Mag 01


Prima o poi doveva succedere.

E oggi è successo. Oggi ho chiuso un cerchio.

Come i miei venticinque lettori sanno, la valle Grana è luogo che mi “appartiene” (o cui appartengo) dal 1974, e alla fine dell’anno scorso non è stato facile dover dire che non avevo più casa mia lassù. Ho cercato di spiegare a me stesso i motivi, ma mi sono stati chiari solo in parte. Insomma era un nodo irrisolto, che si è risolto oggi nella maniera meno immaginabile e scontata possibile.

Sentivo il bisogno di passare a vedere la casa dove sono cresciute le mie figlie, dove ho scritto quantità inimmaginabili di post e articoli, dove ho sognato e respirato e sono stato in pace con me. Per un mio sciocco ed esecrabile errore – ho sentito l’impulso di entrarvi – sono venuto a male parole col “custode” di quel luogo, persona che credevo di conoscere. Ma solo oggi, in verità, l’ho conosciuta.

La persona che era con me mi ha dato lo spunto per la soluzione. “Che cos’avrebbe detto Batista?”, mi ha chiesto. E io non ho avuto (né ho) dubbi: lui avrebbe detto qualcosa come “lassa perdi e ven via”. In realtà mi sono scese delle lacrime di frustrazione per essere stato chiamato maleducato.

Io comunque ho chiesto scusa per il mio gesto, e sono in pace con me.

E in quel momento ho capito. Batista me lo aveva già detto in maniera chiara lo scorso settembre (“Vita Gioanin, orizont!”, e “San Martin spiritual!”, e anche il titolo di questo post è una sua frase riferita alla questione). Ora, non poter andare da lui a chiedere un parere è una cosa che mi pesa, e certamente non sono esente da errori, ma infine ho capito. Ho capito che non devo giudicare e non importa quel che è stato, ho capito che è importante oggi passare oltre. Andare oltre. Dimenticare, perdonare e andare oltre.

Oggi, nel giorno del Signore 1 maggio 2017, ho detto addio alla Piatta. Non arrivederci, ma addio. Addio per sempre.

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Apr 27

Ho passato un’oretta da papà e mamma, questa mattina verso l’ora del desinare. Piccoli lavoretti, piccole parole, piccoli gesti. Mamma mi racconta dei pannoloni, delle tribolazioni pratiche nel curare un uomo molto anziano, mite, buono, che è al di là della malattia.

Credo che, a parlarmi, mamma si senta un poco sollevata. Io mi guardo intorno e non vedo più davanti a me coloro che sempre, comunque e senza condizioni sono stati dalla mia parte. Ovvero li vedo, ma li vedo deboli, debolissimi.

Questi momenti con loro mi infondono dolcezza, mi infondono mitezza. Non so se sono stato un bravo figlio o no; ma loro certamente sono stati bravi genitori, nei loro limiti di conoscenza e tempo.

Mi ripeto, lo so. All’età mia le scoperte ci sono ancora – #ciapatravers ha del resto un significato molto preciso –, ma altrettanto importante è guardare il tempo che è passato. Allora mi ripeto, perché le novità sono importanti ma altrettanto importanti sono le cose che si sono fatte, le parole che si sono dette, i gesti d’amore.

Ho parlato con papà. Lui fa fatica (ma questo lo sappiamo già). I suoi occhi sono occhi vivi. Direbbe Saba, parlando delle “creature della vita / e del dolore”:

S’agita in esse, come in me, il Signore.

Guardando queste due vite, quest’uomo e questa donna, e in particolare la vita di quest’uomo buono che si sta spegnendo, capisco che il mio cuore è un luogo pieno di vita, un luogo che esiste perché esistono papà e mamma. Disse Eduardo nella sua ultima apparizione pubblica (Taormina, 15 settembre 1983):

Anche stasera mi batte il cuore. E continuerà a battermi pure quando si sarà fermato.

E Nelo Risi scrisse della propria madre:

Rinunceremmo alla memoria
per prolungarti in vita
e non in morte, cara.

Per caso mi è venuto in mente in questi giorni il periodo in cui, avevo vent’anni circa, scappavo di casa a ogni occasione. Ora vedo queste due persone care, questi vecchini miti, e mi sento fortunato a poter varcare la soglia dell’uscio di casa loro e trovarli vivi. So che presto sarà il vuoto dentro; e anche Montale, parlando della Mosca, ha una parola per questo:

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Un giorno, molto presto, guarderò innanzi a me e mi vedrò il primo della fila. Mi sentirò perso, non avrò direzione. Ma fino a che papà e mamma avranno un alito di vita ci sarà qualcuno che, sempre, comunque e senza condizioni o domande, sarà dalla mia parte.

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Feb 22


Gli occhiali mi danno fastidio, ma senza non ci vedo. Cioè, leggo senza problemi ma col destro faccio fatica; per uscire, miope come sono, mi sono necessari (da millant’anni).

Ho quarantanove anni, ma mentalmente ne ho cinquanta – e questa sottigliezza fa per me tutta la differenza del mondo.

Ho aiutato papà a spostarsi dal divano dov’era disteso al tavolo per la cena. Non c’era peso in quel corpo.

Ho fatto diciotto buche oggi, e le ho godute fino in fondo. Il birdie come i birdie mancati come i tanti par – e anche il quadruplo. Senza problemi. Domani altre diciotto.

In quest’anno ho saputo che due miei compagni di liceo sono già morti – uno poche settimane fa, uno forse da un paio d’anni. Mi sembra tutto così strano. Possibile che sia tutto qui?

I miei capelli grigi, i miei pensieri.

Le mie figlie che cantano insieme “la vita è perfetta”. (Questo aggiusta tante cose.) (Angelo Manzoni, angelo di sangue.) (Gli anni sono brevi.)

Pensieri che si agitano, che cercano di uscire. Li registro qui, adesso, così come sono.

Feb 02

Di te non scriverò,
io sono tutta scritta di te.
Non c’è al di là del mio margine ombroso
pagina chiara che ti possa accogliere.
(Elena Clementelli)

I miei pensieri sono confusi, in questo periodo. Allora scrivere serve per cercare di mettere in ordine le idee. Per darsi una regolata. Per ripartire. Per fare le cose che ancora voglio fare.

Dunque, Batista è sempre stato una sorta di fratello spirituale per me. La prima volta che mi chiamò (fu lui a chiamarmi, e già questa è una grande lezione: sorridi per primo, il resto accadrà magicamente da sé), dopo quindici secondi ad ascoltarlo parlare avevo già capito che sarebbe stato mio amico per sempre. Per la vita.

Devo però subito chiarire un punto: metà delle cose che lui diceva, o forse ben più di metà, io non riuscivo a capirle. (A volte lo guardavo stralunato, ma lui era già oltre.) Però quei pochi concetti che capivo mi bastavano e avanzavano per fare e pensare. (Per fare, sopra tutto: perché che cos’è il pensiero senza l’azione?)

Ora lui fisicamente non c’è più, ma la persona Batista, il suo spirito, la sua forza, la sua nobiltà d’animo, le sue idee mi accompagnano, e come! Va da sé che ne parlerò tanto, e in profondità, nel tempo a venire. Oggi parto con un tentativo di spiegazione di questo blog, di cui Batista è forza scatenante, motore primo e fonte di ispirazione.

Detto di lui, devo parlare del nome di questo blog. Ciapatravers “sarebbe” una parola piemontese, ma a quanto mi risulta è un’invenzione sua (ciapé = prendere). Noi, mi diceva Batista, dobbiamo ciapé travers, dobbiamo passare attraverso, ovvero non dobbiamo – forse meglio, non possiamo – più prendere strade diritte per andare dove vogliamo andare. E questo perché da una parte non ne abbiamo più il tempo, e dall’altra abbiamo l’esperienza necessaria per svicolare, per passare attraverso le cose per arrivare prima. Per arrivare.

E poi devo parlare di me, perché l’incombere dei cinquant’anni – mancano pochi mesi ormai – ha portato delle trasformazioni in me, che si riflettono nella scrittura e in quel che attraverso la scrittura penso di poter offrire ai miei venticinque lettori. Se Brainfood è stato il diario dei miei quarant’anni, della gioia delle riscoperte, del libro e così via, sono poi intervenuti (e stanno intervenendo) alcuni fatti che mi hanno cambiato e che continuano a cambiarmi. Senza pretesa di esaustività e senza un ordine particolare:

– l’aver lasciato il mio rifugio tra i monti, dopo 39 anni di ininterrotta frequentazione (anche di questa lacerazione parlerò nei dettagli più avanti);

– una stanchezza di scrittura che avvertivo, nei mesi passati (c’era bisogno di pulizia);

– la salute in continuo peggioramento di papà, che è un fatto naturale ma che mi lascia comunque interdetto. Da una parte sono pronto a prendermi le mie responsabilità, ma dall’altra mi accompagnano parole come quelle, ad esempio, di Luca Goldoni (Se torno a nascere):

Anche l’ultima volta disse che si sentiva un po’ stanca e, se si fosse stesa un po’ sul letto, le sarebbe passato. Ma dal suo polso impazzito io capivo che quella volta era proprio l’ultima. Quando chiuse gli occhi e perse conoscenza, mi resi conto e, anche se per tanti anni m’ero preparato, mi ritrovai impreparato. Ero solo accanto a lei e ricordo che continuavo a pensare una cosa infantile: che era la prima volta che mia madre mi abbandonava a me stesso, senza farmi coraggio.

Ecco insomma questo Ciapatravers sarà il diario delle mie scoperte da cinquantenne. Io sono pronto, il resto verrà.

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