Dic 20

Di quei giorni, un anno fa, io mi ricordo tante cose.

La telefonata che mi annunciava un fatto, il fatto, che sapevo sarebbe accaduto ma che nelle settimane precedenti avevo quasi dimenticato, pressoché rimosso, come qualcosa di impensabile, qualcosa che non sarebbe successo più, come se la malattia fosse stata un raffreddore che poteva passare in un amen.

Gli scambi di telefonate e di messaggi con gli amici, l’incredulità, la costernazione, il rimpianto.

Dentro di me pensare di non aver fatto nulla per aiutare l’amico.

non torneremo mai
sui nostri passi, mai
non ci sarà mai posto
neanche di nascosto
nei giorni andati, mai

non torneremo più
nemmeno a ricordare
che è sempre troppo tardi
il tempo dei ricordi
e niente fa tornare

Le mie parole scritte, cui ho sempre tenuto tantissimo, che d’improvviso mi appaiono vuote e assolutamente inutili. Ricordo che mi sovvenne la chiosa del diario di Pavese: “Non scriverò più”.

L’essere stato con lui per un quarto d’ora da solo, il suo corpo finalmente composto nella pace della bara, a studiare le fattezze del volto sereno, ogni minimo dettaglio perché come dice Philip Roth non devi dimenticare nulla. Quel ghigno beffardo sul suo viso, lui come sempre più avanti di noi.

Il giorno del funerale, l’incontro con vecchi amici e persone conosciute sul momento.

Il saluto, momento fondamentale ma sempre così arduo per me.

I discorsi funebri, la cremazione, io che esco da quella cappella col cuore gonfio e parlo serenamente di lui con una persona solo vista di sfuggita in passato ma che ora mi dice tanto, che in quel momento sospeso mi sembra come un fratello.

L’assurdità del tutto.

La memoria che diviene ricordo.

E poi la messa di trigesima, le mie parole sciocche, io che non sono mai bravo a tirare fuori due parole quando è il momento; e poi a rito concluso io che parto con l’auto e vago per il Piemonte, nella neve, senza sapere dove andare, senza avere un luogo che possa darmi sollievo.

E ora un anno dopo siamo ancora qui a ripercorrere quegli stessi sentimenti, a cercare le parole, a non trovarle.

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Giu 08

La mia malatia a l’é bruta e a së s-ciama dësmentia nen. La mia sola meisin-a a l’é parte e andé via. Doman matin a Turin a më speta ël rataplan ch’a peul meineme a la sima dël mond. Mi i veuj traversé ël desert, ël baciass pì gròss ch’a-i é, e peui monté ansima a la montagna forëstera pì àuta dël mond. Da là ansima it im sentirài crijé la sola ròba ch’a conta andrinta a la mia vita da dësgrassià: «It veuj bin Mariana, bele che ti t’im veule pì nen. Për sempe, tò Gioanin».
Compania dij Musicant d’Alba, Rondolina – canson d’amor

Sono stato sulla tomba dell’amico mio più caro, in questi giorni. Sono passati oltre cinque mesi e mezzo dal giorno della sua scomparsa e non ci ero mai stato prima; ma il tempo in questo caso è relativo, o meglio è confuso e non lineare. E poi le strade diritte noi non le sappiamo prendere, noi possiamo solo ciapé travers.

È stata un’emozione forte, che le parole – sempre inadeguate a esprimere le sensazioni – possono descrivere solo in parte. Mi sono seduto davanti a lui, ho nascosto gli occhi perché non mi vedesse, ho singhiozzato, ho pianto. L’ho ascoltato. L’amicizia che mi legava, che mi lega a Batista è molto forte, lui un eterno don Quijote, qualcuno pronto a combattere sempre (soprattutto le battaglie già perse in partenza, ça va sans dire), e io il suo fido Sancho Panza, sempre pronto a seguire il mio cavaliere nelle sue avventure.

E c’è un motivo molto specifico per cui questo post esce oggi: oggi Batista compirebbe cinquant’anni. (Lui non avrà mai cinquant’anni, sarà eternamente giovane.) Questo mi fa sovvenire la lettera che gli scrissi in occasione del suo compleanno numero quaranta, giusto dieci anni fa. Quella lettera finiva così (naturalmente la scrissi in piemontese, ma per semplicità traduco qui):

E io voglio dire che sono contento. Sono contento per te, per quello che sai trasmettere al mondo, per la magia che porti dovunque vai: e allora sono contento di essere tuo amico e di poter avere un poco di quella magia. E sono contento di questa data tonda che capita oggi, e sono contento che tu sia il padrino di mia figlia e in una parola – come ti ho detto quella notte per telefono tornando da qualche luogo sperduto del Piemonte – ti voglio bene.

Ebbene, oggi, a distanza di dieci anni esatti tutti quei sentimenti forti rimangono precisamente i medesimi dentro di me. Ovvero io non sono ancora pronto a lasciarlo andare. È per questo che la sua foto che mi accompagna di fianco al monitor mi porta lacrime, improvvise, traditrici e irragionevoli, è per questo che ne scrivo spesso quando il bisogno di esternare quel dolore si fa pressante e urgente. Quella foto è la stessa che si trova al cimitero, e contiene già – sebbene fosse giovanissimo lì – lo stesso ghigno beffardo e sornione che ho visto, studiandolo lungamente per poterlo portare sempre con me, nel suo volto dentro la bara nella casa dei genitori, quel ghigno che in una parola diceva i l’hai favla cò stavòlta. Sì Batista, ce l’hai fatta anche stavolta, ci hai fregati tutti.

Io però non sono ancora pronto a lasciare andare l’amico mio più caro. Batista, ti voglio tenere dentro di me ancora per un po’; o per tanto, non lo so, comunque tenerti, per tutto quello che la tua amicizia ha significato per me, per la tua gioia e intelligenza, per il tuo cuore grande come una vigna, come il tuo Piemonte, come l’Africa.

Insomma questa è la mia maniera per fare una cosa sciocca: augurarti buon compleanno. Che folairà, neh, Batista?

“Nel suo cuore c’è forse un affanno / sul suo ciglio una lacrima appar”. E ora il cowboy è andato lontanissimo. Oltre l’orizzonte, oltre la luce, oltre il tempo. Hallelujah.

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