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Far della fatica

“Andiamo a far della fatica”: questa è una frase che sento ripetere spesse volte da un amico al nostro circolo, quando parte per nove buche.

“Far della fatica”: il sintagma che mi ripetevo in continuazione questa mattina, durante gli ultimi 4 km di questa gara, quando le ginocchia mi facevano male, le gambe non rispondevano, il ritmo continuava a rallentare, e quei quattro km non passavano mai.

Ma del resto non è questa l’essenza distillata di Ciapatravers, far della fatica?

E non sono nemmeno arrivato ultimo.

Ma questo non ha importanza alcuna. Quello che veramente mi importa è l’idea di andare avanti nonostante i limiti e le difficoltà, l’età che avanza, il ginocchio sinistro che continua a fare male e così via.

Non mi sentivo molto bene questa mattina prima della gara. Ho fatto il meglio che sapevo avrei potuto fare; soprattutto – strana e contorta la vita, eh? – ho fatto della fatica e sono soddisfatto.

Lo sapevo già

Questa mattina ho portato a scuola Michi e poi ho corso. Volevo correre più forte delle mie ansie e delle mie paure, o meglio andare oltre loro, lasciarmele alle spalle.

Ma purtroppo lo sapevo già. Come lo sapeva Rocco Scotellaro:

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla giura che Cristo poteva morire a vent’anni le gru sono passate, le rondini ritorneranno. Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno le mattine degli uccelli a primavera le maledizioni e le preghiere.

E come lo sapeva Franco Fortini (Traducendo Brecht):

Gli oppressori tranquilli parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso credo di non sapere più di chi è la colpa.

Sapevo, e l’ho scritto più di una volta (per esempio qui), che fino a che entrambi i miei genitori sarebbero stati in vita avrei avuto qualcuno che, comunque, senza domande o condizioni, sarebbe stato dalla mia parte, qualunque cosa potesse succedere. Ora che quel binomio è spezzato, lo sapevo che sarei stato […] continua a leggere »