In un giorno qualunque, lungo l’anno scolastico, verso l’ora di cena la mia primogenita e io comunichiamo tramite Skype. Lei per esempio mi avvisa quando la mamma le dice che è pronta la cena. Io sono nel mio studio e lei è in camera sua, a dieci metri circa di distanza.
(Del resto i discorsi normali della gente comune sono questi, come dice – bene – Jovanotti:
come stai quanto costa che ore sono
che succede che si dice chi ci crede
e allora ci si vede.)
In questi giorni, giorni qualunque del mese che più amo dell’anno, lei e io comunichiamo tramite Skype, e lei mi dice per esempio che cosa ha mangiato, oppure mi manda una foto appena scattata col suo iPod di cui è orgogliosamente felice. Ma siamo a 8mila chilometri circa di distanza km e 6 ore di fuso orario.
Le distanze sono annullate per le piccole cose come per le grandi. Il concetto stesso di distanza perde di significato, o quantomeno lo varia di un bel po’.
The world is flat: così scriveva Thomas Friedman nel 2005 e ciò è sempre più vero oggi.
Il mondo piatto e le regole cambiano completamente; tutto cambia ma i sentimenti non mutano e, come dice Invisible Places,
siamo tutti una cosa sola e
quando arriva la sera
dobbiamo sederci a tavola insieme.

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la tecnologia può davvero essere meravigliosa a volte