apr 26

Fabio Gariffo, Golf & Meditazione
Segnalo volentieri questo ebook che parla degli aspetti mentali del golf, perché ha almeno quattro pregi intrinseci: si legge in fretta (applicare i concetti è un’altra storia, e ovviamente richiede molto tempo), è gratuito, è in italiano e in italiano contiene una buona bibliografia di base.

Prende avvio dalle ricerche di Mihaly Csikszentmihalyi (questo è un buon punto di partenza per esplorazioni successive – e trovo quasi scandaloso che il suo Flow non esista in traduzione italiana – se ne veda qui una mia presentazione).

Parla poi delle tre tecniche che l’autore considera le più conosciute ed efficaci a proposito dell’allenamento della concentrazione: la visualizzazione, la routine e il centering.

Dedica ampio spazio alla meditazione e al respiro (temi che sono fondamentali per cogliere un’idea che a me pare centrale nello sport come nella vita: il fatto che mente e corpo non sono due entità distinte, ma due aspetti di un medesimo “fenomeno”, aspetti tra i quali non esiste soluzione di continuità).

Una citazione:

Se un’atleta vuole sentirsi forte, deve dirigere il suo focus mentale su tutto ciò che nella vita lo ha reso forte.

In due parole: è un ottimo punto di partenza per studi successivi.

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mar 08

The NEW Search for the Perfect Golf Club
Questa non è propriamente una recensione. Sì, qui parlo (anche) di un libro che mi ha interessato e appassionato molto, ma soprattutto perché apre un mondo immenso. C’è un mondo grandissimo dietro al fitting, un mondo che potrebbe/dovrebbe essere grande quanto le lezioni. Ma è solo una specie di scusa, un pretesto, un punto di partenza.

Ne avevo già accennato qui, conto di recensirlo su “Golf Today” di aprile; ma in sostanza quel che è importante è la stessa ragione per la quale la maggior parte dei golfisti non scenderà mai (per definizione) sotto un handicap medio. (Lamentazioni in questo senso si trovano per esempio nei libri di Bob Rotella, ma mi sembrano un po’ le Predichi inutili di einaudiana memoria.) L’handicap medio dei golfisti è sempre lo stesso, è oggi lo stesso di trent’anni fa – e non sarebbe scommessa difficile quella di credere che tra trent’anni sarà lo stesso di oggi e di sempre.

E dunque? E dunque il marketing del golf ci attira, ma è elusivo e non rivela la verità. La verità è che lo swing di ciascuno è già presente, cristallino e perfetto, nella polvere del campo pratica. Verrà fuori da sé dopo un milione di palle tirate. (Ergo: nella stragrande maggioranza dei casi rimarrà là sotto, nella polvere.)

Hennie Bogan, anyone?

Ogni giorno che Phil Mickelson non tira almeno 500 palle è un giorno in più che ci metterà ad avvicinarsi al suo massimo teorico possibile.

Le lezioni sono importanti, ovviamente; ma è fondamentale riflettere su quel che si fa, pensare il movimento prima di farlo, farlo e poi pensarlo dopo. La quantità della pratica è importante (altrimenti come ci arrivi a un milione?), ma la qualità è enormemente da privilegiare.

Allora Tom Wishon ci rivela alcune verità sui bastoni: loft, sweet spot – ah, l’elusivo sweet spot! – e compagnia cantando. Non è una lettura semplice, è un libro da meditare, una sorta di livre de chevet. Ma insomma tutto rientra in un diktat solo: diventare il golfista migliore che tu possa diventare. That’s it.

feb 01

The Mad Science of Golf
Questo è un bel libro, uno di quelli che fanno pensare.

Certamente noi golfisti siamo vittime del marketing, vorremmo sempre avere l’ultimo modello di driver e così via. La realtà, però, è che l’ultimo modello di driver non curerà il nostro slice più di quanto possa fare il penultimo. E sarebbe interessante prendere una rivista, una qualsiasi, e analizzare quante pagine pubblicitarie sono dedicate al fare più distanza; mentre il golf è uno sport di precisione, e la distanza non è certamente tra i fattori più importanti, nell’ottica dell’abbassamento del proprio score.

In ogni caso  questo libro, scritto da un professionista del clubfitting, è strutturato a domande e risposte, e per questo è molto chiaro e molto efficace. È diviso in tre capitoli: il primo dedicato all’attrezzatura, il secondo al proprio swing e il terzo – forse il più importante – a come migliorare il proprio gioco (non necessariamente lo swing, e non è una differenza da poco).

L’argomento centrale del volume è che il golf è, e rimarrà sempre, uno sport a basso grado di tecnologia: quel che si poteva fare è stato fatto, e non sarà un nuovo materiale a rivoluzionare il gioco. E dunque il punto non è l’attrezzatura e non è nemmeno la meccanica del proprio swing: il punto è concentrarsi sui fattori che davvero influenzano lo score, ovvero:

- la selezione del colpo (scegliere il bastone più adatto per il tipo di colpo che si intende fare, visualizzare il volo della palla!);

- la chiarezza di intenti (non si abbassa lo score grazie ad alcuni colpi eccezionali, ma tirando meno colpi penalizzanti);

- l’abilità di rimanere nel presente (senza badare al risultato, a cosa penseranno i compagni di gioco eccetera);

- la routine (che deve essere il più possibile sempre uguale a se stessa);

- il controllo della distanza (che è molto, ma molto più importante della distanza in sé).

Partire dalle basi, insomma. Perché, come dice l’autore:

If you want to improve in golf, you’ll need to change how you perceive the process of improvement. You’ll need to reprogram your thinking.
[Se vuoi migliorare nel golf, è necessario che cambi il modo in cui percepisci il processo di miglioramento. Hai bisogno di riprogrammare la tua maniera di pensare.]

L’obiettivo dello swing non sarà più, dunque, tirarla il più lontano possibile, ma ottenere un contatto square e al centro della faccia del bastone. Cosa che chissà, magari potrebbe anche essere più facile a farsi che a dirsi.

Well done, Mr Moore.

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nov 23


… le nostre giornate golfistiche di questo tardo autunno non finissero alle cinque del pomeriggio?

Be’, questo articolo di David Owen, apparso su “Golf Digest” di dicembre, accende una luce nuova – appunto… – sull’argomento.

Un’azienda americana, la Night Flyer Golf, produce infatti delle palline che hanno medesimi dimensione e peso rispetto alle normali palle da golf, ma si illuminano quando vengono colpite, e rimangono illuminate per 8-10 minuti. Il che dà la possibilità di andare sulla palla ed effettuare il colpo successivo anche nel caso essa sia finita in rough o comunque fuori dal percorso canonico.

— joke mode —
Mi sovviene quella barzelletta in cui Stevie Wonder sfida Tiger Woods. Tiger è incredulo, ma il cantante gli spiega che per lo swing fa mettere il suo caddie nel mezzo del fairway e si fa chiamare, quindi ascolta il suono della sua voce e tira in quella direzione; in maniera simile, sul putting green fa mettere il caddie nei pressi della buca e poi tira verso la voce. Stevie dice di essere scratch, al che Tiger dice che dovrebbero giocare insieme, una volta o l’altra.

“La gente non mi prende sul serio”, dice Stevie, “e quindi io gioco solo per soldi: centomila dollari a buca”.

Tiger ci pensa su e risponde: “Va bene. Quando vorresti giocare?”

“Sono abbastanza libero da impegni in questo periodo”, risponde Stevie, “e qualunque sera della prossima settimana va bene per me”.
— end of joke mode —

Insomma questa mi sembra un’esperienza da provare. Dal sito del produttore le spese di spedizione per l’Italia sono proibitive; ma questo probabilmente significa anche un’opportunità per un importatore europeo.

E, in ogni caso, an awful lot of fun.

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nov 16


E infine anche il golfista che più ha dato al golf italiano ha il suo sito. Ci sono le immagini e i video più appassionanti, la biografia e i successi.

È apprezzabile lo sforzo, l’aver cominciato. Ma ora bisogna seguitare: perché quello che dovrebbe trasparire di più dal sito è la persona Costantino Rocca, ovvero il fatto che lui – per storia personale, età anagrafica, risultati sportivi, personalità e gran cuore – può fare davvero moltissimo per lo sviluppo sano del nostro sport in Italia.

Un appunto al sito va fatto (e lo dico con cognizione di causa): le traduzioni fatte con Google Translate! Certamente non rendono onore all’immagine del campione; sarebbe stato meglio lasciare solo la versione italiana, allora.

Ma insomma s’è cominciato, e da qui non si può che migliorare.

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set 07


David Owen non ha bisogno di grandi presentazioni: è un giornalista e scrittore di chiara fama, e scrive tra le altre cose da anni per “Golf Digest”.

Segnalo il suo blog di golf, che contiene i racconti di una storia d’amore senza fine per lo sport più bello del mondo.

Una citazione:

Teeing off by yourself as the sun is coming up is an intoxicating experience and a good way to settle your mind for whatever lies ahead. Nine holes alone on an uncrowded course in the early evening is as good as a martini at expunging the day’s accumulation of disappointment and regret.

Keep up the good work, David.

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giu 08


Ecco, questo voleva essere un post in cui magnificavo le doti del Golf Valcurone. E lo è, anche, perché il campo è splendido, i green perfetti, i fairway magnifici (anche se a tratti troppo innaffiati), i panorami spettacolari.

Ma è anche l’occasione – e ti pareva! – per parlare del mio golf. Sabato, al primo giorno della gara federale, io non ho giocato a golf: ho vagato per il campo con nonchalance. Il problema era che non mi importava se un colpo fosse ben fatto oppure no, se un putt andasse dentro oppure no. E il risultato – 92 colpi, di gran lunga il peggiore dell’anno – riflette questa sensazione.

Eppure io, anche se il mio golf non è in questo momento – per usare un eufemismo – ai massimi livelli, non mi sento ancora pronto per essere “solo” un ottimo giocatore di circolo. (E mi sovviene, si parva licet, un episodio: Matteo Delpodio che un paio di anni fa, nel campionato della PGAI a Margara, in una pausa su un tee disse a Costantino Rocca che lui era ben lontano dall’essere il giocatore che era stato.)

Essere considerato il più bravo, o tra i più bravi, al mio circolo mi fa piacere, mi fa molto piacere; ma voglio andare oltre, pavesianamente voglio mangiarmi una collina e insomma vedere fino a dove posso arrivare.

Certo non con il gioco di adesso, è chiaro. (Strana la vita: non ho tirato mai tante palle in campo pratica come in questi mesi, ho fatto lezioni eccetera eppure l’handicap non ha fatto che salire. Forse, per dirla con Vittorini, “ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”.)

Eppure per me un putt sbagliato conta, un colpo brutto fa la differenza, nonostante quel che pensassi o non pensassi sabato. Ma poi domenica ho fatto pace col golf, ho giocato davvero a golf; e se l’anno scorso ero arrivato secondo e quest’anno sono arrivato ventesimo pazienza. Sì, pazienza: sto aspettando con pazienza che i risultati ritornino. E ritorneranno, eccome.

Intanto mi sono goduto tre giorni splendidi in un luogo magnifico, e per i venticinque lettori che mi hanno seguito fino a qui volevo dire andate a giocare in quel campo, visitate quelle zone, ne vale la pena.

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mag 18


Com’è come non è, le mie statistiche sul putt sono peggiorate: 32,7 putt a giro quest’anno (e mai sotto i 30) contro i 31,4 del 2011 e i 31,0 del 2010. (Non medie da tour, sia chiaro, ma insomma si può – si deve, necesse est – fare meglio.)

Col tempo mi era venuto il sospetto che stessi ciurlando nel manico, insomma che parte del problema fosse nel putter stesso (un Odissey White Hot #3 comprato almeno cinque anni fa). Non che l’anzianità di un putt debba dimostrare qualcosa, ma certo in cinque anni il mio gioco è cambiato.

Allora io lo scorso autunno avevo adocchiato questo bell’oggetto e, provatolo, me ne ero invaghito; ma le finanze del momento erano tutt’altro che floride e ho preferito rimandare.

Il momento era poi giunto un paio di mesi fa, ma nel frattempo il California Coronado è uscito di produzione. (Questo aprirebbe una filippica sulle esigenze del marketing, che cambia nome alle cose senza cambiarne la sostanza per spingere le vendite ma insomma in questo momento andremmo un po’ fuori dal seminato.) Prova e riprova, leggi recensioni eccetera e alla fine ritorno al punto di partenza, ovvero a questo modello che è – guarda caso – l’erede del Coronado.

Ieri mattina mi è arrivato. Ieri pomeriggio, dopo il rito del togliere la pellicola che protegge il manico, ho passato un’ora e mezza in putting green a provarlo. C’era il sole, una brezza leggerissima, e io tutto solo (e felice) con il mio nuovo strumentopolo misterioso.

Wow!

L’ho scelto un po’ più corto del precedente (33’ contro 34’): questo perché mi pare la lunghezza più adatta alla mia statura.

È più pesante dell’altro, soprattutto in testa. Il tocco è morbido e pulito. Ne sono molto soddisfatto.

È un bell’oggetto da vedere.

In più sto lavorando sul movimento, che è sempre stato troppo ampio all’indietro e poi rallentante nella discesa. Abbreviando la salita e accelerando nella discesa trovo che – con i diecimila colpi che dovrò fare per arrivare a interiorizzare il movimento, ovvio – il colpo risulterà ancora più netto e preciso.

Insomma altre sfide mi attendono; e il nuovo è davanti a me, tutto da venire. Bene.

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mag 04


Ritorna uno dei più divertenti circuiti che conosca, il Citielle Challenge Tour.

Venti tappe + finale nazionale a Croara a ottobre + finale internazionale a Dubai nel marzo del prossimo anno. E bellissimi premi ad ogni tappa (ne sono testimone diretto e recente), tra cui quattro sacche di Mickelson grazie a KPMG.

Senza dimenticare l’impegno per il sociale – costante, tenace e mai esibito.

Insomma Giuseppe Lazzarotto ha creato diversi bellissimi progetti, e anno per anno li conferma. Non mi stancherò mai di far notare quanto è bravo, e lo direi anche se non lo conoscessi di pirsona pirsonalmente.

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apr 13


Questo è il primo libro che in vita mia recensisco senza avere letto.

Tuttavia non lo reputo necessario: ho letto gli estratti che “Golf Digest” di aprile pubblica e mi sono bastati. Ma iniziamo da capo.

La copertina della rivista, fatto salvo un accenno ai Masters e ai soliti consigli sullo swing, è interamente dedicata al libro: Tiger è in copertina, accompagnato da queste parole: “Hank on Tiger / The Big Miss / Exclusive! The book everyone’s talking about”.

Mah. Un’operazione mediatica indubbiamente. Poi però vai a pagina 110, dove inizia l’articolo, e leggi gli estratti e non trovi nulla di sconvolgente, nulla che non sapessi già, nulla che aggiunga qualcosa di veramente significativo alla tua conoscenza.

Mi viene in mente Antonio Ranieri che, dopo la morte di Giacomo Leopardi, descrisse in Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi l’insana passione dell’amico per i gelati. Solo che il mondo non ha mai conosciuto Ranieri, mentre i Canti di Leopardi sono immortali.

E ricordo un’intervista che la stessa rivista pubblicò un paio di anni fa che mi lasciò con sensazioni simili a quelle di oggi. Ne parlai qui.

In sostanza questo libro, al di là del clamore che certamente farà (ma perché riguarda Tiger e non certo perché l’autore è Haney, insomma per quel morboso desiderio che abbiamo di conoscere le vite degli altri, soprattutto se ricchi, belli e famosi), verrà dimenticato presto – e, ciò che è sicuro, nessuno avrà a dolersene.

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