Set 30

Arnold Palmer, US Open 1960, Cherry Hills

Arnold Palmer, US Open 1960, Cherry Hills


Domenica notte vai a dormire con gli occhi pieni delle immagini dell’atto finale della FedEx Cup, e lunedì ti svegli con una notizia che era di certo attesa e scontata, ma che a sentirla ti colpisce.

Ha detto Tim Finchem:

There would be no modern day PGA TOUR without Arnold Palmer. There would be no PGA TOUR Champions without Arnold Palmer. There would be no Golf Channel without Arnold Palmer. No one has had a greater impact on those who play our great sport or who are touched by it. It has been said many times over in so many ways, but beyond his immense talent, Arnold transcended our sport with an extraordinarily appealing personality and genuineness that connected with millions, truly making him a champion of the people.

E non c’è molto aggiungere. La sua vita golfistica è stata straordinaria, e allo stesso tempo la persona Arnold Palmer è stata – è – assolutamente eccezionale, lui così umile e gentile e riconoscente e nello stesso tempo intelligente e pratico.

A me colpisce tantissimo, quando penso a lui, lo scorrere del tempo: a guardare le immagini degli anni Cinquanta e Sessanta sembrava invincibile, immortale, e aver visto la sua fragilità all’ultimo Masters commuove, emoziona, scuote, appassiona e tocca nel profondo.

È facile diventare mielosi nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, ma insomma è pacifico che un Re è per sempre.

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Ago 05

Five Lessons
(La traduzione italiana della lunga citazione che inserisco a seguire si trova qui, grazie ad Andrea Gandolfi. Il grassetto è mio. Del secondo putt che Ben Hogan tirò in quell’occasione ho parlato qui.)

Twenty-five years ago, when I was 19, I became a professional golfer. I suppose that if I fed the right pieces of data to one of our modern “electronic brain” machines it would perform a few gyrations and shortly afterwards inform me as to how many hundreds of thousands of shots I have hit on practice fairways, how many thousands of shots I have struck in competition, how many times I have taken three putts when there was absolutely no reason for doing so, and all the rest of it. Like most professional golfers, I have a tendency to remember my poor shots a shade more vividly than the good ones – the one or two per round, seldom more, which come off exactly as I intend they should.

However, having worked hard on my golf with all the mentality and all the physical resources available to me, I have managed to play some very good shots at very important stages of major tournaments. To cite one example which many of my friends remember with particular fondness — and I, too, for that matter — in 1950 at Merion, I needed a 4 on the 72nd to tie for first in the Open. To get that 4 I needed to hit an elusive, well-trapped, slightly plateaued green from about 200 yards out. There are easier shots in golf. I went with a two-iron and played what was in my honest judgment one of the best shots of my last round, perhaps one of the best I played during the tournament. The ball took off on a line for the left-center of the green, held its line firmly, bounced on the front edge of the green, and finished some 40 feet from the cup. It was all I could have asked for. I then got down in two putts for my 4, and this enabled me to enter the playoff for the title which I was thankful to win the following day.

I bring up this incident not for the pleasure of retasting the sweetness of a “big moment” but, rather, because I have discovered in many conversations that the view I take of this shot (and others like it) is markedly different from the view most spectators seem to have formed. They are inclined to glamorize the actual shot since it was hit in a pressureful situation. They tend to think of it as something unique in itself, something almost inspired, you might say, since the shot was just what the occasion called for. I don’t see it that way at all. I didn’t hit that shot then — that late afternoon at Merion. I’d been practicing that shot since I was 12 years old.

Ben Hogan’s Five Lessons: The Modern Fundamentals of Golf, 1993 [la prima edizione è dell’ottobre 1957], 128 pp.

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Giu 03

Dan
Tramite questo articolo ho avuto in questi giorni la conferma che il Dan Plan è giunto al capolinea, e non con l’esito sperato. Dato che in questi anni ho considerato Dan McLaughlin come la mia “controparte” americana, e dato che ho preso tanti spunti da lui e dal suo progetto (ne ho parlato, per esempio qui, qui e qui), è questo il momento per proporre alcune mie considerazioni finali.

Per prima cosa, il massimo rispetto va a questa persona e al suo progetto. Certo, sarebbe facile dire adesso – il Cigno nero ce lo ricorda – che l’obiettivo era troppo al di sopra della sua portata, ma il fatto di averlo pensato, sognato, visualizzato e poi cercato è un grande merito di Dan.

Del resto anch’io qualche anno fa avevo l’idea di diventare un professionista (all’epoca ciò era consentito, poi il limite è stato riportato a quarant’anni di età: cosa che se da un punto di vista sportivo trovo corretta, non posso certamente dire lo stesso da un punto di vista per così dire costituzionale, ovvero di eguaglianza, ovvero di pari opportunità). Quando mi è stato chiaro, circa tre anni fa, che ciò non sarebbe stato possibile ho elaborato il mio piano B, che è quello di arrivare nei dintorni dello 0 entro i miei 55 anni di età. (Poi qui ovviamente si inseriscono considerazioni relative all’invecchiamento e alle motivazioni di cui ho parlato tante volte e che non ribadirò ora.)

Del resto la teoria delle 10mila ore – a proposito: sto leggendo proprio in questi giorni l’ultimo libro di Anders Ericsson, di cui dirò senz’altro nelle prossime settimane (ed è tra l’altro ironico che proprio questo libro ricordi in maniera ampia la storia di Dan) – dice “semplicemente” che con tale numero di ore di deliberate practice puoi raggiungere un livello professionale, ovvero di esperto, in qualunque disciplina umana (semplifico, perché la teoria è più complicata di così; e comunque si tratta di qualcosa oggetto di dibattito nella comunità scientifica, non certo di assiomi). Però da “esperto” a “giocatore del tour maggiore” ci sono almeno un paio di salti di categoria. E comunque non esistono allo stato prove che sia possibile partire da zero a trent’anni e arrivare a competere con i migliori. Perché in effetti è vero quel che dice Silvio Grappasonni quando Ernie Els esce dalla sabbia: che si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale. Al contrario le mie uscite dal bunker, come immagino quelle di Dan, per quanto praticate e raffinate col tempo saranno sempre “costruite”, avranno sempre e comunque un che di posticcio, di appiccicato che le rende di una categoria inferiore.

Sarebbe certamente interessante che Dan facesse un’analisi di questi anni, una sorta di bilancio di questa esperienza che è assolutamente eccellente. (È molto facile per noi, “della razza / di chi rimane a terra”, guardare che cosa fanno gli altri e criticare; ma essere nell’occhio del ciclone, ovvero buttare il cuore al di là dell’ostacolo è un atto che merita la massima considerazione e il massimo rispetto.) Questo sarebbe utile a noi golfisti “normali”, per cercare di capire qualcosa di più dell’apprendimento.

Lo dice anche l’autore dell’articolo succitato:

But if Dan leaves his “Plan” like it is now, we’ve gained nothing. We don’t know anything more about the ten-thousand-hour theory than we did before. I doubt Dan will do any kind of post-mortem as it really isn’t his style. He will say that he wants to focus on the positive and to keep looking forward. But, in failing, I believe that Dan has brought one of the major problems facing golf to the forefront. How people learn to play the game is broken and it needs to be fixed.

In ogni caso il punto centrale non cambia: è solo la pratica concentrata e focalizzata che ti farà diventare il golfista migliore che tu possa diventare. E questo Dan l’aveva capito da tempo. Non sei arrivato in fondo ma te la sei giocata bene, hai il mio massimo rispetto per questi anni che hai dedicato a questa avventura. Well played, dear Dan.

Apr 08

Honorary Starters (L-R) Masters champion Jack Nicklaus, Masters champion Arnold Palmer and Masters champion Gary Player of South Africa pose for a photo on the No. 1 tee during Round 1 at Augusta National Golf Club on Thursday April 7, 2016.

Honorary Starters (L-R) Masters champion Jack Nicklaus, Masters champion Arnold Palmer and Masters champion Gary Player of South Africa pose for a photo on the No. 1 tee during Round 1 at Augusta National Golf Club on Thursday April 7, 2016.


Il Masters è una gara a sé, questo lo sappiamo – l’atmosfera è unica, non c’è molto da aggiungere.

La storia del primo giorno per me è una sola: la presenza di Arnold Palmer sul primo tee, alle 8.05 ieri mattina, ora di Augusta, a guardare, seduto, gli altri due honorary starter, altre due leggende al pari suo, aprire ufficialmente la competizione.

La sua compostezza, il suo sguardo. I suoi pensieri.

Cinque anni fa lasciò scadere, senza rinnovarla, la sua licenza da pilota. Accettare la vita che passa, il tempo che scorre.

Questo video dice molte cose.

Not driving this year, but forever a part of the Masters tradition, please join me in a welcome, a salute and a heartfelt thank you to our four-time Master champion, Mr Arnold Palmer.

I suoi occhi lucidi. Suona come una specie di addio, ma un Re è per sempre.

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Nov 20

Edoardo Molinari
Be’, io ho provato un’emozione, ieri.

Quel che ha fatto Edoardo Molinari – prendere l’ultimissimo posto dell’ultimo treno per l’European Tour – dice tanto del carattere del giocatore. È una bella storia da raccontare e da ricordare. Ieri aveva segnato un doppio bogey alla sua quinta buca, il che lo poneva di cinque colpi fuori dal taglio. Cinque colpi da recuperare in tredici buche… non bruscolini. Ma ha subito reagito con un birdie alla buca successiva, e poi con altri quattro nelle sue seconde nove per entrare nel taglio col numero massimo di colpi necessari.

Su Twitter ha chiosato:

Call it destiny, guts, hard work, desire or simply luck…but this 32 on the back nine is second only to my back nine in Gleneagles in 2010!

E il commento più bello a mio avviso è stato quello di Gonzalo Fernández Castaño:

As I told you a few weeks ago: form is temporary, class is permanent. #bravo

Un giorno un amico mi disse di averlo incontrato al supermercato, e ovviamente avergli fatto i complimenti per il gioco. Ecco, con un personaggio così mi piacerebbe passare del tempo, sentirlo raccontare di golf ma non solo. Perché ieri ha fatto molto di più di un giro di golf: ha segnato una strada, ha dato l’esempio per tutti noi, ha fatto vedere che il lavoro duro paga.

E poi mi è anche venuto in mente quel giorno di sei anni fa, un’altra bella pagina di golf. Ma del resto la sua carriera è lunga e contiene tanti episodi significativi. Alti e bassi, ma sempre con emozione e partecipazione.

Edoardo Molinari, grande talento e soprattutto grande lavoratore. Call it a day.

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Apr 10

Sì, il post di oggi è abbastanza “telefonato”. Però quando arriva la settimana del Masters è come se il golf salisse di un gradino, perché tutto in quell’ambito è assolutamente perfetto. Questa competizione, poi, si inquadra in un contesto generale di splendidi tornei del PGA Tour: ho ancora davanti agli occhi, per dire, il putt alla 72ma di Padraig Harrington per andare al play-off all’Honda Classic, così come il fantastico play-off al Valspar e la vittoria di J.B. Holmes allo Shell Houston Open di domenica scorsa.

Ma il Masters, il Masters è un’altra cosa. E allora oggi rammenterò alcuni episodi della prima giornata che ho apprezzato particolarmente.
AP
Il tee shot alla 1 dell’honorary starter Arnold Palmer.
Lui che dice: “I just don’t want to fan it”.

I tweet del sempreverde Dan Jenkins. Come questo:

65-year-old Tom Watson is one under through 11. What’s he trying to do, kill golf?

Chiedersi perché i mostri sacri debbano giocare se non riescono a stare sotto i 90. Forse la presenza di Olazabal e Couples è sensata, ma perché Ben Crenshaw – leggenda vivente del gioco del golf – deve “sporcare” il suo mito tirando novantuno colpi [sic] qui?

Ernie Els e Jordan Spieth, che potrebbero essere comodamente padre e figlio, appaiati in testa per una mezzoretta.

Le tribolazioni di Tiger, che finisce in acqua dal tee con un ferro 8. (Il che è anche un bel messaggio di speranza per tutti noi “normali”.)

La magia del Masters.

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Mar 06

Sam Little
Oggi raccontiamo la storia di Sam Little, prendendo spunto da questo articolo apparso sul numero di gennaio/febbraio di “Golf Today”.

Little è un professionista che ha giocato sullo European Tour dal 2005 al 2010. Il suo risultato migliore è un secondo posto al Mallorca Classic del 2007, ultimo torneo della stagione che lo fece passare da sicuro escluso (era oltre il 170° posto prima del torneo) al mantenere la carta per la stagione successiva.

En passant mi viene da pensare: magari se quel torneo l’avesse vinto, anziché arrivare secondo, la sua storia oggi potrebbe assomigliare di più a quella di Oliver Wilson.

Ma il golf in questo è magnifico come crudele, in quanto fagocita i miti stessi che crea. E Little è soltanto uno tra i tanti: il golf professionistico è pieno di ragazzi dal grande talento, il cui handicap quando sono passati professionisti era abbondantemente positivo, che poi vivacchiano sull’Alps Tour. Anche queste sono storie da raccontare.

L’anno scorso ha vinto 18.700 dollari, mentre una stagione sul Challenge non costa meno di 50mila euro. Alla fine la prosa ha vinto sulla poesia, e da poco Little (pur essendo ancora tra i primi 1200 giocatori al mondo) ha iniziato una nuova carriera presso un’agenzia che gestisce talenti sportivi. Si occupa della parte relativa al golf, e in questo – direi – appare fortunato: perché anche se è passato dall’altra parte rimane comunque nell’ambito che ha sempre costituito la sua vita professionale.

Le cose paiono essersi rimesse su binari giusti. E auguri per la tua nuova vita, Sam.

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Nov 14

Oliver Wilson dopo la vittoria all'Alfred Dunhill Links Championship

Oliver Wilson dopo la vittoria all’Alfred Dunhill Links Championship


A volte ritornano.

Oliver Wilson ha fatto il suo ingresso nello European Tour nel 2005, a 24 anni. Da lì sono seguiti anni brillanti, sia pure con qualche ombra: tra il 2006 e il 2009 è finito per nove volte secondo in tornei del tour. (Una sorta di maledizione, un emulo di Snead o Mickelson allo US Open?)

Nel 2008 arrivò fino al 45° posto della classifica mondiale, e si qualificò anche per la Ryder.

Poi il declino, inesorabile e nemmeno tanto lento. Alla fine del 2011 perse la carta. E da lì sono stati quasi tre anni di calvario, soprattutto sul Challenge dove ha ottenuto pochi risultati.

A che cosa pensa un giocatore professionista quando la palla non va più dove vuole lui, e nemmeno scendere nella serie minore funziona?

Come ha detto in un’intervista, in Kazakistan ha messo in discussione tutto (da solo in un’anonima camera d’albergo, suppongo). Che cosa passa per la testa di un giocatore professionista appena dopo i trent’anni, quando dovrebbe essere al suo teorico massimo e invece non riesce più a prenderla?

Ha mandato due video del suo swing a Robert Rock. Lui gli ha detto dove sbagliava, e quello è stato – per sua ammissione – il turning point.

All’Alfred Dunhill Links Championship di quest’anno è entrato grazie a un invito di uno sponsor. La domenica, quando Fleetwood ha sbagliato il putt che l’avrebbe mandato al playoff, la sua faccia ha detto tutto: calvario gioia sofferenza lunghi anni incerti sollievo.

Da numero 792 del mondo a numero 39 del tour in una settimana solamente, e carta assicurata fino alla fine del 2016. There is hope for us all.

Well done, Oliver.

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Lug 25

Arnold Palmer
Il post di oggi è una meditazione “filosofica” sul leggere di golf. Il motivo scatenante è questo libro, la principale biografia esistente su “The King”. Tecnicamente è un’autobiografia; in realtà è stata scritta da quel mago che è James Dodson ed è il frutto di tre anni di conversazioni e ricerche in casa Palmer sul finire degli anni Novanta.

(Dodson è anche l’autore della biografia autorizzata del mio “mito” – a proposito, è un po’ che non ne parlo ma è spesso nei miei pensieri.)

Dei golfisti passati alla storia, Palmer non è mai stato tra i miei favoriti; ma sono simpatie, non c’è un motivo vero. Questo libro mi ha aiutato ad approfondire l’aspetto che più mi piaceva e mi piace di lui, quel suo essere un vero signore, un raro gentleman, sul campo e, soprattutto, fuori.

(Ricordo di aver letto da qualche parte che Palmer un giorno stava per pattare quando un bambino si mise a parlare. La mamma lo zittì. Lui si rimise pazientemente sulla palla e il bambino, di nuovo, aprì la bocca. Alla terza volta la mamma era atterrita, pronta a ricevere una lavata di capo da Palmer e lui le disse: “Non si preoccupi, signora. Il mio putt non è così importante, dopotutto”.)

Ma al di là dei contenuti specifici del volume il punto per me è questo: leggere le biografie dei grandi campioni ti mette voglia di andare in campo a tirar palline allo sfinimento, di provare e riprovare e provare ancora tutti i colpi per diventare il golfista migliore che tu possa diventare. Anche senza arrivare alle magie di Hogan, conoscere le gesta di questi grandi uomini ti fa venire il desiderio di essere un golfista migliore.

E questo, per me, è il miglior regalo che Arnold Palmer mi possa fare.

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Apr 11

Maria Pia Gennaro
La notizia mi è arrivata all’improvviso, potente e devastante come una fucilata, tramite la pagina FB di Golf Today. Subito non capivo che cosa significavano quelle due date, 1955 e 2014, messe lì accanto alla sua foto. Poi mi sono reso conto.

Ebbene, io non posso dire di aver conosciuto Maria Pia Gennaro a fondo – l’ho incontrata in due occasioni all’Open –, ma ci siamo scritti tante volte e dunque nel tempo un poco di confidenza si era creata. Ora vorrei – soprattutto per il mio bisogno di dover razionalizzare eventi che di razionale hanno ben poco – dire qualche parola sul rapporto che mi ha legato (e mi lega) a lei.

La conobbi all’Open di tre anni fa, dopo uno scambio di mail. Lei mi diede fiducia e da lì iniziò la mia collaborazione con “Golf Today”. Di lei conservo le mail che, invariabilmente finivano con “un abbraccio”, a testimonianza di un rapporto cordiale e non solo formale. In un mondo di squali, una parola sincera di apprezzamento per un tuo collaboratore ha un valore inestimabile, perché racconta tanto della persona che sei e non solo di carriera, denaro, fama e così via.

La incontrai poi all’ultimo Open, e ricordo il suo sguardo pensieroso quando mi vide; ma fu una sorta di simpatico siparietto, perché parve non riconoscermi e quando le dissi chi ero rispose “Sì, lo so chi sei, ma stavo pensando a quel vaso laggiù” (i vasi dell’amico Pat che decoravano lo stand della rivista). Ne ridemmo.

(Poi a volte penso alle nostre miserie umane, io che domenica scorsa le ho mandato gli articoli per il prossimo numero chiedendole il PDF del precedente da mettere qui. Se c’è un fatto che questo episodio minimo deve insegnarmi è quello di lasciar perdere le piccolezze e guardare il quadro generale, gli obiettivi che ci siamo dati, le cose che davvero sono importanti nella vita.)

Insomma è stata una conoscenza non approfondita ma che mi rimarrà sempre dentro. Mi considero molto fortunato per averla avuta come direttore in questi anni; e sì, le ho scritto più volte che la stimavo moltissimo, però porto dentro di me il rammarico di non averle detto mai quanto era davvero brava. Ma, col dottor Seuss, dirò:

Don’t cry because it’s over. Smile because it happened.

E che il sonno, mia cara Maria Pia, ti sia leggero.

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