Set 25


Sabato, al termine del primo giro di questa bella gara alla Marghe ho provato una sensazione di pienezza, come di un obiettivo raggiunto. Avevo da poco imbucato il putt per il birdie alla 18, il che mi ha lasciato con un totale di 75 colpi e nuovo handicap a 2,9.

Ora, dall’esterno e per gli altri non c’è nessuna differenza tra 3,0 e 2,9, e lo capisco; ma per me, per me che mi sono dato quell’obiettivo diversi anni fa, che l’ho accarezzato e sognato, che l’ho quasi raggiunto un paio di anni fa, averlo raggiunto sabato è stata una soddisfazione. Foss’anche per un giorno solo, al due virgola ci sono arrivato. (Ora c’è subito il prossimo, che è “due virgola stabile” – lì c’è ancora del lavoro da fare.)

Ma poi, vedi come è il golf, il giorno dopo (ieri) ne ho tirati 84, il che mi ha portato alle medesime sensazioni provate dopo il terzo giro all’Ambrosiano qualche mese fa: un misto di vergogna, scoramento e desiderio di nascondermi, di non parlare con nessuno. Uff.

Oggi, il giorno dopo, ci ho ragionato su a mente fredda, e sono arrivato a qualche conclusione.

La prima: differenze così evidenti di score a un giorno di distanza sono al 100% mentali. Ripensando alle mie sensazioni di ieri non trovo nulla di particolare: non avevo velleità di vittoria perché troppa era la distanza tra Alessandro Bianco e il resto del field, stavo bene e non avevo pensieri particolari. Credo però che un mio limite sia di essere legato troppo fermamente al mio handicap: ne sono fiero e lo porto come la stella da sceriffo di quando ero bambino, ma lasciare che l’handicap mi definisca si presta a malesseri e squilibri. (Senza contare che tra il sé conscio e il sé profondo corre un abisso – le cose insomma sono già complicate di loro, a volte probabilmente sarebbe meglio lasciar correre semplicemente, senza pensare di essere sempre alle Olimpiadi). E dunque una possibile soluzione è quella di lasciare libera la mente, senza ingabbiarla in pretese di risultati sempre più pressanti.

La seconda: la pratica è sensata e necessaria, ma forse a volte ai fini della qualità del gioco vale di più una sgambata liberatoria che non una sessione, l’ennesima, in campo pratica. Perché sì, posso ragionevolmente pensare che le 10mila ore di pratica mi portino all’eccellenza nel gioco, al comprendere l’essenza e i minimi dettagli dei colpi, ma sarà poi sempre quello che penso nei momenti topici del gioco a guidarmi.

La terza: ne ho già accennato prima, ma lo ribadisco per chiarezza. A nessuno fuorché a me importa del mio handicap, ma per me è come la rosa del Piccolo principe. A me importa, eccome! O, per dirla con le parole di Joe Kirkwood, golfista di professione, master of the trick shot e anche poeta, che lui stesso volle per la sua lapide:

Tell you a story of hard luck shots,
Of each shot straight and true,
But when you are done, remember son—
That nobody cares but you!

La quarta: se le cose vanno bene di certo stai meglio, ma se non commetti errori non puoi progredire. Quindi un 84 è benvenuto come un 75, a patto che ci si rifletta sopra. O, per dirla con Greg Norman: “Se devi sbagliare fallo in fretta”.

Ho sbagliato, sono contento, mollo tutto e per oggi vado a correre.

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Mag 10


76 – 76 – 83 | T-20 | ODM 405

Questi sono i freddi numeri, i miei numeri del Campionato nazionale senior della settimana scorsa. (E nel golf you are your numbers, si sa.)

Ma raccontare le cose – anche questo si sa – può essere fatto in tante maniere. In sostanza devo scegliere se ricordarmi dei primi due giorni splendidi, del mio quasi flawless golf, o dell’ultimo giro in cui la palla andava in tutte le direzioni (ma principalmente a destra, memore di movimenti che pensavo di essermi lasciato alle spalle e invece no, quando non te lo aspetti proprio eccoli lì a fare capolino). E non so decidere, quindi vado con ordine.

Giovedì, prova campo. L’Ambrosiano è un campo che non conoscevo. Dal sito e dai racconti di amici l’aspetto prioriatario pareva essere l’acqua, che in effetti domina in una quantità iompressionante di buche. E che è qualcosa che mi piace, perché rende interessante un terreno di gioco che altrimenti rischierebbe la monotonia nel suo essere quasi totalmente piatto. Le due note stonate sono i green, in condizioni non buone, e i bunker, dove soprattutto a causa della pioggia è molto meglio per te se non ci finisci mai. Ad ogni modo provo il campo, le sensazioni sono buone; nelle seconde nuove, sfidato dagli amici, simulo le condizioni di gara. Un bogey e un birdie per il par lordo – che non è poi un brutto risultato.

Venerdì faccio bogey alla 2 e alla 3 ma poi mi riprendo, alla 14 sono ancora +2 e poi lascio due colpi nel finale. Comunque. +4 per il giro (76) e decimo a pari merito – non una brutta prestazione considerando che la mia posizione di partenza era la numero 37.

Sabato è stata la giornata “perfetta”. Stesso risultato (+4) ma con il mio miglior golf. Un bel bogey alla 9 (sì, esistono anche i bei bogey, quando finisci in uno di quei bunker pieni d’acqua e umidità e pericoli, e ci metti due colpi due per uscirne), altri tre alla 11, 13 e 18 – in tutti i casi bogey che erano parenti prossimi del par, nel senso che la palla è uscita per pochissimo. Un birdie mancato alla 10 con la palla fermatasi sul ciglio della buca – that’s golf, nulla di grave. Alla fine della giornata sono in nona posizione.

E non ci faccio troppo caso, ma probabilmente qui cominciano i problemi. Sono già stato altre volte – pochissime per la verità, e dunque ben vengano queste occasioni – in posizioni del genere e non ne sono mai uscito molto bene. Ma in realtà a questo ho pensato solo dopo. Gioco il terzo giro con due golfisti di prim’ordine, due persone che – al di là dell’inarrivabile Gianluca Bolla – sono certamente candidati alle prime posizioni (come in effetti è stato). E questo probabilmente mi mette sulla difensiva, e ragionandoci ora capisco che è un errore: perché in un caso del genere devo semplicemente giocare il mio golf, come so fare (altrimenti non mi troverei lì), procedere umile e sicuro, allegro e rilassato, concentrato e sciolto. (Già, la teoria la so bene.)

Comunque. Inizio con uno sciocchissimo doppio bogey (palla in acqua da centro fairway con un ferro 8), il che probabilmente dice molto e di quella pressione che sentivo (ma, appunto, non verso la gara quanto piuttosto verso i compagni di gioco – e questa è una cosa sciocca, lo so, ma gestire le emozioni non è affar semplice), poi procedo non bene ma senza troppi disastri; e arrivo alla 14, un par 4 difficile con acqua sulla sinistra lungo tutta la buca, dove tiro un bel drive e poi un ferro 6 magnifico, il mio più bel colpo di tutti e tre i giorni: sono a 154 metri all’asta, la palla parte dritta come una spada, atterra due metri prima della bandiera e termina due metri dopo. Il putt è facile, con leggera pendenza a sinistra che sottostimo. La palla si ferma a 50 cm, io vado per finire. E sbaglio pure quel colpo. Sbaglio un putt da 50 centimetri in piano! Dal birdie al bogey è un attimo. Mentalmente è un colpo duro, perché da un possibile +5 mi trovo a un certo +7. Questo non mi fa sentire bene. Alla buca dopo manco, con un brutto putt, il birdie. Alla 15 faccio il disastro: drive sparato a destra, seconda palla persa, mancato up & down. Triplo bogey. Ossignor! Mi vergogno del mio gioco, sono confuso. Bogey anche alla 18 giocando in sicurezza (mi sono fidanzato con la parte destra della buca). 83. 83!

Non mi sento bene. Mi vergogno. Sono deluso del mio gioco, dei troppi colpi sbagliati in un campo semplicisismo. Delle palle in acqua, della palla persa, dei putt sbagliati.

Alla fine l’esperienza complessiva è positiva, me ne rendo conto, ma mi ci vorrà tanto tempo per digerire una giornata storta. Anche questa notte, per dire, ho sognato e rivisto quel triplo bogey. Non sempre le cose vanno come si vorrebbe, per ora scelgo di tenere la delusione con me.

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Giu 28

022
Be’, era un sogno che inseguivo da tanto tempo: vincere una patrocinata. Questa domenica, alla fine, ce l’ho fatta. Certo, la Romanina non è un campo di punta e il field non era irresistibile, ma insomma i fatti dicono che è successo. Due anni fa a Valcurone ero arrivato secondo, e l’anno scorso di nuovo secondo proprio qui alla Romanina.

Questo sabato il primo giorno di gara non era andato male, fatti salvi – e dici poco – un doppio e un triplo per un +9 totale che non era certo da incorniciare. Domenica sono arrivato al campo senza aspettative, con la sola intenzione di tirare un colpo per volta e vedere quello che sarebbe successo.

Alla 15 – ero +2 in quel momento – un ferro 9 dal rough mi porta in un luogo poco desiderabile: a soli 10 metri dalla bandiera, ma in un rough alto oltre mezzo metro. Mmmm. Esamino le mie possibilità; a tutta prima prendo un pitch con l’intenzione di tirare fuori quella palla da quel posto impossibile. Sono assolutamente calmo. Rifletto. Prendo la medicina, che tutto sommato non mi pare nemmeno troppo amara: palla ingiocabile, approccio a saltare un ostacolo che rende invisibili green e bandiera, altro approccino da bordo green, un putt, doppio e si va alla buca successiva.

Buca (par 5) dove faccio un bel birdie, costruito con un bellissimo secondo colpo: un ibrido che vola lunghissimo e diritto per atterrare a pochi metri dal green.

Alla 17 faccio un altro errore: un legno 3 dal tee che si alza a campanile e atterra davanti ad una selva di alberi. Vedo il buco, passo in mezzo e ne esco con un bogey.

Alla 18 un par di routine mi permette di finire con un dignitoso +4. Dopo di me c’erano altre due partenze, quindi quattro ragazzi che avevano fatto meglio il giorno prima. Sono ben piazzato ma la vittoria non è assolutamente scontata. Mi attardo nella doccia, e quando salgo Andrea – il segretario del circolo – mi accoglie con la coppa e un applauso generale mi riempie di serenità.

Questa, almeno, è fatta.

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Mag 10

Io ho un problema con le gare.

Il problema è che le gare di circolo mi danno ormai pochissimi stimoli: che gusto c’è a vincere una gara che potrebbero vincere in quattro o cinque? Sì, è bello l’applauso dei tuoi pari, ma tutto finisce lì. (La prima volta che vinsi una gara, in un giovedì qualunque di otto anni fa, quello sì fu un avvenimento!) Il vero premio è lo scendere di handicap, cosa che però ovviamente capita di rado.

Il problema è che i giocatori bravini come me non sono sufficientemente bravi per fare il salto di categoria, e si ritrovano dunque in un limbo da cui non sanno come uscire.

Il problema è comune, vedo, a tanti giocatori. Me ne accorgo per esempio leggendo una lettera pubblicata sull’ultimo Mondo del golf, dove un giocatore con hcp 3,2 si lamenta di non poter più entrare nel field delle gare ufficiali e simili.

Prendiamo ad esempio il trofeo Glauco Lolli-Ghetti a Margara: vi partecipai nel 2010 con un hcp di 5,5, che era sulla linea del taglio. Ma l’anno dopo il taglio scese a 3,9, e a 2,3 nel 2012, cosa che mi ha impedito di prendervi parte. E in genere il taglio delle gare ufficiali è ormai intorno all’1. (Ci arriverò, un giorno.)

Insomma il sistema premia – giustamente, credo – i giocatori più bravi, che sono spinti a partecipare alle gare più importanti. E io penso alla montaliana Esterina:

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

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Ott 05


Lo scorso fine settimana al Golf Club La Romanina è andata in scena la gara patrocinata FIG.

Ora, io adoro le gare medal su 36 buche, sono una maniera più approfondita per competere con me stesso. Il campo in sé non è male (pur nel limite delle 9 buche), ma i green erano assolutamente impossibili. Non perché difficili o veloci – il che sarebbe accettabile –, ma perché carotati da poco e dunque sabbiosi e soprattutto pieni di buchi. In sostanza il putt è stato un concetto aleatorio, nei due giorni.

In ogni caso domenica no (il risultato finale è stato un secondo classificato dovuto soprattutto a magagne mie), ma sabato è stata una giornata perfetta: +2 sul campo (72 colpi, 11 fairway su 14 con 9 green presi e 27 putt totali). Ho avuto sensazioni ottime lungo tutta la giornata, ma in particolare alla fine con una striscia di birdie birdie par birdie nelle ultime quattro buche (le ultime due delle quali sotto la pioggia battente). Era uno di quei momenti di assoluto flow, in cui vorresti continuare per sempre quel che stai facendo.

Anche negli errori sono sempre rimasto calmo, non ho fatto mai peggio del bogey e ho anzi infilato 5 birdie.

Questo per quanto riguarda me. Ma ancora un paio di cose vorrei dire del circolo: mi hanno colpito l’atmosfera rilassata e cordiale (la domenica prima della partenza, per dire, il segretario mi ha dato la mano e augurato buon gioco, cosa che mi era accaduta finora una volta sola in vita mia, tanti anni fa al Golf Limone) e la presenza di tantissimi bambini e ragazzi.

Insomma anche per il golf di periferia c’è speranza.

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Gen 20


Dove: Circolo Golf degli Ulivi, Sanremo.

Quando: sabato 4 e/o domenica 5 febbraio.

Cosa: gara individuale Stableford, 18 buche – 3 categorie.

Quanto: EUR 55 a giornata (green fee e iscrizione gara).

Premi, incentivi e aggiornamenti qui. Come minimo sarà una splendida due giorni di golf – ci vediamo lì?

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Mar 04


Cominciamo proprio dall’inizio, dall’articolo 1:

Il Citielle Challenge Tour 2011 si articola su 24 gare.

Ventiquattro gare (erano diciassette l’anno scorso, dodici due anni fa). Io mi sono sempre chiesto come faccia l’amico Beppe Lazzarotto a organizzare un circuito del genere (sponsor, premi, segreterie eccetera) in tutti questi bei campi dell’Italia nordoccidentale; e intanto portare avanti un’azienda eccetera.

Non ho la risposta, ma la realtà è davanti ai miei occhi. Senza contare il punto più importante di tutti, i progetti per il Ciad e la Romania. Mi piace quel che fa, stimo la persona.

E quest’anno l’appuntamento è in campi come Garlenda, Castelconturbia, Torino, Cherasco, Biella, Margara, Tolcinasco, Varese, Villa d’Este, Royal Park – per fare qualche nome.

Mio caro Beppe: ancora una volta, chapeau.

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Gen 28


Domani inizia la patrocinata. Anzi, per me inizia oggi (ho la prova campo alle 13.30). Anzi, inizia adesso: sto partendo per andare là. Tra poche ore sarò in quel circolo, su quel campo.

E me ne avvicinerò con tanto rispetto.

Prima di tutto, rispetto dovuto alla storia cha Sanremo rappresenta.

Poi, rispetto per lo stile del circolo, per le persone che lo vivono e lo animano.

Poi ancora, rispetto per il campo: è un campo che conto di riuscire a domare prima o poi (a quando, Gianni caro, un giro in 69 colpi?) – sebbene fino ad ora abbia sempre vinto lui.

Infine, rispetto per il gioco del golf, per lo spirit of the game che nei prossimi giorni pervaderà quel luogo.

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Set 25

In questi giorni ho preso parte per la prima volta ad una gara ufficiale della Federazione, il Trofeo Glauco Lolli Ghetti a Margara.

Cornice (ovviamente) splendida, organizzazione impeccabile. Ci sono entrato come “wild card” – che di solito si danno ai ragazzi di belle speranze… – e di fatto il mio handicap (5,5 al momento dell’iscrizione) era il più alto o comunque tra i più alti del field. E già mi dava gioia e mi faceva onore la possibilità di competere con giocatori davvero bravi (c’erano dieci partecipanti con handicap inferiore a 1 e complessivamente 47 con handicap inferiore a 3).

Il primo giorno sono stato completamente immerso “in the flow”: 78 è stato il risultato finale (12 par, 6 bogey e handicap sceso per la prima volta sotto i 5). Mi sono goduto l’intera giornata, dove tutto mi veniva semplice e naturale. Il colpo che ricordo con maggior soddisfazione (drive for show, putt for dough) è un putt per il bogey alla 8 (la mia penultima buca), che seguiva un drive spedito in acqua a 50 metri dal tee [sic – quandocumque bonus dormitat Homerus], un ibrido e un ferro 4 per arrivare in green col quarto, a dodici metri dalla buca in leggera discesa. Studio il putt da davanti, da dietro, da destra, da sinistra: non penso a nulla (come il mago Walter quando il trucco gli riesce, per dirla alla Ligabue) tiro e la palla parte leggermente forte ma dritta come una spada… buca! Son soddisfazioni.

In classifica ero 28° nel lordo e 8° nel netto. Il che, su un totale di 90 partecipanti, non è affatto male.

Il secondo giorno – oggi – la musica, senza un motivo apparente (o forse sì, ma è facile spiegare i fenomeni dopo che sono successi, come ci insegna Nassim Taleb), è cambiata completamente: 87 colpi, con le prime 9 giocate alla viva il parroco e un recupero nelle seconde quando ahimé era troppo tardi.

Totale: 165 colpi complessivi, taglio a 158, domenica a casa.

Mio bilancio: assolutamente positivo, sia come esperienza che come handicap (-0,3). Da anima bella, sono felice.

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Set 10


Ieri, sul tee della 18 in una gara al mio circolo, ero molto tranquillo: ero +2 in quel momento (2 birdie e 4 bogey), e per tutto il giorno avevo giocato tranquillo guardando le nuvole, conversando amabilmente coi compagni, sentito il fruscio delle foglie, goduto del calore del sole sulla pelle. Ero certamente in the flow.

La 18 da noi è un par 4 semplicissimo per gli handicap bassi, soprattutto con le partenze avanzate: bastano un ferro 4 o un ibrido davanti al secondo lago, un ferro 8 o 9, due putt e il par è praticamente assicurato.

Ho scelto di tirare l’ibrido – un Cleveland XLS monster HiBORE XLS 3i, 22° gradi di loft, di gran lunga il bastone più facile (a parte il putt) che io abbia mai avuto – come primo colpo, purtroppo chiudendolo e mandandolo inesorabilmente in acqua.

Ma la cosa bella – mi sono stupito da solo – è quel che ho detto appena è partito il colpo e mi sono reso conto di aver fatto un errore: “Non è da me”, detto in maniera assolutamente assertiva, tranquilla, semplice. L’insegnamento mi viene dal mio compagno di gioco di ieri e amico di infiniti giri ai Ciliegi: Massimo, ragazzo esuberante, simpatico e divertentissimo.

Il punto è che il flow, quando c’è, ti entra dentro e “ce l’hai” davvero. Alla fine è stato un prevedibile doppio bogey e quindi +4, ma ho mantenuto quella sensazione meravigliosa di poter controllare i miei movimenti e – cosa più importante – le mie emozioni. Insomma mente, corpo e cuore esistono in noi senza soluzione di continuità, e quando si allineano a laser il flow è (quasi) automatico.

Il tutto, sintetizzato per la giornata di ieri in quella frase: “Non è da me”. Grazie Max!

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