Ott 13


Io oggi penso che la morte di papà, che è un avvenimento di soli quattro giorni fa, mi abbia insegnato tantissimo (e tanto mi insegna e insegnerà ancora).

Fatico a credere alla mia serenità di questi giorni, come fatico a credere alle mille testimonianze di vicinanza e affetto che abbiamo ricevuto e che riceviamo. E io a tutti dico che sono sereno, che la sua morte è stato un atto perfettamente naturale, che non c’è nulla da aggiungere e che va bene così.

Io penso che la vita di papà mi dice questo: possono anche trattarti male, puoi avere tanti rovesci di fortuna, ma la tua serenità rimane sempre con te, e anzi diviene col tempo sempre più salda.

Questo è il succo: che tu sei tu. Che le disgrazie non possono scalfire chi sei, ma solo renderti più pieno e più forte.

Io penso che la vita di papà sia questo, io penso che in due parole mi renda più forte e di conseguenza con molti più strumenti per poter aiutare chi mi sta vicino. E mi sento veramente un nano sulle spalle dei giganti.

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Ott 10

Parrà strano, ma io non avevo mai visto morire qualcuno.

Da venerdì sera era chiaro che papà era al limitar di vita, perché le sue vene non ricevevano più flebo e la bocca non era in grado di inghiottire le medicine.

Sabato è stata una giornata ancora quasi normale: contro ogni evidenza ha mangiato un paio di yoghurt e un paio di fruttini, e preso parecchia acqua gelificata. A mia domanda mi ha anche detto che stava bene (e figurati se si lamenta).

Domenica la situazione, come prevedibile, è peggiorata ancora un poco. Ieri mattina era evidente che era questione al massimo di ore. Io ho fatto partire alcuni progetti, ho fatto una commissione (pensandoci ora è stato come un atteggiamento apotropaico, come la negazione dell’evidenza dei fatti), poi mi sono seduto al suo fianco. Noi figli eravamo lì, con mamma ovviamente.

Il respiro era sempre più lento, più flebile, poco più di un lamento. I battiti del cuore e del polso rallentavano vistosamente. Gli era anche venuta la febbre alta. A un certo punto mi è successa – ci è successa, forse – una cosa piccola che ha qualcosa di magico: gli ho preso il braccio, quel braccino inerme, e l’ho tenuto in mano. Gli ho sussurrato ora puoi andare, papà. Gliel’ho ripetuto due volte. Lui ha emesso un ultimo lamento più acuto, ha chiuso gli occhi ed era tutto finito.

Più avanti parlerò di tutte le incredibili manifestazioni di affetto che stiamo ricevendo, ovvero del bene che papà ha seminato in vita. Ma ora puoi andare, papà.

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Ott 05

Questo post ha quattro premesse.

La prima, abbastanza ovvia per chi mi conosce, è la situazione di papà, il suo respiro sempre più lento, le varie malattie che porta e che molto presto lo porteranno al commiato da noi.

La seconda è un libro che sto leggendo e meditando, un libro che ha molte significanze ma che, in estrema sintesi, dice che per ottenere dei risultati devi rimanere concentrato per molto tempo di fila. Lernen mit Sitzfleisch, come dicono i tedeschi – sono concetti che ragionano da tempo dentro di me, di cui ho parlato spesso in Brainfood. Ne parlerò ancora, perché è un concetto fondamentale.

La terza è che l’unica attività dove non temo la concorrenza di chicchessia è la scrittura. E lo è perché dalla terza media, all’inizio del tutto inconsapevolmente, mi sono preparato con tutta calma a essere un cristallo, per dirla con Pavese. Ho scritto tutti i giorni, dal biglietto della spesa alla giustificazione per le figlie, da libri ad articoli, dalla tesi al biglietto di auguri: col risultato che oggi, una quarantina d’anni dopo, la mia scrittura è raffinata, distillata e pronta.

La quarta è che in questi mesi ho scritto tanto su papà, ma quasi sempre in maniera veloce. Ora sono pronto per elaborare un pensiero un poco più compiuto.

All’età mia tante persone non hanno più uno o entrambi i genitori. Dunque per prima cosa mi ritengo fortunato nel sapere che comunque papà e mamma sono dalla mia parte, che ci sono per me. E non importa se papà è immobile nel suo letto, letto da cui non si alzerà più da vivo; importa invece sapere che c’è, che esiste, che respira e che qualunque cosa accada sarà dalla mia parte. Dopo, dopo questo non sarà più: dopo io sarò il primo della fila, e davanti a me conseguentemente ci sarà il baratro. Perché dopo toccherà a me.

È dunque questo baratro la paura della mia morte? Non ho una risposta precisa, anche perché di certo la questione è complessa.

Parlavo questa mattina con un amico caro, qualcuno che magari non vedi per mesi ma poi che quando ti incontra ti attacca un bottone infinito, la qual cosa per me è sempre manna celeste perché lui dice solo cose interessanti – strambe, probabilmente, ma interessanti e pensate, argomentazioni che non possono non farti riflettere. Ebbene, lui mi diceva che la mancanza di suo padre non è tanto la visita al cimitero, per esempio, che è un’attività quasi doverosa, ma è lo scricchiolio del cancello di casa, perché quello scricchiolare gli ricorda che papà dava regolarmente l’olio al cancello, mentre ora non c’è più nessuno che ci pensa; la mancanza di mamma è per esempio il ricordo di un gesto a cui riporta un quaderno di ricette che lei teneva.

Il mio baratro sono dunque le Rosine, per esempio: perché in questa casa (“casa” essendo decisamente riduttivo in questo caso) ogni coppo, ogni finestra, ogni pertugio mi ricorda attività che papà negli anni ha fatto, ha fatto fare o avrebbe voluto fare. Il mio baratro è la sua lista delle cose da fare per la casa.

(A me piace tanto salire sui tetti delle Rosine e rimanere lì a guardare il panorama: perché in quel luogo non devo rendere conto a nessuno dei miei errori. Ebbene, penso che domani andrò lì per vedere papà, per parlargli.)

Il mio baratro sarà scendere la mattina e pensare che non potrò più andare di là, fatti pochi metri, e salutare due persone miti e inferme. Vedere il divano vuoto. Non sentire la voce. I suoi colpi di tosse. Lo scatto che spegne la luce della specchiera del bagno.

Il mio baratro sarà non avere più qualcuno che, comunque vada, è dalla mia parte.

Il mio baratro è la mia fragilità, l’idea che sono troppo buono per difendermi dalle angherie. Il non saper gridare quando è ora.

Il mio baratro è l’idea di dover accettare il fatto che qualcosa che è esistito da sempre possa non esistere più. Non perché papà possa darmi consigli particolarmente preziosi, ma semplicemente per l’idea di ascoltare quello che pensa e che ha da dire.

Papà, ora gli parli e a volte ti risponde ma altre no, è già andato oltre. You’re innocent when you dream. Il mio baratro è nel non poter essere oltre insieme a lui.

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