Apr 06

[litra scrita da Sergi Girardin a Enrico Eandi për s-ciarì ij but dël Rëscontr antërnassional an sla grafìa dla lenga piemontèisa ant ij sécoj]

Sancto Lucìo de Coumboscuro (Cuneo), giovedì, 30 marzo 2011.

Caro Eandi,

Ho ricevuto con vivo piacere e letto con attenzione la Sua gradita proposta di intervento al convegno internazionale sulla grafia della lingua piemontese attraverso i secoli.

Lei è stato il primo e il più sollecito tra i nostri interlocutori e gliene siamo francamente grati.

Se ho ben interpretato il Suo scritto, Lei si propone di illustrare il Suo correttore ortografico, che contiene diecine di migliaia di termini: un vero patrimonio lessicale, che saremmo ben lieti di condividere con Lei.

Il nostro, tuttavia, non è un convegno espositivo, in cui ciascun convegnista presenta la propria grafia (solo nel novarese se ne annoverano una diecina, come ci segnala gentilmente l’Academia dël Rison), ma un convegno scientifico in cui ciascun studioso – sull’ineludibile base di documenti storici – illustra come si scriveva il piemontese in quel determinato scorcio di tempo.

Un documento storico è pertanto il requisito imprescindibile per partecipare a questo convegno.

Sia ben chiaro, questo convegno non è la consacrazione del fatto già scontato che il piemontese, in diversi luoghi e tempi, si è sempre scritto allo stesso modo. Nel secondo Ottocento e nel primo Novecento, prosatori, giornalisti, poeti, hanno utilizzato diverse grafie. Al contempo però si profila pure una tradizione che fa sì che autori di secoli diversi abbiano utilizzato più o meno la stessa grafia.

Il nostro scopo, con l’indizione di questo convegno, è proprio quello di verificare, caso per caso, la concrezione di questa grafia attraverso mille anni di prassi grafica.

Lei – non ne dubito – sarà senz’altro d’accordo con me che mille anni di storia documentaria hanno il loro valore, e che l’autorità di tanti classici, dall’Alione ai lirici del Novecento, abbia peso preponderante nel determinare la vera e autonoma fisionomia grafica del Piemontese.

Videre licet, se Dante non avesse scritto la Divina Commedia, Petrarca il Canzoniere e Boccaccio il Decameron noi oggi, con ogni probabilità, non scriveremmo l’italiano come lo scriviamo.

Bisogna quindi concedere ai grandi scrittori quel che loro spetta di diritto: determinare come compitare la propria lingua e assegnare di buon grado a questa auctoritas il merito che le compete.

Pertanto il convegno non si prefigge di accertare come Lei, o io, o altri, scriveremmo il piemontese se fossimo liberi di farlo a nostro arbitrio, ma come è stato effettivamente scritto nei secoli, tanto da grandi autori, quando da vari scriventi, in diverse circostanze.

Io sono certo che Lei, quanto io, quanto tanti altri amici ed amiche piemontesi, lavoriamo tutti con tenacia ed amore ad un fine comune: quello di preservare la lingua piemontese nell’autonoma e dignitosa forma che la sua storia millenaria le ha conferito.

Misconoscere questa storia o traviarne volontariamente i lasciti equivarrebbe a sfregiare i reperti d’arte del nostro passato: e sono sicuro che Lei condivide il principio che nessuna ragion pratica potrebbe mai giustificare un gesto simile.

Così come studiosi del francese, dell’inglese, o di qualsiasi altra lingua, non accetterebbero mai interventi arbitrari che privassero queste lingue della morfologia e dell’ortografia che esse hanno a poco a poco assunto nei secoli, noi pure, altrettanto fieri e gelosi della nostra, vogliamo lavorare per conservarle quelle caratteristiche storiche e formali che ne fanno una lingua autonoma e chiaramente distinta da tutte le altre.

Le ricordo, a questo proposito, uno studio fondamentale del linguista Bruno Villata il quale, dopo aver foneticamente isolato la lingua dei Sermoni, le ha assegnato il nome di lingua d’oè, per distinguerla dalle consorelle lingua d’oc e lingua d’oïl. A mio parere è uno studio di grande valore e ingiustamente sottovalutato, perché dimostra inoppugnabilmente l’autonomia del piemontese rispetto alle lingue transalpine.

Considerando poi che il piemontese è una lingua ancestrale, la sua precipua raison d’être è proprio quella di custodire ed avallare il nostro passato: la sua storia è la nostra storia, i suoi suoni ed i suoi segni sono la nostra identità nel tempo. Non solo non vogliamo umiliarla, snaturandone le forme od assoggettandola servilmente alla grafia di altre lingue, ma vogliamo appurare quali sono stati gli sviluppi grafici che, a poco a poco, hanno portato il piemontese ad essere quello che esso è oggigiorno.

La prassi grafica che ne emergerà sarà oggetto del nostro più scrupoloso rispetto.

Certo, se io mi ponessi davanti ai suoni di una lingua (circa 30 per l’italiano e 42 per il piemontese) e, freddamente, mi chiedessi quale sarebbe il modo più razionale per scriverla, senza alcuna considerazione per il suo passato, sceglierei invariabilmente una K per tutte le gutturali sorde, una G per tutte le gutturali sonore, e via di questo passo, fino a giungere ad un codice grafico molto, ma molto più semplice di quello che la storia ci ha tramandato. E, mi creda, non occorrerebbe neppure un piemontesista per fare ciò: un qualsiasi studente di linguistica, confrontato con certi suoni, risponderebbe con certi segni grafici.

Non c’è bisogno di grandi studiosi per snaturare una lingua, ma occorrono popoli e secoli per farla com’essa è.

Né vi è neppure bisogno di linguisti per scrivere il piemontese come lo scriverebbe qualcuno che non sa come si scrive: in tutti i tempi i piemontesi, per scrivere insegne e brevi messaggi, hanno scritto la loro lingua con il codice grafico dell’italiano, l’unico di cui disponevano. Per scrivere come loro non occorrono riforme o correttori: lo fanno già da soli.

Questo però non è storia del piemontese, così come quello che avviene dell’italiano sulle labbra dei figli e dei nipoti degli italiani emigrati all’estero non fa parte della storia della lingua italiana. Nell’uno, come nell’altro caso, fa parte della storia dell’analfabetismo, uno dei capitoli più tristi nella storia dell’umanità.

Una lingua, caro Eandi, non è un sistema logico e simmetrico, sul quale si può intervenire a capriccio, ma un codice idiomatico e storico, che va rispettato per quello che è, non per quello che noi vorremmo che fosse.

Così come non costruirei mai una soprelevata autostradale al di sopra del Colosseo per risolvere i problemi di traffico dell’Urbe, o non sposterei mai l’ubicazione dei palazzi in Piazza della Signoria per ricavarne una prospettiva ideale, parimenti non sostituirei mai a mio capriccio i grafemi storici del francese, o dell’inglese, solo perché a me, italiano, risulta più comodo leggerli e scriverli in quel modo anziché seguire la norma plurisecolare degli scrittori di queste lingue.

Le lingue vanno studiate e rispettate.

Anzi, vanno seriamente studiate e scrupolosamente rispettate.

In nessun caso la loro storia va ignorata.

Se noi piemontesi ignoriamo la nostra storia, chi la rispetterà?

È per questo preciso motivo, storico e scientifico, che il convegno è stato indetto.

E, d’altra parte, VercelliViva, adusa ad organizzare convegni scientifici, storici, artistici di ineccepibile concepimento, non avrebbe mai accettato di organizzare questo convegno se non fosse stata convinta della sua impostazione scrupolosamente scientifica.

Se il fine del convegno è chiaro (e sono certo che Lei ne condivide l’importanza per noi tutti piemontesisti), io Le rinnovo l’invito a presentare uno o più documenti storici, dai quali si possa evincere, in modo inoppugnabile, quale è stata la grafia del piemontese nel corso dei secoli.

Sperando di non averLa subissata con l’eccessiva, ma tanto emotivamente sentita argomentazione a proposito della vera, autentica e storica personalità della nostra lingua piemontese, La ringrazio ancora vivamente per il Suo interesse e Le porgo cordialissimi saluti.

Sergio Maria Gilardino
Circolo filologico di Coumboscuro
Sala Redazione Dizionario Storico della Lingua Provenzale

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