Mar 31

76 – 76 – 76 – 72. Sono i miei ultimi quattro score (18-30 marzo); i primi due in gara, gli ultimi due in friendly match.

Sento di stare giocando bene in questo periodo, e ieri ne ho avuto la prova: 12 fairway, 10 green, 6 up & down su 8, 28 putt, due birdie e due bogey per un par del campo che mi è parso, a viverlo, assolutamente semplicissimo. (Poi è vero che la gara è tutta un’altra storia, perché lo score pesa, e come! Ma intanto il par del campo è cosa fatta.)

Ho curato molto il gioco quest’inverno, da inizio dicembre ho fatto almeno una lezione al mese, cosa che non mi capitava da anni. Ora mi sembra di aver trovato le chiavi del gioco; è certamente possibile che domani le smarrisca, ma intanto le ho in tasca.

Ora, per settori.

Il drive non mi dà più ansia (le statistiche di quest’anno sono quasi al 78%), la codina parente stretta dello slice compare ancora, ogni tanto, ma sempre più raramente. Mi sono allungato di qualche metro, anche – credo – grazie al nuovo drive (ho scelto il penultimo modello perché 500 euro per un drive mi sembra una via di mezzo tra la follia e l’insulto, e ne sono molto soddisfatto).

Il gioco lungo mi dà qualche problema qua e là (l’ibrido dal rough, per esempio); ma ora tiro un ferro 5 dal fairway con confidenza – e la differenza è tangibile nel risultato.

Nei ferri medi faccio ancora qualche errore di troppo a destra; mi capita più volte di quanto sarebbe lecito di non prendere il green con il ferro 7, e questo è un punto da migliorare. Però ho la confidenza per tirare un mezzo 6 al posto di un 7 pieno, per dire; e questo ti viene solo col tempo e con la pratica (pratica di gioco, soprattutto).

I ferri corti non mi danno problemi.

Negli approcci sto migliorando. Ho risfogliato per la milionesima volta la “bibbia” di Pelz, capendo che un punto su cui dovevo (e devo ancora, ma ci sto lavorando) migliorare è l’accelerazione nel downswing, unita alla sensazione di ruotare completamente.

Il putt… il putt non lo tocchiamo; la media di quest’anno è 30 putt precisi precisi a giro e va bene così.

In campo pratica riesco a fare cose che non sono mai riuscito a fare prima. Un divertimento è per esempio mirare a un obiettivo (il paletto giallo a Chieri, la bandiera dei 100 metri alla Margherita, col ferro 9 nel primo caso e con un mezzo pitch nel secondo), e raggiungerlo dieci volte di fila in draw. È una soddisfazione autotelica.

Questo è il mio gioco attuale. Ora vedo in maniera chiara quella sfuggente araba fenice che ho chiamato due virgola; poi se ci arriverò ignoro, ma insomma ora sento che è un obiettivo possibile.

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Dic 09

Un breve post, oggi, solo per dire che sto lavorando tranquillo ai cambiamenti di swing per essere pronto per il Trofeo Sanremo (per me, come ben sa chi legge questo blog, senza dubbio per atmosfera la gara più bella dell’anno) e poi per la stagione. Ho quindi davanti a me tre mesi di golf rilassato e concentrato nello stesso tempo, ovvero senza lo stress da risultato ma con obiettivi chiari in mente.

Nel dettaglio:

– piedi larghezza spalle (io tendo a tenerli più larghi), sensazione di solidità nelle gambe;

– punte dei piedi aperte. Io ho sempre pensato, anche sulla scia di Ben Hogan, che il piede destro dovesse guardare in avanti; invece ora so che deve essere aperto di 10-20°, qualcosa del genere, per favorire il backswing. E su questo punto ho avuto anche la conferma, sostanzialmente casuale, non richiesta e graditissima, da parte di Baldovino Dassù (grazie Roberto!);

– fianco sinistro in alto;

– linea delle spalle diritta, comunque non aperta (mio vecchio difetto; e se parti in posizione chiusa è fisicamente impossibile fare draw);

– testa sempre dietro rispetto all’asse centrale dello swing;

– mantenere le gambe stabili lungo tutto il movimento.

Insomma due o tre cose su cui lavorare ci sono. E riflettere sul movimento, lavorarci su l’ho sempre fatto, in questo nulla cambia; ma in questo momento ho anche una guida che corregge i miei macro-errori. Bene, questo equivale a uno strong finish di una gara, poi quel che sarà sarà.

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Dic 02

Sono stanchissimo.

Oggi ho provato sensazioni sopite da anni (non dico da qui, ma forse da qui o da qui, qualcosa del genere). Ho fatto lezione con Stefano Soffietti. Lezione programmata da un paio di settimane ma desiderata da tempo (sono stato abbastanza confuso, dal punto di vista dello swing, negli ultimi tempi). E per la lezione mi sono preparato per bene, e oggi mi sentivo bene.

Iniziamo, e i miei macrodifetti sono lì, evidentissimi: un maestro li sgama subito (mentre un dilettante può pensarci sei mesi e non arrivare a conclusioni valide). E poi il FlightScope a misurare le mie prestazioni, io che nei primi colpi arrivavo un chilometro dall’esterno (ma questo lo sapevo già, da tempo immemore voglio imparare a fare draw riuscendoci solo a volte per caso) e poi, quasi per magia, con un aggiustamento nel set up i numeri che cambiano immediatamente, la palla che vola più lunga, lo slice quasi un ricordo del passato.

Non è così semplice naturalmente, c’è tanto lavoro da fare; ma son soddisfazioni. Perché il golf è per me innanzitutto lavoro e sudore e impegno e risultati che arrivano col tempo. Questo è, è questo il succo del discorso per me. È la rosa del Piccolo principe:

È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.

Avere una rosa è importante, cosa importa se non importa a nessuno? Importa a me, a me importa superare i miei limiti, capire, andare oltre. Dove arriverò non è importante adesso, adesso è importante sapere che certi difetti si possono sistemare, non diventerò mai un professionista ma questo non è importante, lo swing si può sistemare. Costa tempo e denaro e impegno ma si può fare, si può fare.

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Nov 25

bounce
Desidero raccontare di un momento di perfetto, ancorché breve, flow che ho avuto ieri mattina in campo pratica alla Margherita.

Ieri è stato un giorno di pioggia battente e continua, ma questo naturalmente non ferma la pratica di chi è veramente intenzionato a diventare il golfista migliore che può diventare. Ebbene, ieri mattina verso le 10:30 sono arrivato alla Marghe, e – cosa che non mi stupisce punto – ero da solo in campo pratica. (Era magnifico.) Ho tirato un gettone (32 palline), poi sono andato agli approcci con il fido 60° per un’oretta sotto una pioggia super-battente, a inventarmi colpi e immaginarmi situazioni. (L’immaginazione era regina, là in quel pantano. E oggi ho mal di schiena da umido ma non importa – vivere non necesse, navigare necesse.)

Infine sono tornato in campo pratica (va detto che mi ero messo nell’ultima postazione, quella riservata a Stefano Soffietti: cosa che da un certo punto di vista può far sorridere, ma da un altro rientra nel concetto di dare slancio alla pratica), e ho cominciato il secondo gettone. (A latere dico che poco dopo è stato il nostro fido e bravissimo caddie master a dirmi – con ampi gesti da lontano – di smettere, che poteva bastare, che avevano chiuso tutto, insomma che dovevo andarmene a casa.)

In pochi minuti, praticamente senza rendermene conto, sono entrato in uno stato di perfetto flow. Questo è successo quando ho scoperto una variabile dello swing: chiudere di più la mano destra, cosa che accoppiata alla maggior chiusura della mano sinistra rende il grip potente, solido, e ottimo il controllo del colpo. Avevo in mano l’ibrido 19°, e il rumore all’impatto era qualcosa di diverso rispetto ai colpi che conoscevo prima. È stata una sensazione ottima, diversa, inedita. È forse solo un punto di partenza, o forse anche una strada senza via d’uscita; ma la sensazione del momento è stata fantastica, e la pratica è terminata in una sensazione di flow assoluto.

(Nel mio diario di bordo, più tardi, ho annotato:

24 novembre, in cp alla Marghe in solitaria in una mattina di pioggia estrema
mano dx più verso il centro: questo fatto, unito alla medesima cosa della mano sx, crea un grip solido e ha come risultato un impatto pieno con la palla presa nel centro della faccia)

Ciò, tra l’altro, rientra perfettamente nel flusso (appunto) del libro che sto leggendo, che tratta esattamente di questi temi. (Ne dirò diffusamente più avanti.) E mi incoraggia verso il mio obiettivo difficile da sostenere ma affascinante di diventare il golfista migliore che io possa diventare.

Fatta la somma, si sta da soli sotto la pioggia soprattutto per momenti come questo.

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Nov 18

ogsh
L’autunno è, in questo momento, la stagione che meglio si adatta al mio golf di questo periodo.

In primo luogo c’è il gioco che pare scivolarmi dalle mani: a parte qualche colpo d’orgoglio (o di fortuna, o del caso), mediamente non è quello che mi aspetterei, quello che vorrei che fosse.

C’è un movimento che non mi soddisfa: avambracci che ruotano troppo poco nell backswing, faccia chiusissima all’apice (stesso, identico difetto di tanti anni fa), impatto decisamente dall’esterno. Prova e riprova, prova e riprova mi sembra che “conquistare” il mio proprio swing sia una montagna troppo difficile da scalare, qualcosa di improbo, di assolutamente inadatto alle mie forze. (A meno di fare lezione, chessò, una volta ogni quindici giorni in maniera regolare come facevo un tempo: ma in questo momento non so quale potrebbe essere la persona adatta a guidarmi in questa strada stretta, in salita e piena di dirupi laterali.)

Ci sono poi – è il nodo centrale – le motivazioni, che vanno a giorni alterni, ma in generale sono difficili da tenere alte.

Sto leggendo questo libro, fatto sostanzialmente di ricordi, di guardarsi indietro, di nostalgia. Il tempo dell’autunno è questo, dopotutto.

(Non è un caso, certamente, che tutto questo coincida col mio ingresso nella mezza età. Il che no, non è di per sé una cosa negativa, è solo che richiede tempo per essere metabolizzata – e nello specifico tanto tempo per me, essendo io lento in tutto).

Poi verranno altri obiettivi, verrà il tempo di Sanremo, la primavera e altre sfide; ma il mio golf è autunnale e crepuscolare, adesso.

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Nov 11

gp
Terminata la stagione, terminate le gare, posso rilassarmi un momento per quanto riguarda il golf. Ne approfitto per qualche considerazione sull’anno appena trascorso. (Qui il riassunto delle puntate precedenti.)

L’handicap è rimasto sostanzialmente stabile (3,9 a inizio anno, 4,1 il dato attuale), con piccole variazioni (handicap minimo di 3,3 ad aprile, massimo di 4,6 ad ottobre). Continua a mancare la zampata!

Ecco il dettaglio dei 45 giri completi registrati (tra parentesi i dati per il 2015 e, a seguire, per gli anni precedenti):
– colpi: 79,9 (79,8 – 80,4 – 81,2 – 81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
[ho mantenuto la media complessiva sotto gli 80, che comunque la si guardi non è male]

– fairway: 69% (67% – 63% – 64% – 61% – 54% – 53% – 48%)
[tenendo conto del fatto che arrivo un chilometro dall’esterno, direi molto bene]

– green: 40% (41% – 39% – 40% – 40% – 37% – 38% – 32%)
[ancora troppa poca precisione]

– up and down: 43% (41% nel 2015)
[decisamente migliorabile, soprattutto tenendo conto del fatto che il gioco corto mi dà sicurezza]

– putt: 30,60 (31,20 – 30,95 – 30,88 – 31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
[non benissimo ma comunque bene]

– di cui 3-putt: 0,8 (1,0 – 1,1 – 0,9 – 1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)
[bene, anche se in quei 3-putt c’è anche un 4-putt – sic! –, che per fortuna non ricordo assolutamente]

Come anticipavo l’anno scorso, oltre alle statistiche classiche (troppo generiche) ho sempre utilizzato il foglio Excel di Andrea Zanardelli, modificato in base alle mie esigenze, che mi dà indicazioni precise sui punti sui quali occorre lavorare di più (in generale tenendo presente un fatto: ha molto più senso migliorare i propri punti di forza che non cercare di limare i difetti – Tim Ferriss docet).

Obiettivi 2017:

– handicap 2 virgola stabile
La mia balena bianca da tempo immemore.

– mantenere l’ordine di merito
384 al momento. L’ODM serve di fatto per partecipare alle gare della Federazione, che sono quelle che mi appassionano di più (36 buche medal è il minimo sindacale).

– fairway sopra il 70%, green sopra il 45%, up and down sopra il 50% e putt sotto i 30
Questi sono prerequisiti affiché l’handicap scenda in maniera decisa e non solo oscilli tra il 3 e il 4.

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Nov 04

gavi
Dopo giovedì, anche sabato scorso è stata una fantastica giornata di golf: 74 colpi, ottenuti con un gioco molto diverso (diversi birdie ma molti più bogey e 27 putt: insomma il contrario rispetto a due giorni prima. Strano il golf).

Soprattutto mi hanno colpito le sensazioni positive che ho provato lungo il giro, mi sembrava da un lato di essere tornato a qualche anno fa e dall’altro di andare oltre – perché lo swing è una cosa viva, che evolve coi tuoi pensieri e col tuo corpo che continuamente si trasforma.

Poi domenica ho fatto un giro orribile in 82 colpi senza pathos, ma non è un dramma. Il risultato finale delle tre gare – nel golf you are your numbers, si sa – è un handicap pari a 4.0, che non è nulla di speciale ma insomma è accettabile e soprattutto sostanzialmente rispecchiante il mio gioco attuale.

Ora quindi svanisce la tensione, l’autunno inoltrato porta giocoforza a sotterrare l’ascia di guerra e cambiano gli obiettivi: l’handicap è messo via (sperabilmente per il Trofeo Sanremo), da questa settimana il lavoro è mirato sul lungo termine in direzioni specifiche:

– cercare quelle sensazioni;
– qualche aspetto tecnico dello swing (al momento l’idea è di uno stacco esterno, lento e con le mani che ruotano e della controrotazione all’impatto);
– i putt lunghi (8-10 metri) e i putt da un metro, il colpo più difficile in assoluto.

Mercoledì ero in campo pratica all’imbrunire, ho finito l’allenamento con mezz’oretta di chip col pitch. Credo che quello sia il colpo che in assoluto mi dà più soddisfazione, perché sento di averne il controllo quasi totale – o, per meglio dire, è un colpo che si crea quasi da solo. Ebbene, sono queste sensazioni di controllo senza controllo, di pace e solitudine, di gioia virgiliana che voglio inseguire nei mesi a venire.

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Ott 28

coccinelle
Era da qualche settimana che sentivo di giocare discretamente, e ieri finalmente i fattori si sono allineati e io ho portato a casa un bel giro. Una garetta del giovedì alla Margherita, quindi nulla di eclatante; comunque questi sono i dati:

– colpi: 75
– fairway: 86% (12 su 14)
– GIR: 61% (11)
– up and down: 71% (5 su 7)
– putt: 31
– putt per GIR: 2,00

È stato un giro molto regolare, con una quantità spropositata di par (16), “sporcata” da un bogey (comprensibile) e da un doppio sciocco (d’altra parte se possono esistere bogey intelligenti, lo stesso non può dirsi per i doppi).

Le statistiche sono molto chiare: il gioco lungo, i ferri e il gioco corto sono stati ottimi, mentre – forse stranamente, ma è questione da approfondire – il putt è stato al di sotto di livelli accettabili: prendere 11 green e fare 11 volte due putt non è certo quella che può considerarsi una prestazione spettacolare. E anche andando ad analizzare i singoli casi mi rendo conto di aver avuto cinque possibilità reali di birdie, di cui una ghiottissima (un metro e mezzo in salita, e non è stata una bella sensazione il vedere la palla staccarsi dal putt con un rotolo orribile).

Ma il putt è la parte di gioco che storicamente mi preoccupa meno, e del resto i green lenti non sono certo di aiuto; mentre il fatto di aver messo insieme, per un giro intero, dal primo all’ultimo colpo, una sequenza di drive, ferri lunghi e medi, approcci e chip con pochissime sbavature (rispetto al mio livello di gioco) mi dà un’ottima carica per il tempo a venire.

Il colpo che ho apprezzato di più è stato il secondo alla 18: dopo un tee shot orribile (un ibrido toppato che ha fatto poco più di 100 metri), ho visualizzato un secondo ibrido in fade che passasse sopra le piante e curvasse verso il green. Quando ho effettuato proprio il colpo che avevo in mente, be’, quella è stata una soddisfazione! Si gioca anche per momenti come quello.

Ieri c’era un bellissimo sole senza nuvole, c’erano mille coccinelle ad accompagnarmi, è stata una magnifica giornata di golf.

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Set 23

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Allora, la settimana scorsa sono stato un paio di volte all’Open (non ci volevo nemmeno andare, ma poi quando sei lì ti rendi conto di quanto è bello quello spettacolo, e di quanto ti serva stare in campo pratica a guardare e sentire gli swing).

E il mio pensiero relativo allo swing della settimana è stato questo: ho capito il mio errore nel grip della mano destra. Ovvero, ho capito che per il mio swing (a proposito: ieri mi sono fatto un paio di video e lascia stare, lavora sui difetti uno per volta nella consapevolezza che tanto non sarà mai uno swing elegante – efficace però, questo penso di sì, e alla fine è questo che conta) la V deve puntare alla spalla destra, o anche un po’ più a destra. In questa maniera le due mani sono in sintonia e lavorano insieme in sincronia e accordo. (Ho già messo sul comodino la mia bibbia del golf, proprio per rileggere il capitolo sul grip.) Io pensavo di doverla chiudere verso il centro, chissà perché. In ogni caso ora funziona tutto: le palle partono sostanzialmente dritte, lo slice è sostanzialmente dimenticato. (Poi lo swing è una cosa viva, domani sorgeranno altri difetti ma va bene così.) Ho tirato un centinaio di palle per giorno negli ultimi giorni, e anche oggi credo lo farò. Ho visto che arriva addirittura l’agognato draw, una sorta di Santo Graal per me.

Questo fatto è una conseguenza forse casuale ma diretta della lezione della settimana scorsa. Che nella mia mente è legata all’Open proprio perché ci sono andato su invito specifico di Andrea. E poi lì sono rimasto affascinato, sabato soprattutto, dal riscaldamento metodico di Willett, e in generale dal ritmo che questi fenomeni riescono ad acquisire e poi a portare in campo.

In sostanza: tutto è casuale ma tutto è collegato. Noi si lavora, e tanto, su qualcosa che per il mondo non vale nulla ma che per noi è paragonabile al mondo intero. Oggi la mia palla parte diritta, e soprattutto sono felice di andare in campo pratica e in campo – e onestamente non mi pare cosa da poco.

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Set 16

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Ieri è stata una giornata dedicata quasi completamente a vari aspetti del golf. Più d’uno è ancora da digerire – che io sia lento lo so dalla notte dei tempi –, e questo post serve anche a mettere ordine nei pensieri.

Dopo tanto tempo sono ritornato a fare lezione col mio maestro “di sempre”, colui che è per me un amico prima ancora che un insegnante, colui che mi ha preso intorno al 9 e portato intorno al 3-4 (bravo a lui!). Le cose che ho sperimentato e sentito ieri le devo ancora digerire, ma insomma intanto sedimentano dentro di me.

Il giorno prima avevo preso in prova i nuovi ferri. Sono fuori produzione, perché il marketing ha le sue leggi ferree, ma la realtà è che non necessariamente serve il bastone di quest’anno (in tanti casi è l’indiano, più che la freccia). Comunque li trovo adatti a me, mi piacciono e soprattutto la palla parte almeno diritta quanto con i precedenti (che adoravo, ma erano consumati da cinque anni di pratica e giri). Visti, piaciuti, comprati. Il ferro 5 è la prova del budino, per me: e riesco a tirare questo ferro 5 con sufficiente precisione. Da lì in poi, appunto, tocca all’indiano – la freccia ha fatto tutto quel che poteva e doveva.

Più tardi sono stato all’Open, e lì è sempre un’emozione. Prima di tutto perché ti immergi in un’atmosfera quasi ovattata, dove impari anche solo respirando (è il consiglio numero 1 di questo bel libretto: “Osservate chi volete diventare”).

Il rumore, poi! Il suono dell’impatto del bastone di un giocatore del tour con la palla (dei ferri soprattutto) è di un’altra categoria, qualcosa che per noi mortali comuni è lontana anni luce dalla quotidianità. Chiudi gli occhi, apri le orecchie e sei già ispirato.
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Ho seguito per due buche Edoardo Molinari, l’ho visto fare birdie alla prima e recuperare il par alla seconda, ho ammirato la sua calma olimpica, la sua tranquillità.

A vedere giocatori bravi davvero la voglia di fare bene ti torna per forza!

Tornando verso l’auto sono passato, in una sorta di serendipity favorita anche dalla luce declinante e splendida del momento, davanti allo stand della “mia” rivista, dove ho incontrato il “mio” direttore; salutatolo, mi sono sentito dire “ormai sei dei nostri”, il che mi riempie di orgoglio e di gioia allo stesso tempo – perché io adoro scrivere di golf, esaminare le sfaccettature infinite di questo sport. E avere la possibilità di farlo sulla prima rivista in Italia non è cosa da poco.

Tante cose mi sono successe ieri, e tante le devo come detto elaborare. Ma la gioia del golf rimane.

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