Ho capito una cosa, però

Nei primi anni nel mondo del lavoro, circa un quarto di secolo fa, i miei fatturati erano spesso e volentieri crescenti, le buche che incontravo nel cammino erano solo preoccupazioni momentanee ma venivano superate senza problemi, io ero sicuro di me e di quel che potevo fare.

Anche nei primi anni di vita adulta pensavo di aver capito tutto, avevo già pianificato il futuro per due generazioni dopo di me. E, nel tempo, ho fatto finta che gli inevitabili rovesci non esistessero, pensando che la vita va avanti comunque.

Poi sono successe delle cose. Poche cose ma significative, fatti che non ho potuto ignorare. Non ho più potuto fare finta. Per riassumerle in un solo sintagma, è la fatica di avere cinquant’anni. Io e le mie macerie, le cose che non vanno e che, comunque, non si aggiusteranno da sole. I miei due numi tutelari che compongono la parte destra della mia scrivania, loro che interrogo spesso. Io e le mie ere geologiche per capire le cose come stanno. Das Ding an sich.

Ho capito una cosa, però. Che devo tenere le spalle diritte. Che comunque sia ho il diritto di rimanermene qui a registrare i miei […] continua a leggere »

Ël di

Cadrèga che fa frecàss e buca vèrta che diis nagòtt dumà la radio sgraffigna l’aria e i pensee fànn un gran casòtt Davide Van de Sfroos, Pulenta e galena fregia

Questo per me è il giorno forse più triste, ma certamente più profondo dell’anno. Due anni fa, la telefonata quel mattino, mi ricordo esattamente dov’ero, in quale posizione, la luce, vedere quel numero, capire prima di sapere.

L’amico mio più caro, il Don Chisciotte di infinite battaglie non era ancora ricordo, ma era già diventato spirito e luce e vento e nebbia.

La sua foto che continua a campeggiare sulla mia scrivania, a fianco del monitor, in posizione ben visibile, con papà; io che quando mi smarrisco mi basta uno sguardo verso destra.

I miei morti che prego perché preghino per me, per i miei vivi com’io invoco per essi non resurrezione ma il compiersi di quella vita ch’ebbero inesplicata e inesplicabile, oggi più di rado discendono dagli orizzonti aperti quando una mischia d’acque e cielo schiude finestre ai raggi della sera, – sempre […] continua a leggere »

Far della fatica

“Andiamo a far della fatica”: questa è una frase che sento ripetere spesse volte da un amico al nostro circolo, quando parte per nove buche.

“Far della fatica”: il sintagma che mi ripetevo in continuazione questa mattina, durante gli ultimi 4 km di questa gara, quando le ginocchia mi facevano male, le gambe non rispondevano, il ritmo continuava a rallentare, e quei quattro km non passavano mai.

Ma del resto non è questa l’essenza distillata di Ciapatravers, far della fatica?

E non sono nemmeno arrivato ultimo.

Ma questo non ha importanza alcuna. Quello che veramente mi importa è l’idea di andare avanti nonostante i limiti e le difficoltà, l’età che avanza, il ginocchio sinistro che continua a fare male e così via.

Non mi sentivo molto bene questa mattina prima della gara. Ho fatto il meglio che sapevo avrei potuto fare; soprattutto – strana e contorta la vita, eh? – ho fatto della fatica e sono soddisfatto.

Un anno è lungo

È successo un anno fa, esattamente a quest’ora.

E, proprio come un anno fa, ho passato la mattina a fare cose insignificanti. Forse per non pensare.

Ma da tanto tempo non scrivo più di te. E questo non va bene, perché non deve arrivare il giorno in cui non si pronuncia più il tuo nome – quello sarebbe il giorno in cui tu moriresti davvero (ma non ti preoccupare papà, non succederà almeno fino a che io sarò in vita).

Non è che non ti pensi (Eduardo: “Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua”), peraltro; solo che già, ci si abitua al corso nuovo delle cose. Alfonso Gatto:

Ora alla terra è un’ombra la memoria della tua voce che diceva ai figli: “Com’è bella la notte e com’è buona ad amarci così con l’aria in piena fin dentro al sonno”.

I “miei” poeti tante volte mi hanno aiutato, anche con te mi aiutano. Sì, perché ricavo da loro le parole che non so dire.

Onorare la memoria. Parlare di te, dentro di me parlare con […] continua a leggere »

So sbagliare da me

Ho visto il logo che avevamo studiato con amore, tu e io, a rappresentanza del nostro Piemonte (“la lenga dël cheur”), copiato e incollato come se niente fosse.

Come se bastasse un copia e incolla, un “cit.” qualunque, a raccontare tutta la storia.

Se copi almeno copia giusto. Cita la fonte.

Ricordati di Batista.

Lòn ch’a dirìa Batista?

Batista, prima di tutto, direbbe “chi cazzo a sa lòn ch’a l’é giust”.

Allora ho preso il Manuale di cattiveria per piccoli lupi (grazie Paola):

Regola 4. Se squittisce, mangialo. Regola 5. Gli altri, tutti al diavolo.

C’è il vento fuori. Forse pioverà, questa notte. Quindi adesso è Prima della pioggia. (No, non l’ho capito quel film, ma credo sia il più bello che io abbia mai visto; e che cosa significa capire, dopo tutto?)

Non mi importa di non essere capito, mi importa di scrivere i miei pensieri. Fissarli. Renderli imperituri.

Imperituri per me. Gli altri, tutti al diavolo. Perché questa mattina ho giocato a golf, e nemmeno male per la verità, ma meno […] continua a leggere »

Come le cose che ci sono sempre state

Ci stai accanto senz’ombra e col sorriso di chi ha creato un lento paradiso. (Nelo Risi, Non vogliamo ricordarti, vv. 1-2)

Alle Rosine è morto un signore molto anziano, ieri.

No, devo partire da un po’ più lontano. (Il tempo è del tutto relativo quando si parla di tempi lunghissimi, ne c’est pas?)

Questa persona è stata – è, essendo il suo corpo fisicamente ancora qui, sia pure per una notte soltanto: questa, l’ultima di sempre – alle Rosine da prima che nascessi io. (E io, per chi non lo sapesse, ho cinquantuno anni.) (Il contratto lo fece con mia nonna, scomparsa nel 1970.) Ovvero, pavesianamente parlando, si tratta di un mito, di qualcosa che va oltre al tempo.

(“A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso”.)

(La Mora sono le Rosine. Adesso papà non c’è più, è tutto molto diverso. Divago.)

Ma il mio punto è in realtà un ricordo molto semplice e molto elegiaco. Perché […] continua a leggere »

Le maledizioni e le preghiere

Vado a nascondermi negli angoli più remoti di Corsica, come se il segreto dell’esistenza fosse in un leccio o in una pianta di mirto.

Perché non sto bene con me. Perché mi sopraffà il peso degli errori, dei miei difetti, delle incongruenze, di tutto quello che non mi piace e che non riesco a modificare.

Sono in una terra che adoro e che tuttavia non mi dà sollievo alcuno. Nemmeno questi silenzi e questi paesaggi infiniti.

Qui registro semplicemente il mio malessere, non cerco soluzioni. Mi piacerebbe, nelorisianamente, che dall’urto nascesse una più energica morale; ma ho le prove – esaminando il passato – che questo non accadrà.

Non sto bene con me, e penso ai miei poeti. Con Scotellaro mi capirei; non servirebbe a nulla, ma diremmo pane al pane e sarebbero bei discorsi.

Ciascuno porta nel suo cuore il suo fardello e la sua pena. Io porto i miei.

La fatica di avere cinquant’anni

Un anno fa passavo per lo stesso posto e per la medesima ragione.

Pocapaglia, sulla strada per il golf di Cherasco. Una di quelle gare che piacciono a me – fondamentalmente per sentirmi vivo.

E lì, in quel luogo, ho scattato la medesima foto di un anno fa. Io impantanato nelle mie indecisioni e nelle mie paure, nella fatica di vivere i miei cinquant’anni, che di per sé sarebbero l’età della pienezza e del compimento della vita. (I cinquanta sono i nuovi quaranta, immagino che si potrebbe dire.)

E naturalmente penso a lui. Cioè lo penso fondamentalmente nel modo in cui Montale pensava i suoi morti:

I miei morti che prego perché preghino per me,

insomma un do ut des alla ricerca di un equilibrio che dubito di raggiungere mai. Un giorno, tanti anni fa, chiesi l’aiuto di Batista, volevo vuotare il sacco, dirgli tutte le mie schifezze e i miei travagli e i fallimenti – era il 2007 –, lui venne a Torino con un amico e pranzammo insieme al Kiki, uno splendido ristorante […] continua a leggere »

Lo sai qual è il vero problema, Rachel?

Sotto la corrente, superficiale e leggera, di ciò che diciamo di provare – sotto la corrente, così luminosa, di ciò che pensiamo di provare – laggiù scorre con forza silenziosa, oscura e profonda, la corrente centrale di ciò che davvero proviamo. (Matthew Arnold)

Io ho capito che cos’è la mezza età – per me.

Da un punto di vista fisico (quello più semplice), lo so da cinque anni circa (l’ho scritto qui e qui, e poi anche qui). Sono i capelli grigi, tempi di recupero più lunghi, dolorini nuovi ogni tanto, la vista che cala. Ma insomma te ne fai una ragione, fai quello che puoi per rallentare un cambiamento inevitabile e passi oltre.

In più mi sono scattato una foto per mandarla a un amico, qualche giorno fa, e ho visto in un lampo tutto il peso degli anni dipinto nel mio volto. Ho cinquant’anni, e si vedono tutti quanti.

Da un punto di vista mentale (la questione diventa più complessa) è soprattutto la qualità delle decisioni che diventa farraginosa, è soprattutto […] continua a leggere »

Arco declinante

Trovo che il mondo è bello e degno. Ma io cado. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 14 gennaio 1950

Eppure luglio è il mese più bello dell’anno.

Oggi mi sono seduto a guardare i miei pensieri. Senza volerli giudicare, solo per vedere quali sono, come sono fatti.

Ho pensato alle tante magagne che compongono il mio tempo: i fallimenti, le paure, le ansie, i tormenti.

Ho pensato al mio amico che c’è e non c’è più. Ora sì che avrei bisogno di esporgli le mie difficoltà, mi servirebbe proprio sapere quel che ne pensa. Anche se so bene che farei difficoltà a tirare fuori le parole, a spiegarmi; ma è già successo, un giorno, tanti anni fa.

Io che avevo predisposto la mia vita stendendola su crinali di parole; e ora quelle parole mi appaiono senza significato.

L’estrema vanità del tutto.

Mi accompagnavano i miei poeti – quelli mi accompagnano spesso. In realtà non poesie precise ma voci. Saba, Ungaretti, Montale.

La mia incapacità di incidere nel mondo. Io che volevo andare oltre, pavesianamente mangiarmi una collina. E invece mi sembra di ripetere gli stessi gesti, identici, di provare gli stessi sentimenti, di pensare i […] continua a leggere »