Nov 22

Scrive Nicholas Hartmann, presidente dell’ATA, sull’ultimo editoriale dell’ATA Chronicle:

I will express frankly our concerns with regard to machine translation.

L’articolo sintetizza l’intervento tenuto alla nona conferenza dell’AMTA (Association for Machine Translation in the Americas) qualche settimana fa a Denver, immediatamente precedente la conferenza ATA. L’intero testo si trova qui.

Credo sia un atteggiamento pericoloso, soprattutto perché viene da una figura che ovviamente è autorevole nell’industria della traduzione. Ma di più, credo anche che nasconda la paura per il futuro, per la scomparsa o il ridimensionamento di un mestiere.

Sarebbe forse più opportuno esternarla, quella paura: guardare il futuro dritto negli occhi e vedere che cosa porta con sé. Decidere in un mondo imperfetto. Anche perché quando il futuro arriva – hint: è già qui – non tiene conto di preghiere e invocazioni, spazza via come un tornado quel che trova sulla sua strada.

Il presidente precedente, Jiri Stejskal, aveva scritto nell’editoriale di gennaio 2009:

Like it or not, machine translation is here to stay and we should pay attention and find ways to make the best of it. Let us view it not as a threat, but as an opportunity.

Il che mi pare una posizione più equilibrata, nonostante l’ATA sia tradizionalmente attenta a non fare soverchie concessioni alla traduzione automatica. (Ne avevo parlato qui.)

Continua Hartmann:

I will […] demonstrate that translators possess and exercise unique and unduplicatable skills, and that we must keep exercising them because our work is not just useful but essential.

Ecco, nel momento in cui ci sentiamo in dovere di dire che il nostro lavoro è indispensabile abbiamo di sicuro un problema. Un traduttore può comprensibilmente sentirsi minacciato dalla traduzione automatica, ma l’ATA – organismo che parla a nome di una categoria – dovrebbe, io credo, pensare a come dare ai singoli traduttori degli strumenti per proporsi sul mercato in maniera efficace – oggi, e in pratica – piuttosto che non dire che l’opera del traduttore rimane comunque indispensabile.

MT has not demonstrated equivalence with, let alone superiority to, human translators except in a very few contexts.

Stesso discorso: non ci si chiede come si possano migliorare le cose, ma si dice che il nostro succedaneo non potrà mai svolgere il nostro lavoro (se non, concediamoglielo, in ambiti molto ristretti). Io, personalmente, pur facendo parte da molti anni dell’ATA non mi trovo rappresentato in un’argomentazione del genere. Non la condivido perché non la trovo gravida di futuro.

È forse curioso – e al contempo certamente meritorio – che la stessa rivista contenga un punto di vista opposto, quello di Jost Zetzsche, uno dei maggiori esperti di traduzione automatica e assistita. Zetzsche pensa (e non da oggi) che si tratti non di una minaccia ma di uno strumento carico di possibilità. Anche se, avverte,

things are moving a lot slower than many anticipated, despite the huge amount of coverage devoted to MT in the news media and the very widespread private use of Google Translate, ect.

Perché è chiaro: stiamo parlando di strumenti perfettibili. Ma allo stesso tempo parliamo di strumenti che modificano – profondamente, e per sempre – il lavoro del traduttore. Vediamoli come un’opportunità.


2 commenti “The Times They Are a-Changin’”

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Laura Dossena, Laura Dossena and Tursi Sabrina, Gianni Davico. Gianni Davico said: The Times They Are a-Changin’, ovvero: considerazioni sulla traduzione automatica: https://giannidavico.it/brainfood/?p=526 […]

  2. Luigi Muzii ha detto:

    Stando a quanto ha riferito proprio Jost Zetsche, durante la recente conferenza ATA/AMTA di Denver, Laurie Gerber ha detto di considerare concluso il suo compito di costruttore di ponti tra la comunità dei traduttori e quella della traduzione automatica.
    Jiri Stejskal era stato l’autore di una lettera al presidente Obama dai toni patetici.
    Patetici si erano resi anche i colleghi della SFT nella loro protesta contro l’uso della traduzione automatica per i siti del ministero della cultura, usando argomenti da far rabbrividire le rane.
    Oggi ho letto dell’ennesima tirata contro la malcapitata agenzia di turno da parte di uno dei guru, autonominatisi tali, ovviamente, dei tanti movimenti di difesa dei traduttori che nascono come funghi ma che, caso strano, proprio non riescono a trovare la strada per unire le forze.
    Siccome sono noto per essere pazzo e sgradevole, dirò senza mezzi termini che è la voglia di protagonismo di pochi a danneggiare le istanze di molti, giuste o sbagliate che siano.
    L’esperienza mi dice che ad occupare certi ruoli vadano solo quanti sono alla disperata ricerca di un po’ di luce e sono abilissimi a pronunciare le parole che i loro simili desiderano ascoltare. Ma il progresso non passa da lì.
    Nei prossimi giorni tornerò anch’io sull’argomento con un post; nel frattempo, continuo ad augurarmi un po’ più di onestà intellettuale da parte di tutti: da parte dei soloni che pontificano di mercato e tecnologia e innovazione, ma poi si comportano come quegli stessi loro concorrenti che deprecano, o di quelli che incensano i giovani che inseguono carriere improbabili e di coloro che predicano una cosa dal pulpito che si sono costruiti ed esercitano il contrario nel chiuso delle loro stanzette nascoste alla vista dei loro adepti.

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