Giu 14

Ho fatto una bella gara, in questi giorni. Una tipica gara di circolo, nulla di importante, ma un 73 che mi ha dato molte soddisfazioni.
E, al di là di quello che posso avere fatto o non fatto io, che può interessare sì e no a tre persone, ho ripensato all’esperienza di sabato e cercato di trarne delle indicazioni di valenza più o meno generale.

Innanzitutto, il mio handicap è sceso al livello più basso di sempre (2,4), il che è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di ulteriori rinforzi o commenti. Come credo sia per quasi qualunque golfista, quel numerino è pari alla stella da sceriffo che da piccoli ci attaccavamo alla camicia a quadrettoni, o – nella versione femminile – qualcosa come il cerchietto da principessa che conteneva mondi interi.

In secondo luogo, questo handicap è venuto a fronte di un “impegno” in campo pratica molto ridotto rispetto agli anni passati (chiedo scusa, ma per me imparare a giocare a golf è sempre stato assimilabile non dico ad un lavoro, ma comunque ad un’attività con regole precise e scandite), e invece a molto più tempo dedicato – in proporzione – al campo. (Perché alla Margherita ci sono delle regole non scritte, ma non per questo meno efficaci, e rimanere in campo pratica quando i tuoi amici vanno in campo è un’offesa decisamente grave.) Con un’eccezione significativa: quello che non è eliminabile è il tempo dedicato al putt e soprattutto al gioco corto: fatto 100 il tempo dedicato alla pratica, al momento 60 è il tempo dedicato al gioco corto, 30 al putt e lo scarno resto al gioco lungo.

In terzo luogo, sabato ho di sicuro fatto un giro brillante, ma con dei punti di debolezza che sono tipici miei, il più immediatamente evidente essendo la lunghezza col drive. Il mio drive non è certamente lungo, e questo è un limite col quale mi scontro e dove non posso fare molto, ma la sicurezza che ricavo dal legno 3, dagli ibridi e dai ferri è grande, e soprattutto più mi avvicino alla buca e più mi sento in controllo della situazione. Questo per dire che anche chi non è lungo dal tee ha ancora speranza, e come!

In quarto luogo, ora sono molto meno ossessionato di un tempo da numeri e statistiche. Anzi, devo dire che non le tengo nemmeno più: ho amato il tanto tempo che per lunghi anni ho dedicato alle statistiche, ma ora mi piace pensare in termini di risultato (nel golf you are your numbers, si sa), unitamente alla cara, vecchia analisi del giro. Quella sì non mi pare eliminabile: quindi trovo fondamentale rivedere nella mente tutti i colpi, ripensare allo stato d’animo avuto durante la preparazione e l’esecuzione del colpo, col risultato di avere alla fine delle 18 buche un’idea chiara su cosa ha funzionato benissimo e su che cosa invece è da rivedere.


preload preload preload
© 2024 Gianni Davico  Licenza Creative Commons