Dic 16

Questa mattina c’erano tre gradi, e io ero alla Marghe a fare lezione. Temperatura al limite, ma notavo dentro di me come sia interessante lavorare sullo swing, perché tratti qualcosa di assolutamente vivo e cangiante nel tempo, sia per i pensieri che per la pratica che per il tempo che passa, oltre che per altri aspetti minori come il tempo atmosferico, ad esempio; e altri ancora meno visibili ma fondamentali come le sensazioni.

Oggi, comunque, non voglio parlare di me: questo è un breve racconto di sensazioni. Ho trovato che il luogo fosse discretamente popolato, per essere una fredda e grigia mattina di dicembre. Ed è così che un campo pratica dovrebbe essere sempre: popolato di persone seriamente interessate a migliorarsi.

È questo, comunque, un bel periodo per il golf. Dicembre e gennaio, che apparentemente sono mesi in netto contrasto con il golf, sono di fatto il periodo in cui si possono sperimentare cambiamenti che daranno i loro frutti nell’estate a venire; la pratica procede tranquilla perché non necessita di risultati immediati ma è sostenuta da una visione di respiro ampio.

Magari poi non si concluderà nulla, o magari sì; ma questo, in fondo, non è importante. Perché anche il golf, in sé considerato, non è importante; invece è importante, è fondamentale la tua idea di golf, il tempo e la passione che tu hai messo, metti e metterai nella pratica golfistica. Alla fine l’handicap è una stelletta che ti rende fiero ma di cui agli altri non importa nulla. E comunque avere il tempo di “scolpire” il movimento, di provare e riprovare è il bello, il vero bello, del golf decembrino.

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Set 16

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Ieri è stata una giornata dedicata quasi completamente a vari aspetti del golf. Più d’uno è ancora da digerire – che io sia lento lo so dalla notte dei tempi –, e questo post serve anche a mettere ordine nei pensieri.

Dopo tanto tempo sono ritornato a fare lezione col mio maestro “di sempre”, colui che è per me un amico prima ancora che un insegnante, colui che mi ha preso intorno al 9 e portato intorno al 3-4 (bravo a lui!). Le cose che ho sperimentato e sentito ieri le devo ancora digerire, ma insomma intanto sedimentano dentro di me.

Il giorno prima avevo preso in prova i nuovi ferri. Sono fuori produzione, perché il marketing ha le sue leggi ferree, ma la realtà è che non necessariamente serve il bastone di quest’anno (in tanti casi è l’indiano, più che la freccia). Comunque li trovo adatti a me, mi piacciono e soprattutto la palla parte almeno diritta quanto con i precedenti (che adoravo, ma erano consumati da cinque anni di pratica e giri). Visti, piaciuti, comprati. Il ferro 5 è la prova del budino, per me: e riesco a tirare questo ferro 5 con sufficiente precisione. Da lì in poi, appunto, tocca all’indiano – la freccia ha fatto tutto quel che poteva e doveva.

Più tardi sono stato all’Open, e lì è sempre un’emozione. Prima di tutto perché ti immergi in un’atmosfera quasi ovattata, dove impari anche solo respirando (è il consiglio numero 1 di questo bel libretto: “Osservate chi volete diventare”).

Il rumore, poi! Il suono dell’impatto del bastone di un giocatore del tour con la palla (dei ferri soprattutto) è di un’altra categoria, qualcosa che per noi mortali comuni è lontana anni luce dalla quotidianità. Chiudi gli occhi, apri le orecchie e sei già ispirato.
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Ho seguito per due buche Edoardo Molinari, l’ho visto fare birdie alla prima e recuperare il par alla seconda, ho ammirato la sua calma olimpica, la sua tranquillità.

A vedere giocatori bravi davvero la voglia di fare bene ti torna per forza!

Tornando verso l’auto sono passato, in una sorta di serendipity favorita anche dalla luce declinante e splendida del momento, davanti allo stand della “mia” rivista, dove ho incontrato il “mio” direttore; salutatolo, mi sono sentito dire “ormai sei dei nostri”, il che mi riempie di orgoglio e di gioia allo stesso tempo – perché io adoro scrivere di golf, esaminare le sfaccettature infinite di questo sport. E avere la possibilità di farlo sulla prima rivista in Italia non è cosa da poco.

Tante cose mi sono successe ieri, e tante le devo come detto elaborare. Ma la gioia del golf rimane.

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Feb 05

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Io sono una persona mite, i miei venticinque lettori lo sanno. Mercoledì pomeriggio ero da solo in campo al mio circolo. Quando sono solo ne approfitto per provare i vari colpi, pensare, studiare eccetera. Da sempre (ovvero sin da quando ero un neofita e non volevo giocare all’army golf né far ridere per la mia incapacità) faccio in maniera di non avere nessuno dietro. Ovvero, se ho qualcuno accelero oppure mi fermo e lo faccio passare.

Mercoledì comincio dalla 10, e quando arrivo nei pressi del primo green mi accorgo che dietro di me c’è una signora. Uff. Accelero un pochino, ma la cosa mi mette ansia appunto perché non mi permette di studiare i colpi con il tempo che ritengo necessario. La signora sul tee della 14 (non prima) aspetta perché ho riprovato il secondo colpo al green. Mi guarda, le mani ai fianchi; la guardo di rimando. Sul tee della 15 tiro tre tee shot (il primo agganciato, il secondo agganciato, il terzo agganciato – e d’accordo, ciò è questionabile da un punto di vista di stretta etichetta), poi mi fermo e aspetto che arrivi. Le dico di passare, “così non deve aspettare”.

Mi sarei aspettato non dico un grazie, ma un mezzo grugnito e che passasse oltre. Invece ha avuto un atteggiamento strafottente: mi ha detto qualcosa come “ho visto che gioca due palle, non dovrebbe far aspettare” (non ricordo le parole, ma questo è il senso). A quel punto ho messo a confronto la mia mitezza con quello che avrebbe detto la persona che, tra tutte quelle che conosco alla Margherita, ha le risposte che considero più efficaci in situazioni del genere, e le ho detto “anche tre” (perché a quel punto volevo sfidare questa persona che strafottentemente si arroga il diritto di giudicare chi non conosce per aver dovuto aspettare forse un minuto e aver appena ricevuto il passo). Lei ha risposto qualcosa, al che ho aggiunto: “Se ha qualcosa da dire lo dica in segreteria”, a cui è seguita la sua replica piccata: “Lo farò”. Io ho incalzato con una frase che non posso ripetere qui, e lei ha risposto con una frase che non posso ripetere qui. Fine dello scontro.

Questa la mia percezione dei fatti.

E questa la mia considerazione: quando vado in campo da solo l’obiettivo è quasi sempre l’allenamento il campo. L’allenamento in campo è necessario per quello che voglio fare io, ma questo non pregiudica nella maniera più assoluta il gioco di altre persone, anche se può accadere che qualcuno debba aspettare un minuto – a volte anche due – per via di ciò. Poi le incomprensioni possono accadere, ma non voglio più farmi mettere i piedi in testa sul campo da gioco da qualcuno che considera “suo proprio” il luogo in cui si trova.

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Gen 29

Comincia oggi un appuntamento cui avrei tenuto molto a partecipare, il Trofeo Sanremo. Una gara cui ho preso parte ininterrottamente negli ultimi sette anni almeno (degli anni precedenti non ricordo). Quindi è una sorta di epitome della competizione golfistica, per me: potrei quasi dire che Sanremo esiste da che io ho contezza del golf.

Purtroppo un lutto familiare recentissimo e il fatto di essere in lista d’attesa mi impediscono di partecipare. Il lutto in sé mette tante cose in prospettiva. Il golf non è poi così importante, dopotutto.

Oggi mi fa comunque piacere scrivere due righe su questo evento, che è pieno per me di ricordi magnifici, di gioie e colori e profumi e atmosfere che sono proprie solo di quel luogo. Sanremo contiene della magia per me, per tanti motivi che ho descritto negli anni e per altre cose che non so nemmeno mettere in parole.

Volevo ricordarlo, ecco.

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Ott 09

Roberto Guarnieri aveva parlato qui di alimentazione e fitness. (Personalmente trovo semplicissima e geniale l’idea di alimentarsi con le mele durante una gara; e grazie al suo suggerimento l’ho sperimentata con soddisfazione.) Qui a seguire racconta oggi di una sua esperienza in qualità di caddie in una gara del Challenge Tour.

Quante volte ci è capitato, guardando la TV, di pensare magari con un pizzico di invidia quanto sarebbe bello fare il giocatore professionista, sia per il livello di gioco, assolutamente invidiabile, che per la vita che immaginiamo conducano.
Probabilmente dovremmo correggere il tiro e invidiare solo i primi cinquanta del ranking; per gli altri la vita non è poi così semplice come sembra.

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di fare da caddie a un amico che gioca sul Challenge Tour; il giocatore cui faccio riferimento quando parlo di mele e programma di allenamento, per coloro che hanno letto il mio precedente post su fitness e alimentazione.
La cosa è nata per caso. Da tempo mi ero ripromesso di seguirlo da vicino in qualche open come spettatore ma a un certo punto è arrivata la proposta “perché non mi fai da caddie?”
Da caddieeee? Caddie è una parola grossa, io al massimo posso fare servizio di facchinaggio e portarti la sacca in giro per il campo! Lusingato accetto e liberatomi dagli impegni di lavoro eccomi sul volo che mi porta a Madrid. Arrivo la sera prima dell’inizio del torneo, ahimè senza poter fare un giro di prova. Ovviamente per ragioni logistiche trovo un alloggio vicino a quello del mio amico giocatore, una spartana residenza per universitari a prezzi ultramodici.
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A cena mi spiega come leggere la mappa delle buche, niente a che vedere con quelle che alcuni circoli vendono a noi dilettanti. Questa è dettagliatissima, piena di numeri e distanze anche da appositi segni variopinti fatti sul fairway con della vernice spray. Inoltre va abbinata alla carta che indica la posizione esatta delle bandiere in green che ci verrà data giorno per giorno. Per ogni buca sono segnati a matita i bastoni usati nei due giri di prova e le relative distanze fatte. Trovo anche segnato nella prima pagina l’elenco dei ferri con annotata di fianco la distanza media. Infatti Madrid ė a circa 600 metri sul livello del mare e questo influenza il volo della palla e di conseguenza le distanze dei vari bastoni.
Domani sveglia all’alba, il tee time ė alle 8.20.

L’indomani arriviamo in campo pratica presto con una luce appena sufficiente che ci consente di vedere a malapena dove vanno a finire le palle. A proposito di palline anche qui come sul tour maggiore si pratica con le palle “vere”, e nel nostro caso si tratta di Titleist Pro V1. Mi si illuminano gli occhi solo al vedere quelle casse piene. Fa freddo, ė quasi buio e io ne approfitto per andare a scaldarmi in club house e fare colazione: lo so, non ė un gesto molto professionale per un caddie ma io dopotutto sono alle prime armi, chiedo il permesso per congedarmi e vado. Al ritorno vado a bagnare lo straccio che mi servirà in seguito, e nel frattempo ne approfitto per pulire i bastoni usati per il riscaldamento e le palline che man mano gli passo mentre tira gli ultimi colpi con il driver. Lasciamo il campo pratica e andiamo sul putting green dove rimaniamo per un tempo equivalente a poco meno della metà di quello utilizzato per praticare il gioco lungo.
pin position
E finalmente è giunto il momento, si comincia. Probabilmente sono più emozionato io che loro. Con il flight precedente impegnato nel tee shot ci dirigiamo sul tee di partenza. Lì di fianco trovo la tenda dello starter dove mi consegnano la pettorina che i caddie devono indossare; la indosso, recupero un paio di bottiglie d’acqua dal frigorifero e un paio di banane messe a disposizione per i giocatori e mi metto a lato del tee pronto a fare il mio lavoro.
buca 10
Iniziamo dalla 10, un par 4 di 396 metri che oggi con l’asta lunga gioca qualcosina di più. Legno 3 per evitare una fila di bunker e ferro 6 in green ad altezza asta, due putt e usciamo con un par sfiorando il birdie. La strategia comune a tutti ė quella di tenersi lontano dagli ostacoli anche a costo di sacrificare la distanza, lesson learned.
Se mai potessi avere avuto un dubbio ora ne ho la certezza: “questi” giocano un altro gioco!

Una cosa, oltre al gioco, mi colpisce fin dalle prime buche: la velocità con la quale si cammina sia fra un colpo e l’altro che durante i trasferimenti fra una buca e l’altra. In confronto noi guerrieri del weekend sembriamo un’allegra famigliola intenta a gustarsi il gelato mentre passeggia serenamente sul lungomare.

Dopo alcune buche prendo il ritmo – all’inizio ero costantemente in ritardo –, e apprendo le prime regole non scritte dei caddie. Ad esempio la bandiera la toglie il caddie del giocatore che gioca da più lontano, e poi ce la passiamo finché rimane in mano al caddie dell’ultimo giocatore che imbuca. A lui sta il compito di rimetterla a posto, e ovviamente gli altri non ti stanno ad aspettare: sono già partiti. Altra regola non scritta che ho ingenuamente disatteso sono i pantaloni corti. A dire il vero non me lo ha fatto notare nessuno, me ne sono accorto da solo dopo un po’ osservando i miei “colleghi” che avevano tutti rigorosamente la stessa tenuta indipendentemente dalla temperatura. Vabbé, vuol dire che la prossima volta so qual è la prima cosa da mettere in valigia.

Durante il giro usiamo una palla nuova ogni quattro buche, e tutte le volte che arriviamo in green il mio compito oltre a passare il putter è quello di prendere in consegna la palla e usare lo straccio per lavarla e poi asciugarla per riconsegnarla perfettamente pulita. Per quel che riguarda l’alimentazione confermo quanto scritto nel precedente post: una mela ogni 4 o 5 buche e poco meno di un paio di litri d’acqua.

Durante i quattro giorni si alternano vari compagni di squadra, giocatori con diverse qualità e caratteristiche di gioco. Da ognuno ho avuto la possibilità di imparare qualcosa anche solo guardandoli. Per esempio da Jesus, un giovane spagnolo dotato di un incredibile gioco corto: quando era attorno al green riusciva a mettere la palla in asta da qualsiasi posizione, con la palla che volava così lenta che si sarebbe quasi potuto leggere la marca mentre era in volo. O da un veterano del tour come Philip Archer dal carattere un po’ ruvido: a vederlo giocare sembra che il tempo per lui non sia passato. A quarantasette anni gioca ancora lo stesso golf dei suoi compagni con vent’anni di meno.
Un episodio su tutti mi ha meravigliato: in un par 3 col vento contro ho sorpreso uno dei giocatori a sbirciare nella “mia” sacca per vedere che ferro avevo tirato fuori visto che stava a noi tirare per primi: sorridendo ho pensato che tutto il mondo è paese.
FAH
Passando di fianco al putting green alla fine di un giro riconosco un giocatore ed incredulo chiedo conferma al mio giocatore: “Ma è lui?” Lui mi fa un cenno di conferma. Era Fredrik Andersson Hed, vincitore dell’Open d’Italia nel 2010 a Torino, che ora stava giocando una gara del Challenge. Dura la vita del golfista professionista.

Il quarto giorno ad un certo punto da una buca vicina sento provenire urla e applausi, probabilmente ė successo qualcosa; poi verrò a sapere che si trattava di un double eagle alla buca 4, un par 5 di 533 metri. Noi la 4 l’abbiamo giocata una mezz’oretta prima e in effetti c’era un po di vento dietro, avevamo valutato un ferro di meno. L’ace lo ha messo a segno tirando drive e ferro 5 direttamente in buca Nacho Elvira che poi vincerà il torneo con -21, che dire… un marziano!

Ė domenica primo pomeriggio, conclusa la 72esima buca restituisco la pettorina, vado a caricare sacca e bagagli in macchina, il volo che ci riporta a casa parte fra poche ore. Arrivati in aeroporto mentre scarichiamo i bagagli al mio amico arriva un sms, mi guarda e mi dice: ė del PGA Tour, mi hanno comunicato la vincita… 470 €. Lo guardo e mentalmente faccio un rapido calcolo: albergo, macchina a noleggio, biglietto aereo andata e ritorno per Madrid e ristoranti vari durante la settimana. Mi sa che se ė andata bene ė andato pari, la cosa mi fa pensare a quei ragazzi che ho conosciuto questa settimana in club house che non hanno passato il taglio e che sono rimasti lì ad allenarsi. Quando avevo loro chiesto meravigliandomi perché non rientrate a casa venerdì mi avevano risposto che ormai l’albergo era pagato e il biglietto aereo non lo potevano spostare: quindi tanto valeva rimanere lì a praticare che sia campo pratica che palle erano migliori rispetto a quello che avrebbero avuto a disposizione a casa.

Una cosa è certa: dopo questa fantastica esperienza quando guarderò il golf in TV continuerò ad invidiare i giocatori per il loro livello di gioco ma non certo per la vita che fanno.

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Mag 15


Il post di oggi è quasi impalpabile. È un semplice racconto di sensazioni.

Negli ultimi cinque giorni mi è successo per tre volte di andare in campo solo per la gioia di giocare.

Domenica pomeriggio alla Margherita è stata la prima delle tre, e anche la più lieve. Ero lì per il solito allenamento, ma mi sentivo leggero, pronto anche a perdere tempo (quando per me, hoganianamente, golf is serious business). Ho incontrato una golfista che conosco da qualche tempo. Abbiamo fatto cinque buche insieme. Ho giocato soltanto per la gioia del giocare. Voglio dire, c’era il sole, si chiacchierava dei figli, di tante cose, e io non pensavo. Ovvero per una volta non era importante dove un tiro andasse a finire, se un putt entrasse o meno. È stata una passeggiata. Sensazioni estranee ma piacevoli.

Poi di nuovo mercoledì. E di nuovo ieri. Ieri verso il tramonto ho provato un’incantagione dei sensi: il campo deserto, solo io e l’amico a giocarci una birra e sfotterci per i brutti colpi, a dirci quanto è bello giocare a golf quando vien la sera.

Ho pensato a questo post di tanti anni fa.

E anche a questa canzone di Ligabue:

Leggero, nel vestito migliore, senza andata né ritorno, senza destinazione.
Leggero, nel vestito migliore, sulla testa un po’ di sole ed in bocca una
canzone.

Tutto vero – che non diventi un’abitudine però! 🙂

Mi prendo in giro da solo. Del resto l’ho detto all’inizio che questo è un post leggero.

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Dic 19

Ieri ho fatto 18 buche in solitaria. A me piace giocare da solo: piace tanto la compagnia degli amici, ma altrettanto stare da solo, sia da un punto di vista sportivo che personale.

Sportivo, perché posso andare al mio ritmo (più d’uno mi dice che sono lento e credo ci sia almeno un fondo di verità in questo; ma perlomeno se sono da solo e non c’è nessuno dietro di me, come ieri, non disturbo nessuno), riprovare i colpi che non sono venuti bene fino a che sono soddisfatto, prendere delle note (sull’importanza del tenere un diario vedi qui) e così via.

Personale, perché posso riflettere in tranquillità, godermi la bellezza della natura e la passeggiata, stare in pace in uno dei luoghi che adoro; e poi a stare quietamente da solo mi vengono sempre delle idee.

Esattamente tre anni fa, a partire da una situazione simile, avevo scritto altre considerazioni. A voler fare un paragone trovo due differenze:

– l’aspetto agonistico è ora in me, se possibile, ancora più pressante;

– nello stesso tempo mi rendo conto che il tempo passa e il fisico invecchia, dunque ora devo fare il doppio della fatica per ottenere le stesse cose. Ma l’idea di diventare il golfista migliore che io possa diventare è motivatore sufficiente, non mi occorre altro.
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In una nota laterale, alla 17, un par 3 corto, ho fatto una “quasi buca in uno”: ferro 7 impugnato corto e tirato a fiamma, la palla che si ferma a 20 centimetri dalla buca. Una bella sensazione, comunque.

Il campo era pesante ma anche il campo della vita può essere considerato pesante, dipende “solo” dal punto di vista. Io ieri ne ho tirati 80 ed è stato bellissimo.

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Ott 04

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Ho ripensato all’ufficiale di Bergamo della settimana scorsa, e c’è una buca che mi è rimasta impressa. Ne parlo oggi perché penso sia di utilità per chi legge.

È la buca 14, ovvero la 5 del percorso giallo. È un par 4 di 375 metri, dogleg a sinistra. Il primo colpo è verso un fairway abbastanza largo, che però ha sulla sinistra delle piante altissime a chiudere il colpo; il colpo al green è in salita ed è generalmente ancora abbastanza lungo (il primo giorno dopo un bel drive fu ad esempio un ferro 5).

Ebbene, la 14 del terzo giro è quella che ricorderò come emblematica di una gara intera, ovvero di tutte le 54 buche fatte in quei giorni. Il mio drive è decisamente sulla sinistra (solito problema dei fianchi che ogni tanto partono in ritardo), prende in pieno le piante e si ferma nel rough, a circa 200 metri dal green. Da quel punto il green non è visibile, non c’è maniera per me di raggiungerlo. Allora il ragionamento è: tiro un ferro 8 a uscire e piazzarmi in posizione favorevole in centro pista, da lì un buon approccio mi garantisce comunque il bogey e magari il par.
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Il secondo colpo non è niente di che: parte pesante e non fa troppa strada. Sono a 115 metri dalla bandiera, in centro fairway e in leggera salita. Fino a questo momento ho tirato due colpi decisamente insufficienti, ma il terzo colpo – un ferro 9 – è fatto proprio di un’altra pasta: il contatto è pulito e cristallino, il suono pieno e rotondo, appena la colpisco so che è un ottimo colpo. E infatti atterra a un metro e mezzo dalla bandiera, sulla destra e poco oltre la buca, con un leggero spin.

Il putt per il par è in lieve discesa, con pendenza non pronunciata verso sinistra; cionondimeno impegnativo anzichenò. È comunque un ottimo putt, che entra per un par che mi dà grande soddisfazione e mi dice – il succo del discorso – che due colpi mediocri seguiti da due colpi ottimi fanno generalmente un par. Quindi mai scoraggiarsi.

Poi parlano del golf come metafora della vita.

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Set 20

È stata (è) una settimana emozionante. Di seguito il racconto di come l’ho vissuta io.

Lunedì, primo giorno di pratica. Ho parcheggiato di fronte all’ingresso del Torino, entravo e uscivo senza problemi. Eravamo forse dieci spettatori in tutto a guardare, potevi stare vicinissimo ai giocatori che praticavano e nessuno ti diceva niente. Io tra le altre cose mi sono messo a fianco di Chris Doak, ho seguito la sua pratica per un’ora. Un po’ mi attirava il cappello alla Ben Hogan, ma soprattutto mi ha colpito vedere, da vicino, come schiacciava la palla per farla volare alta. Controintuitivo ma verissimo. E poi la sua routine su ogni colpo, e l’attenzione maniacale al grip. E il suono all’impatto, una sorta di sinfonia (questo vale per tutti i giocatori).

Martedì le cose erano differenti, più strutturate. Ai giocatori non potevi più avvicinarti, c’erano (giustamente) le barriere bianche. È stato bello incontrare persone conosciute, scambiare qualche chiacchiera con la “mia” direttrice, conoscere il fenomeno dell’anno.

Giovedì. Di ieri ho molto da dire. Un incontro, sulla navetta, di una casualità da far spavento con Isabella Data e il marito (Isabella mi ha fatto l’onore – e spero continuerà a farlo – di scrivere diversi post su questo blog).

Seguire, soffrendo, David Duval – colui che un tempo era il numero 1 al mondo – e rendersi conto che è di fatto un ex giocatore (le foto che posta su Twitter spiegano tante cose). In particolare una striscia di bogey – par – bogey – bogey mi ha fatto penare (e quando è così ci si mette anche la sfortuna – ammesso che esista nel golf, cosa che non credo -, come il brutto rimbalzo al par 3 della 16 che gli è costato il bogey).

Soprattutto, soprattutto mi hanno emozionato le ultime buche di Luca Ruspa, il giocatore di casa, colui che è stato il nume ispiratore di Edoardo Molinari (lo dice lui stesso nel suo libro). Mi hanno impressionato la sua scioltezza e la sua allegria, il suo essere così easy going in un evento in cui tutti si prendono forse un po’ troppo sul serio. Soprattutto, soprattutto mi ha colpito quando alla sua diciassettesima buca ha scorto le figlie e ha lasciato il gioco per correre ad abbracciarle – il che è allo stesso tempo un bel gesto e segnale di una persona equilibrata.

Vederlo fare birdie alla 18 (per un giro un 72, lui che la settimana prima alle qualifiche ne aveva tirati 90) e scoppiare in un applauso è stato un tutt’uno liberatorio. Bien joué, mio caro Luca.

Emozioni da Open – il golf, dopotutto, non è così importante.

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Gen 25

Sanremo
E via.

Come i miei venticinque lettori sanno, questa gara è per me la più bella dell’anno, quella cui assolutamente non posso mancare: e per storia del circolo, e per atmosfera del campo, e per periodo dell’anno.

E poi il Trofeo Sanremo, manifestazione che esiste dagli anni Sessanta, mi ricorda ormai per tradizione che è il compleanno – il quarto – di questo blog: il primo, timido post è infatti del 22 gennaio 2009. Naturalmente legato a questa gara: tout se tient.

Sì, quest’anno ho avuto qualche timore di non essere ammesso, sia perché il numero di partecipanti è sceso a 72 (da 88), sia (e soprattutto) perché il mio handicap è ora più alto di quasi un colpo rispetto a un anno fa. Ma insomma si parte: oggi prova campo, domani e domenica gara.

Daviquez: tirarne poche, mi raccomando. Ma soprattutto sportsmanship, come mercoledì Justin Rose alla 17 di Doha: nessuno ha visto quella palla muoversi, solo lui – ma si è dato un colpo di penalità.

Atmosfera inglese, magia, la casa di Casera. E via.

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