Giu 01

Des agn ëd feste dël Sìrcol Langa Astsan-a a son tanti, e a sarìo nen possìbij sensa l’impegn ëd përson-e an-namorà dla tèra ch’a-i arsèiv.

Dumìnica 12 giugn a-i sarà la festa ch’a fà, pròpi parèj, des.

Ambelessì a-i é ‘l programa complet. E ancora na vira tante grassie a Silvana e Clara, anime ‘d costa banda alegra e sincera dël Piemont.

Taggato:
Mag 25

I l’hai nen scrivù gnente ‘d ti quand ch’it ses andàita
e pòch i l’hai scrivù dòp, ël longh dòp.
It artorne mach ant ij seugn ëd minca neuit
o, dë ‘d dì, a cas, ant l’aria ‘d via B.
dòp ch’a l’ha fiocà e as respira;
o ant na luce dël dòp-disné ‘d gelosìe ambajà
e a-i é lë schërzin dël giornal ëd gròss formà;
o an quàich nòm ëd pòst ch’as fërma an gola.
Tut sì? I acet nen la mòrt, am dijo.
A l’é vèj, i deurb nen tò tirèt, i les pì nen
toe litre. Che mi i sia
gnente d’àutr che na pera
un Gioanin sensa cheur?
Vàire temp am resterà ancora për amprende
a sorije e volèj bin come ti?

Luciano Erba, Quando penso a mia madre
tradussion ëd Gioanin Davico

Taggato:
Mag 18

Marta a l’ha ondes agn, a l’é na compagna ‘d mia cita granda. Na fijëttin-a studiosa, curiosa, alegra. Quand ch’a l’é stàita un pàira ‘d dì con noi a la Piata a l’é vnume natural parleje an piemontèis: përchè a la Piata la lenga dominanta a l’é ‘l piemontèis, përchè ambelelà daspërtut a-i é ‘l piemontèis, përchè a më smijava na ròba simpàtica.

E chila a l’ha acetà la sfida: a l’ha ancaminà a rëspondme an piemontèis. Prima con n’ociada, peui con na paròla genà, peui con doe, peui con na frase antrega. A l’ha fàit col che an lenghìstica as ciama ël déclic, con ël soris e la semplicità dij sò ondes agn.

Già, costa a l’é na ròba cita. A muderà nen ël cors dla stòria ‘d nòsta lenga, ma am fà piasì ch’a sia parèj. Che la curiosità ‘d na fijëttin-a a slonga bele mach ëd na minuta la vita ‘d na lenga, ëd na coltura, ëd na tradission. Përchè ti e mi i soma nen mach ti e mi, i soma tut l’erbo ‘d famija, për dila con Tavo Burat:

Pare e Mare

quat grand,
eut ëpceron…

ij vej a son
milanta

cobia
a cobia

rèja
d’agraf

an gabi
scarbolëtte

E an ti (ti Tavo, ti Marta, ti mi, ti ch’it lese) “‘me ant un tracior sò sangh a cola”.

Brava Marta, ël piemontèis at ringrassìa.

Taggato:
Mag 11

[a va anans la discussion an tra Enrico Eandi e Sergi Girardin an sla question dij doi andrit dla grafìa: ambelessì a-i é la pontà antecedenta]

Sancto Lucìo de Coumboscuro (Cuneo), domenica, 8 maggio 2011.

Gentile Signor Eandi,

Mi scuso per non aver potuto rispondere più tempestivamente alla Sua lettera.
Contrariamente alle mie inclinazioni personali, che mi sospingerebbero assai di più all’usufruizione della ricca produzione letteraria in piemontese che non alle imprese linguistiche, mi vedo costretto mio malgrado ad occuparmi giornalmente di ben due squadre di lavoro. Questo rallenta non poco i tempi con cui auspicherei rispondere ai miei corrispondenti.
L’unico vantaggio di questa mia occupazione è di dover riflettere sulle lingue.

Ho letto con attenzione la Sua lettera.
È con notevole disappunto che constato come Lei scavalchi a pie’ pari tutte le osservazioni sulla natura scientifica del convegno, auspicando ciò nonostante di poter presentare il Suo correttore grafico.
Mi dispiace di non essere stato sufficientemente chiaro.
Mi ci riproverò ora.

La mia osservazione preliminare riguarda i grafemi che Lei propone nella Sua lettera: ö, ü, ecc.

Posso anticiparLe già sin d’ora, ancora prima della tenuta del convegno, che tra le tante soluzioni grafiche adottate via via sull’arco dei secoli, quei segni non hanno mai fatto parte del patrimonio storico della lingua piemontese.
Né, ad onor del vero, io li ho mai visti utilizzati in alcuna lingua romanza.
Da dove Lei li abbia desunti rimane per me un mistero: se Lei mi volesse cortesemente indicare un documento storico in cui tali grafemi ricorrono, io gliene sarei molto grato.

Vede, caro Eandi, se si conoscono a fondo i popoli, si sa che essi tengono alle loro tradizioni fin nei minimi dettagli.
I Walser, ad esempio, non usano un solo chiodo nella costruzione delle loro case di larice.
Gli ebrei non mescolano due fibre nella tessitura dei loro vestimenti.
Arabi ed ebrei, nei loro rispettivi alfabeti, non indicano le vocali.
I popoli slavi cristiano-cattolici non tollerano l’alfabeto cirillico, gli ortodossi quello latino.
I popoli orientali occidentofili hanno adottato l’alfabeto latino, quelli culturalmente autoctoni gli ideogrammi.
Le lingue germaniche non hanno accenti: le parole sono invariabilmente prototoniche.
Sulle parole del francese l’accento cade invariabilmente sull’ultima sillaba. Non si indica.
Sulle quelle russe, spesso plurisillabiche, l’accento non si indica mai, anche se spesso trasmigra in seno alla stessa parola, da un caso all’altro.
Su quelle greco-moderne (monotonikò) e su quelle spagnole si indica solo se non sono piane.

Certo, per amor di facilità, si potrebbero usare chiodi per fare case di legno, mescolare fibre per ottenere tessuti più elastici, compitare lingue slave con l’alfabeto latino, indicare le vocali nelle parole semitiche, translitterare tutti gli ideogrammi, e via di seguito.
Più facile, ma contrario alla norma.

È la storia che stabilisce la norma, non il capriccio o l’arbitrio personali.
Per conoscere la norma bisogna studiare la storia, non agire di testa propria.
Anche perché chi non rispetta la norma, non rispetta i popoli.

Mi consenta di dirLe in tutta franchezza che la grafia da Lei proposta non è “normalizzata”, in quanto non risponde a nessuna norma. Essa è in verità “anormaliz¬zata”, cioè decurtata delle norme più elementari delle grafie romanze.
Quando ne parla o ne scrive, la presenti con il nome giusto.

Se come unica attenuante della Sua defezione dalla norma storica Lei adduce la semplificazione della grafia, mi faccia sapere come scriverebbe la “u” finale di “forcù”, come ne Ël diauleri dij pé forcù (nota lirica di Luigi Olivero): sormontata simultaneamente da una dieresi e da un accento grave?
Io, che uso programmi di elaborazione testuale aggiornatissimi, non trovo una “u” sormontata simultaneamente da un accento grave e da una dieresi né tra i simboli speciali, né tra i simboli dell’IPA (International Phonetic Alphabet).
Ma, anche concesso che vi fosse, una “u” così scritta faciliterebbe la lettura a bambini e adulti? E quelli che scrivono il piemontese con un computer, dove vanno a reperire quella lettera?

Dov’è la Sua opera di semplificazione?
A cosa vale la Sua apostasia della storia di una lingua se poi fallisce anche il fine Suo precipuo, quello di semplificarne la grafia?

I giovani che nel 1930 – secondo la testimonianza scritta di Luigi Olivero (cfr. l’apposito sito su internet, apprestato da Giovanni Delfino) – si sono riuniti attorno alle figure di Pinin Pacòt e di Andrea Viglongo per riportare la grafia alle norme sei-settecentesche, non hanno agito ignorando i testi secolari della civiltà letteraria piemontese, ma con piena conoscenza di essa e con il lodevole scopo di porre fine alle oscillazioni grafiche proprio sul nascere di una grande, nuova stagione creativa.
Con il loro studio e le loro edizioni dei testi settecenteschi (Pacòt per Ventura e Balbis e Olivero per Isler) si sono rivelati non solo ottimi poeti, ma anche filologi affidabili. Dei frutti del loro lavoro hanno beneficiato tre generazioni di poeti, scrittori, studiosi, editori.
La loro non è stata una creazione ex nihilo, ma un ripristino sulla scorta di regole trisecolari.

Qui a Coumboscuro la grafia della lingua provenzale alpina non è stata elaborata pensando all’italiano o al francese, ma studiando molto attentamente l’eredità trobadorica e la compitazione mistraliana, non senza prendere in considerazione anche le leggere apografie della Escolo dòu Po.
Sono occorsi più di due anni di lavori per arrivare all’attuale normativa: improvvisando vi saremmo potuti arrivare in due giorni.
Altrettanto dicasi della grafia del Walsertitzschu, da me ricodificata agli inizi del 2000 sulla scorta della grammatica di Giovanni Giordani (1892) e dei manoscritti del circolo letterario alagnese (Gnifetti, Farinetti, Grober, etc.).

Se Lei propone una grafia caratterizzata da eterografemi, Lei deve addurre documenti dai quali tale grafia è storicamente avallata. Se Lei non possiede questi documenti non faccia proposte di riforma grafica, anche se motivate dalle più benevole intenzioni.

Infine, una considerazione pratica.
La bontà di ogni campagna è determinata dai suoi successi.
Lei non solo non convertirà mai i centri culturali seri o i piemontofoni edotti, ma neppure coloro che, pur non essendo piemontesi, siano informati dei valori in gioco.

Concludiamo.

Bisogna essere onesti e dichiarare fin dall’inizio i propri scopi.

Io amo la lingua del mio popolo e voglio operare fino all’ultimo per studiarla, illustrarla e difenderla.
Se Lei non intende in alcun modo prendere in considerazione il lavoro di diecine di studiosi della storia della lingua piemontese, che in questi mesi si danno da fare per reperire, confrontare e studiare documenti in vista del convegno, perché verrebbe ad ascoltarli?
Se Lei non li tiene in nessun conto, perché onorarli della Sua presenza?

Io spero con tutto il cuore che Lei non appartenga alla schiera di coloro che non ascoltano né ragioni storiche, né argomenti logici: nella recente storia europea abbiamo visto dove ci hanno condotti coloro che non hanno ascoltato né la voce della storia, né quella della ragione.

Mi auguro anche che Lei voglia riflettere bene sul Suo operato, soprattutto in considerazione dei bimbi e dei ragazzi che studiano la nostra lingua e si troveranno poi, per quelli edotti dal Suo correttore ortografico, a doverla re-imparare per adire ai capolavori letterari, invariabilmente compitati nella grafia consacrata dal tempo.

Ma se i miei auguri andassero a vuoto e Lei fosse assolutamente deciso ad ignorare storia e filologia, il Suo posto non è tra gli storici della lingua in un convegno scientifico, ma tra gli imbonitori di merci su una piazza: quello che Lei veramente vuole non è portare lumi alla conoscenza della Sua lingua, ma propalare la Sua merce.
In quest’ultimo caso non mi rimane che augurarLe di trovare chi gliela comperi prima di scoprire cosa essa veramente è. Immagino che i danni, a scoperta fatta, non verranno rimborsati.

Quanto al convegno, Lei è più che benvenuto a venirci, se l’ascolto delle relazioni su mille anni di storia linguistica possono indurLa a riflettere sulla deferenza sempre dovuta alle tradizioni dei popoli.
Non scordi che lì, quello che cercheremo di fare, è di salvare il patrimonio di una lingua millenaria: il rispetto è il minimo che Le possiamo chiedere e tutto quanto Lei possa offrirci.

Sergio Maria Gilardino

Taggato:
Mag 04

Ant ël pòst ëd l’àutra sman-a monsù Panero, l’autor dël Dissionari dla lenga alman-a e piemontèisa, a arcordava un concet ch’a duvrìa esse natural (ma a l’é nen): a l’é nen necessari passè da l’italian për andé dal piemontèis a n’àutra lenga o viceversa. Costa riflession a j’era stàita për chiel a la base dla creassion ëd soa euvra.

Da na mira lenghìstica a l’é n’afé perfetament normal, përchè ‘l piemontèis a l’é na lenga neolatin-a tant come l’italian o d’àutre; ma da na mira pratica i soma fongà, as capiss, ant n’ambient italian e donca i soma portà a pensé che traduve pr’esempi dal fransèis al piemontèis a sia na ròba dròla.

Ma për Clivio, tant për dì, a j’era normal.

E mé professor Riccardo Massano a l’avìa passà n’ora a lesme soe tradussion an piemontèis ëd poeta latin, lòn ch’a l’é stàit probabilment lë scat ch’a l’ha fame pensé al piemontèis nen mach come la lenga ‘d ca, ma come na lenga a tuti j’efet.

An mé cit – si parva licet, as capiss – l’istessa ròba am càpita con mia cita granda, quand ch’am ciama ‘d paròle an inglèis ch’a conòss nen: mi i-j jë dijo an piemontèis, e a më smija la ròba pì natural dël mond. Com dì: an col moment l’italian a esist nen, a l’é mach në strument ëd comunicassion come n’àutr, con la midema dignità ma lontan.

Ma ‘d pì: ël vantage pì gròss a l’é la sensassion ëd capì na frisa ‘d pì ‘d com ch’a l’é fàit ël mond, d’esse për un cit moment na frisa pì davsin a l’essensa dle ròbe. Sensa passé da l’italian.

Apr 27

Panero
I conòss Claudio Panero da tanti agn, e i savìa ‘d soa passion për nòsta lenga. Ma a l’ha frapame na soa mail ch’i l’hai arseivù ‘l dì ‘d Pasqua, anté ch’am nonsiava sò Dissionari dla lenga alman-a e piemontèisa.

Erri De Luca, s’a fussa piemontèis, a dirìa:

I consider valor lòn che doman a valrà pì gnente, e lòn che ancheuj a val ancor pòch.

Për mé cont, i l’hai mach da dì na ròba: tant ëd capel për quaidun ch’a buta sò temp për n’afé che a servirà a pòchi, për na lenga moribonda. Ma ij malavi terminaj, com a fortiss Tavo Burat sità da Fabrissi Arnaud, a son ancora viv e pa ancora mòrt: donca chapeau, monsù Panero.

I l’oma avù na cita ciaciarada via email, ch’i arpòrt ambelessì.

Com ch’a l’é vnùje l’idèja dël dissionari?

Quàich agn fà, na madama piemontèisa ch’a sta a Cordoba (Argentin-a) e a së s-ciama Celestina, parenta d’un mè amis, a l’é vnùa an Piemont për arvëdde ij sò parent e la tera andova ch’a j’era nà. Adess a l’ha 84 agn. Na madama d’età, ma bin svicia: a l’ha pijà l’avion a Cordoba e a l’ha cambià a San Paolo dël Brasil, për peui rivé a Malpensa, andova mi e Lucianito (coma a lo ciamava chila) la spetavo.
Quand ch’a l’era cita, ij sò a son partì da sì ansema a chila. A ca a parlavo mach piemontèis e an Argentin-a a l’han për forsa ‘mparà a parlé lë spagneul. Donch, con chila i parlavo mach piemontèis e na frisa dë spagneul, përché l’italian a lo capìja bin pòch. Am arcòrd sèmper le soe domande, për es. dzora ij “campos de arroz” (camp ëd ris), an sla stra antramentre che i vnisìo a ca. A l’avìa piasume tròp l’ideja ‘d tradue diretament an piemontèis, sensa passé travers ëd l’italian. Mach che mi lë spagneul i lo conòss pòch. Alora për ël dissionari i son campame sl’alman che i dòvro da tanti agn.
Minca tant a capitava che Celestina a discutìja dzora a la manera ‘d dì certe paròle: fòrse e për soa fortun-a, chila a l’ha conservà ‘n piemontèis pì genuin che ‘l nòstr.

Am piasrìa savèj ‘l përchè ‘d cola bela dedica («A tuti ij piemontèis ch’a son ëstàit përzon-é an Gërmania»).

A-i é ‘dcò na stòria ambelesì. I l’heu pensà a me pare ch’a l’é dël vintequatr. Ant ël ‘43, apress ëd l’armistissi dl’eut stèmber, a l’avìa disneuv agn. Come tanti sòlda che a l’avìo nen aderì a la repùblica ‘d Salò (a-j ciamavo IMI: Italiener Militär-Internierte), a l’avìa stàit deportà an Polònia da j’alman. La soa destinassion a l’era un pàis vzin a Danzica. A l’avìa gnanca fàit a temp a torné dal front sël Dòn ant la prima del ‘43 che a l’han ciapalo e mandalo a travajé për j’alman ant na fàbrica. Për la fam ij përzoné a rivavo a mangé le pleuje dle patate e për podèj bèive a l’avìo sùbit amparà a ciamé “Wasser” (eva).
Doi sò fratej a j’ero anvece stàit ciapà dai russi (pòch temp fa i l’oma riessu a trové la tomba d’un dij doi ant un pàis an Russia (Akbulak), ma vzin al confin con ël Kazakhistan (probabilment ël pòst andova a l’avìa stàit deportà dai russi come përzoné).
Come me pare, a tanti d’àutri piemontèis a l’é capitaje l’istessa sòrt. E alora a më smijava che na dèdica a lor a rendissa pì significativ ël travaj d’ës dissionari-sì.

Che rëscontr a l’ha avù dòp a la publicassion?

A son ancora nen tante, ma tute le përson-e che a l’han vist ël travaj fàit a l’han dimostrà entusiam o a l’han almen avu na reassion positiva, ëdcò përché a l’é na còsa ‘n pò particolar.

A l’é sodisfàit dël travaj ch’a l’ha fàit?

I son bastansa sodisfàit; a-i é ‘ncora ëd particolar da milioré, ma i son content. Magara i trovereu ‘n pò ëd temp për fé na seconda edission. Però i promëtto gnente, përché i l’heu ‘dcò ancaminà a fé fransèis-piemontèis, ma i sai gnanca se i rivereu a la fin. A sarìa peui ‘dcò bel fé: piemontèis-napoletan, piemontèis-ossitan …

A la fin – a la fin, përchè noiàutri piemontèis i soma fàit parèj, an pias nen butesse an mostra – a më smija giust dì doe paròle ansima a Claudio Panero. I l’hai ciamaje na cita presentassion e chiel a l’ha rispondume:

I son dël ‘60 e vivo a Vilastlon da l’età ‘d des agn. I son sèmper ëstàit apassionà dle lenghé parla ant ël mond (ëdcò ëd cole ‘n pò pì “dròle”), bele che l’indiriss ëd la mia formassion a l’è nen ëstàit lenghìstich. Mach për l’alman i son diplomame al Goethe Institut ant ël ‘90, i l’heu passà ‘d curt perìod an Gërmania, Svissera e Austria e l’heu dovrà l’alman për pì ëd vint agn për travaj. La passion për lë studi dle lenghe a l’ha però possame a amparene ‘dcò d’àutre për me cont (fransèis, inglèis e ‘n pò ‘d russi, spagneul olandèis, ebréo). E peui a l’ha piasume tant aprofondì ‘l piemontèis, na lenga tròp bela e ‘nsostituìbil, che venta nen lassé ch’as perda.

Ancora na vira chapeau, monsù Claudio.

Taggato:
Apr 20


Im n’ancòrz, im n’ancòrz. Ij nùmer a parlo ‘d pì che doi milion ëd parlant piemontèis, ma la mia realtà specìfica a l’é diferenta. Quand ch’i j’era gagno tut d’antorn a mi a j’era piemontèis, adess parlelo con quaidun (gavà la famija strèita strèita) a l’é pì na festa che la régola.

A lo dis bin Davide Filié, an comentand un vers (“Ci si sveglia una mattino che è morta l’estate”) ëd na poesìa ‘d Cesare Pavese, Mito:

Quanto mi piace questa frase. Non so perchè, ma ogni volta che la leggo, a distanza di anni o mesi, rivedo sempre le stesse immagini, e provo le stesse identiche sensazioni. Un misto di nostalgia struggente e di piacere nel rievocare la spiensieratezza e la magia dell’infanzia, quando tutto il mondo parlava ancora la mia lingua. C’è il mio paese, il campanile della chiesa, il vecchio lavatoio e mia nonna, sempre lei. E quel cielo azzurro come sa esserlo a settembre in Piemonte.

L’istess concet ëd Piergiorgio Graglia ant la canson Davanti a ca (dal CD Stòrie):

E me vego ‘ncò masnà mentre coro ‘n pressa a ca
e mia mare che prepara da mangé
e me vego ‘ncò masnà coj genoj sgarognà
mentre gieugo con mè frel davanti a ca

Ma coste sensassion a veulo nen dì fé l’elògi dij temp andàit (minca temp, a basta ch’a sia vèj, a l’é bon); a veul dì mach rendme cont ch’i ston pì nen ant un mond piemontèis.

O almanch pì pòch: përchè am basta andé a la Piata e spassëggé për coj paìs – Droné dzora a tuti –, o a l’improvista e për cas parlé an piemontèis con quaidun dla mia età, ëd ròbe ‘d minca dì come ‘l gòlf, për capì che tant sì, ma nen tut a l’é andàit e perdù.

Apr 13


A l’é da un pess ch’i vorìa parlene, ma i l’hai mai falo fin-a a ancheuj; i ciamo scusa a l’autor e ai mé vintesingh letor e i lo fass adess.

I më ston arferend a l’ùltim CD d’Enzo Vacca, Un’arpa per Teresa, ispirà al travaj ëd Teresa Viarengo e a lòn che costa përson-a a l’ha consignane an tema ‘d mùsica popolar.

L’arpa séltica sonà da Enzo a l’é na delissia da scoté, bele che a sia mùsica che noiàutri profan i podrìo definì “difìcila”. (Ma a venta sempre arcordesse lòn ch’a disìa Gramsci ant le Lettere dal carcere: se l’impegn a l’é col giust, a-i é gnente ch’as peussa disse verament difìcil – o fàcil, a l’é l’istess.)

A mi personalment a son piasume tant Batajin, na version për arpa e arch rangià da Enzo d’un brando tradissional dël Roé, e Seugn d’un bergé, na version dla Bela bergera che le paròle mideme d’Enzo a descrivo bin:

A l’é ‘l seugn che nòsta mùsica a peussa torna avèj tuta soa dignità, come minca gran repertòri popolar a dovrìa avèj.

Già, Enzo, it jë ses ti e për nòstr repertòri popolar i soma tranquij.

Mentre che për ij mé vintesingh letor la paròla a l’é un-a sola: caté e regaleve cost CD. E basta.

Taggato:
Apr 06

[litra scrita da Sergi Girardin a Enrico Eandi për s-ciarì ij but dël Rëscontr antërnassional an sla grafìa dla lenga piemontèisa ant ij sécoj]

Sancto Lucìo de Coumboscuro (Cuneo), giovedì, 30 marzo 2011.

Caro Eandi,

Ho ricevuto con vivo piacere e letto con attenzione la Sua gradita proposta di intervento al convegno internazionale sulla grafia della lingua piemontese attraverso i secoli.

Lei è stato il primo e il più sollecito tra i nostri interlocutori e gliene siamo francamente grati.

Se ho ben interpretato il Suo scritto, Lei si propone di illustrare il Suo correttore ortografico, che contiene diecine di migliaia di termini: un vero patrimonio lessicale, che saremmo ben lieti di condividere con Lei.

Il nostro, tuttavia, non è un convegno espositivo, in cui ciascun convegnista presenta la propria grafia (solo nel novarese se ne annoverano una diecina, come ci segnala gentilmente l’Academia dël Rison), ma un convegno scientifico in cui ciascun studioso – sull’ineludibile base di documenti storici – illustra come si scriveva il piemontese in quel determinato scorcio di tempo.

Un documento storico è pertanto il requisito imprescindibile per partecipare a questo convegno.

Sia ben chiaro, questo convegno non è la consacrazione del fatto già scontato che il piemontese, in diversi luoghi e tempi, si è sempre scritto allo stesso modo. Nel secondo Ottocento e nel primo Novecento, prosatori, giornalisti, poeti, hanno utilizzato diverse grafie. Al contempo però si profila pure una tradizione che fa sì che autori di secoli diversi abbiano utilizzato più o meno la stessa grafia.

Il nostro scopo, con l’indizione di questo convegno, è proprio quello di verificare, caso per caso, la concrezione di questa grafia attraverso mille anni di prassi grafica.

Lei – non ne dubito – sarà senz’altro d’accordo con me che mille anni di storia documentaria hanno il loro valore, e che l’autorità di tanti classici, dall’Alione ai lirici del Novecento, abbia peso preponderante nel determinare la vera e autonoma fisionomia grafica del Piemontese.

Videre licet, se Dante non avesse scritto la Divina Commedia, Petrarca il Canzoniere e Boccaccio il Decameron noi oggi, con ogni probabilità, non scriveremmo l’italiano come lo scriviamo.

Bisogna quindi concedere ai grandi scrittori quel che loro spetta di diritto: determinare come compitare la propria lingua e assegnare di buon grado a questa auctoritas il merito che le compete.

Pertanto il convegno non si prefigge di accertare come Lei, o io, o altri, scriveremmo il piemontese se fossimo liberi di farlo a nostro arbitrio, ma come è stato effettivamente scritto nei secoli, tanto da grandi autori, quando da vari scriventi, in diverse circostanze.

Io sono certo che Lei, quanto io, quanto tanti altri amici ed amiche piemontesi, lavoriamo tutti con tenacia ed amore ad un fine comune: quello di preservare la lingua piemontese nell’autonoma e dignitosa forma che la sua storia millenaria le ha conferito.

Misconoscere questa storia o traviarne volontariamente i lasciti equivarrebbe a sfregiare i reperti d’arte del nostro passato: e sono sicuro che Lei condivide il principio che nessuna ragion pratica potrebbe mai giustificare un gesto simile.

Così come studiosi del francese, dell’inglese, o di qualsiasi altra lingua, non accetterebbero mai interventi arbitrari che privassero queste lingue della morfologia e dell’ortografia che esse hanno a poco a poco assunto nei secoli, noi pure, altrettanto fieri e gelosi della nostra, vogliamo lavorare per conservarle quelle caratteristiche storiche e formali che ne fanno una lingua autonoma e chiaramente distinta da tutte le altre.

Le ricordo, a questo proposito, uno studio fondamentale del linguista Bruno Villata il quale, dopo aver foneticamente isolato la lingua dei Sermoni, le ha assegnato il nome di lingua d’oè, per distinguerla dalle consorelle lingua d’oc e lingua d’oïl. A mio parere è uno studio di grande valore e ingiustamente sottovalutato, perché dimostra inoppugnabilmente l’autonomia del piemontese rispetto alle lingue transalpine.

Considerando poi che il piemontese è una lingua ancestrale, la sua precipua raison d’être è proprio quella di custodire ed avallare il nostro passato: la sua storia è la nostra storia, i suoi suoni ed i suoi segni sono la nostra identità nel tempo. Non solo non vogliamo umiliarla, snaturandone le forme od assoggettandola servilmente alla grafia di altre lingue, ma vogliamo appurare quali sono stati gli sviluppi grafici che, a poco a poco, hanno portato il piemontese ad essere quello che esso è oggigiorno.

La prassi grafica che ne emergerà sarà oggetto del nostro più scrupoloso rispetto.

Certo, se io mi ponessi davanti ai suoni di una lingua (circa 30 per l’italiano e 42 per il piemontese) e, freddamente, mi chiedessi quale sarebbe il modo più razionale per scriverla, senza alcuna considerazione per il suo passato, sceglierei invariabilmente una K per tutte le gutturali sorde, una G per tutte le gutturali sonore, e via di questo passo, fino a giungere ad un codice grafico molto, ma molto più semplice di quello che la storia ci ha tramandato. E, mi creda, non occorrerebbe neppure un piemontesista per fare ciò: un qualsiasi studente di linguistica, confrontato con certi suoni, risponderebbe con certi segni grafici.

Non c’è bisogno di grandi studiosi per snaturare una lingua, ma occorrono popoli e secoli per farla com’essa è.

Né vi è neppure bisogno di linguisti per scrivere il piemontese come lo scriverebbe qualcuno che non sa come si scrive: in tutti i tempi i piemontesi, per scrivere insegne e brevi messaggi, hanno scritto la loro lingua con il codice grafico dell’italiano, l’unico di cui disponevano. Per scrivere come loro non occorrono riforme o correttori: lo fanno già da soli.

Questo però non è storia del piemontese, così come quello che avviene dell’italiano sulle labbra dei figli e dei nipoti degli italiani emigrati all’estero non fa parte della storia della lingua italiana. Nell’uno, come nell’altro caso, fa parte della storia dell’analfabetismo, uno dei capitoli più tristi nella storia dell’umanità.

Una lingua, caro Eandi, non è un sistema logico e simmetrico, sul quale si può intervenire a capriccio, ma un codice idiomatico e storico, che va rispettato per quello che è, non per quello che noi vorremmo che fosse.

Così come non costruirei mai una soprelevata autostradale al di sopra del Colosseo per risolvere i problemi di traffico dell’Urbe, o non sposterei mai l’ubicazione dei palazzi in Piazza della Signoria per ricavarne una prospettiva ideale, parimenti non sostituirei mai a mio capriccio i grafemi storici del francese, o dell’inglese, solo perché a me, italiano, risulta più comodo leggerli e scriverli in quel modo anziché seguire la norma plurisecolare degli scrittori di queste lingue.

Le lingue vanno studiate e rispettate.

Anzi, vanno seriamente studiate e scrupolosamente rispettate.

In nessun caso la loro storia va ignorata.

Se noi piemontesi ignoriamo la nostra storia, chi la rispetterà?

È per questo preciso motivo, storico e scientifico, che il convegno è stato indetto.

E, d’altra parte, VercelliViva, adusa ad organizzare convegni scientifici, storici, artistici di ineccepibile concepimento, non avrebbe mai accettato di organizzare questo convegno se non fosse stata convinta della sua impostazione scrupolosamente scientifica.

Se il fine del convegno è chiaro (e sono certo che Lei ne condivide l’importanza per noi tutti piemontesisti), io Le rinnovo l’invito a presentare uno o più documenti storici, dai quali si possa evincere, in modo inoppugnabile, quale è stata la grafia del piemontese nel corso dei secoli.

Sperando di non averLa subissata con l’eccessiva, ma tanto emotivamente sentita argomentazione a proposito della vera, autentica e storica personalità della nostra lingua piemontese, La ringrazio ancora vivamente per il Suo interesse e Le porgo cordialissimi saluti.

Sergio Maria Gilardino
Circolo filologico di Coumboscuro
Sala Redazione Dizionario Storico della Lingua Provenzale

Taggato:
Mar 30


Quàich smana fà i l’avìa parlà dla vajanta inissiativa – badò miraco a sarìa tèrmin pì precis – ëd Gioventura Piemontèisa ‘d cheuje desmila firme da presenté a la Region për ch’as fassa na lege a tùa ‘d nòsta lenga.

An paròle sempie: gnun-a lege = gnun sòld për j’associassion = gnun cors = na lenga milenaria a meuir. E quand ch’a-i meuir na lenga a-i meuir na coltura: a meuir un tòch sertament nen cit dl’umanità.

Ël travaj a l’é andàit anans. Le firme a son anviron tremila. Tante, ma a basto nen. I lo dijo torna: domse da fé. An pratica: stampoma cost mòdol, fomijlo compilé e firmé ai conossent e portomijlo o spedjomijlo a Gioventura Piemontèisa.

Mi i l’avìa dit ch’i l’avrìa cujì 80 firme. A son pòche, i lo sai. Ma a son sì, ansima a mia scrivania. Adess i riv a sent e peui i-j pòrt a j’amis ëd Gioventura.

Adess at toca a ti.

Taggato:
preload preload preload
© 2026 Gianni Davico  Licenza Creative Commons