Dic 28

Ho scritto un libro, e quando sono arrivato al fondo ho capito esattamente perché.

Otto giorni dopo la morte di papà ho iniziato a scrivere il libro su di lui. Tutto era in realtà partito nei suoi ultimi mesi di vita, periodo nel quale ho scritto spesso brevi note su di lui sulla mia pagina FB; e spesso, di rimando, c’erano persone – amici – che raccontavano le proprie esperienze con i genitori anziani. Allora questo flusso di pensieri comuni mi ha fatto sentire parte di un tutto più grande di me, e ho capito che i miei pensieri potevano parlare a qualcuno. Lo ha detto meglio di me Cristina Maccarrone:

Scrivi quello che hai visto, che hai provato, non pensare non serva: la gente non sa come fare a volte, potresti aiutarla.

È stato il mio progetto principale per nove settimane. Non tutti i giorni, ma le cose andavano così: mi svegliavo presto, diciamo intorno alle sette, e mi mettevo subito a scrivere evitando qualunque interruzione (i giorni veramente produttivi sono stati quelli in cui non ho preso in mano il telefono e/o guardato la posta prima delle nove almeno). (Tale metodo mi viene da questo libro.) Oppure durante il giorno mi veniva in mente qualcosa e lo annotavo, e poi al momento opportuno elaboravo quelle note. Ho letto anche tanti libri sul tema, mi sono “documentato”, per così dire, facendo man bassa dell’esperienza di altri scrittori.

Due mesi dopo è venuto un momento, un istante preciso, in cui ho sentito che il libro era terminato. In quel momento mi sono reso conto che avevo scritto di papà tutto quello che desidero ricordare negli anni a venire. Il libro contiene tanti buchi, ovvio, cose importanti che ho trascurato come dettagli che ho enfatizzato all’eccesso; ma dopotutto il papà è il mio, e così desidero ricordarlo.

L’intero percorso è durato due mesi esatti. E quando sono giunto a quel momento ho capito che la vera, la principale, l’essenziale ragione per cui ho scritto tutto quanto è stato per accompagnare davvero papà alla sua tomba. In quel momento, pochissimi giorni prima di Natale, ho capito che lo avevo seppellito per sempre e che potevo passare oltre con la mia vita.

C’eravamo lui e io. E io l’ho seppellito. Il figlio ha seppellito il padre, come è giusto che sia, come è nell’ordine naturale delle cose che succedono. L’intero processo è terminato. Ora, a libro concluso, l’ho lasciato andare in maniera completa, lieta, serena e definitiva.

Ora mi do due mesi di tempo per trovare un editore. Non di più, perché se non viene reputato interessante è inutile che vada a chiedere l’elemosina di qua e di là, preferisco piuttosto fare l’editore di me stesso (come ho fatto con il libro precedente, che nessuno voleva) e andrà bene così. Anche perché il libro per me la funzione principale l’ha già assolta, tutto il resto è un eventuale di più.

Io sono felice di averlo scritto, è come se papà mi avesse passato tutta la sua serenità – che ora mi appartiene.

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Dic 20

Di quei giorni, un anno fa, io mi ricordo tante cose.

La telefonata che mi annunciava un fatto, il fatto, che sapevo sarebbe accaduto ma che nelle settimane precedenti avevo quasi dimenticato, pressoché rimosso, come qualcosa di impensabile, qualcosa che non sarebbe successo più, come se la malattia fosse stata un raffreddore che poteva passare in un amen.

Gli scambi di telefonate e di messaggi con gli amici, l’incredulità, la costernazione, il rimpianto.

Dentro di me pensare di non aver fatto nulla per aiutare l’amico.

non torneremo mai
sui nostri passi, mai
non ci sarà mai posto
neanche di nascosto
nei giorni andati, mai

non torneremo più
nemmeno a ricordare
che è sempre troppo tardi
il tempo dei ricordi
e niente fa tornare

Le mie parole scritte, cui ho sempre tenuto tantissimo, che d’improvviso mi appaiono vuote e assolutamente inutili. Ricordo che mi sovvenne la chiosa del diario di Pavese: “Non scriverò più”.

L’essere stato con lui per un quarto d’ora da solo, il suo corpo finalmente composto nella pace della bara, a studiare le fattezze del volto sereno, ogni minimo dettaglio perché come dice Philip Roth non devi dimenticare nulla. Quel ghigno beffardo sul suo viso, lui come sempre più avanti di noi.

Il giorno del funerale, l’incontro con vecchi amici e persone conosciute sul momento.

Il saluto, momento fondamentale ma sempre così arduo per me.

I discorsi funebri, la cremazione, io che esco da quella cappella col cuore gonfio e parlo serenamente di lui con una persona solo vista di sfuggita in passato ma che ora mi dice tanto, che in quel momento sospeso mi sembra come un fratello.

L’assurdità del tutto.

La memoria che diviene ricordo.

E poi la messa di trigesima, le mie parole sciocche, io che non sono mai bravo a tirare fuori due parole quando è il momento; e poi a rito concluso io che parto con l’auto e vago per il Piemonte, nella neve, senza sapere dove andare, senza avere un luogo che possa darmi sollievo.

E ora un anno dopo siamo ancora qui a ripercorrere quegli stessi sentimenti, a cercare le parole, a non trovarle.

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Nov 21

E allora capii che ero un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.
Edgar Lee Masters, Homer Clapp


Questa mattina, andando alla discarica per portare delle macerie che provengono (ovviamente) dalle Rosine, relative a un magazzino che stiamo ristrutturando (sono uguale a papà, me ne accorgo, ora che lui fisicamente non c’è più sono io a fare esattamente le stesse cose che faceva lui), mi sentivo molto Homer Clapp e molto quel ragazzo che spingeva quel Peugeot.

Erano le otto, c’era una nebbiolina molto leggera, il sole era spuntato da poco. Per la strada le altre auto mi superavano senza fatica. Io procedevo lento con la mia Punto di vent’anni fa, sporca e grigia; vedevo le altre auto lucide, mi figuravo i pensieri dei conducenti.

Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.

La discarica era vuota, io ero solo con i miei pensieri e le macerie.

Non riesco ad andare oltre, a mangiarmi una collina. Ricado sempre nei medesimi errori. Sempre Pavese:

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

C’è sempre un Fifty nero, insomma, che ti supera. E tu rimani lì a guardare, “della razza / di chi rimane a terra”. E pensi che è ovvio che sia vero che solo la morte può renderti uguale agli altri, facendoti uomo tra gli uomini.

Giu 19

Voglio dirlo adesso, adesso che papà è – sia pure molto flebilmente, e per quanto è logico supporre per brevissimo tempo ancora – ancora in vita.
Il mio papà è un grande uomo.

È un grande uomo, perché a otto anni rimase orfano di padre, esperienza che ha segnato indelebilmente la sua vita, trasformandola da un’esistenza agiata e scevra di problemi materiali a un percorso in costante salita.

È un grande uomo, perché a diciassette anni, a guerra finita da pochi mesi e con l’Italia in ginocchio, senza speranze per l’avvenire prese il piroscafo che lo portò in diciotto (credo) giorni di navigazione e dopo aver attraversato col trenino le Ande in Cile, dove venne accolto come un figlio dal ramo cileno della sua famiglia e rimase quindici anni a lavorare onestamente e in allegria.

È un grande uomo, perché tornato dal Cile incontrò per caso (su un pullman, credo) la donna della sua vita, mamma, con cui dal 1966 a oggi ha condiviso ogni istante di vita.

È un grande uomo, perché tornato dal viaggio di nozze si trovò inaspettatamente senza lavoro e dovette ricominciare tutto da capo. E lo fece senza lamente e senza patemi, così, semplicemente.

È un grande uomo, perché il suo esempio silente mi è valso a diventare grande più di tanti discorsi.

Il mio papà è un grande uomo.

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Giu 08

La mia malatia a l’é bruta e a së s-ciama dësmentia nen. La mia sola meisin-a a l’é parte e andé via. Doman matin a Turin a më speta ël rataplan ch’a peul meineme a la sima dël mond. Mi i veuj traversé ël desert, ël baciass pì gròss ch’a-i é, e peui monté ansima a la montagna forëstera pì àuta dël mond. Da là ansima it im sentirài crijé la sola ròba ch’a conta andrinta a la mia vita da dësgrassià: «It veuj bin Mariana, bele che ti t’im veule pì nen. Për sempe, tò Gioanin».
Compania dij Musicant d’Alba, Rondolina – canson d’amor

Sono stato sulla tomba dell’amico mio più caro, in questi giorni. Sono passati oltre cinque mesi e mezzo dal giorno della sua scomparsa e non ci ero mai stato prima; ma il tempo in questo caso è relativo, o meglio è confuso e non lineare. E poi le strade diritte noi non le sappiamo prendere, noi possiamo solo ciapé travers.

È stata un’emozione forte, che le parole – sempre inadeguate a esprimere le sensazioni – possono descrivere solo in parte. Mi sono seduto davanti a lui, ho nascosto gli occhi perché non mi vedesse, ho singhiozzato, ho pianto. L’ho ascoltato. L’amicizia che mi legava, che mi lega a Batista è molto forte, lui un eterno don Quijote, qualcuno pronto a combattere sempre (soprattutto le battaglie già perse in partenza, ça va sans dire), e io il suo fido Sancho Panza, sempre pronto a seguire il mio cavaliere nelle sue avventure.

E c’è un motivo molto specifico per cui questo post esce oggi: oggi Batista compirebbe cinquant’anni. (Lui non avrà mai cinquant’anni, sarà eternamente giovane.) Questo mi fa sovvenire la lettera che gli scrissi in occasione del suo compleanno numero quaranta, giusto dieci anni fa. Quella lettera finiva così (naturalmente la scrissi in piemontese, ma per semplicità traduco qui):

E io voglio dire che sono contento. Sono contento per te, per quello che sai trasmettere al mondo, per la magia che porti dovunque vai: e allora sono contento di essere tuo amico e di poter avere un poco di quella magia. E sono contento di questa data tonda che capita oggi, e sono contento che tu sia il padrino di mia figlia e in una parola – come ti ho detto quella notte per telefono tornando da qualche luogo sperduto del Piemonte – ti voglio bene.

Ebbene, oggi, a distanza di dieci anni esatti tutti quei sentimenti forti rimangono precisamente i medesimi dentro di me. Ovvero io non sono ancora pronto a lasciarlo andare. È per questo che la sua foto che mi accompagna di fianco al monitor mi porta lacrime, improvvise, traditrici e irragionevoli, è per questo che ne scrivo spesso quando il bisogno di esternare quel dolore si fa pressante e urgente. Quella foto è la stessa che si trova al cimitero, e contiene già – sebbene fosse giovanissimo lì – lo stesso ghigno beffardo e sornione che ho visto, studiandolo lungamente per poterlo portare sempre con me, nel suo volto dentro la bara nella casa dei genitori, quel ghigno che in una parola diceva i l’hai favla cò stavòlta. Sì Batista, ce l’hai fatta anche stavolta, ci hai fregati tutti.

Io però non sono ancora pronto a lasciare andare l’amico mio più caro. Batista, ti voglio tenere dentro di me ancora per un po’; o per tanto, non lo so, comunque tenerti, per tutto quello che la tua amicizia ha significato per me, per la tua gioia e intelligenza, per il tuo cuore grande come una vigna, come il tuo Piemonte, come l’Africa.

Insomma questa è la mia maniera per fare una cosa sciocca: augurarti buon compleanno. Che folairà, neh, Batista?

“Nel suo cuore c’è forse un affanno / sul suo ciglio una lacrima appar”. E ora il cowboy è andato lontanissimo. Oltre l’orizzonte, oltre la luce, oltre il tempo. Hallelujah.

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Mar 09


Questa mattina percorrevo per lavoro a passo veloce via Garibaldi, a Torino, io e la mia tuta che mi accompagna sempre (tra parentesi: l’altro giorno ho dovuto mettermi la camicia: che fatica! Ma non si potrebbe mettere la regola che si va sempre in tuta in qualunque occasione e via fòrt?), e mi è occorso un pensiero.

Sono passati trent’anni.

Allora ero uno studente universitario. Io sono cambiato tanto, com’è logico che sia; ma il mondo in fondo è rimasto esattamente lo stesso. Mi è venuta in mente quella poesia di Attilio Bertolucci, Gli anni:

Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.

Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,

la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda.
Il passo è quello lento e gaio della provincia.

Per il resto è tutto esattamente uguale. Io con le mie stesse insicurezze di allora, la riservatezza – o la timidezza, chiamala come vuoi. La differenza, probabilmente, però, è che dentro di me ho una consapevolezza forte, che un po’ mi sembra la consapevolezza dei quarant’anni che ha portato al libro, alla felicità dopo le crisi eccetera. Appunto ora mi sembra una cosa simile, diversa ma simile: perché i cinquanta non sono i quaranta, e questo è logico; perché tante cose sono alle spalle; ma le possibilità sono comunque moltissime: le parole da scrivere, i tramonti da guardare, le persone da incontrare, i discorsi da sentire, da fare, l’impronta da lasciare sul mondo, i libri da scrivere, i blog da completare eccetera.

Mi è venuto in mente anche quel pensiero di Pavese, che da lì è passato mille volte (lettera a E., 14 ottobre 1932):

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Insomma sono passati trent’anni e non sono trent’anni in più di vita, ma come direbbe don Bosco sono trent’anni in meno (da vivere); ma quello che c’è in più è questo equilibrio. Che non è certamente qualcosa di raggiunto per sempre, perché solo per i morti l’equilibrio è definitivo e la scrivania è completamente pulita: però questo equilibrium instabilis è un bell’obiettivo da avere. Insomma sono passati trent’anni ma questa è una specie di felicità.

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