dic 14


Marta Cagnacci, giovane professionista di golf dal brillante futuro nel campo dell’insegnamento (una mia intervista a lei è qui), ha appena concluso il percorso che le ha fatto ottenere la qualifica di maestro. Io, curioso come un gatto di storie di golf, ne ho subito approfittato per saperne di più. Le ho chiesto intanto di che cosa si tratta.

Il percorso per diventare maestro di golf dura cinque anni. Il primo anno c’è la preselezione pratica (che ho fatto nel 2008); nel 2009 ho seguito per quattro mesi il corso di formazione per tirocinanti, nel 2010 il corso di formazione per assistenti B, nel 2011 lo stesso per assistente A e quest’anno ho concluso il percorso ottenendo la qualifica di maestro.

Come si sono svolte queste giornate romane?

Il corso è durato dieci giorni, siamo stati sempre in classe, otto ore! Abbiamo seguito diverse materie: psicologia, clubfitting, regole, greenkeeping, preparazione atletica ma la maggior parte delle ore è stata dedicata (ovviamente!) alla tecnica del golf.
Durante le lezioni di tecnica abbiamo presentato le nostre tesi, analizzato uno swing con il supporto di una nuova tecnologia, il K-VEST, e infine abbiamo discusso le recenti novità in merito all’analisi biomeccanica tridimensionale dello swing. L’ultimo giorno abbiamo sostenuto un esame orale in campo pratica con i nostri professori di tecnica Piero Sabellico e Filippo Barbè.

Qualche parola, allora, sul K-VEST. Può essere utile per un tuo allievo?

Il K-VEST é una specie di imbracatura con tre sensori (sul guanto, tra le scapole e sull’osso sacro) che rivelano la posizione statica all’address e la posizione del corpo durante lo swing. In base ad un range di parametri dei giocatori del tour, sul computer si riesce a vedere se ci sono posizioni del corpo non corrette, e se sì quali sono. Ad esempio: se sei troppo piegato con la schiena all’address, i sensori ti segnalano il busto in rosso e tu, guardando l’omino che il computer riproduce, provi a raddrizzare la schiena finché il busto non diventa verde. Così per tutte le posizioni dello swing.
Oltre che ad un’analisi tecnica, il K-VEST permette anche di analizzare la tua preparazione atletica in base a degli esercizi propedeutici per il golf suggeriti dal Titleist Performance Institute. Con lo stesso metodo della correzione dello swing, ti aiuta anche nel training atletico e quindi nella correzione di errori fisici che portano sempre a degli scompensi nello swing.
Personalmente lo ritengo uno strumento utile (senza dimenticare che la macchina, da sola, non è sufficiente: dietro alla macchina ci deve essere l’uomo che sa come e cosa leggere), però solo per giocatori di altissimo livello. Il target medio degli allievi che si possono avere all’interno di un circolo non può trarne particolari benefici… Per riprendere l’esempio di cui sopra, se il mio giocatore ha problemi alle ginocchia e non può piegarle, sarà costretto a piegare di più il busto. Risultato: l’omino K-VEST sarà sempre tutto rosso e il mio allievo potrebbe scoraggiarsi! Questi macchinari, come le riviste o tutto ciò che racconta lo swing perfetto, non hanno – secondo il mio modestissimo parere – la capacità di adattare i parametri per produrre uno swing efficace rispetto alle caratteristiche degli amatori.

Puoi approfondire anche il discorso relativo all’analisi biomeccanica tridimensionale dello swing?

In estrema sintesi: è stato scoperto che la posizione della faccia del bastone non influenza solo la curvatura finale del volo della palla, ma anche la direzione iniziale. Nello swing, la posizione della faccia del bastone all’impatto è rilevante per l’85%, e il restante 15% continua a dipendere dalla traiettoria della testa del bastone. Per la buona riuscita del colpo sono stati presi in considerazione altri fattori, già importanti ma oggi più significativi, come l’angolo d’attacco, il punto di contatto, la discordanza tra traiettoria della testa del bastone e posizione della faccia del bastone, la posizione della palla eccetera.

Come giudichi nel complesso questa esperienza?

Il percorso di formazione per maestri è completo, stimolante e non ha niente da invidiare ad altre federazioni o PGA del mondo! Lo trovo quindi molto interessante e molto utile: l’appuntamento annuale per i primi quattro anni è sempre stata occasione di confronto con i colleghi, di scambio di opinioni, di aggiornamento. E una volta terminato il percorso, ogni maestro può continuare ad aggiornarsi seguendo i seminari annuali organizzati dalla PGA italiana.

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set 21


Per la prima volta nella sua storia “Golf Digest”, la rivista più importante a livello mondiale nel campo del golf, dedica una copertina ad un italiano. L’italiano in questione è – ça va sans dire – Matteo Manassero.

Gli aveva già dedicato sette [sic] pagine un anno e mezzo fa, e un paio d’anni prima (vado a memoria) una pagina ai fratelli Molinari.

Ma Manassero è molto giovane, è simpatico e brillante, “buca lo schermo” per così dire: impressionante, tra l’altro, il numero dei marchi esposti nella foto di copertina. È un fenomeno comune, per carità: però certe volte viene da chiedersi dove finisca l’informazione e dove cominci il marketing, e se una separazione netta esiste davvero.

Ad ogni modo la copertina introduce l’analisi dello swing di Matteo fatta da Alberto Binaghi, il suo coach. E già che siamo su Binaghi, segnalo questa simpatica intervista fattagli durante il recente Open d’Italia. Alla domanda del giornalista (“E Alberto Binaghi quando torna a giocare l’Open?”), la sua risposta è un concentrato di presenza di spirito, simpatia, determinazione e forza mentale:

L’Open d’Italia? Quello purtroppo mai più. Giocherò l’Open d’Italia senior, probabilmente – e lo vincerò.

Insomma Golf Digest o meno, il Matteo nazionale è in buone mani.

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mag 25


Questo è un libro molto interessante per il golfista seriamente intenzionato a migliorare il proprio gioco. L’ho letto e riletto con molta attenzione, ne ho ricavato indicazioni illuminanti per la mia pratica. È un libro che ha del valore, pur non essendo facile, nel senso che va meditato e digerito e ciò richiede tempo.

Ne ho scritto una recensione su “Golf Today” di questo mese. E sono entrato in contatto con l’autore, Mark Guadagnoli. Ci siamo scambiati delle mail, ne è uscita fuori una conversazione sotto forma di intervista che pubblico qui a seguire. Mark mi aveva scritto:

One of the important topics to me is that most people think that the problem with the game is the way they play but in fact it is the way they practice.
[Uno dei punti nodali per me è il fatto che la maggior parte delle persone pensa che il suo problema con il gioco sia la maniera in cui gioca, mentre in realtà è la maniera in cui pratica.]

Già, i problemi sono rintracciabili (e di conseguenza risolvibili) in campo pratica. Il suo libro parla di questo, della spaced practice e di concetti sui quali dovremmo riflettere di più. Ma spesso non lo facciamo, impegnati come siamo a colpire una pallina dopo l’altra, nella convinzione – un vero e proprio tunnel mentale – che tirare palline senza sosta ci porti del beneficio; mentre il beneficio reale deriva dal pensiero che accompagna i colpi.

Rilassati, ragazzo. C’è ancora speranza. Intanto ecco qui il succo dei nostri conversari.

- How is your Italian?
[Com’è il tuo grado di conoscenza dell’italiano?]

Non va bene! But I am trying to learn. I love Italy and one of my goals is to speak the language and spend time cooking in the country.
[Non va bene! Ma sto cercando di imparare. Amo l’Italia e uno dei miei obiettivi è quello di parlare la lingua e trascorrere del tempo a cucinare nel vostro paese.]

- Where and how did you get the idea of the book?
[Dove e come hai avuto l’idea del libro?]

When one of the UNLV golfers (Ryan Moore) was in college we had weekly sessions where we would talk about ways for him to get better and he would tell me his perspective of how he thinks on the course and with practice. A few years after Ryan turned pro I finished the book.
[Quando uno dei golfisti dell’UNLV (Ryan Moore) era all’università abbiamo svolto delle sedute con cadenza settimanale in cui parlavamo delle maniere con cui avrebbe potuto migliorare, e lui mi esponeva la sua prospettiva di come pensa sul campo e durante la pratica. Pochi anni dopo che Ryan è diventato professionista io ho finito il libro.]

- You say that in order to become a better golfer you must learn to learn. How?
[Tu dici che per diventare un golfista migliore devi imparare a imparare. Come?]

The most basic idea is that you have to be willing to challenge yourself during practice. This means that you have to make a choice: Are you be more committed to looking good now or being great in the future? So many players practice what they are good at instead of challenging themselves during practice. This is not only in golf but in life as well. The book explains the mindset of achieving greatness and specific ways to do this.
[L’idea di base è che bisogna essere disposti a sfidare se stessi durante la pratica. Ciò significa che si deve fare una scelta: è preferibile per te apparire bravo adesso oppure essere un grande in futuro? Troppi giocatori praticano ciò che già sanno fare bene invece di sfidare se stessi durante la pratica. E questo non accade solo nel golf ma anche nella vita. Il libro spiega l’atteggiamento mentale necessario per raggiungere l’eccellenza e illustra i modi specifici per farlo.]


- One of the most interesting concepts of the book is spaced practice. Could you elaborate a bit about it?
[Uno dei concetti più interessanti del libro è la “pratica distanziata”. Puoi dire due parole al riguardo?]

The simplest thing you can do on the range is to watch the ball for as long as you can before you get a second ball to hit. Amateurs almost always hit balls too fast and it builds bad habits and restricts learning. Learning is a change in the brain’s biology and this takes time. Maybe a few seconds or a few minutes or a few hours but it takes time. Hitting one ball right after another speeds up tempo and doesn’t give your brain time to digest the information.
[La cosa più semplice che si può fare in campo pratica è quella di guardare la palla il più a lungo possibile prima di prendere una seconda palla da colpire. I dilettanti colpiscono quasi sempre la palla troppo velocemente: ciò dà vita a cattive abitudini e limita l’apprendimento. L’apprendimento è un cambiamento nella biologia del cervello e questo richiede tempo. Forse pochi secondi o pochi minuti o poche ore, ma comunque ci vuole tempo. Colpire una palla dopo l’altra manda fuori ritmo e non dà il tempo al cervello di elaborare le informazioni.]

- I would like you to elaborate on another important concept of the book – the goals you set for yourself and the process you use to reach them.
[Vorrei che approfondissi un altro concetto importante del libro: gli obiettivi che ti dai per te stesso e il processo utilizzato per raggiungerli.]

To me, goals set a destination, a destination to reach. Everything you do either moves you toward or away from that goal. Once I started playing golf in my mid-30s I had a goal to have a single digit handicap. My first registered handicap was 18 and a few years later I was a 4. I used the principles in the book most of the time. Sometimes I got lazy and didn’t practice the way I knew would work. When that happened I stopped getting better and it reminded me that the way I practice is either helping me toward my goal or moving me away from the goal.
[Per me, gli obiettivi stabiliscono una destinazione, una meta da raggiungere. Tutto ciò che fai ti avvicina oppure ti allontana da questo obiettivo. Quando ho iniziato a giocare a golf, intorno ai 35 anni, il mio obiettivo era di avere un handicap a una cifra. Il mio primo handicap registrato è stato 18, e qualche anno dopo ero 4. La maggior parte delle volte ho utilizzato i principi che espongo nel libro. A volte sono stato pigro e non praticavo nella maniera che sapevo corretta. Quando questo succedeva smettevo di migliorare, e ciò mi ricordava che la maniera con cui pratico o mi porta verso il mio obiettivo oppure mi allontana da esso.]

- What about your personal golf?
[Due parole sul tuo golf.]

I love golf! It is more than a game to me. It is a challenge. It is meditation, and like everybody else I want to be better than I am. Because I work with players so much and have other business and personal obligations I don’t play much but when I do I appreciate it deeply.
[Io amo il golf! Si tratta di più di un gioco per me. Si tratta di una sfida. È meditazione, e come tutti gli altri voglio migliorare. Dal momento che lavoro tanto con i giocatori e ho altre attività e obblighi personali non gioco molto, ma quando lo faccio lo apprezzo profondamente.]

- Your future plans regarding the teaching of golf.
[I tuoi piani futuri quanto riguarda l’insegnamento del golf.]

I teach because I love it. When opportunities arise that make sense I will take then but teaching golf is not what I do full time. When I do take on new clients it is always a very unique situation.
[Io insegno perché mi piace. Quando si presentano delle opportunità le colgo, ma l’insegnamento del golf non è quello che faccio a tempo pieno. Ciascun nuovo cliente è sempre un caso assolutamente unico.]

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feb 10


Ho conosciuto Lorenzo Guanti, giovane golfista di sicuro avvenire, durante la prova campo della gara federale di Sanremo di un paio di settimane fa che ho avuto l’onore di fare con lui. Gara che poi – ma forse è un dettaglio – ha vinto con un giro in 65, contestualmente vedendo scendere il suo handicap da +0,9 a +1,6 [sic]. Mi hanno impressionato la sua mente precisa e analitica, la maniera in cui ha affrontato un percorso che non vedeva da due anni (e in due anni la sua lunghezza è cambiata totalmente, per cui era di fatto un percorso nuovo per lui), le doti di team leader che ha dimostrato verso i suoi compagni (altri giovani golfisti della Margherita, anch’essi di sicuro avvenire – e campioni d’Italia, tra le altre cose).

Due parole sui risultati ottenuti fino ad ora (certamente inferiori rispetto al suo potenziale): secondo posto al Trofeo Umberto Agnelli al Royal Park nel 2010, anno in cui ha anche partecipato ai campionati europei a squadre Boys (secondi classificati), e vittoria lo scorso ottobre al Trofeo Glauco Lolli Ghetti a Margara. Da non dimenticare che, con i compagni Edoardo Aloi, Luigi Botta, Alessandro Catto e Ludovico Righetto ha vinto nel 2011 i campionati assoluti a squadre per circoli.

Ho anche apprezzato la semplicità di un ragazzo come tanti. Gli ho chiesto un’intervista, la cui trascrizione è qui a seguire.

Cominciamo da Sanremo. Io sono rimasto colpito dalla precisione con cui disegnavi le buche sulla mappa, prendevi le distanze, misuravi i green: mi parli di come affronti i percorsi che non conosci durante la prova campo?
Sanremo era una gara per me importante: intanto perché era la prima dell’anno, e poi perché volevo ritornare a giocare con una voglia che avevo un po’ perso l’anno precedente. Quindi volevo affrontarla bene.
Mappare il campo è un’abitudine che abbiamo appreso con la Nazionale, abbiamo capito quant’è importante preparare bene il campo, sapere dove puoi sbagliare, dove non devi andare, le pendenze eccetera, perché questo ti permette di risparmiare anche quei 4-5 colpi che ti possono cambiare un giro. Soprattutto conoscere i green è essenziale, e in particolare in un campo tecnico come Sanremo.
Io caratterialmente sono molto metodico, quando voglio fare una cosa e voglio farla bene ci metto tutto me stesso, lo faccio con passione, mi diverto anche se è faticoso.

Mi racconti invece il 65 del giorno dopo?
È stato un giro molto divertente. Sono partito in maniera drammatica dalla 4 con par – doppio – bogey. Poi mi sono risvegliato un pochino con la 7, il par 4 corto; ma è stato strano perché ho tirato un legno al green – non un drive perché non è una buca lunga – e sono finito alla destra del green, nel boschetto. Da lì ho giocato un colpo contro la sponda a saltare il bunker: l’ho messa a un metro e ho fatto birdie. Da quel momento è iniziata una fase in cui mi sembrava di poter fare qualunque cosa: ho fatto par alla buca dopo (il par 4 lungo), birdie alla 9, alla 10 e alla 11 (imbucando l’approccio da dietro al green). Poi par alla 12, birdie alla 13 tirando un ferro 6 dal tee (il drive era fuori questione perché pioveva e non si sarebbe potuto raggiungere). Alla 14 ho tirato un colpaccio e sono finito a sinistra in mezzo agli ulivi, l’ho tirata fuori col secondo e ho fatto bogey (ed è andata bene così); poi birdie alla 15 e alle 16 (imbucando un putt da inizio green che mi ha regalato sensazioni quasi magiche), par alla 17 e alla 18 (con 3 putt), alla 1 e alla 2. La 3, l’ultima buca, è stata la più strana: ero -3 sul tee e ho pensato ‘tiro al green col drive’, perché pioveva (col drive normalmente andrei lungo perché sono 230 metri a inizio green). Non ho tenuto conto del fatto che avevo le mani fradice… e appena ho toccato la palla mi si è chiuso il bastone: ho preso la prima pianta sulla sinistra e la palla mi è finita nel TR davanti ai battitori, quindi avrò fatto 10 metri. Ho droppato nella zona di droppaggio, e da lì con un legno ho preso le piante a difesa del green per finire nei battitori delle donne della 4, che è a 40 metri alla sinistra dei green; Maccario, che giocava con me, da 80 metri ha fatto 2. È andato lì, ha tolto la palla e io da 40 metri ho imbucato!
È stata una giornata divertente, ho imbucato tanto. Ho preso 11 green su 18, che non sono tanti, ma ho fatto 24 putt – quelli che cambiano un giro.

Mi hai detto che passare professionista non è tra i tuoi piani attuali. Perché?
Finché non sono entrato in Nazionale diventare professionista era il mio sogno, perché la scuola non era la mia passione e giocare a golf mi divertiva un sacco. Dopo di che ho perso un anno scolastico, in quarta liceo, perché sono entrato in Nazionale e ho fatto qualunque gara possibile ci fosse in giro – all’estero soprattutto. Inoltre da quel momento in poi è subentrata un po’ di pressione, mi sono creato delle aspettative che non sono riuscito a mantenere e che mi hanno portato ad un crollo psicologico, nel senso che mi allenavo tanto, giocavo bene ma non riuscivo a dimostrarlo: quando andavo a fare le prove campo avevo una media score che era sempre di -3/-4 e in gara però non riuscivo a rendere. In più mi immaginavo professionista e non mi sentivo tanto a mio agio. Allora ho perso parecchia voglia di giocare; ma poi mi sono tolto alcune paure e sensazioni negative che avevo avuto durante l’anno, il quadro complessivo è migliorato.
Adesso non so: è possibile che a settembre/ottobre decida di andare a fare i giri, però è una cosa che valuterò sul momento perché vorrei andare all’università e magari fare un anno da dilettante però giocando qualche gara all’estero e qualche tappa italiana dell’Alps tour… fare un po’ di gavetta insomma. Ma è tutto da valutare sul momento, perché se hai un buon gioco in un dato momento conviene lanciarsi, non perdere l’attimo, altrimenti ad aspettare si rischia che quell’attimo svanisca. Un passo alla volta quindi.

Hai iniziato ai Ciliegi. Come ti sei avvicinato al golf?
È abbastanza ironico: ho cominciato in giardino con palline da ping pong grazie al socio di mio padre che è un appassionato di golf. Ho fatto poi qualche lezione con Luzi ai Ciliegi: alla seconda lezione tiravo già il legno – quello proprio di legno come si usavano un tempo – a 130 metri. Da lì ho fatto qualche lezione alla Margherita e poi mi sono iscritto a Grugliasco, per vedere se questa cosa poteva avere un seguito. C’è stata un’estate in cui io mi facevo portare da mio padre alle 8.30, quando il circolo doveva ancora aprire, e uscivo quando faceva buio; tranne il martedì in cui il campo pratica era illuminato fino alle 11, e io passavo 15 ore al golf. C’è stata un giorno in cui ho tirato 21 gettoni [567 palline] e ho fatto 9 buche. Se lo penso adesso impazzisco perché non riuscirei a giocare così tanto; ma all’epoca semplicemente andavo lì e praticavo – anche da solo.

E come sono gli allenamenti oggi?
Quando ho iniziato a giocare a golf ho passato tantissimo tempo in palestra, e questo mi ha permesso di formare il mio fisico in maniera ottima: devo a questo la mia caratteristica di tirare colpi decisamente lunghi.
Quando il mio gioco ha cominciato ad essere regolare il mio problema era dai cento metri in giù: in quel settore di gioco facevo delle cose terribili e perdevo una quantità incredibile di colpi. Allora ho dedicato tanto tempo ad allenarmi sul gioco corto, cercare non solo di migliorare ma anche di togliermi le paure che avevo dentro di me. Ora non ho più paura di tirare un colpo da 100 metri e qualche volta faccio birdie: questo cambia completamente lo scenario.

Be’, ad esempio una cosa che mi ha colpito durante la nostra prova campo è successa alla 9, dove tu hai portato su le braccia nel backswing dicendo “questo è un colpo da 85 metri”, e poi portandole leggermente più in su hai detto “questo è un colpo da 90”. Per te sarà normale…
No, non è normale: nel senso che io mi sono sempre affidato al feeling, cercando di avere sempre la stessa velocità di attraversamento e cambiando solo la lunghezza per variare la distanza. Ma questo non bastava, e l’anno scorso ho fatto un grosso lavoro col mio maestro Elena Polloni, che mi ha permesso di memorizzare le varie distanze fatte con un dato wedge portato ad una determinata altezza, ancorando una determinata posizione ad una precisa sensazione. Risultato: tra gli 80 e i 100 metri la mia palla picchia sempre nello stesso posto, e soprattutto questo mi evita di fare scatti col corpo, perché quando arrivo nel punto desiderato so che posso girarmi sapendo già dove va la pallina.
Questo colpo ti fa fare birdie ai par 5, ti fa recuperare il par ad un par 4 dove sei andato storto col tee shot… può fare la differenza. E poi in me era un punto debole; oggi faccio fatica ogni tanto perché ho ancora un po’ di paura, però gli errori sono relativamente minimi; mentre io da 90 metri mancavo anche i green, il che ti demoralizza e ti fa arrabbiare.

Questo lavoro è stato fatto soprattutto in campo o in campo pratica?
In campo, assolutamente. Intanto perché devi usare delle palline buone, per vedere la reazione quando atterrano, e poi soprattutto perché i colpi devono essere variati. Quindi devi allenarli tanto in campo quando sei tranquillo, e poi portarli in gara: e questa è la cosa più difficile, perché la testa quando sei in gara recupera quelle sensazioni – gli ancoraggi – relative a colpi magari sbagliati fatti in passato. E quindi l’obiettivo è di togliere quelle sensazioni negative e sostituirle con quelle su cui hai lavorato. È per questo motivo che tirare 50 palline da 50 metri in campo pratica non serve a molto: perché poi magari vai in campo e fai lo stesso colpo che facevi prima. Invece quel che è utile è andare a 40 metri e tirare un palla, poi a 75 e tirarne un’altra, poi a 50 un’altra e così via. Così hai una sensazione pulita e ogni volta alleni la mente a memorizzare e fare i calcoli. Sono metodi di allenamento più noiosi forse, però rendono molto di più: perché uno quando è in campo pratica e vede che un colpo non funziona tende a ripeterlo all’infinito, ma non necessariamente questo porta risultati in campo; mentre bisogna staccare dopo ogni colpo, variare. E quando non si può andare in campo un buon metodo è giocare un percorso nella propria mente: tiri un drive come se fossi ad un determinata buca di un campo che conosci, col fade, col draw, con ciò che è richiesto da quel colpo, poi immagini dove è andata la palla, fairway, rough eccetera, da lì tiri il secondo e così via: anche in questa maniera puoi allenare le distanze. E poi passare la maggior parte del tempo agli approcci: quello fa la differenza.

Come si svolgono, in pratica, i tuoi allenamenti alla Margherita? Con che frequenza ti alleni, per quanto tempo? Col maestro o senza? Hai una sequenza particolare di bastoni?
I miei allenamenti non sono molto frequenti. Dedico il giovedì pomeriggio alla lezione con il mio maestro anche perché uscendo alle 14 da scuola il tempo di luce rimanente è quel che è! Quindi faccio un ora di lezione in base alle necessità del momento, dedicandomi in genere in piccolissima parte alla tecnica e ormai sempre più concentrandomi sull’aspetto mentale; dopodiché quando riesco vado a fare qualche buca in campo. Se invece la lezione è stata più impegnativa del solito mi fermo in campo pratica per cercare di fare mie le sensazioni appena trovate.
Oltre al giovedì mi alleno il sabato e la domenica, cercando di fare entrambi i giorni almeno 9 buche la mattina con gli altri ragazzi e poi suddividendo il lavoro al pomeriggio in base a ciò che occorre tra putting green, zona approcci, campo pratica e campo. Ci sono diversi esercizi che si possono fare nella zona dedicata al gioco corto e reputo questa parte veramente necessaria se si vogliono ottenere dei risultati significativi. Il consiglio che posso dare è di praticare ogni genere di colpo rendendo la pratica varia e divertente con tutti i bastoni, tirando colpi particolari piuttosto che la solita pratica monotona dove il corpo ormai si muove in automatico e la mente va in pausa.

Come si svolge un tipico ritiro della Nazionale?
Ne facciamo uno al mese nel periodo invernale, quando come adesso c’è la neve e in tante regioni non si riesce a giocare. L’ultimo è stato al San Domenico a inizio anno ed è durato cinque giorni. Tipicamente ci svegliamo presto (6.30-7) e facciamo riscaldamento in campo pratica al mattino – a volte prima di colazione e a volte dopo. Questi due diversi tipi di riscaldamento dipendono dall’orario di partenza in una giornata di gara: quando si ha una partenza al mattino presto diventa difficile fare un lungo riscaldamento, allora si fanno esercizi leggermente differenti da quelli che si farebbero nel caso in cui ci si possa svegliare per tempo, fare riscaldamento, doccia, colazione e poi campo pratica. Una cosa è comunque sicura: senza riscaldamento si rischiano infortuni muscolari e diventa difficile esprimere al meglio il proprio gioco. Per questo motivo durante i ritiri ci abituiamo a effettuarli entrambi: anche perché un lungo allenamento è necessario per interiorizzare qualunque movimento.
Nei primi giorni ci si divide in gruppi e si fa un’ora in putting green, un’ora agli approcci e un’ora in campo pratica: girando passa tutta la mattina. Al pomeriggio si fanno 18 buche e poi si torna in campo pratica. Negli ultimi giorni, dato che questi ritiri servono anche a vedere chi mandare alle gare all’estero, facciamo 2/3 giri di 18 buche in cui il riscaldamento è lasciato a noi in base alla nostra routine: quindi si va in campo alle 8.30, si fanno 18 buche con lo score (uno dei giorni si dedica a fare la mappetta se il campo è sconosciuto, e senza i laser proprio per questo motivo); al pomeriggio si lavora in campo pratica.
Poi ci sono vari test, come il SAM PuttLab, che è una’analisi sul putt per vedere la ripetitività del colpo, la velocità, il ritmo eccetera. Sempre in questo periodo facciamo anche il fitting per i bastoni.
Ogni fine giornata c’è il defaticamento con il preparatore atletico; ci sono poi test fisici per vedere il miglioramento; abbiamo vari dottori, il fisioterapista, il dietologo. Da quest’anno abbiamo iniziato a fare anche mental coaching, utilizzando la PNL e altre tecniche per la mente che ti possono aiutare in gara – ciò che per me ha fatto la differenza e mi ha cambiato il livello di gioco, perché tecnicamente non avevo grandi problemi ma avevo la pressione del dover ottenere risultati, e a quel punto ovviamente entra in gioco la testa.

Fatto 100 il totale, come divideresti l’importanza della parte tecnica, di quella atletica e di quella mentale nel golf?
Raggiunto il livello scratch la tecnica conta solo fino ad un certo punto, e lo si vede anche dai professionisti che giocano sul tour: non tutti hanno uno swing perfetto, se non in determinate posizioni come al momento dell’attraversamento della palla. Secondo me il fisico conta per il 40%: la resistenza è importantissima, anche perché influisce sulla mente. La testa conta per il 35-40%, e ciò che resta è dato dalla tecnica.

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feb 03


Maria Pia Gennaro, decana tra i giornalisti italiani di golf, non ha bisogno di presentazioni. Io ho la fortuna di averla come direttrice della rivista sulla quale scrivo recensioni di libri di golf, “Golf Today”, e ho approfittato di questa conoscenza per farle qualche domanda.

Partiamo dall’oggi. Com’è nata l’avventura di “Golf Today”?
Dopo 11 anni a “Golf & Turismo” avevo voglia di cambiare; sin da ragazzina ho avuto la passione per “Golf World” (ero abbonata a 14 anni). Così con l’aiuto di Claudia Murri ci siamo mosse per mettere in piedi la rivista che avevo sempre sognato, quella che avrei voluto leggere da golfista e che a “Golf & Turismo” non avrei mai potuto fare perché troppo compressa e dipendente dal commerciale.

Come sei diventata giornalista?
Per scherzo. Giocavo ma amavo molto anche seguire gli Open, in Svizzera (Crans) e in Inghilterra dove andavo a studiare l’inglese. Così avevo conosciuto i giocatori che ai tempi erano molto meno sportivi e più goliardici di adesso. A Crans sono stata avvicinata da una signora, Lio Selva, che mi disse di avere appena aperto una rivista, “Parliamo di golf”, e mi chiese se volevo scrivere il report del torneo. Io frequentavo il primo anno in Bocconi e non avevo mai fatto nulla del genere: lei mi consigliò di pensare di fare un tema. Il risultato le piacque e così non ho più smesso, scoprendo che la mia strada era proprio quella.
Ho iniziato per scherzo, ho continuato con i profili dei campioni dell’epoca. Lio era una persona deliziosa che mi ha insegnato moltissimo. Mi ha sempre lasciato mano libera senza mai impormi nulla.

Com’era il golf italiano in quel periodo?
Pochi ma buoni, signori, poco truffaldini e molto corretti anche perché i segretari/direttori erano molto attenti alle regole. Io ricordo con immenso piacere il mio “maestro” di etichetta cui devo moltissimo, Ettore Muzio.

La tua passione per il golf traspare in ogni cosa che fai. Mi racconti come è nata?
Ho iniziato a giocare a 12 anni seguendo i miei. Non è stato amore a prima vista. Preferivo seguire le gare. Poi, improvvisamente, verso i 17 anni è nato l’amore. Ho iniziato con Pietro Manca e posso dire di avere avuto tutti i migliori maestri: Lillo Angelini, Carlo Grappasonni ma soprattutto la mia grande passione, Alberto Croce.

Noi sappiamo tutto – si fa per dire – del tuo golf raccontato, ma mi parli del tuo golf giocato? Qual è il tuo handicap? Quante volte giochi? Dove?
Non gioco più da cinque anni per problemi fisici, schiena, spalle e recentemente dell’altro. In più quando sei immerso in un mondo per 24 ore al giorno per lavoro non è più rilassante continuare a rimanerci dentro per gioco.
L’handicap era in clamorosa salita (7.3). Giocavo ultimamente non più di una volta a settimana mentre prima, quando facevo tornei, con un hcp fra il 2 e il 3, a livello nazionale ed ero ancora all’università, giocavo anche quattro volte. Sono golfisticamente nata a Varese dove sono rimasta per 30 anni vincendo anche qualche titolo nazionale.

Il tuo libro, Il fascino del golf.
È stato scritto d’accordo con l’editore, Whitestar, e mi dicono abbia avuto un grandissimo successo perché è introvabile o quasi. Ne sono molto fiera. È il quinto libro cui collaboro e devo dire che mi diverto molto.

Che cosa rappresenta per te il golf oggi?
Grande divertimento, passione, lavoro. In poche parole: la mia vita.

Qual è il golfista che hai apprezzato o apprezzi di più, e perché?
Il mio mito sarà sempre e comunque Ballesteros. Ho avuto la fortuna di vederlo giocare nei suoi anni migliori e di giocarci insieme spesso in allenamento. Avresti dovuto vedere come uscivo dagli alberi in quel periodo…
Per me è il GOLFISTA che ha compendiato tutto: carisma, talento, classe, bellezza, simpatia… Amo molto anche Tiger che, insieme a lui, mi ha dato belle emozioni anche se in misura minore.

Mi dici qualcosa di più del tuo rapporto con Ballesteros?
Sul rapporto con Seve potrei scrivere per ore. Preferisco però dire che ci siamo conosciuti a 17 anni ed è subito nata una sincera amicizia che non si è mai interrotta. Lui era attaccato anche a mio figlio, come a moltissimi bambini. È il giocatore che mi ha dato le massime emozioni in campo.
Seve era serio anche a 17 anni, a metà degli anni Settanta, quando un Open come Crans era considerato puro divertimento e la club house la sera diventava una discoteca dove non mancava nessuno. Seve stava lì ma alle 11 cascasse il mondo andava a dormire, mentre altri stavano fino all’alba presentandosi poi direttamente sul tee della 1. Uno di questi era Greg Norman!

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nov 11


La prima volta che ho visto Marco Soffietti di persona è stato all’Open d’Italia del 2008, dove arrivò decimo (e primo tra gli italiani). Lo ricordo vicino al tabellone dei risultati, da solo. Avrei voluto avvicinarmi e dirgli bravo, ma non lo feci.

Poi lo vidi l’anno scorso al PGAI Championship di Margara, l’ultimo giorno, senza caddie, terminata la buca 10 dove lui aveva appena fatto bogey. Era un momento di difficoltà ed era da solo, soffrivo con lui ma non dissi nulla.

La terza volta è stato alla Pro-Am del mio circolo, un ragazzo gentile che si presenta e inizia a parlare con me, che ero un perfetto sconosciuto.

In questi giorni ho avuto l’onore di avere con lui una lunga conversazione di golf. Ha detto cose molto interessanti. Io gli ho fatto alcune domande, ma senza avere con me un registratore: di certo mi sono sfuggite tante cose, ma si sarebbe persa la spontaneità dei suoi discorsi.

Soprattutto, mi è stato chiaro che un campione ragiona diversamente da noi comuni mortali. “Io dico ai ragazzi: prima di scendere in campo definisci il numero di errori che ti permetti per il giro. Quando ne avrai fatto uno lascialo andare e passa al colpo successivo”. Mi aveva colpito a questo proposito un’intervista in cui il giornalista, all’Open d’Italia del 2009, gli chiedeva: “Domani allora, l’ultimo giorno, si deve fare veramente sul serio”. E lui, quasi stizzito: “Non si deve fare: quello che viene viene”. Questo è uno dei due o trecento tratti che distingue un fuoriclasse da noi golfisti dilettanti.

Marco Soffietti, ragazzo di famiglia normalissima, ha cominciato come caddie al circolo golf Torino e quando gli è stato permesso di giocare a golf aveva 14 anni. Dopo poco più di due anni era scratch – se non è segno di talento questo… (E non può non venire in mente Greg Norman, che prese in mano un bastone la prima volta a 15 anni.)

I risultati maggiori sono legati all’Open d’Italia: decimo, come detto, nel 2008, e diciassettesimo l’anno successivo. Poi probabilmente nella vita di un giocatore arriva il momento in cui fai il bilancio tra il gioco giocato e l’insegnamento e ti rendi conto che gli anni sono passati, tu sei giovane ma non più giovanissimo e continuare questa vita così vagabonda potrebbe non essere il caso – anche se il talento è indiscutibile. Allora l’insegnamento diviene lo sbocco naturale.

E anche in questo campo la bravura non gli manca: tra i suoi allievi ci sono diversi nazionali, e le sue lezioni sono prenotate con settimane d’anticipo. È molto appassionato sul tema, come si evince dalle sue parole; e poi quando hai dei giovani che ottengono risultati, vanno in nazionale e così via, ciò aumenta ancora la voglia di fare bene. Son soddisfazioni.

Quindi l’insegnamento come mestiere: e sempre al circolo golf Torino, club al quale ricorda di dovere molto e di cui parla sempre con grande stima; anche se dai suoi occhi e dalle sue parole, pur essendo lui una persona soddisfatta e realizzata, si coglie ancora questo desiderio di provare la strada del Tour maggiore. Staremo a vedere ciò che deciderà. D’altra parte, col suo talento 34 anni non sono troppi per tentare di arrivare a tempo pieno sul Tour.

Una persona molto pacata, con opinioni molto interessanti. Molto interessante vedere, ascoltare non tanto e non solo come ragiona un professionista di golf, ma come ragiona un giocatore del Tour; e chiaramente, come dice lui, “quando insegni il fatto che tu abbia giocato o giochi sullo European Tour è ben diverso rispetto al fatto che tu sia un pro e basta, perché comunque ciò che puoi trasmettere è di gran lunga superiore”.

Abbiamo parlato anche del putt. Gli ho chiesto perché a suo parere è uno degli aspetti più trascurati nell’insegnamento golfistico. “È il mercato che lo richiede, perché il golfista medio fatica ad arrivare in green e di conseguenza il putt è come un pensiero dell’ultimo momento. Il golfista vuole imparare a tirarla lunga, il più lontano possibile, e quindi di fatto chiede che gli venga insegnato lo swing e non il putt”. Chiaramente con i suoi allievi di punta dedica tantissimo tempo al gioco corto, al putt e al campo.

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ott 07


Gabriele Heinrich, handicap (ancora per poco) +2 o giù di lì, giovane promessa del golf italiano, era a Sutri il mese scorso ed è stato tra i “felici pochi” di morantiana memoria. (Un altro pianeta, per me.) Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per fargli qualche domanda.

Hai passato la preselezione alle Querce. Questo cambia qualcosa per te?
La preselezione alle Querce è stato il primo obbiettivo raggiunto tra quelli che mi sono prefissato. È stato molto importante per me passarla perché mi darà la possibilità in futuro di lavorare al fianco di grandi insegnanti e chissà, magari di crescere qualche futuro campione.

Che ricordi hai di quella settimana? Episodi, aneddoti, curiosità?
È stata una settimana piena di emozioni: la tensione del primo giorno (andato male, 79), la rimonta del secondo e del terzo in condizioni davvero difficili, e l’ultimo giro dove sapevo che se fossi stato attento (salvo impossibili rimonte degli avversari) sarei passato.

Che cosa rappresenta per te, il golf?
È un’ancora di salvezza da tutte le cose brutte che ci sono fuori: quando entro nel club mi sento in un universo parallelo che mi isola dai problemi che ho all’esterno.

Come ti sei avvicinato a questo sport?
Iniziai a 7 anni grazie a mio padre e mio zio che mi portarono a fare una passeggiata in un circolo di golf ad Asiago, dove conobbi il mio primo maestro, Antonello Ballarin, il quale mi insegnò i fondamentali del gioco. Poi, tornato a Venezia con la voglia che tutti i bambini hanno quando giocano a una cosa nuova, io, mio padre e mio zio ci iscrivemmo a Villa Condulmer dove incontrai Davide Villa, che mi fece prendere l’handicap e mi portò a buoni livelli di gioco; ma avevo bisogno di qualcuno che mi insegnasse una tecnica migliore e sapesse controllare il mio carattere molto forte. Mi affidai ad Enrico Trentin che a 11 anni mi prese sotto la sua ala e mi portò ad entrare in nazionale nel 2006 e ancora oggi mi segue e lavora con me sul mio swing, la strategia e mi dà fiducia.

Chi è il golfista cui ti ispiri maggiormente e perché?
Non ho un modello di golfista da imitare, penso che il golf sia uno sport individuale e ogni giocatore ha le sue caratteristiche tecniche, fisiche, e mentali; tuttavia tra i giocatori che mi piacciono molto ci sono Ernie Els, Louis Oosthuisen e Francesco Molinari.

Quali sono i tuoi programmi golfistici per la stagione 2012? E più a lungo termine come ti vedi? Farai il maestro?
Nel 2012 frequenterò la scuola nazionale di golf per diventare maestro e poi inizierò ad allenarmi duramente per prendere la carta del tour nei mesi successivi. Per ora insegnerò golf per mantenermi perché il mio progetto a lungo termine è quello di prendere la carta del tour e fare la carriera da giocatore di torneo.

Ti piace insegnare?
Insegnare mi piace, soprattutto ai bambini che si vogliono divertire e non vedono l’apprendimento come una cosa seria ma un gioco: ecco, a me piace inventare giochi nuovi per farli divertire.

Che cosa pensi dell’aspetto mentale nel golf?
L’aspetto mentale nel golf è il 50% del risultato finale, una buona preparazione mentale è la chiave di un buon golfista. Quando vediamo i giocatori del tour fare la routine prima del colpo non stanno solo guardando dove tirare la palla, ma stanno mettendo in pratica anni di allenamento fisico, tecnico e mentale per far sì che la palla vada esattamente dove vogliono: questa è la grande differenza tra un buon giocatore e un gran giocatore.

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set 16


Maria Paola Fiorio, giovane promessa del golf italiano, si allena spesso ai Ciliegi, dove è seguita dal maestro Diego Fiammengo. Nata il 21/12/1993, ha iniziato a giocare a golf a undici anni grazie alla famiglia. Dopo qualche gara di circolo nelle quali si è abbassata radicalmente, ha iniziato a fare le gare giovanili ottenendo il primo anno il Brevetto, il secondo il Brevetto Giovanile, il terzo il Brevetto Nazionale, per entrare infine nella squadra nazionale con la qualifica di “probabile nazionale”. Il 2011 è stato il suo secondo anno in squadra.

Nella sua carriera golfistica è diventata due volte campionessa regionale sarda quand’era iscritta al Pevero Golf Club. Sempre negli stessi anni è arrivata terza al Trofeo Nazionale Gianluca. Quest’anno è stata scelta per giocare in Francia il Quadrangolare Girls, una gara internazionale che fa da apertura alle gare della stagione. E sempre quest’anno è arrivata in semifinale ai campionati italiani match-play.

Luciano De Stasio, il mio preparatore atletico – che non ringrazierò mai abbastanza, ma questa è un’altra storia -, e io abbiamo preparato alcune domande: ecco a seguire la nostra chiacchierata con lei.

Iniziamo dal soprannome col quale sei conosciuta, “Banana”: ovviamente ricorda lo slice del golf, ma non so se ha a che fare col nostro sport. Puoi raccontarne l’origine e gli sviluppi?
Il mio soprannome è nato quando ero molto piccola, non conosco esattamente le dinamiche. Forse avevo appena un anno quando mio papà mi chiamò Banana per la prima volta e da quel momento non me lo sono più tolta. Alcune persone che mi conoscono da quando sono piccola non si ricordano neanche il mio vero nome…

Come e quando hai iniziato a giocare a golf?
Prima di iniziare a giocare a golf correvo in pista con il go-kart. Poi un giorno il go-kart viene venduto e in cambio ricevo una sacca da golf. Avevo 11 anni, ne avrei compiuti 12 a dicembre. All’inizio i miei genitori me lo imponevano e io l’odiavo ma poi è scattato qualcosa… ora è la mia più grande passione.

Ti vediamo spesso sudare in campo pratica ai Ciliegi col tuo maestro Diego Fiammengo. Puoi descrivere una tua seduta di allenamento tipica?
Beh, diciamo che non ho una “seduta tipica” nel senso che cerco sempre di dividere al meglio il mio tempo tra gioco corto, putting green, campo pratica e campo. Magari ci sono volte in cui mi alleno di più su una parte del gioco perché sento la necessità, ma non ho un programma preciso di allenamento. Sarebbe corretto averlo ma prima di fare un programma di allenamento dovrei capire come vorrei farlo in modo che non diventi noioso e che effettivamente mi aiuti a migliorare.

E ci parli del rapporto col tuo maestro? Che cosa ti ha insegnato, soprattutto, Diego?
Diego è speciale. Adoro allenarmi con lui, soprattutto quando andiamo a fare le sfide in campo. È proprio durante queste che imparo di più… Un bravo maestro non è solo colui che sta in campo pratica a insegnarti lo swing (tutti sono capaci) ma soprattutto colui che ti insegna come ci si muove in campo, che ti insegna diversi tipi di colpi e soprattutto a divertirsi mentre si gioca.

Che cosa diresti a noi comuni mortali che volessimo raggiungere un handicap simile al tuo?
Considerando il fatto che sono anche io ancora una comune mortale (ovvero non ancora pro) da uno/a più forte vorrei sentirmi dire che dopo i sacrifici fatti, l’impegno e la passione impiegati negli allenamenti, alla fine si raggiungono gli obiettivi e se anche non si raggiungono si è dato il massimo e questa è la più grande soddisfazione della vita!

Quale ritieni sia la tua miglior qualità nel golf? E il difetto che vorresti eliminare?
Probabilmente la mia miglior qualità è la tranquillità che però può essere considerata anche il mio più grande difetto. Ci vuole adrenalina per giocare ad alti livelli e a me manca…

Come ti vedi, golfisticamente parlando, tra dieci anni?
Non penso moltissimo al mio futuro ma ultimamente ho un pallino in testa, le olimpiadi 2016! Detto ciò è molto probabile che dopo il college provi a passare pro e magari prendere una carta nel LPGA. Ovviamente vorrei essere una delle donne più competitive al mondo e perché no giocare anche nella Solheim Cup.

Oggi lo sport agonistico ci regala prestazioni eccezionali, gli atleti in molte discipline raggiungono risultati incredibili: che cosa ci dobbiamo aspettare nel golf negli anni a venire?
A mio avviso negli anni a venire ci si può aspettare grandi cose dal golf sia a livello nazionale sia internazionale: a differenza di anni fa dove il golf veniva visto come uno sport per vecchi, oggi è visto come uno sport agonistico dedicato ai giovani appassionati ed è così che questo gioco è ora all’altezza di essere praticato alle Olimpiadi. In più il miglioramento della tecnologia e la continua evoluzione dei materiali ha permesso apprendistato più veloce per i principianti e delle prestazioni maggiori per i giocatori già più esperti.

Quali sono gli aspetti determinanti nell’allenamento del golfista che possono portare a un miglioramento della performance?
Al contrario di quello che è comune pensare, l’allenamento per il miglioramento della performance non è interamente svolto sui campi: la preparazione mentale è altrettanto importante di quella fisica.

Cosa pensi della preparazione atletica e dell’alimentazione nell’ambito dell’allenamento golfistico?
La preparazione fisica sta alla base di tutto l’allenamento golfistico. Con un fisico atletico è molto più semplice dare il 100%, poiché è più facile mantenere la concentrazione. Un’alimentazione corretta è fondamentale per aiutare il fisico a reagire nel migliore dei modi soprattutto durante la competizione.

In Italia spesso i ragazzi che praticano sport agonistico hanno difficoltà a conciliarlo con gli studi e purtroppo non sempre gli insegnanti supportano chi si dedica alle competizioni. Tu come ci sei riuscita? E quanto tempo dedichi al golf?
Questo è un grosso problema; io ho infatti dovuto cambiare scuola a metà della terza superiore proprio per questo motivo. Ora frequento una scuola che mi permette a grandi linee di allenarmi. Purtroppo in Italia non si ha ancora la concezione di sport agonistico come in America, e infatti i grandi giocatori provengono dal continente americano piuttosto che quello europeo. Cerco sempre di dedicare al golf il maggior numero di ore possibili, anche se la qualità dell’allenamento è più importante rispetto alla quantità.

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set 09


Ho conosciuto Martina Migliori, giovane giocatrice di belle speranze, in una gara recente a Cuneo, che è il mio secondo circolo de facto (anzi, nel periodo estivo è quasi il mio circolo per eccellenza, il luogo dove ho trascorso molte mattine d’agosto a tirare palle come un forsennato alla ricerca del mio swing).

(In quella gara una volta sola sono riuscito a superarla con il drive, e solo di un paio di metri… ehm.)

Curiosamente saremo compagni d’avventura a Sutri tra pochi giorni. Mi è sembrato che le sue qualità golfistiche e il suo saper stare in campo siano doti interessanti da esplorare. Le ho fatto allora qualche domanda: qui a seguire la nostra conversazione.

Come e quando hai iniziato a giocare a golf?
A 13 anni, e nell’agosto 2004 ho preso l’hcp (anche se a 7/8 anni avevo già provato a tirare qualche pallina).

Che cosa rappresenta il golf per te?
Una via d’uscita dalla monotonia della vita quotidiana. Finita la scuola quasi tutti i ragazzi si iscrivono al’università, io invece mi sono data al golf! Diciamo che per me è uno sport, un divertimento ma anche un lavoro.

Sei passata da un handicap di 4.5 a inizio anno ad uno di 1.4 attuale, il che è un salto notevole (la barriera del 4 è uno scoglio grande per quasi tutti i golfisti). Mi racconti come hai fatto?
Nel 2009 avevo già raggiunto un hcp di 2.0, ma a causa della scuola non sono riuscita ad allenarmi come desideravo e sono ritornata a 4.5. Terminata la scuola ho deciso di darmi totalmente al golf, ma ad ottobre 2010 mi sono trovata in una situazione di stallo in cui non riuscivo a giocare neanche un 4 di hcp! Allora insieme a mia mamma ho deciso di provare a cambiare maestro: scelta vincente! Grazie al mio nuovo maestro – Giuseppe Bertaina – sono riuscita a fare un salto tecnico notevole che mi ha portato all’hcp attuale di 1.4. Sono passata addirittura dal giocare i ferri in grafite donna a quelli in acciaio Nippon uomo!

Mi descrivi una tua seduta di allenamento tipica?
Inizia con un bel riscaldamento che mi consenta di effettuare la pratica senza problemi fisici. Poi passo al campo pratica… ormai nei circolo in cui mi conoscono sono diventata una disgrazia perché tiro dalle 400 alle 800 palle al giorno! Finita questa sessione di pratica passo al putting green: al putt dedico circa un’ora, passando a contare quanti putt sbaglio da 1,20 metri (ieri sono arrivata a tirarne 100 di seguito senza sbagliarne nessuno!!!) fino a sfruttare tutto il putting green per i putt lunghi. L’approccio secondo me è la parte più difficile da allenare perché per farlo bene bisogna disporre di un’area approcci adeguata, cosa molto difficile da trovare. Alla fine dell’allenamento (se non è diventato ancora buio!) c’è sempre un po’ di tempo per fare una sfida tra amici.

Quante volte ti alleni la settimana, e per quanto tempo?
Mi alleno sei giorni a settimana e al golf cerco di passare più tempo possibile.

Quale ritieni sia la tua miglior qualità nel golf? E il difetto che vorresti eliminare?
La mia migliore qualità è che dai posti più difficili riesco a fare colpi incredibili… è più facile che mi parta un colpaccio da centro fairway! Una mia qualità è quella di essere medio-lunga con i ferri, cosa che mi permette di attaccare il green con un ferro 8/9 invece che con un 6/7. Un mio grande difetto è il gioco attorno al green, ma ci sto lavorando alla grande!

Mi parli dei tuoi programmi golfistici futuri?
La prima gara prevista nel mio programma è la preselezione presso il golf club le Querce per diventare maestra. A gennaio andrò in spagna a provare le prequalifiche per il LET.

Come ti vedi, golfisticamente parlando, tra dieci anni?
Mi vedo in un sogno! Spero di diventare presto professionista e di poter partecipare alle gare del tour. E nel caso non riuscissi a giocare potrò sempre tentare l’insegnamento!

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apr 29


Sarà un po’ perché mi ci vedo riflesso, ma mi interessano tantissimo le storie dei professionisti di golf – ci sono molte lezioni da imparare. Ho conosciuto Marta Cagnacci da poco tempo, grazie a mia figlia che ha iniziato il corso ai Ciliegi. Allora ho colto al volo l’occasione per farle qualche domanda.

Intanto, eccone una breve autobiografia:

Sono nata nel 1989, ho iniziato a giocare a golf a 6 anni perché giocava la mia famiglia. A 10 anni ho preso l’hcp alla Margherita; nell’estate del 2000 ho fatto le prime gare giovanili e con quelle mi sono appassionata sempre di più.
Nel 2001 ho preso il Brevetto e partecipato ai miei primi campionati nazionali; nel 2002 ho ottenuto il Brevetto Giovanile, e nel 2005 il Brevetto Nazionale; in quello stesso anno ho vinto il Pallavicino (campionato nazionale a squadre under 18) per il golf Margherita.
Nel 2006 ho vinto il ranking nazionale under 18 e sono entrata nella nazionale dilettanti.
Nel 2008, dopo aver preso la maturità linguistica, mi sono preparata per andare alla gara di preselezione per accedere al corso per diventare professionista.
Da gennaio ad aprile 2009 ho frequentato la scuola nazionale professionisti ottenendo la qualifica di tirocinante. Da quando sono professionista lavoro al GC Colonnetti; ho lavorato al GC La Margherita seguendo il club dei giovani e a Bardonecchia presso un piccolo campo pratica estivo.
Nel 2010 ho ottenuto la qualifica di assistente B sempre presso la scuola nazionale professionisti.
Oggi insegno al Colonnetti e ai Ciliegi (dove mi occupo del club dei giovani) e sono iscritta alla PGA italiana.

Ed ecco a seguire l’intervista. Tra parentesi quadre alcuni miei commenti.

Come e a che età ti sei avvicinata al golf?
A 6 anni: la mamma e i nonni giocavano al golf Girasoli, così io ho iniziato a frequentare il club dei giovani.

Perché hai deciso di fare del golf la tua professione?
Perché credo che non ci sia niente di meglio che fare della passione di una vita un lavoro!

Sei soddisfatta della tua scelta?
Assolutamente sì, non tornerei mai indietro; e soprattutto insegnare mi piace più di quanto mi sarei immaginata quando ho deciso di intraprendere questo percorso.

Nel tuo futuro golfistico vedi più l’insegnamento o i tornei?
Senza dubbio l’insegnamento! Diciamo che aspirare ai tornei sarebbe un po’ surreale – e comunque avrei dovuto pensarci prima!

Nei quattro giorni della tua gara per diventare professionista hai avuto risultati altalenanti (cosa che credo peraltro comune), ma con esito positivo. Puoi raccontarmi i tuoi ricordi e le tue sensazioni di quei giorni?
Mi ricordo perfettamente ciò che disse la mamma appena finita la gara: “I tuoi score sembravano un elettrocardiogramma, ci hai fatto patire!” E aveva ragione (85-74-82-76)!
Il primo giorno ero tesissima… me la tiravo nei piedi! I due giorni centrali ricordo di aver giocato (per quanto possibile!) tranquilla, mentre l’ultimo giorno ero di nuovo abbastanza tesa (avrei dovuto fare 79 per passare). E devo ammettere che il mio caddie, nonché carissimo amico, Alessandro Palomba, è stato fondamentale: ha saputo esattamente come muoversi per non darla vinta alla tensione (sempre punto debole nella mia carriera golfistica!).

Hai un tuo maestro? Se sì, quali sono gli aspetti più positivi dal lavoro che svolgi con lui/lei?
Il mio maestro è Andrea Aghemo, lavoriamo insieme dal 2005. Ultimamente vado a trovarlo poco e soprattutto sono molto indisciplinata nel mettere in pratica i suoi consigli (non faccio mai i compiti a casa)… diciamo che ora come ora sono una pessima allieva!
Comunque, tornando a quando mi allenavo un po’ più seriamente, non saprei dire su che cosa abbiamo lavorato meglio… non c’è un aspetto migliore di altri, abbiamo svolto – credo – un ottimo lavoro su tutto… gioco corto, lungo, tattica, strategia, preparazione atletica, aspetto psicologico, emotività (quest’ultimo con pessimi risultati!).

Qual è il campo che preferisci?
Scelta difficile… ce ne sono tanti splendidi… da Milano, al golf Torino, a Castelconturbia, al Gardagolf… anche se forse sul gradino più alto del podio metterei la Margherita: ci ho giocato per dieci anni e non mi sono mai annoiata.

Qual è il tuo colpo preferito?
Il drive.

E qual è, invece, quello che ti dà più ansia?
Il putt da 80 cm! [non mi sorprende: a parere di Dave Pelz, uno che la sa golfisticamente mooolto lunga, il putt corto è in assoluto il colpo più difficile nel golf]

Quanto conta a tuo parere l’aspetto mentale nel golf?
Sicuramente troppo!

Qual è il colpo più sottovalutato dal golfista medio, ovvero quello al quale dovrebbe dedicare più cura rispetto a quanto fa?
Tra approcci e putt si sprecano troppi colpi… quante volte capita di vedere giocare a ping pong intorno al green o alla buca? Mentre è già più difficile vedere giocare a flipper da una parte all’altra del fairway. E in ogni caso non si dice niente di nuovo, il golfista medio lo sa, è solo che non è divertente dedicarsi al gioco corto!!! [mi permetto di dissentire: tra le ore migliori che trascorro al golf ci sono senz’altro i momenti passati nella zona degli approcci e sul putting green; anzi, onestamente non so dire quale dei due preferisco... “perfect practice makes perfect”, per dirla con Vince Lombardi]

Grazie Marta!

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