Humus

Ho in questi mesi un problema di salute che potrebbe diventare importante, oppure potrebbe risolversi senza troppo infierire. Ieri sera aprendo il file degli esami del sangue avevo, com’è logico e naturale, un misto di apprensione e di speranza; ma niente, il livello di ferritina non vuole saperne di scendere. Allora forse viene naturale fare una sorta di bilancio della vita trascorsa fino a qui.

Non ho pensato in sequenza logica, ma ho pensato per scomparti della mia vita.

Ho cominciato dall’amico mio più caro, quel cowboy coraggioso che è andato lontanissimo – curioso, forse, il fatto che questo blog sia nato proprio da quella malattia che ha mangiato il suo corpo –, ma non sono riuscito a pensare “lòn ch’a farìa Batista?”

Il secondo pensiero è stato per nonno Giovanni, al suo senso di rettitudine e giustizia precedente qualunque cosa, al suo essere industriale e socialista nello stesso tempo, alle ali che gli furono tarpate dal fascismo prima e dal cuore poi, lui che praticamente all’età mia di adesso stava già salutando la vita. Una grande fortuna è stata crescere sentendone i racconti, e in famiglia e al di fuori. Alle elementari stufavo i compagni dicendo loro “sai che […] continua a leggere »

Maestri

Anche l’ultima volta disse che si sentiva un po’ stanca e, se si fosse stesa un po’ sul letto, le sarebbe passato. Ma dal suo polso impazzito io capivo che quella volta era proprio l’ultima. Quando chiuse gli occhi e perse conoscenza, mi resi conto e, anche se per tanti anni m’ero preparato, mi ritrovai impreparato. Ero solo accanto a lei e ricordo che continuavo a pensare una cosa infantile: che era la prima volta che mia madre mi abbandonava a me stesso, senza farmi coraggio.

(Luca Goldoni, Se torno a nascere)

Se ne è andato in questi giorni uno dei miei quattro maestri, Luca Goldoni.

(Gli altri sono Ugo Foscolo, Cesare Pavese e Italo Lana.)

Mi è venuto spontaneo, allora, pensare a che cosa ha significato per me, prima come scrittore e poi anche come persona reale. Sono andato indietro con la memoria fino all’estate del 1989, momento in cui grazie ad un’amica scoprii questo scrittore leggero e acuto allo stesso tempo.

Fu amore a prima vista. Ricordo le quantità di tempo speso sulle bancarelle di via Po e di corso Siccardi a cercare i suoi volumi, usati, che divoravo e che negli anni ho riletto infinite volte, la fatica […] continua a leggere »

05/02/1986

Il 5 febbraio è una data scolpita in maniera cristallina dentro di me. Il 5 febbraio di tanti anni fa se ne andò la persona cui probabilmente più di tutte devo, perché più di tutte ha contribuito a plasmare il mio carattere, la persona che è stata di fatto la mia mamma: nonna Teresa, ovvero Teresa Leonetta Sabena vedova Bosco, nata a Rosario di Santa Fe il 7 luglio 1896 e spirata serenamente nel suo letto il 5 febbraio 1986.

Ricordo tutto del momento in cui, quel giorno, ricevetti la notizia della sua morte. Io ero nel cortile (delle Rosine ovviamente), stavo lavando la macchina. Da sopra si affaccia un’amica di mia sorella che era a casa nostra, mi dice “a l’ha telefonà tò mama, tò nòna a l’é mòrta”. Ricordo perfettamente l’immobilità di quell’attimo, il sangue che per un secondo ha smesso di circolare dentro di me (mi è successo qualche altra volta in vita, per esempio il 20 dicembre 2016 quando Sara mi telefonò per annunciarmi la morte di Batista e io prima di sentire quelle parole dissi ‘io so perché mi telefoni’; ma quella fu la prima, una sensazione che non avevo modo di situare nella mia […] continua a leggere »

Perdonare, percolare, passare oltre

Sono stato oggi pomeriggio nel luogo che per tanti anni è stata la mia seconda/prima casa, luogo che ho a lungo sognato diventasse la mia vera casa, luogo dove sono passate generazioni della mia famiglia.

E sì, avevo ben presente l’insegnamento di Augusto Monti, “non tornare a Monesiglio”; sapevo a cosa sarei andato incontro ma ero nei paraggi e la tentazione è stata troppo forte. E ancora sì, sapevo che sarebbe stato doloroso, ma sapevo anche che prima o poi avrei dovuto fare i conti con questo passato così pesante e così gioioso.

In sostanza sono arrivato lì, e vedevo questo gruppo di case e non lo riconoscevo quasi più: le porte divelte, le finestre staccate, i pavimenti profanati, i tetti rifatti. Un cantiere. La vita che scorre, com’è giusto che sia. Mi sono avvicinato con circospezione a quel luogo per me sacro, ed ero del tutto incredulo – anche se nulla di quanto vedevo mi stupiva, in realtà.

Però dentro di me pensavo: dove sono tutti i segni di trentanove anni di vita?

Già, perché nello stesso tempo avevo davanti agli occhi in questo cortile un milione e mezzo circa di immagini felici della vita mia e […] continua a leggere »

Un abbraccio al grande fiume

When you are done, remember son—
That nobody cares but you!
(sulla lapide di Joe Kirkwood Sr.)

Se non altro, fino alla fine non ho camminato
(Haruki Murakami)

Oggi ho fatto quello che volevo: una lunghissima camminata per abbracciare metaforicamente il grande fiume. Il Po è un luogo che adoro in tutte le sue forme – a cominciare dal Delta, certo; ma anche dalle nostre parti non è male. Avevo studiato una bozza di itinerario, con l’idea di lasciare che i piedi e il sentimento mi portassero dove pareva loro, a condizione di non allontanarmi troppo dal padre Po. Che è quello che poi ho fatto: è stato un abbraccio metaforico al grande fiume, per significargli la mia vicinanza in questo momento così complicato. (Nel mio piccolo posso fare qualcosina per la siccità, sì; ma un abbraccio al grande fiume ha per me una valenza simbolica notevole.)

Ho camminato a lungo sul greto, mi sono sentito più volte un tutt’uno con quelle pietre scabre, quella terra sabbiosa, quell’acqua lenta.

E comunque era luglio, per me soprattutto per la sua luce il mese più bello dell’anno.

Lungo la giornata mi sono perso più volte – e questo è un bene – […] continua a leggere »

La mia difesa è scrivere

Quando avevo circa ventott’anni, laureato da non molto, avevo già prefigurato la mia vita per due generazioni dopo di me. Mi sembrava tutto lineare, semplice, ovvio come un’equazione di primo grado.

Poi è successo qualcosa.

Dov’è stato quel punto, quando è stato il momento esatto, quell’angolo nascosto nel tempo, in cui quell’equazione è diventata negativa? O forse un’equazione di grado ennesimo, o piuttosto una disequazione senza soluzione? O una curva imbizzarrita che a un certo punto ha deciso di andare dove pareva a lei? A sentir Leopardi quel momento dovrebbe essere intorno ai diciassette anni; per me è stato molto, molto tempo dopo – in ogni caso è stato.

Una persona che mi conosce bene (o almeno mi conosceva), e che è stata importante nella mia vita, un giorno mi disse tu non sarai mai contento. All’epoca mi suonò come una sorta di maledizione, ma oggi temo che avesse ragione in pieno. Forse è la mia mania di perfezione, la mia rigidità, o comunque ha a che fare con tali concetti; ma di fatto questo male di vivere non è la morte, epperò mi “accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio […] continua a leggere »

Salire salendo


Ieri mi sono concesso un pomeriggio di libertà. Avevo bisogno di manutenere i miei pensieri. Avevo pensato a Ligabue (C’ho un po’ di traffico nell’anima / non ho capito che or’è). Ho scelto un sentiero che almeno un po’ mi rappresentasse, ovvero fosse di confine e soprattutto non lineare (perché se è troppo definito mi ci perdo). Il motivo ufficiale dello spostamento era l’andare a prendere la mia primogenita che tornava dalla mia – o, più esattamente, nostra – seconda patria, un luogo che negli ultimi anni si è, ahimè, allontanato da me, per prendere in mano la sua vita e farne la cosa più bella di cui sarà capace, per dirla con Pavese. La motivazione secondaria, ovvero la motivazione di Gianni, era appunto quella di stirare i pensieri, di manutenerli, di cercare di dare un po’ di senso alle cose che mi circondano (che poi è quello che grossomodo cerchiamo di fare tutti in qualunque momento delle nostre vite).

C’era il sole, la temperatura era ottimale, quell’aria che quasi diventa frizzantina nel […] continua a leggere »

L’otto di giugno di un anno come tanti


Ho avuto, ieri lungo tutto il giorno, una sensazione molto strana e persistente. Mi sembrava che l’otto di giugno dovesse significare qualcosa, ma non riuscivo a capire che cosa. Era una sorta di ricordo sfumato e piacevole, qualcosa che mescolava insieme immagini e ricordi lontanissimi, forse Dante (attraverso una citazione che non mi sovviene) e forse Leo Buscaglia che non so più in quale libro (La via del toro?) parlava di un desiderio di dormire per un tempo indeterminato e lunghissimo.

È stata una sensazione molto dolce, forse con una punta di amaro; ma non riuscivo ad andare oltre, a definirla per quanto mi ricorresse nella mente.

Poi non so più per quale cortocircuito mentale – è strana, la mente – nell’attimo che avrebbe preceduto il sonno, ieri sera, mi è sovvenuto il significato.

È vero – per me è vero – che l’otto giugno ritorna sempre, e probabilmente sempre tornerà, dal momento che certe ferite non si possono rimarginare, puoi solo farci l’abitudine (Eduardo: “Piccerì, a passà nun passa, […] continua a leggere »

Questa stanchezza

Sono passato questa mattina davanti al palazzo in cui ho trascorso tanti anni fa cinque anni molto intensi nella mia vita giovanile. Ero uno studente bravino, niente di più. Non avevo di fatto amici, solo qualche conoscenza. Questo è sempre stato un mio grande limite. Mi è sovvenuto qualche verso di Bertolucci:

Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più.

Ho pensato anche a una frase di Jovanotti (“Un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te / ma ti guardi intorno e invece non c’è niente”).

I pensieri si affollavano nella mente, mi sono venute in mente un sacco di cose, ma nessuna di qualche importanza degna di nota. Mi ha colpito soprattutto la desertitudine della zona, il fatto che un luogo che dovrebbe essere affollato è chiuso e basta. Ho pensato alla speranza cui tutti abbiamo diritto, indipendentemente dall’età e dagli errori che possiamo avere o non avere commesso.

Ho pensato anche, io che il calcio non lo seguo per nulla, a Prandelli, alla dignità dell’uomo nel mettere sul piatto il suo “assurdo disagio”. (Mi echeggia il “vizio assurdo ” di Pavese: ma quanto […] continua a leggere »

Ij vej a son milanta

Io di anni ne ho cento: sono nato nel 1920, quando nonno Giovanni comprò il convento delle Rosine per farne casa e impiantarvi la sua tessitura.

O forse ne ho centoquaranta, che sono gli anni che avrebbe Giovanni Davico se fosse vivente.

Ma potrebbero essere centoventiquattro, perché nonna Teresa (Sabena Leonetta vedova Bosco) è nata a Rosario di Santa Fe il 7 luglio 1896.

O novantuno, gli anni che sono passati dalla nascita di papà a oggi.

Io ho tutti gli anni che avrebbero i familiari che sono nati molto prima di me e che mi hanno preceduto. Ho anche la mia età, ma questa è solo una curiosa coincidenza.

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