La festa del vino

A diciotto anni per me il vino era la vendemmia nella vigna di famiglia, un appezzamento coltivato a freisa, e soprattutto seguire poi quell’uva mano a mano che diventava mosto, sviluppava alcool e nell’inverno si trasformava in vino. Era un appuntamento fisso con uno dei miei zii preferiti. Il risultato era un vino che per me era assolutamente imbevibile, ma l’idea di creare qualcosa con le proprie mani e insieme ad altre persone – persone che erano miei miti personali – mi piaceva oltremodo.

Più tardi nella vita ho imparato a conoscere vini nobili, baroli, barbareschi e compagnia, mi sono perso per quelle vigne, le ho ammirate da lontano come si fa con un’opera d’arte talmente bella da sembrare troppo finta e comunque inavvicinabile.

Poi, creata la mia famiglia, il vino è diventato bottiglie che compravamo, al supermercato (che orrore!) o dai produttori. La “normalità”.

Poi ancora si è trasformato in damigiane – cabernet frank e pinot grigio, quest’anno – che acquistiamo da un produttore trevigiano di fiducia. Oggi il vino è di nuovo una festa perché imbottigliarlo è una festa, vedere quel liquido entrare nelle bottiglie è una festa, berlo con gli amici è una festa.

Nulla di paragonabile a quella cantina col pavimento di terra e quelle bottiglie polverose di qualche lustro fa, ma crescere vuol dire anche questo: saper accettare i cambiamenti e godere di quel che si ha, perché per poco o tanto che sia è comunque tantissimo.

Commenti

Fabio S. ha detto:

I tempi non cambiano ovunque alla stessa velocità, nel bene e nel male. Anche se, prima o poi, panta rei.

Meno di dieci anni fa riuscivo ancora a fare la vendemmia da qualche piccolo vinicoltore della zona, dove, essendo giovane, mi spettavano i lavori più duri. Giustamente. Portare le ceste a spalla su per la vigna, ripida più della più scoscesa salita che abbia mai percorso in bici; passare ore e ore sotto il sole pomeridiano, nel cassone di un rimorchio ricolmo di grappoli, per scaricarne il carico col forcone sullo scivolo che entrava nel buio e nel fresco della cantina, da cui fuoriusciva il frullare brillante della pompa e della pigiatrice, insieme agli odori di muffa e di dolciastro del primo mosto.

Duro, ma gratificante. Ripetitivo, ma anni luce lontano dal lavoro alienante della catena di montaggio o al computer. Perché a pranzo ci si sedeva a tavola con la famiglia del “capo”, e si passavano due belle ore in compagnia. Oppure, nel bel mezzo del lavoro, passava la “signora” con il vinello, leggero, o la Coca-Cola, per chi non ne poteva fare a meno; per tutti, due fette di salame in altrettante di pane.

E la paga non era malvagia, non si strozzava chi lavorava, ma se ne riconosceva il merito.

Alla fine della vendemmia, vedere quelle enormi vasche colme di vino in maturazione e, forse ancor di più, osservare tutti quei filari di vigna calpestati metro per metro e spogliati dei loro frutti era una soddisfazione incommensurabile.

Gianni Davico ha detto:

Grazie Fabio per aver condiviso queste attività che credo accomunino molte più persone di quante immaginiamo.

Per me era lo stesso. Esattamente così. E ricordo le parole di non so più quale poeta piemontese (Pinin Pacòt o Nino Costa, immagino), che cito a memoria: “Com a l’é bon ël pan quand ch’as guadagna”. Ecco, quel tuo vino aveva certamente il sapore di quel mio vino.

Ma, voglio dire, possiamo anche non fermarci qui. È vero che quel che stato è stato, che certe situazioni, atmosfere, odori non torneranno (“non tornare a Monesiglio”, ammoniva il saggio Augusto Monti), ma noi possiamo partire di qui per dare la nostra personalissima interpretazione al mondo che cambia.

Non è necessario comprare sempre e comunque, per forza, dalle multinazionali. Non ho mai messo piede in quel monumento al consumismo che è l’Ipercoop che lo scorso autunno hanno aperto qui a Chieri. Non si tratta di essere estremisti, ma di applicare il buon senso e capire che molte cose possono cambiare.

L’altro giorno dicevi:

— quote —
purtroppo, quando la spinta al cambiamento sarà esaurita, o anche solo affievolita, ecco che ci dimenticheremo di nuovo di questa necessità di cambiare, migliorare. Perché siamo pigri, pigri dentro. Cambiamo solo se obbligati a farlo per abbastanza tempo.
— unquote —

Ecco, io nono sono d’accordo. Per me il cambiamento è ben più che una necessità, è una costante e una gioia – anche una paura, perché no, ma è comunque qualcosa che proviene dal di dentro e dà dei frutti che ripagano ampiamente il timore.

Nessuno potrà avere indietro la vigna della propria gioventù, ma ciascuno di noi potrà creare la sua personalissima vigna, e riempirla di tutto ciò che crede. Questo per me è un assioma, perché io lo vedo nei fatti di tutti i giorni, nelle cose che mi accadono.

Fabio S. ha detto:

Integro il mio commento con gli ultimi due paragrafi:

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Scusa se mi sono lasciato prendere, Gianni, ma hai toccato un tasto che porta molto in profondità, dentro di me. Quella era la normalità per me, almeno a quell’età e anche un po’ prima, poi cambiò tutto lentamente. E ricordo ancora bene come, i primi anni in cui, per i nuovi impegni, non riuscivo a vendemmiare, mi sentissi in colpa quando bevevo del vino.

Mi sembrava di non essermelo meritato, guadagnato, quell’anno.

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