Feb 12


Oggi papà avrebbe compiuto 89 anni. Ma poiché io trapasso, tracimo, percolo in lui, poiché più passa il tempo e io – senza nemanco accorgermene – divento lui, penso che questa affermazione non sia del tutto esatta. Io credo che sia più corretto dire che oggi papà compie 89 anni.

Perché papà vive, e come! In me almeno è vivissimo e presente.

Perché sempre più spesso mi accorgo di fare delle cose, di essere dentro a dei gesti, che sono gli stessi che faceva lui. Per esempio piego la testa di lato in un determinato modo, di fronte a una certa situazione, e mi accorgo che lui ha fatto precisamente la stessa cosa millanta volte in situazioni simili; la sola differenza è che ora vedo quella cosa da dentro, mentre prima vi assistevo da fuori.

Perché di lui mi accompagnano tutte le immagini e i ricordi che ho. Mi accompagna il suono della sua voce, che ogni tanto vado a ritrovare in qualche video casuale fatto per sbaglio. Mi accompagnano le fotografie.

(Dalle fotografie, e dai miei ricordi, viene fuori sempre un uomo che è stato sereno in tutti o quasi i momenti della sua vita matura, e mi chiedo – senza sapermi dare una risposta – perché invece io sono così pieno di cripte e di buchi, di scappatoie e di sotterfugi, di vie traverse, di serpentine.)

Mi accompagnano le Rosine, questa casa immensa che è il segno di una famiglia e che dunque va oltre una singola generazione o una singola persona. Mi accompagna il libro che ho scritto per salutarlo (e che tra parentesi vedrà presto la luce, comunque sia), e di conseguenza il lavoro che ho fatto su di me nei due mesi successivi alla sua dipartita per lasciarlo andare in maniera completa, lieta, serena e definitiva.

Non ho bisogno di segni per ricordarmi di papà. Papà è dappertutto intorno e dentro di me. E in ogni caso quando mi accorgo di fare le cose come se fossi lui provo un senso di rassegnato orgoglio: ovvero da una parte sono contento, e dall’altra mi sembra che le cose non possano comunque cambiare. Le stele a jë smijo ai such (“il frutto non cade poi tanto lontano dal suo albero”), come si dice.

Dic 28

Ho scritto un libro, e quando sono arrivato al fondo ho capito esattamente perché.

Otto giorni dopo la morte di papà ho iniziato a scrivere il libro su di lui. Tutto era in realtà partito nei suoi ultimi mesi di vita, periodo nel quale ho scritto spesso brevi note su di lui sulla mia pagina FB; e spesso, di rimando, c’erano persone – amici – che raccontavano le proprie esperienze con i genitori anziani. Allora questo flusso di pensieri comuni mi ha fatto sentire parte di un tutto più grande di me, e ho capito che i miei pensieri potevano parlare a qualcuno. Lo ha detto meglio di me Cristina Maccarrone:

Scrivi quello che hai visto, che hai provato, non pensare non serva: la gente non sa come fare a volte, potresti aiutarla.

È stato il mio progetto principale per nove settimane. Non tutti i giorni, ma le cose andavano così: mi svegliavo presto, diciamo intorno alle sette, e mi mettevo subito a scrivere evitando qualunque interruzione (i giorni veramente produttivi sono stati quelli in cui non ho preso in mano il telefono e/o guardato la posta prima delle nove almeno). (Tale metodo mi viene da questo libro.) Oppure durante il giorno mi veniva in mente qualcosa e lo annotavo, e poi al momento opportuno elaboravo quelle note. Ho letto anche tanti libri sul tema, mi sono “documentato”, per così dire, facendo man bassa dell’esperienza di altri scrittori.

Due mesi dopo è venuto un momento, un istante preciso, in cui ho sentito che il libro era terminato. In quel momento mi sono reso conto che avevo scritto di papà tutto quello che desidero ricordare negli anni a venire. Il libro contiene tanti buchi, ovvio, cose importanti che ho trascurato come dettagli che ho enfatizzato all’eccesso; ma dopotutto il papà è il mio, e così desidero ricordarlo.

L’intero percorso è durato due mesi esatti. E quando sono giunto a quel momento ho capito che la vera, la principale, l’essenziale ragione per cui ho scritto tutto quanto è stato per accompagnare davvero papà alla sua tomba. In quel momento, pochissimi giorni prima di Natale, ho capito che lo avevo seppellito per sempre e che potevo passare oltre con la mia vita.

C’eravamo lui e io. E io l’ho seppellito. Il figlio ha seppellito il padre, come è giusto che sia, come è nell’ordine naturale delle cose che succedono. L’intero processo è terminato. Ora, a libro concluso, l’ho lasciato andare in maniera completa, lieta, serena e definitiva.

Ora mi do due mesi di tempo per trovare un editore. Non di più, perché se non viene reputato interessante è inutile che vada a chiedere l’elemosina di qua e di là, preferisco piuttosto fare l’editore di me stesso (come ho fatto con il libro precedente, che nessuno voleva) e andrà bene così. Anche perché il libro per me la funzione principale l’ha già assolta, tutto il resto è un eventuale di più.

Io sono felice di averlo scritto, è come se papà mi avesse passato tutta la sua serenità – che ora mi appartiene.

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Dic 20

Di quei giorni, un anno fa, io mi ricordo tante cose.

La telefonata che mi annunciava un fatto, il fatto, che sapevo sarebbe accaduto ma che nelle settimane precedenti avevo quasi dimenticato, pressoché rimosso, come qualcosa di impensabile, qualcosa che non sarebbe successo più, come se la malattia fosse stata un raffreddore che poteva passare in un amen.

Gli scambi di telefonate e di messaggi con gli amici, l’incredulità, la costernazione, il rimpianto.

Dentro di me pensare di non aver fatto nulla per aiutare l’amico.

non torneremo mai
sui nostri passi, mai
non ci sarà mai posto
neanche di nascosto
nei giorni andati, mai

non torneremo più
nemmeno a ricordare
che è sempre troppo tardi
il tempo dei ricordi
e niente fa tornare

Le mie parole scritte, cui ho sempre tenuto tantissimo, che d’improvviso mi appaiono vuote e assolutamente inutili. Ricordo che mi sovvenne la chiosa del diario di Pavese: “Non scriverò più”.

L’essere stato con lui per un quarto d’ora da solo, il suo corpo finalmente composto nella pace della bara, a studiare le fattezze del volto sereno, ogni minimo dettaglio perché come dice Philip Roth non devi dimenticare nulla. Quel ghigno beffardo sul suo viso, lui come sempre più avanti di noi.

Il giorno del funerale, l’incontro con vecchi amici e persone conosciute sul momento.

Il saluto, momento fondamentale ma sempre così arduo per me.

I discorsi funebri, la cremazione, io che esco da quella cappella col cuore gonfio e parlo serenamente di lui con una persona solo vista di sfuggita in passato ma che ora mi dice tanto, che in quel momento sospeso mi sembra come un fratello.

L’assurdità del tutto.

La memoria che diviene ricordo.

E poi la messa di trigesima, le mie parole sciocche, io che non sono mai bravo a tirare fuori due parole quando è il momento; e poi a rito concluso io che parto con l’auto e vago per il Piemonte, nella neve, senza sapere dove andare, senza avere un luogo che possa darmi sollievo.

E ora un anno dopo siamo ancora qui a ripercorrere quegli stessi sentimenti, a cercare le parole, a non trovarle.

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Nov 21

E allora capii che ero un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.
Edgar Lee Masters, Homer Clapp


Questa mattina, andando alla discarica per portare delle macerie che provengono (ovviamente) dalle Rosine, relative a un magazzino che stiamo ristrutturando (sono uguale a papà, me ne accorgo, ora che lui fisicamente non c’è più sono io a fare esattamente le stesse cose che faceva lui), mi sentivo molto Homer Clapp e molto quel ragazzo che spingeva quel Peugeot.

Erano le otto, c’era una nebbiolina molto leggera, il sole era spuntato da poco. Per la strada le altre auto mi superavano senza fatica. Io procedevo lento con la mia Punto di vent’anni fa, sporca e grigia; vedevo le altre auto lucide, mi figuravo i pensieri dei conducenti.

Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.

La discarica era vuota, io ero solo con i miei pensieri e le macerie.

Non riesco ad andare oltre, a mangiarmi una collina. Ricado sempre nei medesimi errori. Sempre Pavese:

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

C’è sempre un Fifty nero, insomma, che ti supera. E tu rimani lì a guardare, “della razza / di chi rimane a terra”. E pensi che è ovvio che sia vero che solo la morte può renderti uguale agli altri, facendoti uomo tra gli uomini.

Ott 13


Io oggi penso che la morte di papà, che è un avvenimento di soli quattro giorni fa, mi abbia insegnato tantissimo (e tanto mi insegna e insegnerà ancora).

Fatico a credere alla mia serenità di questi giorni, come fatico a credere alle mille testimonianze di vicinanza e affetto che abbiamo ricevuto e che riceviamo. E io a tutti dico che sono sereno, che la sua morte è stato un atto perfettamente naturale, che non c’è nulla da aggiungere e che va bene così.

Io penso che la vita di papà mi dice questo: possono anche trattarti male, puoi avere tanti rovesci di fortuna, ma la tua serenità rimane sempre con te, e anzi diviene col tempo sempre più salda.

Questo è il succo: che tu sei tu. Che le disgrazie non possono scalfire chi sei, ma solo renderti più pieno e più forte.

Io penso che la vita di papà sia questo, io penso che in due parole mi renda più forte e di conseguenza con molti più strumenti per poter aiutare chi mi sta vicino. E mi sento veramente un nano sulle spalle dei giganti.

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Ott 10

Parrà strano, ma io non avevo mai visto morire qualcuno.

Da venerdì sera era chiaro che papà era al limitar di vita, perché le sue vene non ricevevano più flebo e la bocca non era in grado di inghiottire le medicine.

Sabato è stata una giornata ancora quasi normale: contro ogni evidenza ha mangiato un paio di yoghurt e un paio di fruttini, e preso parecchia acqua gelificata. A mia domanda mi ha anche detto che stava bene (e figurati se si lamenta).

Domenica la situazione, come prevedibile, è peggiorata ancora un poco. Ieri mattina era evidente che era questione al massimo di ore. Io ho fatto partire alcuni progetti, ho fatto una commissione (pensandoci ora è stato come un atteggiamento apotropaico, come la negazione dell’evidenza dei fatti), poi mi sono seduto al suo fianco. Noi figli eravamo lì, con mamma ovviamente.

Il respiro era sempre più lento, più flebile, poco più di un lamento. I battiti del cuore e del polso rallentavano vistosamente. Gli era anche venuta la febbre alta. A un certo punto mi è successa – ci è successa, forse – una cosa piccola che ha qualcosa di magico: gli ho preso il braccio, quel braccino inerme, e l’ho tenuto in mano. Gli ho sussurrato ora puoi andare, papà. Gliel’ho ripetuto due volte. Lui ha emesso un ultimo lamento più acuto, ha chiuso gli occhi ed era tutto finito.

Più avanti parlerò di tutte le incredibili manifestazioni di affetto che stiamo ricevendo, ovvero del bene che papà ha seminato in vita. Ma ora puoi andare, papà.

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Ott 05

Questo post ha quattro premesse.

La prima, abbastanza ovvia per chi mi conosce, è la situazione di papà, il suo respiro sempre più lento, le varie malattie che porta e che molto presto lo porteranno al commiato da noi.

La seconda è un libro che sto leggendo e meditando, un libro che ha molte significanze ma che, in estrema sintesi, dice che per ottenere dei risultati devi rimanere concentrato per molto tempo di fila. Lernen mit Sitzfleisch, come dicono i tedeschi – sono concetti che ragionano da tempo dentro di me, di cui ho parlato spesso in Brainfood. Ne parlerò ancora, perché è un concetto fondamentale.

La terza è che l’unica attività dove non temo la concorrenza di chicchessia è la scrittura. E lo è perché dalla terza media, all’inizio del tutto inconsapevolmente, mi sono preparato con tutta calma a essere un cristallo, per dirla con Pavese. Ho scritto tutti i giorni, dal biglietto della spesa alla giustificazione per le figlie, da libri ad articoli, dalla tesi al biglietto di auguri: col risultato che oggi, una quarantina d’anni dopo, la mia scrittura è raffinata, distillata e pronta.

La quarta è che in questi mesi ho scritto tanto su papà, ma quasi sempre in maniera veloce. Ora sono pronto per elaborare un pensiero un poco più compiuto.

All’età mia tante persone non hanno più uno o entrambi i genitori. Dunque per prima cosa mi ritengo fortunato nel sapere che comunque papà e mamma sono dalla mia parte, che ci sono per me. E non importa se papà è immobile nel suo letto, letto da cui non si alzerà più da vivo; importa invece sapere che c’è, che esiste, che respira e che qualunque cosa accada sarà dalla mia parte. Dopo, dopo questo non sarà più: dopo io sarò il primo della fila, e davanti a me conseguentemente ci sarà il baratro. Perché dopo toccherà a me.

È dunque questo baratro la paura della mia morte? Non ho una risposta precisa, anche perché di certo la questione è complessa.

Parlavo questa mattina con un amico caro, qualcuno che magari non vedi per mesi ma poi che quando ti incontra ti attacca un bottone infinito, la qual cosa per me è sempre manna celeste perché lui dice solo cose interessanti – strambe, probabilmente, ma interessanti e pensate, argomentazioni che non possono non farti riflettere. Ebbene, lui mi diceva che la mancanza di suo padre non è tanto la visita al cimitero, per esempio, che è un’attività quasi doverosa, ma è lo scricchiolio del cancello di casa, perché quello scricchiolare gli ricorda che papà dava regolarmente l’olio al cancello, mentre ora non c’è più nessuno che ci pensa; la mancanza di mamma è per esempio il ricordo di un gesto a cui riporta un quaderno di ricette che lei teneva.

Il mio baratro sono dunque le Rosine, per esempio: perché in questa casa (“casa” essendo decisamente riduttivo in questo caso) ogni coppo, ogni finestra, ogni pertugio mi ricorda attività che papà negli anni ha fatto, ha fatto fare o avrebbe voluto fare. Il mio baratro è la sua lista delle cose da fare per la casa.

(A me piace tanto salire sui tetti delle Rosine e rimanere lì a guardare il panorama: perché in quel luogo non devo rendere conto a nessuno dei miei errori. Ebbene, penso che domani andrò lì per vedere papà, per parlargli.)

Il mio baratro sarà scendere la mattina e pensare che non potrò più andare di là, fatti pochi metri, e salutare due persone miti e inferme. Vedere il divano vuoto. Non sentire la voce. I suoi colpi di tosse. Lo scatto che spegne la luce della specchiera del bagno.

Il mio baratro sarà non avere più qualcuno che, comunque vada, è dalla mia parte.

Il mio baratro è la mia fragilità, l’idea che sono troppo buono per difendermi dalle angherie. Il non saper gridare quando è ora.

Il mio baratro è l’idea di dover accettare il fatto che qualcosa che è esistito da sempre possa non esistere più. Non perché papà possa darmi consigli particolarmente preziosi, ma semplicemente per l’idea di ascoltare quello che pensa e che ha da dire.

Papà, ora gli parli e a volte ti risponde ma altre no, è già andato oltre. You’re innocent when you dream. Il mio baratro è nel non poter essere oltre insieme a lui.

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Set 25

Lo vedi che la vita lo sta lasciando.

Non è necessario essere un dottore.

Eppure oggi papà e mamma “festeggiano” 51 anni di matrimonio. E noi abbiamo festeggiato. Una bottiglia di moscato, una torta.

Un anno fa la salute di papà era già molto malferma; ma è passato un anno intero, lui è ancora qui.

Gli ho detto che oggi è il loro anniversario di matrimonio; lui, tra il rallegrato e lo stupito, mi ha risposto prima neuva. Ovvero non si ricordava, ma era contento. Papà era contento.

E comunque ha bevuto due cucchiaini di moscato insieme a noi.

La vita lo sta lasciando ma oggi abbiamo festeggiato.

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Ago 27

Ho bisogno di sistemare i pensieri, perché ne ho troppi che non sono in ordine.

Mi trovo in questi giorni in un luogo che adoro, la mia seconda patria, luogo che da quindici anni è il ricettacolo di tanti pensieri di libertà e fierezza e riconoscimento di sé e, in una parola, di comunione e identità con me stesso. La locità per me è fondamentale, in generale, e la Corsica definisce tanta parte di me. Nei silenzi di Corsica mi sento a casa, e questo è un fatto.

Mi trovo in questi giorni in una parte di vita abbastanza strana, forse particolare, perché quel grande uomo che mi ha dato i natali si trova nel suo ultimo, ultimissimo forse, periodo di vita. E io sono qui per amore delle mie figlie, soprattutto di quella bambina che si trova al suo limitar d’infanzia, lei che tempo quindici giorni comincerà una nuova avventura, la scuola media che in breve tempo la porterà lontano dall’essere la bambina che è pienamente ancora.

Io nella settimana che domani comincia terminerò il mio cinquantesimo anno di vita, e insomma compirò cinquant’anni – e anche questo è un fatto strano, forse particolare. (Per tradizione di famiglia, da diversi anni il compleanno mi coglie qui.)

Sono venuto qui, sia pure per breve tempo, del tutto impreparato, io che i viaggi di Corsica li ho sempre pensati e sognati e immaginati lungamente in tutti i dettagli con grande anticipo. Questi sono luoghi meravigliosi – incantagione è la prima parola che mi viene in mente quando penso alla Corsica –, ma so che ora non dovrei essere qui.

Ho sognato lungamente papà, questa notte. Mi parlava, parlava a me. Allora ho pensato a Pavese e a quel che diceva lui del crescere:

A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso.

Incidentalmente, dirò che 67 anni fa in questo giorno Pavese si tolse la vita, 67 come il mio anno di nascita. La vita e la morte, il ciclo della vita, i luoghi e la loro locità, l’essere nel tempo e nello spazio. Sono in un luogo che amo ma giocoforza non sono in pace con me. Mi viene in soccorso Quasimodo:

Non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno.

Ma comunque, insomma, anche se i pensieri non sono in ordine tout va bien. Leonardo Sinisgalli:

Si possono dimenticare i debiti
che abbiamo con il mondo.
Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.

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Giu 19

Voglio dirlo adesso, adesso che papà è – sia pure molto flebilmente, e per quanto è logico supporre per brevissimo tempo ancora – ancora in vita.
Il mio papà è un grande uomo.

È un grande uomo, perché a otto anni rimase orfano di padre, esperienza che ha segnato indelebilmente la sua vita, trasformandola da un’esistenza agiata e scevra di problemi materiali a un percorso in costante salita.

È un grande uomo, perché a diciassette anni, a guerra finita da pochi mesi e con l’Italia in ginocchio, senza speranze per l’avvenire prese il piroscafo che lo portò in diciotto (credo) giorni di navigazione e dopo aver attraversato col trenino le Ande in Cile, dove venne accolto come un figlio dal ramo cileno della sua famiglia e rimase quindici anni a lavorare onestamente e in allegria.

È un grande uomo, perché tornato dal Cile incontrò per caso (su un pullman, credo) la donna della sua vita, mamma, con cui dal 1966 a oggi ha condiviso ogni istante di vita.

È un grande uomo, perché tornato dal viaggio di nozze si trovò inaspettatamente senza lavoro e dovette ricominciare tutto da capo. E lo fece senza lamente e senza patemi, così, semplicemente.

È un grande uomo, perché il suo esempio silente mi è valso a diventare grande più di tanti discorsi.

Il mio papà è un grande uomo.

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