Mar 25

desertitudine di Palazzo Nuovo


Sono passato questa mattina davanti al palazzo in cui ho trascorso tanti anni fa cinque anni molto intensi nella mia vita giovanile. Ero uno studente bravino, niente di più. Non avevo di fatto amici, solo qualche conoscenza. Questo è sempre stato un mio grande limite. Mi è sovvenuto qualche verso di Bertolucci:

Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più.

Ho pensato anche a una frase di Jovanotti (“Un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te / ma ti guardi intorno e invece non c’è niente”).

I pensieri si affollavano nella mente, mi sono venute in mente un sacco di cose, ma nessuna di qualche importanza degna di nota. Mi ha colpito soprattutto la desertitudine della zona, il fatto che un luogo che dovrebbe essere affollato è chiuso e basta. Ho pensato alla speranza cui tutti abbiamo diritto, indipendentemente dall’età e dagli errori che possiamo avere o non avere commesso.

Ho pensato anche, io che il calcio non lo seguo per nulla, a Prandelli, alla dignità dell’uomo nel mettere sul piatto il suo “assurdo disagio”. (Mi echeggia il “vizio assurdo ” di Pavese: ma quanto siamo messi male, come società tutta?) Io sono molto stanco, ma credo che lo siamo tutti. Però ho pensato anche che è questo il tempo di riprendere la vita che ci appartiene, perché è vero che ciascuno di noi ha il diritto di stare male e di soffrire, ma è altrettanto vero che nella stragrande maggioranza dei casi questa sofferenza non porta a nulla.

Ho pensato anche a Batista, il mio rifugio estremo quando non so più da che parte guardare. Ciascuno si attacca alle speranze che ha, io per carattere credo di essere incline a cercare le cose là dove non esistono e dove non ho possibilità alcuna di trovarle. (“Quel couillon!”, come mi disse una persona tanti anni fa, all’epoca in cui scappavo di casa e mi trovai da qualche parte nella Francia del sud, senza sapere quale direzione dare al mio vagare.) Sono fatto così, sono cresciuto così, non credo di riuscire a cambiare.

Ungaretti:

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

“Ha da passà ‘a nuttata”, dice Eduardo. Ma a furia di notti e notti e notti e notti senza cambiamenti in vista, diventa difficile credere che quel giorno arriverà. Eppure arriverà.

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Dic 23

fonte: Vincenzo Tedesco


Io di anni ne ho cento: sono nato nel 1920, quando nonno Giovanni comprò il convento delle Rosine per farne casa e impiantarvi la sua tessitura.

O forse ne ho centoquaranta, che sono gli anni che avrebbe Giovanni Davico se fosse vivente.

Ma potrebbero essere centoventiquattro, perché nonna Teresa (Sabena Leonetta vedova Bosco) è nata a Rosario di Santa Fe il 7 luglio 1896.

O novantuno, gli anni che sono passati dalla nascita di papà a oggi.

Io ho tutti gli anni che avrebbero i familiari che sono nati molto prima di me e che mi hanno preceduto. Ho anche la mia età, ma questa è solo una curiosa coincidenza.

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Ago 18


(Scritto alla Mescla, là dove l’Artuby si getta nel Verdon, il dì di Ferragosto)

Nel primo quarto di secolo di Tesi & testi, oltre ad altri di entità minore, ho subito tre fallimenti (di clienti) importanti, per una perdita complessiva intorno ai 25mila euro. (Sia detto tangenzialmente, in tre casi su tre si è trattato di filibustieri veri e propri, persone senza scrupoli che passano senza riflettere sulla vita di altri, senza che ciò abbia per loro il minimo peso; ma sciocco, o piuttosto ingenuo, io ad aver bevuto le loro parole.)

Una decina di anni fa, un contenzioso con l’INPS, originato da un errore mio (in assoluta buona fede, ma sempre di errore si trattò), mi fece perdere circa 40mila euro (si sarebbe risolto con danno molto minore se non fossi stato consigliato male), incluso il denaro messo da parte per l’università della mia primogenita da quando ella aveva sei mesi (fatto che rimarrà per sempre una delle mie vergogne più grandi).

Io ho sempre sostenuto la superiorità, a livello di benessere personale (sia quanto a soddisfazioni che a risultati tangibili), del lavorare per conto proprio. Mi è sempre parso un assioma, qualcosa che non poteva essere messo in discussione.

(Che poi il mio vero mestiere sarebbe stato l’etimologo, ma per farlo devi essere un po’ politico da subito, scegliere il professore “giusto” eccetera – semplicemente non ne sarei stato capace. E comunque non mi pento della scelta: solo Riccardo Massano avrebbe potuto leggermi Orazio tradotto in lingua piemontese.)

Ma ora, che vado verso il momento in cui si dovranno tirare le somme totali globali della parte lavorativa e professionale della mia vita, mi pare che quell’assunto fosse fondato su premesse, almeno per quanto mi riguarda, errate.

Perché quei mancati introiti sono anni di vita di una persona normale. Perché sì, posso dire la crisi, le crisi eccetera (stavo ancora cercando di digerire il 2008 quando è arrivato il Covid), ma trovo che all’età mia, con le capacità e i mezzi a mia disposizione, c’è qualcosa di profondamente errato se sono ancora costretto a guardare il singolo euro.

È condizione comune, mi si dirà. Verissimo, ma di efficacia nulla quanto a consolazione.

Questa primavera ho preso per due mesi i 600 euro dell’INPS. Da imprenditore sono diventato un assistito dallo Stato.

E sì, ho speranza di far tornare a risplendere in futuro la mia bòita; ma al momento la realtà cozza contro questa speranza in maniera drammaticamente evidente.

Ho fatto tanti errori, è vero, cumuli di errori, ma oggi sarei pieno di timori nel consigliare a qualcuno – le mie figlie per esempio – di intraprendere un mestiere per conto proprio. E non è un fallimento questo?

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Giu 08


L’8 giugno ritorna sempre.

Per esempio nel ricordo del giorno in cui lasciai l’amico mio più caro a cambiarsi da solo la gomma del Frubi bucata alla Piatta. Avevo motivi validissimi e non rimandabili, e lui se la cavò benissimo senza di me; ma comunque lo feci.

Per esempio nel crogiolo delle cose che non hanno soluzione, e il mio pensiero invariabile è nel dispetto che mi ha fatto, a non esserci ora, ora che avrei delle cose da chiedergli perché non so come fare.

Anche nella serenità di giornate come queste, perché comunque sono giornate cui manca qualcosa, come quel giorno a quello pneumatico mancava l’aria.

Per esempio nel fatto – perché ormai è un fatto scolpito nella pietra – che tu non potrai mai sapere della fatica di avere cinquant’anni. Sapevi tutto ed eri avanti su tutto e ti avrei chiesto consiglio su tutto ma su questa cosa no Batista, mi dispiace ma non sai nulla. Questo numero, 53, ti è del tutto e per sempre ignoto.

Per esempio nella luce del cimitero che contiene i resti del tuo corpo, due anni fa, la prima volta che era il tuo compleanno senza che tu ci fossi.

Per esempio nel fatto che continuo a invocare il tuo nome muto, nella vanità di questo grido strozzato.

Ma io la tua lezione l’ho imparata. Sia come vuole, non scenderò più dagli alberi, seguiterò ciapand travers.

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Giu 03


Ricordo la sensazione strana di quando, uscito dall’ottico dove avevo appena comprato il mio primo paio di occhiali, guardavo il palazzo di fronte a me e lo vedevo nitido con quel nuovo strumento alla John Lennon. (Già, ero cresciuto all’ombra del mito dei Beatles e non avrei mai potuto immaginare un occhiale di forma differente.) Avevo diciannove anni allora, avevo appena cominciato l’università (quella facoltà di Economia e commercio che non ho mai capito, per i tre anni interi in cui ci sono stato) e una miopia lieve. Cose da ragazzi, in fondo.

Più tardi la miopia divenne un pochino più “importante” ma senza essere preoccupante e restando all’interno della facile gestibilità. Indossavo sempre gli occhiali, anche davanti al computer dove ho passato la vita, ed erano per me una sorta di barriera protettiva dal mondo.

“Poi scordarono tutti e passò molto tempo”, direbbe Pavese. I miei occhiali, due montature più in là, mi piacevano. Ma poi, lentamente, inesorabilmente, naturalmente, cominciarono i problemi. Mi divenne via via complicato tenere gli occhiali davanti al computer; e va bene, li togliamo. E poi mi divenne impossibile leggere con gli occhiali; e va bene, se non fosse che mi sento lievemente ottuso a fare sempre buta e gava.

Quindi è stata la volta della maculopatia incipiente, che mi è stata diagnosticata en passant un anno fa. (Sogno un oculista che mi prenda per mano e mi dica Gianni, guarda, per il tuo problema dobbiamo fare così e cosà; invece nella realtà l’oculista mi parla nel suo linguaggio tecnico per la gran parte per me incomprensibile – e io annuisco, per non fare la figura dell’ignorante.) Poiché ho seguito la parabola discendente degli occhi di papà (ne ho parlato, ad esempio, qui), e perché – come ho detto in maniera estesa nel libro (Le stele a jë smijo ai such, non è vero papà?) – col tempo mi sembra sempre più di diventare come lui, o forse più precisamente di diventare lui, mi prefiguro già ottantenne con una vista paurosamente debole. E per porre riparo uso sempre gli occhiali da sole quando sono fuori e c’è un po’ di luce – fuori o dentro, la luce per me è sempre troppa.

Ci sarà certamente una soluzione dietro l’angolo, un occhiale progressivo con le lenti da sole che si attaccano metallicamente o qualcosa del genere, una soluzione che studierò e adotterò a breve – ne sono costretto. Ma rimane anche il problema più ampio, generale e ineliminabile del tempo che passa, dei miei poveri occhi che giorno per giorno perdono le loro caratteristiche e la loro vitalità, e io dietro a essi che non posso che adattarmi alla nuova realtà.

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Apr 01


Ho guardato il cielo questa mattina. Ho annusato l’aria. Ho sentito freddo alle mani. Per un attimo mi sono sentito un uno tutto con ciò che mi stava intorno.

Ho pensato anche all’estrema assurdità della situazione attuale, che però a ben pensarci non è molto diversa da una situazione normale – nel senso che la vita di per sé non ha spiegazione.

Ho pensato a questo giorno come un giorno di passaggio, come giorno in cui le propaggini estreme dell’inverno si sciolgono per lasciare spazio alla primavera che irrompe sicura. Perché oggi comunque è aprilis, il mese in cui la natura si apre alla vita in maniera non dipendente da ciò che accade o non accade.

Perché la natura comunque fa il suo corso a prescindere dalla nostra volontà e dalle nostre azioni. Lo dice bene Montale:

La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori. La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

Ho pensato che in un mondo dove non esistono certezze uno dei miei pochi capisaldi è la scrittura, un granito che rimane comunque nello sciogliersi di qualunque certezza: e dunque scrivo. Se questa scrittura non porta da nessuna parte non ha nessuna importanza, è un argomento del tutto secondario. E qui mi viene in soccorso Fortini:

La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

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Mar 24

Below the surface-stream, shallow and light,
Of what we say we feel–below the stream,
As light, of what we think we feel–there flows
With noiseless current strong, obscure and deep,
The central stream of what we feel indeed.
Matthew Arnold

J’ai lu tous les livres.
Stéphane Mallarmé

Ninna nanna, dorma fiöö
el tò pà el g’ha un sàch in spàla
che l’è piee de tanti ròpp:
el g’ha deent el sö curàgg
el g’ha deent la sua pagüra
e i pàroll che ‘l po’ mea dì.
Davide Van De Sfroos


Cambiano i paradigmi, cambia la vita, cambiano le prospettive, cambia tutto.

Un discorso del tipo “appena questo sarà finito torneremo tutti per strada, ci abbracceremo” eccetera semplicemente non ha senso. Perché il dopo sarà molto diverso da adesso, e noi saremo molto differenti.

Passo una parte significativa del mio tempo a (ri)leggere libri – ho ripreso a leggere libri, dopo uno iato di diversi mesi, e sto persino ricominciando a crearmi una mia biblioteca, io che senza libri mi pare di perdere significato; una ventina di anni fa circa entrai per motivi molto diversi da oggi (io ero molto diverso rispetto a oggi) in un vortice simile, solo che allora durò anni; e la rinascita avvenne sotto forma di Flatlandia, un libro cui per questo stesso fatto devo molto; questa volta invece ho ripreso da dove avevo interrotto quest’autunno, da 4 3 2 1 di Auster, ma con modalità molto diverse, perché io sono ora molto diverso rispetto a com’ero questo autunno. E dunque anche quel libro mi ha parlato in maniera differente.

E in ogni caso riprendo a “leggere” le sensazioni che albergano in me. Le mie paure, che non mi lasciano, anzi col tempo non fanno che ingigantirsi. Trascorro molto tempo da solo, ho maniera di pensare, annoiarmi, lavorare per quel che c’è.

E dalle sensazioni al tentativo imperfetto di metterle in parole il passo è breve: ora dunque riprendo a scrivere. E la scrittura è un mestiere che non si insegna, si impara. Io l’ho imparato – almeno, credo di averlo imparato – a partire dalla seconda media, quando iniziai a scrivere un racconto ispirato a qualcosa che si faceva in classe, e da lì proseguii tutti i giorni del mondo che Dio manda in terra. Certo, ho ancora ambizioni; ma se dopo quarant’anni di prove e controprove sono ancora al punto di partenza forse sarebbe il caso di ammettere che il talento, ecco, non c’è. Ma non importa; scrivo perché esplorare le sensazioni mi dà sollievo, a volte persino gioia. Scrivo nonostante i miei errori.

Però un attimo… è tutto diverso ora, ma non è tutto negativo. Per esempio ho iniziato a compilare la lista dei cento progetti, ovvero le cose che voglio mettere in cantiere nel breve e medio termine. Lista che poi sfronderò, e magari di cento ne sopravvivranno tre o quattro. Ebbene, in quella lista ci sarà comunque una parte importante dei miei anni a venire.

Mi sento un po’ come Harold, personaggio fittizio de L’animale sociale di David Brooks:

Per tutta la vita, fino a quell’ultimo giorno, si era domandato come sarebbero andate le cose. Ora la storia era completa. Conosceva il suo destino. Era sollevato dal peso del futuro. La paura della morte era là, sempre presente, ma insieme a quella paura c’era la consapevolezza di essere stato straordinariamente fortunato. […] A questo punto le sue domande sul senso della vita se n’erano andate, ma avevano avuto risposta.

Non pretendo di fare scoperte particolarmente brillanti. È che sempre, ma forse in questo momento ancor di più abbiamo bisogno di poeti e contadini; e le mie parole sono una poesia. Imperfetta, quel che vuoi: sono la mia poesia.

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Feb 03

Ki ha consumato il suo dio
a furia di pregarlo e di ripregarlo
per la paura di viver tutto e di non capire
per la vergogna mai digerita di dovere anche morire
(Davide Van De Sfroos, Ki)

Nita è una parola langhetta che conosco grazie a Batista. Nita è la pàuta, la paciarin-a, ovvero il fango, la fanghiglia, il pantano, insomma quella melma dove mi trovo e da cui non so – per il momento – uscire.

È una forma – un po’ allungata nel tempo, peraltro – della fatica di avere cinquant’anni.

Io so che io sono il centro del mio mondo, devo essere la base di me stesso. Questo mi è chiaro; la teoria la so bene. Eppure per uscirne ho bisogno di ragionare, che per me vuol dire scrivere. Scrivi fin ch’a basta, e peui scrivi ëncora ‘n pòch. Devo andare a pescare tutto il nero che c’è dentro di me, e per farlo devo scrivere.

La mia nita sono io che non ho un centro. Certo, la mia base sono io; ma forse adesso non ho forze sufficienti per fare io da base a me medesimo me stesso me.

La mia nita sono i rapporti che non funzionano, quel non riuscire ad andare avanti né voler tornare indietro.

La mia nita è fatta di nostalgia, di situazioni che oggi sono diverse rispetto a quelle di ieri, di me che non mi trovo più o non mi trovo ancora in questo mondo nuovo. Per esempio, più nello specifico la mia nita è la nostalgia del progetto di traversare la Corsica a piedi, un’idea di mille anni fa che non so se riuscirò mai a mettere in atto. La nostalgia del camminare fino a rimanere senza forze, e poi del procedere carponi per fare dieci metri in più.

La mia nita è il mio corpo che cambia e che invecchia, sono sensazioni fisiche nuove e sconosciute che albergano dentro di me. Gli occhi che vedono sempre meno, gli organi che funzionano sempre meno; e vammelo a spiegare che è il tempo che passa – di nuovo, la teoria la conosco bene.

La mia nita è la costatazione che un tempo avevo le idee chiare riguardo a quello che mi riguardava, mentre adesso navigo a vista e pare che questa cosa sia diventata normale.

La mia nita è questo girare in tondo e dover costruire una vita senza averne le forze.

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Gen 08


Ho capito che devo riprendere il passo smarrito. Come sempre uso la parola scritta per descrivere il mondo che mi circonda, cercare di darne una definizione; però è che alla fine delle fini a sentire un tale che si lamenta sempre, che non perde occasione per parlare del suo scoramento, del suo disallineamento rispetto al mondo, uno si stufa pure a sentirlo.

Io vorrei che le mie parole facessero magari riflettere o sorridere, facessero pensare, dessero spunti per proseguire altrove, non certamente che fossero percepite come uno strumento di noia mortale.

E dunque parlo della fatica di aver cinquant’anni, certo; ma anche della gioia, dei progetti ancora da immaginare e poi da cominciare. Del sole che un poco ti scalda – e non me soltanto.

Lascio andare i vecchi pensieri, la vecchia vita, la vita di prima che non è più la vita di adesso. Accetto il cambiamento, lo abbraccio, voglio vedere dove mi porta.

Penso con lieta nostalgia alle cose belle che ho lasciato, guardo la mia vita di prima e sorrido perché mi pare di essere finalmente un poco in pace con me stesso.

Del resto, come disse mia figlia piccola sei anni fa (“piccola”, poi! Così l’ho presentata a una persona qualche giorno fa, perché nella mia testa lei è piccola rispetto alla figlia grande, e quella persona è rimasta interdetta), a me che lamentavo il troppo poco che avevo fatto in vita:

Ma tutto il resto puoi ancora farlo.

E lo disse senza pensarci troppo. Allora in questo mio ondeggiare infinito tra la malinconia e la leggerezza magari quest’anno potrei anche fare che vince la seconda. Perché è vero che qualche giorno fa ho detto che non faccio piani per l’anno nascente, ma in realtà qualche progetto ce l’ho: principalmente scrivere molto di più. Osservare i pensieri, cercare di descrivere le sensazioni, dare loro un nome, vedere dove mi portano, continuare il viaggio verso le mie Cascate Paradiso.

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Gen 01

Capodanno. Ma niente lista dei progetti da fare, niente elenchi dei buoni propositi che all’Epifania sono già morti. Solo registrare i miei pensieri. E le sensazioni, quelle sopra tutto.

La tristezza che mi prende da dentro e che mi mangia. Il mio malessere che non so mettere in parole, che non so spiegare. Qualcuno, bontà sua, mi ascolta; ma io cambio versione ogni dieci minuti, come mi si può seguire? La colpa è mia che non sono in grado di spiegarmi.

Io che, da giovane uomo, avevo scandito la mia vita per due generazioni dopo di me, oggi mi guardo allo specchio e sono parecchi i giorni in cui non mi piaccio per niente. Ma non voglio chiedere scusa, mi arrogo il diritto di stare male per conto mio. I miei pensieri sono disordinati; cionondimeno ritengo importante, prima di tutto per me, registrarli. Chi ride, pazienza. Come dice la regola numero cinque del Manuale di cattiveria per piccoli lupi: Gli altri, tutti al diavolo.

E dunque niente piani per il 2020, ma solo qualche augurio che mi faccio.

Mi auguro di mantenere l’autonomia di pensiero, e di pensare tanto. Se altri ritengono sciocchezze quel che penso non è un problema mio.

Mi auguro di avere serenità ogni tanto. La felicità l’ho scordata da tempo; ma avere un raggio di sole che mi scalda di tanto in tanto, questo potrebbe bastarmi.

Mi auguro di eliminare la tristezza che mi mangia da dentro, quel male sottile che mi rode e mi consuma. Perché un Gianni mangiato non pensa più ma vegeta soltanto.

Mi auguro di correre, di correre tantissimo. Di andare lontano tanto da perdermi lungo il cammino. E di strisciare carponi per fare venti metri più quando non riuscirò più nemanco a camminare.

Mi auguro consapevolezza. Mi auguro consapevolezza.

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