Ott 21

practice
Il post della settimana scorsa mi era stato “dettato”, a mo’ di “sfida”, da un amico che desidera perdere qualche colpo. Allora ho cercato di identificarmi in lui e ho scritto un programma dedicato al gioco corto e al putt per cominciare ad andare in quella direzione. Se poi l’amico si impegnerà in quel senso, o se qualcun altro lo chiederà, passeremo alla “fase 2”.

Nello stesso giorno Fabio dice:

Ti chiederei di fare un programmino simile anche sulla pratica del gioco lungo.

Allora, per non farlo aspettare ad kalendas (perché mesi fa ho fatto un’altra promessa non ancora mantenuta), ecco qui una lista imperfetta e parziale quanto si vuole ma comunque reale per la pratica del gioco lungo.

Con due premesse: innanzitutto, ovviamente non sono un pro, ma – diciamo – un dilettante curioso, e dunque i miei suggerimenti vanno presi come parole di un amico e poco più; secondariamente, se il gioco corto e il putt sono territori per me molto familiari, di cui conosco asperità e sotterfugi, segreti e promesse, lo swing completo è per me un “luogo” col quale ho minor confidenza, dove mi muovo con meno sicurezza. (E del resto, come dice Massimo Scarpa, se lui e io dovessimo fare una gara di swing, mille volte su mille vincerebbe lui; mentre in una gara di putt o di gioco corto è possibile che ogni tanto potrei dire la mia.)
Con questi presupposti via, si va! (L’ordine è casuale.)

1. Cambiare spesso bastone
Questo è importante: a meno che non si stia sperimentando un cambiamento specifico del movimento, non ha alcun senso tirare, chessò?, cinquanta ferri 7 di fila, sia perché è una situazione del tutto teorica, sia perché la curva di apprendimento avrebbe una discesa verticale dopo il quarto o quinto colpo. Quindi suggerisco di cambiare bastone dopo 4-6 colpi, qualcosa del genere.

2. Non farsi prendere dall’ossessione della lunghezza
Questo vale soprattutto per i ferri, che sono strumenti di precisione e non di distanza. È dunque molto più importante sapere che, per dire, col ferro 7 faccio da 138 a 145 metri piuttosto che tirane uno a 160 e l’altro a 130 – col risultato che in campo non saprei più che bastone usare per un dato colpo.

3. Il driver c’entra molto con l’ego, ma deve essere utilizzato con bel deuit
È giusto e comprensibile e divertente tirarla lunga, ma a meno che non si sia davvero lunghi nell’economia del gioco ha più senso tirarla diritta.

4. Il ritmo!
Ritmo è una parola che può suonare ambigua, e certamente è una sensazione difficile da descrivere. Ma nello stesso tempo credo che sia la parola più importante legata allo swing pieno. Uno swing ritmato, cadenzato, senza fretta è certamente quello che può dare i risultati migliori.

5. L’importante è poco e spesso
Non serve passare un pomeriggio intero in campo pratica allo ricerca del Santo Graal. Se nel putt ho sperimentato che dopo quaranta minuti la pratica non mi serve più a nulla, perché le forze mentali sono drenate, con lo swing pieno direi che dopo un’ora di pratica l’utilità diminuisce molto. Meglio, per dire, un’ora tre volte la settimana che quattro ore di seguito una volta la settimana. Decisamente molto meglio.

6. Tirare palle all’impazzata, una dopo l’altra senza riflettere, non serve a nulla
Magari è divertente, ma dal punto di vista dell’apprendimento vale zero. Ogni colpo deve essere riflettuto e pensato prima dell’esecuzione, ed esaminato e sviscerato dopo. Quindi in un’ora di pratica possiamo tirare qualcosa come cinquanta palline, forse qualcuna (ma non tante) di più. Di sicuro dopo la centesima l’attenzione non può essere molto alta, e di conseguenza è poco ciò che si può apprendere.

7. Obiettivi specifici
Ogni volta che tiriamo una pallina dobbiamo mirare a un obiettivo il più specifico possibile. “Somewhere down in the middle” non ha alcun senso. Un green (a seconda della conformazione del campo pratica) è già un poco meglio. Un albero va bene. Un ramo di albero però è meglio. La foglia del ramo di un albero, o lo 0 centrale del cartello dei 100, è l’ideale.

8. La strada verso il circolo
Io trovo che la mia pratica è molto più redditizia se nei venti minuti che mi portano al circolo penso a quel che voglio fare, a come lo voglio fare, a quali sono gli obiettivi di quel giorno; e poi nei venti che mi riportano a casa penso a quel che ho fatto, a che cosa ho imparato, a quel che voglio fare ancora.

9. Tenere un diario
Questo punto è assolutamente fondamentale. Dico tutto qui.

10. I training aid sono utili…
… ma non facciamone una malattia. Negli anni ho imparato molto di più da attrezzi semplici che mi sono costruito da solo senza spesa che non da strumenti comprati apposta perché soddisfacevano sì il mio ego, ma portavano poca sostanza.

Ecco fatto. Ora attendo i feedback!

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Ott 14

putt
Allora, le cose stanno così: un golfista che conosco, e anche lettore di questo blog, ha il problema tipico di tanti golfisti: che gira a destra anziché a sinistra. Ovvero: se andiamo con la mente alla struttura dei Ciliegi (luogo dove per me è naturale immaginare la pratica), arrivando in fondo alla discesa anziché proseguire diritto, cosa che lo porterebbe al campo pratica, gira a destra per il tee della uno.

È una situazione assolutamente tipica, propria di tantissimi golfisti. E, intendiamoci: non c’è nulla di male in questo. Non sei sempre alle Olimpiadi, puoi scegliere benissimo di giocare solo per divertirti, stare con gli amici in un bel luogo eccetera senza voler arrivare a diventare il golfista migliore che tu possa diventare.

Ma lui vuole andare oltre. Mi ha chiesto di dargli una mano, di preparargli una scheda.

Allora, mio caro Beppe, facciamo un patto: tu ti impegni a fare quello che è scritto qui sotto e quel che ti dirò nelle settimane a venire, senza riserve e senza scuse, e io ti garantisco che l’obiettivo che dà il titolo a questo post verrà raggiunto.

Prima cosa (questo l’abbiamo già detto a voce, ma lo ripeto qui per beneficio di chi legge): ci concentriamo sul gioco corto e sul putt. Solo sul gioco corto e sul putt, di fatto dimenticando (o quasi) il gioco lungo. Questo perché se un handicap medio desidera perdere velocemente qualche colpo bisogna che si concentri sul gioco dai cento metri in giù, mentre il gioco lungo farà solo una differenza assolutamente marginale. Quindi anche se tu nei prossimi mesi non andrai mai a praticare lo swing pieno non infrangerai il nostro patto.

Visto che tu puoi dedicare una certa quantità di tempo al golf, stabiliamo tre sessioni di pratica la settimana da un’ora e mezza: 30 minuti di putt e un’ora di gioco corto. Ecco come per ora le strutturiamo.

Putt
Dopo 2-3 minuti di riscaldamento sui putt medi e lunghi, solo per acquisire il feeling del giorno, iniziamo a lavorare sui putt da 8-10 metri. Dieci minuti, con l’obiettivo di mettere il putt in un cerchio da 60 centimetri (anche se il pensiero deve essere sempre quello di imbucare – l’accosto è il nemico di chi vuole scendere di handicap).
Poi facciamo dieci minuti di putt da 2-4 metri, con l’obiettivo di imbucarne il più possibile.
Finiamo con cinque minuti di putt da un metro, colpo che è in assoluto il più difficile – per chiunque – nel golf: l’obiettivo qui è imbucarne un certo numero di fila, e poi migliorare quel numero ricominciando ogni volta daccapo. (Phil Mickelson docet.)
Fai questo tre volte la settimana per almeno tre settimane. Dopo di che passeremo agli esercizi strutturati, ai giochi, alle competizioni (no, non con gli amici, con te stesso – il tempo passato in campo pratica con gli amici non conta come pratica). Ma prima bisogna che tu passi questo scalino.
gioco-corto
Gioco corto
In questo settore di gioco si possono applicare e inventare tantissimi giochi (li vedremo), ma per ora cominciamo così:
– mezz’ora di approcci, cominciando dai 100 metri per scendere fino ai 15-20. Esempio: 10 colpi da 100 metri, e ti annoti quanti green prendi. Idem da 80, 60, 40 e 20. L’obiettivo della sessione di allenamento successiva sarà di migliorare quella percentuale;
– un quarto d’ora di chip, sperimentando diverse lunghezze e diversi bastoni. (Io un tempo adoravo il ferro 9 per questo colpo, ora preferisco il pitch; ma è tutta questione di feeling e di pratica.) Suggerimento: prova dei colpi “assurdi”, colpi che non farai mai in campo ma che ti possono aiutare a sviluppare sensibilità. Esempio: chip di 5 metri col ferro 5;
– un quarto d’ora di uscite dal bunker, variando spessissimo i colpi (uscita corta, media, lunga; sponda alta e bassa; palla infossata eccetera).

Tra un esercizio e l’altro prenditi un paio di minuti di relax: questo ti serve sia per interiorizzare quello che stai imparando, sia per non sovraccaricare la mente.

Tieni un diario.

E se piove? Se piove si pratica lo stesso. E anche se fa freddo; e anche se fa molto freddo. Se nevica sei scusato (ma puoi praticare sul tappeto del salotto).

Ora per un po’ hai da lavorare, mio caro Beppe… E ricorda che monitoriamo i risultati. Fino alla prossima puntata!

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Mag 13

Ieri pomeriggio arrivo in campo pratica alla Margherita per la consueta sessione di allenamento e una lieta sorpresa mi attendeva alla macchina distributrice di palline:

palle nuove

È una piccolezza, se vogliamo, ma si tratta di un cambiamento che non solo era necessario, ma che può portare benefici al golfista e, di riflesso, al circolo. Al golfista, che sente finalmente di poter praticare con delle “vere” palline di campo pratica e non solo con palle che provengono dalla notte dei tempi (teatralmente parlando, ma non siamo lontani dalla realtà); al circolo, che guadagnerà in immagine complessiva e in vendita di gettoni.

Ho subito preso un paio di gettoni, per sentire la differenza.

(Fatto che non c’entra niente col discorso ma c’entra, e come!, con la pratica e che mi ripromettevo da un po’ di scrivere qui – eventualmente lo approfondirò in futuro –: quando sono in campo pratica prendo sempre un gettone per volta, anche se piove, anche se sono lontano dalla gettoniera e così via: questo perché la camminata tra la postazione del momento e la gettoniera ogni venti palle o che mi permette di elaborare meglio e più a lungo i pensieri di quel momento relativi allo swing, di distenderli, per così dire: insomma di applicare nella maniera migliore quella spaced practice che è poi l’essenza della pratica stessa, è la maniera migliore di imparare in campo pratica. È un piccolo suggerimento che mi permetto di dare ai miei venticinque lettori.)

Comincio a tirare queste palline. Le sensazioni sono – com’è logico aspettarsi – completamente diverse rispetto a quelle che mi avevano accompagnato fino alla mattina precedente. Le palle sono vere palline da campo pratica, tutte uguali, con un volo prevedibile. Dunque la pratica alla Margherita da questo momento in poi non avrà più scuse!

(Ricordo calcoli fatti anni fa ai Ciliegi quando anche là arrivò un carico di palle nuove, e io immaginai che nel giro di un paio d’anni avrei colpito tutte quelle palle, una per una. Parlami di qualcuno che adora la pratica!)

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Nov 15

glass panel
… sarei in grado di portare in un massimo di tre anni qualunque golfista (l’accento è sull’aggettivo) con handicap alto, o anche neofita, ad almeno 15, e fino a 4 chiunque abbia un minimo di talento – però deve fare come dico io.

Sì, perché i risultati nel golf sono “solo” applicazione e matematica: applicazione, ovvero volontà di provare, riprovare e provare ancora i colpi fino a che ci si avvicini alla propria soglia per quel gesto (o per la parte mentale o quella atletica, o comunque per qualunque aspetto che riguardi il golf); matematica, ovvero misurare perché “what gets measured gets done”.

Invece, troppe volte vedo che si pensa che comprare la soluzione (l’accento è sul verbo) – come per esempio l’ultimo modello di driver RocketballXYZ al titanio rinforzato da 500 euro – risolva il problema. No, non e ancora no: il tuo swing è nella polvere del campo pratica – Ben Hogan docet, e solo tu – solo tu, tu e nessun altro – puoi tirarlo fuori di lì.

Vediamo appunto che cosa dice Hogan al riguardo:

As I see it, there’s nothing difficult about golf, nothing. I see no reason, truly, why the average golfer, if he goes about it intelligently, shouldn’t play in the 70s – and I mean by playing the type of shots a fine golfer plays.

[Per come la vedo io, non c’è niente di difficile nel golf, proprio niente. Non vedo davvero alcuna ragione perché un giocatore medio, a patto che agisca in modo intelligente, non debba giocare nei 70 – e intendo giocando il tipo di colpi che gioca un ottimo golfista.]

Tolle et lege, insomma. O meglio ancora: smetti di leggere e vai a praticare (in modo intelligente, però!).

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Nov 01

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“What gets measured gets done” è uno dei mantra della gestione ottimale di un’azienda, ma si applica anche al golf. La differenza è che il golf è in parte scienza e in parte arte; cionondimeno i numeri aiutano a capire i fenomeni, e come!

Scopo di questo articolo non è dunque “convincere” il lettore di questo fatto, che do per assimilato, ma presentare uno strumento tra i tantissimi disponibili che credo utile alla bisogna.

Mi sono imbattuto qualche settimana fa, tramite la lettura di questo libro, nel Tucker Short Game Test, una prova – ideata da Jerry Tucker – che serve a verificare in maniera completa lo stato del proprio gioco corto, e di conseguenza scoprire quali sono le aree che richiedono miglioramento nell’ottica finale di abbassare lo score.

È un semplice foglio. Un esempio si trova qui. La versione contenuta nel libro di Gio Valiante è qui.

La sostanza è questa: si effettuano cento colpi (coi wedge, col pitch e col putt) che simulano tutte le condizioni che virtualmente possono capitarci in un giro in campo dalle 90 iarde in giù. Per ogni colpo che raggiunge l’obiettivo (esempio: putt imbucato da 9 piedi, messo dato da 20, uscita dal bunker messa entro i 4 piedi da 20, wedge messo entro i 9 piedi da 90 iarde e così via) si ottiene un punto, e il risultato finale sarà dunque un numero compreso tra 0 e 100 che esprime il nostro handicap virtuale sul gioco corto.

Ma di più: saranno immediatamente chiare le zone specifiche del gioco corto su cui occorre lavorare.

Alcuni dettagli su come effettuare il test di trovano qui (tra parentesi: ho già parlato altre volte di John Graham, ribadisco che è un maestro da seguire).

E ora via, a misurare.

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Gen 18

Graeme McDowell hits his second shot out of the bunker on the eighth hole
Per vincere le paure bisogna prima definirle: questo è un fatto. La paura del bunker, che attanaglia troppi golfisti, ha molto dell’irrazionale; e questo si può comprendere. Tuttavia, a esaminare i fatti appare chiaro che questo è uno dei colpi più semplici nell’intera gamma del golfista: non devi nemmeno colpire la palla!

Eppure il problema resta. Come superare questo impasse?

Primo (ovvio) suggerimento: mezz’ora col maestro. Il rischio è che il gioco corto sia, come il putt, solo un pensiero laterale, un dettaglio dell’ultimo minuto nella mente del golfista. Mentre sappiamo bene che, se tutti i colpi hanno la loro importanza, la maggior parte dei colpi sono quelli che facciamo dai 100 metri in giù – e l’uscita dl bunker ha un’importanza capitale nella questione.

E il maestro può, in un tempo molto breve, togliere idee stratificate magari di anni dalla nostra testa. (Perché è chiaro che la tecnica è importante, ma la mente guida tutto quanto.)

Secondo punto: praticare! È fondamentale trascorrere mezz’ora ogni tanto – mezz’ora un paio di volte al mese, e che sarà mai? – in bunker. Non per tirare mille palline: magari soltanto 50, ma pensate.

Da un punto di vista della tecnica, gli accorgimenti sono pochi e standard:
– piedi affondati nella sabbia;
– peso sulla gamba sinistra;
– piede sinistro aperto, linea di tiro a sinistra;
– bastone aperto (no, più aperto di quello che pensi);
– mezzo swing piuttosto verticale da ore 9 a ore 3, colpendo la sabbia prima della palla.

Questo è il colpo standard, poi ovviamente i casi particolari vanno trattati in maniera differente. Ma questo è il colpo che capiterà la maggior parte delle volte in bunker.

E poi sai che c’è? Che il colpo dalla sabbia è divertente.

Dic 23


Accennavo la settimana scorsa ad un principio fondamentale per un golfista: l’idea che la pratica sia il più difficile possibile, in maniera che il campo diventi il meno complicato possibile.

Ecco, è un’idea semplice ma gravida di corollari e conseguenze. Ci sto riflettendo molto. L’acceleratore è stato questo libro, che prosegue – dal mio punto di vista – il discorso che ho iniziato con quest’altro. Ne scriverò più estesamente in futuro, qui, su “Golf Today” e nell’ebook che sto preparando.

Ad ogni modo, più che un singolo concetto si tratta di un’insieme di concetti che si intrecciano tra di loro. Innanzitutto il golf è divertente e in questo modo va inteso (questa è tra l’altro la singola lezione più significativa che Davis Love III ha appreso da quel grande maestro che era suo padre).

E poi, però, deve avere uno scopo, degli obiettivi, un contesto: per esempio che ci faccia diventare i golfisti migliori che possiamo essere. Non dei campioni, non dei professionisti, non necessariamente dei golfisti con l’handicap a una cifra: semplicemente i golfisti migliori che possiamo diventare. Esprimere il nostro potenziale al massimo.

Ebbene, uno strumento per arrivare lì è proprio quello di rendere la pratica difficile, in maniera che il campo sia poi facile (in senso relativo, è ovvio). Occorre praticare quindi sempre con uno scopo ben chiaro in mente, con degli obiettivi precisi, pensando molto e non semplicemente tirando una pallina dopo l’altra.

E una della modalità possibili per fare questo è proprio il gioco “Facciamo che io ero…” Del resto chi sa chi ha inventato questo gioco, nel golf? E poi anche Tiger ci gioca:

As a kid, it’s the way I learned to excel, to put myself in challenging positions. When I’m out practicing alone, I still do the same thing, like imagine some announcer going, Here’s Tiger Woods on the 18th hole, tied with Ben Hogan, Jack Nicklaus and Bobby Jones. Can he put this 3-wood on the right side of the fairway? It’s always about that inner battle. Can I or can I not do it? Your heart’s going. That’s the beauty of it.

E tra l’altro, in quella stessa intervista Tiger – parlando del padre – dice una cosa forse scontata ma interessante:

The cool thing about Pops is that through all the years, he kept it fun. Always competitive, always challenging, always fun.

Allora arrivo al titolo del post. Sanremo è il campo che io adoro maggiormente, tra quelli che conosco. Il circolo ospiterà a fine gennaio il Trofeo Sanremo, un classico del periodo (e la gara che tre anni fa inaugurò questo blog, by the way). L’altro ieri, ultimo giorno di apertura del mio circolo prima della pausa natalizia, ho passato un’ora in campo pratica giocando nella mia mente tutte e 18 le buche di Sanremo, dal tee della 1 all’ultimo putt alla 18.

Istruttivo e divertente. C’è molto da studiare, ma il cerchio si chiude.

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