’è consenso sul punto e ciascuno circolo ha le sue regole).

5. Non bisogna di dimenticarsi di dare un’ultima occhiata al bunker per apprezzare il lavoro fatto e dirsi un “bravo” finale! :-)

giu 19

È raro che io vada in campo al di fuori delle gare, e il motivo principale – anzi, direi pressoché l’unico – è il gioco lento.

Ieri pomeriggio mi sono concesso il lusso di fare 9 buche al mio circolo, con altri due soci incontrati sul tee della 1. Tempo totale: due ore e mezza. Davanti a noi avevamo quattro madamin, persone per le quali il golf è un semplice passatempo in alternativa al ramino o al burraco.

Abbiamo aspettato praticamente su ogni colpo. Un giro che si farebbe in un’ora e mezza da soli e in due ore al massimo in due o tre persone richiede due ore e mezza e fa passare la voglia.

Uscendo dal circolo, per combinazione questa signora era davanti a me sulla sua Cinquecento gialla splendente e nuova fiammante, ed era lenta pure a uscire dal parcheggio e poi sulla strada.

Allora mi è venuto in mente un commento fatto da non so più quale telecronista a proposito di Massimo Mauro, al tempo ala destra della Juve: “Lento pure a uscire dal campo”.

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