
È successo qualche giorno fa. Ho accompagnato mia figlia piccola da un’amica che abita in una villa della collina torinese. Per me la ricchezza (intesa come soldi) legata a quei luoghi si configura in un tempo verbale, si annida: vedo il denaro letteralmente annidarsi in queste colline.
Mi aspettavo una villa imponente. Già la strada per arrivarci è significativa: è lunga chilometri ma è privata, e il viandante – che sia in auto oppure a piedi – ne è avvisato da diversi cartelli. Egli/ella è quindi gentilmente invitato a non entrare, a meno che non abbia un valido motivo.
(Non potevo fare a meno di pensare alle comunità cintate descritte da Jeremy Rifkin in L’era dell’accesso.)
La villa in questione da fuori non si vede. Entri e ti trovi una piscina nel giardino, poi passiamo nel garage dove si trova l’amica che cercavamo. Solo il garage è grande grossomodo il doppio di tutta casa nostra. (Fino al 1920 la nostra casa era l’appartamento della madre superiora delle suore Rosine, è il luogo dove nacque mio padre e mio nonno morì, ha una storia e un respiro, non mi importa molto che non sia grande come la reggia di Venaria.)
La villa è magnifica, del genere che mi piace proprio. La ammiro. Il panorama è mozzafiato, si vede la pianura padana a perdita d’occhio e, in lontananza, Langhe e Monferrato. Si vedrebbe anche la catena delle Alpi se oggi non ci fosse foschia.
Ma il punto è: questa casa non mi fa nessuna invidia, non mi provoca nessun desiderio, non mi smuove per nulla. Mi piace molto, ma nulla più.
E penso anche che sono le tre di un pomeriggio qualunque e io mi trovo lì con mia figlia, mentre la maggior parte dei genitori è al lavoro.
Nessuna invidia, nessun sentimento. Io mi sento molto fortunato.
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