Io sono fortunato.
A dirla tutta, io sono un ragazzo molto fortunato.
Cominciamo da capo. Avevo 27 anni, ero appena laureato. Giulio Einaudi e Norberto Bobbio, il primo per lettera e il secondo per telefono, mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Cesare Pavese, che sarebbero stati il mio sbocco lavorativo naturale. Ma litterae non dant panem, si sa. Un giorno, per caso, alla Camera di Commercio di Torino mi imbattei in un dischetto – un floppy disk, scommetto che la maggior parte dei lettori non ne ha mai visto uno – contenente una lista di aziende piemontesi.
Mandai una lettera, offrii un servizio. Iniziai a lavorare, creai un’azienda. Per quindici anni ho lavorato come un matto, dalla mattina alla sera. Perché era giusto così, perché dovevo farmi una posizione, creare una famiglia, mantenere dei figli (delle figlie, nel mio caso; ma tant’è).
Poi, ad un certo punto è successo qualcosa. Ho passato i quarant’anni, segnatamente. Quarant’anni sono un traguardo importante. È tempo di bilanci, si cominciano a tirare i remi in barca. Vedi la fine del tuo tempo, capisci che non sei immortale, che non sarai qui per […] continua a leggere »



