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L’otto di giugno di un anno come tanti

Ho avuto, ieri lungo tutto il giorno, una sensazione molto strana e persistente. Mi sembrava che l’otto di giugno dovesse significare qualcosa, ma non riuscivo a capire che cosa. Era una sorta di ricordo sfumato e piacevole, qualcosa che mescolava insieme immagini e ricordi lontanissimi, forse Dante (attraverso una citazione che non mi sovviene) e forse Leo Buscaglia che non so più quale libro (La via del toro?) parlava di un desiderio di dormire per un tempo indeterminato e lunghissimo.

È stata una sensazione molto dolce, forse con una punta di amaro; ma non riuscivo ad andare oltre, a definirla per quanto mi ricorresse nella mente.

Poi non so più per quale cortocircuito mentale – è strana, la mente – nell’attimo che avrebbe preceduto il sonno, ieri sera, mi è sovvenuto il significato.

È vero – per me è vero – che l’otto giugno ritorna sempre, e probabilmente sempre tornerà, dal momento che certe ferite non si possono rimarginare, puoi solo farci l’abitudine (Eduardo: “Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua”); […] continua a leggere »

Questa stanchezza

Sono passato questa mattina davanti al palazzo in cui ho trascorso tanti anni fa cinque anni molto intensi nella mia vita giovanile. Ero uno studente bravino, niente di più. Non avevo di fatto amici, solo qualche conoscenza. Questo è sempre stato un mio grande limite. Mi è sovvenuto qualche verso di Bertolucci:

Le mattine dei nostri anni perduti i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno i compagni che andavano e tornavano, i compagni che non tornarono più.

Ho pensato anche a una frase di Jovanotti (“Un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te / ma ti guardi intorno e invece non c’è niente”).

I pensieri si affollavano nella mente, mi sono venute in mente un sacco di cose, ma nessuna di qualche importanza degna di nota. Mi ha colpito soprattutto la desertitudine della zona, il fatto che un luogo che dovrebbe essere affollato è chiuso e basta. Ho pensato alla speranza cui tutti abbiamo diritto, indipendentemente dall’età e dagli errori che possiamo avere o non avere commesso.

Ho pensato anche, io che il calcio non lo seguo per nulla, a Prandelli, alla dignità dell’uomo nel mettere sul piatto il suo “assurdo disagio”. (Mi echeggia il “vizio assurdo ” di […] continua a leggere »

A son torna j’eut ëd giugn

L’8 giugno ritorna sempre.

Per esempio nel ricordo del giorno in cui lasciai l’amico mio più caro a cambiarsi da solo la gomma del Frubi bucata alla Piatta. Avevo motivi validissimi e non rimandabili, e lui se la cavò benissimo senza di me; ma comunque lo feci.

Per esempio nel crogiolo delle cose che non hanno soluzione, e il mio pensiero invariabile è nel dispetto che mi ha fatto, a non esserci ora, ora che avrei delle cose da chiedergli perché non so come fare.

Anche nella serenità di giornate come queste, perché comunque sono giornate cui manca qualcosa, come quel giorno a quello pneumatico mancava l’aria.

Per esempio nel fatto – perché ormai è un fatto scolpito nella pietra – che tu non potrai mai sapere della fatica di avere cinquant’anni. Sapevi tutto ed eri avanti su tutto e ti avrei chiesto consiglio su tutto ma su questa cosa no Batista, mi dispiace ma non sai nulla. Questo numero, 53, ti è del tutto e per sempre ignoto.

Per esempio nella luce del cimitero che contiene […] continua a leggere »

L’8 giugno ritorna sempre

In questo post metto spunti diversi, magari apparentemente lontani tra di loro, ma che si intrecciano in un filo unico – la mia impossibilità a mantenere una linea diritta, l’inequivocabilità del fatto che non posso che ciapé travers.

Prima di tutto il pensiero va a questo giorno, che ritorna sempre a ricordarmi il mio amico che non c’è più. È tornato l’anno scorso, è tornato due anni fa, tornava anche prima (solo che non ci pensavo), e soprattutto ritornerà sempre (e a questo fatto penso spesso, invero).

Poi c’è il fatto che le cose importanti della vita sono nascoste. Lo dice bene, ad esempio Montale (che è legato a papà, perché due versi di Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale sono nel suo ricordino funebre, che è sempre sul lato destro della mia scrivania a fianco di quello di Batista):

Né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

Questo video, che scoprii grazie a Kirsi. (Then suddenly it hit me. This bus ride was it. This was parenthood, this was the childhood of my darling daughter, […] continua a leggere »

Ël di

Cadrèga che fa frecàss e buca vèrta che diis nagòtt dumà la radio sgraffigna l’aria e i pensee fànn un gran casòtt Davide Van de Sfroos, Pulenta e galena fregia

Questo per me è il giorno forse più triste, ma certamente più profondo dell’anno. Due anni fa, la telefonata quel mattino, mi ricordo esattamente dov’ero, in quale posizione, la luce, vedere quel numero, capire prima di sapere.

L’amico mio più caro, il Don Chisciotte di infinite battaglie non era ancora ricordo, ma era già diventato spirito e luce e vento e nebbia.

La sua foto che continua a campeggiare sulla mia scrivania, a fianco del monitor, in posizione ben visibile, con papà; io che quando mi smarrisco mi basta uno sguardo verso destra.

I miei morti che prego perché preghino per me, per i miei vivi com’io invoco per essi non resurrezione ma il compiersi di quella vita ch’ebbero inesplicata e inesplicabile, oggi più di rado discendono dagli orizzonti aperti quando una mischia d’acque e cielo schiude finestre ai raggi della sera, – […] continua a leggere »

So sbagliare da me

Ho visto il logo che avevamo studiato con amore, tu e io, a rappresentanza del nostro Piemonte (“la lenga dël cheur”), copiato e incollato come se niente fosse.

Come se bastasse un copia e incolla, un “cit.” qualunque, a raccontare tutta la storia.

Se copi almeno copia giusto. Cita la fonte.

Ricordati di Batista.

Lòn ch’a dirìa Batista?

Batista, prima di tutto, direbbe “chi cazzo a sa lòn ch’a l’é giust”.

Allora ho preso il Manuale di cattiveria per piccoli lupi (grazie Paola):

Regola 4. Se squittisce, mangialo. Regola 5. Gli altri, tutti al diavolo.

C’è il vento fuori. Forse pioverà, questa notte. Quindi adesso è Prima della pioggia. (No, non l’ho capito quel film, ma credo sia il più bello che io abbia mai visto; e che cosa significa capire, dopo tutto?)

Non mi importa di non essere capito, mi importa di scrivere i miei pensieri. Fissarli. Renderli imperituri.

Imperituri per me. Gli altri, tutti al diavolo. Perché questa mattina ho giocato a golf, e nemmeno male per la verità, ma meno […] continua a leggere »

La fatica di avere cinquant’anni

Un anno fa passavo per lo stesso posto e per la medesima ragione.

Pocapaglia, sulla strada per il golf di Cherasco. Una di quelle gare che piacciono a me – fondamentalmente per sentirmi vivo.

E lì, in quel luogo, ho scattato la medesima foto di un anno fa. Io impantanato nelle mie indecisioni e nelle mie paure, nella fatica di vivere i miei cinquant’anni, che di per sé sarebbero l’età della pienezza e del compimento della vita. (I cinquanta sono i nuovi quaranta, immagino che si potrebbe dire.)

E naturalmente penso a lui. Cioè lo penso fondamentalmente nel modo in cui Montale pensava i suoi morti:

I miei morti che prego perché preghino per me,

insomma un do ut des alla ricerca di un equilibrio che dubito di raggiungere mai. Un giorno, tanti anni fa, chiesi l’aiuto di Batista, volevo vuotare il sacco, dirgli tutte le mie schifezze e i miei travagli e i fallimenti – era il 2007 –, lui venne a Torino con un amico e pranzammo insieme al Kiki, uno splendido ristorante […] continua a leggere »

Maghi e magie

Sono andato sulla tomba dell’amico mio più caro, oggi. Anche se lui non avrà mai cinquant’anni, oggi ne compie cinquantuno.

Si mescolavano dentro di me sentimenti differenti: il magone, ovviamente, che ha provocato lacrime copiose e forse sciocche; ma anche la leggerezza, derivante dal pensiero dell’allegria che lui ha portato nella mia vita.

Mi tornavano in mente alcuni tra i milioni di episodi che hanno legato la sua vita alla mia, indissolubilmente e per sempre. Per esempio quella volta, era il 30 settembre del 2006, in cui tornando dal concerto di presentazione del CD dei Musicant d’Alba ho messo il CD stesso appena salito in macchina, le orecchie e gli occhi ancora pieni di quello spettacolo. E come per magia l’ultima nota dell’ultima canzone ha risuonato proprio quando arrivavo al portone di casa, con la mia primogenita addormentata al mio fianco.

Perché la magia innegabilmente ha permeato e permea la vita di Batista, almeno così come la percepisco io: ci sono di lui un milione di cose che non ho mai capito, perché so bene che non era […] continua a leggere »

Sulle spalle dei giganti

Ël piemontèis a venta parlelo. Che meisin-a. Mej che la revalenta. […] A venta scrivlo, òh già, e pì da-bin ch’as peul, a scòla dl’arsigneul, un reul d’an pare an fieul, dissionari a la man, sacrelo con la rima, sima dla gòj, la prima. Barba Tòni, Ël Pì-a-mont-tèis

Mi è venuta in mente, come dal nulla, questa mattina, questa splendida poesia di Barba Tòni (al secolo Antonio Bodrero), a mio modo di vedere la più alta manifestazione poetica della nostra lingua nella sua millenaria tradizione. (Tutta intera si trova qui.)

E mi è venuta in mente perché sto correggendo le prime bozze del libro su papà, che vedrà la luce in marzo, e perché questa poesia mi lega in maniere contorte (lineari non sono capace, o ciapoma travers o gnenti) ai due numi tutelari che mi accompagnano sempre qui di fianco allo schermo del computer (“I miei morti che prego perché preghino / per me”, direbbe Montale).

Quella poesia è legata a Batista perché nei primi tempi della nostra conoscenza avevo […] continua a leggere »

Io mi ricordo

Di quei giorni, un anno fa, io mi ricordo tante cose.

La telefonata che mi annunciava un fatto, il fatto, che sapevo sarebbe accaduto ma che nelle settimane precedenti avevo quasi dimenticato, pressoché rimosso, come qualcosa di impensabile, qualcosa che non sarebbe successo più, come se la malattia fosse stata un raffreddore che poteva passare in un amen.

Gli scambi di telefonate e di messaggi con gli amici, l’incredulità, la costernazione, il rimpianto.

Dentro di me pensare di non aver fatto nulla per aiutare l’amico.

non torneremo mai sui nostri passi, mai non ci sarà mai posto neanche di nascosto nei giorni andati, mai

non torneremo più nemmeno a ricordare che è sempre troppo tardi il tempo dei ricordi e niente fa tornare

Le mie parole scritte, cui ho sempre tenuto tantissimo, che d’improvviso mi appaiono vuote e assolutamente inutili. Ricordo che mi sovvenne la chiosa del diario di Pavese: “Non scriverò più”.

L’essere stato con lui per un quarto d’ora da solo, il suo corpo finalmente composto nella pace della bara, a studiare le fattezze del volto sereno, ogni minimo dettaglio perché come dice Philip Roth non devi dimenticare nulla. Quel ghigno beffardo sul suo viso, […] continua a leggere »