Giu 19

Voglio dirlo adesso, adesso che papà è – sia pure molto flebilmente, e per quanto è logico supporre per brevissimo tempo ancora – ancora in vita.

Il mio papà è un grande uomo.

È un grande uomo, perché a otto anni rimase orfano di padre, esperienza che ha segnato indelebilmente la sua vita, trasformandola da un’esistenza agiata e scevra di problemi materiali a un percorso in costante salita.

È un grande uomo, perché a diciassette anni, a guerra finita da pochi mesi e con l’Italia in ginocchio, senza speranze per l’avvenire prese il piroscafo che lo portò in diciotto (credo) giorni di navigazione e dopo aver attraversato col trenino le Ande in Cile, dove venne accolto come un figlio dal ramo cileno della sua famiglia e rimase quindici anni a lavorare onestamente e in allegria.

È un grande uomo, perché tornato dal Cile incontrò per caso (su un pullman, credo) la donna della sua vita, mamma, con cui dal 1966 a oggi ha condiviso ogni istante di vita.

È un grande uomo, perché tornato dal viaggio di nozze si trovò inaspettatamente senza lavoro e dovette ricominciare tutto da capo. E lo fece senza lamente e senza patemi, così, semplicemente.

È un grande uomo, perché il suo esempio silente mi è valso a diventare grande più di tanti discorsi.

Il mio papà è un grande uomo.

Taggato:
Giu 08

La mia malatia a l’é bruta e a së s-ciama dësmentia nen. La mia sola meisin-a a l’é parte e andé via. Doman matin a Turin a më speta ël rataplan ch’a peul meineme a la sima dël mond. Mi i veuj traversé ël desert, ël baciass pì gròss ch’a-i é, e peui monté ansima a la montagna forëstera pì àuta dël mond. Da là ansima it im sentirài crijé la sola ròba ch’a conta andrinta a la mia vita da dësgrassià: «It veuj bin Mariana, bele che ti t’im veule pì nen. Për sempe, tò Gioanin».
Compania dij Musicant d’Alba, Rondolina – canson d’amor

Sono stato sulla tomba dell’amico mio più caro, in questi giorni. Sono passati oltre cinque mesi e mezzo dal giorno della sua scomparsa e non ci ero mai stato prima; ma il tempo in questo caso è relativo, o meglio è confuso e non lineare. E poi le strade diritte noi non le sappiamo prendere, noi possiamo solo ciapé travers.

È stata un’emozione forte, che le parole – sempre inadeguate a esprimere le sensazioni – possono descrivere solo in parte. Mi sono seduto davanti a lui, ho nascosto gli occhi perché non mi vedesse, ho singhiozzato, ho pianto. L’ho ascoltato. L’amicizia che mi legava, che mi lega a Batista è molto forte, lui un eterno don Quijote, qualcuno pronto a combattere sempre (soprattutto le battaglie già perse in partenza, ça va sans dire), e io il suo fido Sancho Panza, sempre pronto a seguire il mio cavaliere nelle sue avventure.

E c’è un motivo molto specifico per cui questo post esce oggi: oggi Batista compirebbe cinquant’anni. (Lui non avrà mai cinquant’anni, sarà eternamente giovane.) Questo mi fa sovvenire la lettera che gli scrissi in occasione del suo compleanno numero quaranta, giusto dieci anni fa. Quella lettera finiva così (naturalmente la scrissi in piemontese, ma per semplicità traduco qui):

E io voglio dire che sono contento. Sono contento per te, per quello che sai trasmettere al mondo, per la magia che porti dovunque vai: e allora sono contento di essere tuo amico e di poter avere un poco di quella magia. E sono contento di questa data tonda che capita oggi, e sono contento che tu sia il padrino di mia figlia e in una parola – come ti ho detto quella notte per telefono tornando da qualche luogo sperduto del Piemonte – ti voglio bene.

Ebbene, oggi, a distanza di dieci anni esatti tutti quei sentimenti forti rimangono precisamente i medesimi dentro di me. Ovvero io non sono ancora pronto a lasciarlo andare. È per questo che la sua foto che mi accompagna di fianco al monitor mi porta lacrime, improvvise, traditrici e irragionevoli, è per questo che ne scrivo spesso quando il bisogno di esternare quel dolore si fa pressante e urgente. Quella foto è la stessa che si trova al cimitero, e contiene già – sebbene fosse giovanissimo lì – lo stesso ghigno beffardo e sornione che ho visto, studiandolo lungamente per poterlo portare sempre con me, nel suo volto dentro la bara nella casa dei genitori, quel ghigno che in una parola diceva i l’hai favla cò stavòlta. Sì Batista, ce l’hai fatta anche stavolta, ci hai fregati tutti.

Io però non sono ancora pronto a lasciare andare l’amico mio più caro. Batista, ti voglio tenere dentro di me ancora per un po’; o per tanto, non lo so, comunque tenerti, per tutto quello che la tua amicizia ha significato per me, per la tua gioia e intelligenza, per il tuo cuore grande come una vigna, come il tuo Piemonte, come l’Africa.

Insomma questa è la mia maniera per fare una cosa sciocca: augurarti buon compleanno. Che folairà, neh, Batista?

“Nel suo cuore c’è forse un affanno / sul suo ciglio una lacrima appar”. E ora il cowboy è andato lontanissimo. Oltre l’orizzonte, oltre la luce, oltre il tempo. Hallelujah.

Taggato:
Mar 09


Questa mattina percorrevo per lavoro a passo veloce via Garibaldi, a Torino, io e la mia tuta che mi accompagna sempre (tra parentesi: l’altro giorno ho dovuto mettermi la camicia: che fatica! Ma non si potrebbe mettere la regola che si va sempre in tuta in qualunque occasione e via fòrt?), e mi è occorso un pensiero.

Sono passati trent’anni.

Allora ero uno studente universitario. Io sono cambiato tanto, com’è logico che sia; ma il mondo in fondo è rimasto esattamente lo stesso. Mi è venuta in mente quella poesia di Attilio Bertolucci, Gli anni:

Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.

Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,

la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda.
Il passo è quello lento e gaio della provincia.

Per il resto è tutto esattamente uguale. Io con le mie stesse insicurezze di allora, la riservatezza – o la timidezza, chiamala come vuoi. La differenza, probabilmente, però, è che dentro di me ho una consapevolezza forte, che un po’ mi sembra la consapevolezza dei quarant’anni che ha portato al libro, alla felicità dopo le crisi eccetera. Appunto ora mi sembra una cosa simile, diversa ma simile: perché i cinquanta non sono i quaranta, e questo è logico; perché tante cose sono alle spalle; ma le possibilità sono comunque moltissime: le parole da scrivere, i tramonti da guardare, le persone da incontrare, i discorsi da sentire, da fare, l’impronta da lasciare sul mondo, i libri da scrivere, i blog da completare eccetera.

Mi è venuto in mente anche quel pensiero di Pavese, che da lì è passato mille volte (lettera a E., 14 ottobre 1932):

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Insomma sono passati trent’anni e non sono trent’anni in più di vita, ma come direbbe don Bosco sono trent’anni in meno (da vivere); ma quello che c’è in più è questo equilibrio. Che non è certamente qualcosa di raggiunto per sempre, perché solo per i morti l’equilibrio è definitivo e la scrivania è completamente pulita: però questo equilibrium instabilis è un bell’obiettivo da avere. Insomma sono passati trent’anni ma questa è una specie di felicità.

preload preload preload